Davvero l’Ucraina perde la guerra? La situazione

Guerra ucraina: la situazione
L’Ucraina perde la guerra? La situazione | Kharkiv, sullo sfondo la cattedrale | © Maksym Pozniak

L’Ucraina perde la guerra? Situazione reale del conflitto, oltre le notizie diffuse dalla propaganda. I mutamenti e le prospettive nel ruolo di USA ed Europa. Le radici delle indecisioni di Joe Biden e del cancelliere tedesco Olaf Scholz sullo scenario ucraino. Tre opzioni per i governanti europei, rispetto all’evoluzione del conflitto, dinanzi alle incertezze di NATO e Stati uniti.


Sull’andamento della guerra in Ucraina si rincorrono le voci più diverse. Lo scenario è mutato, sia sul terreno sia nel contorno politico del conflitto. E’ utile riportare la situazione ai fatti. Cominciamo dalla >situazione dei combattimenti sul terreno e valutiamo la posizione degli >Stati uniti e della NATO. Proseguiamo con la >situazione in Europa guardando a quali opzioni si parano dinanzi ai governanti del nostro continente. Ci addentriamo poi in alcune >cause dello scenario bellico e politico attuale. In conclusione, vediamo qual è l’atteggiamento da assumere oggi verso la Russia e quali scenari del passato ricorda il momento che stiamo vivendo.

LA SITUAZIONE SUL TERRENO

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Dopo la sostituzione del comandante generale delle forze armate ucraine, la condotta di guerra è cambiata. Il precedente comandante, il generale Valerij Zalužnyj, ha reso un grande servizio al suo Paese. Le ragioni della sua sostituzione non si conosceranno mai fino in fondo, ma alla fine del 2023 diversi aspetti della condotta di guerra lasciavano dubbi. In particolare, l’insistenza su obiettivi simbolici, come le battaglie di Avdiivka e Bakhmut; l’utilità della testa di ponte presso Krynky, sulla sponda est del fiume Dnipro; il mancato successo della controffensiva di primavera, fermatasi in autunno con esiti deludenti, dopo qualche risultato iniziale.

Non è detto che errori e insuccessi fossero dovuti solo al generale Zalužnyj, ma qualcosa andava cambiato. Dall’otto febbraio 2024 il nuovo comandante generale, Oleksandr Syrs’kyj, sembra aver rinunciato ad alcune battaglie dal valore simbolico ma costose e dagli scarsi esiti concreti. Il ritiro ucraino da Avdiivka risponde a questa nuova logica. Il ripiegamento ha permesso ai soldati ucraini di riposizionarsi su linee di difesa più arretrate ed efficaci.

Si è intensificata intanto la battaglia condotta con droni aerei e marini. Nel Mar nero, l’Ucraina ha ormai affondato o reso inservibili almeno una ventina di unità navali militari russe. Più ancora del numero degli affondamenti conta il risultato delle operazioni: la Russia è stata costretta a trasferire la quasi totalità della flotta del Mar nero al Mar d’Azov e non è più in grado di interferire con le navi che trasportano il grano ucraino ai mercati di vendita. La navigazione nelle acque prospicienti l’Ucraina è diventata di fatto impossibile, per la Russia.

L’Ucraina perde la guerra? Situazione degli attacchi in territorio russo

Con l’uso di droni aerei, l’Ucraina colpisce con crescente frequenza obiettivi in territorio russo, in particolare raffinerie di petrolio, aeroporti e stabilimenti militari. I droni ucraini hanno percorso nelle settimane scorse ben più di mille chilometri in profondità, in territorio russo, senza essere abbattuti dalla contraerea di Mosca. I danni inferti da questi attacchi cominciano a essere importanti e rivelano le gravi carenze della difesa aerea russa. Sono meno chiari, invece, gli obiettivi degli attacchi ucraini alla città russa di Belgorod e altri centri prossimi alla frontiera. E’ possibile che l’Ucraina miri a colpire depositi e centri di raccolta militari che assistono le operazioni russe sul suo territorio.

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Di certo questi attacchi rendono attenta la popolazione di quelle città sull’esistenza del conflitto. Per questo motivo, le incursioni ucraine vengono sottaciute dai media ufficiali russi. Nei giorni scorsi è sorta una polemica significativa, tra uno dei più attivi propagandisti televisivi del regime, Vladimir Solov’ëv, e alcuni cittadini di Belgorod. Questi hanno accusato Solov’ëv di sminuire in televisione la realtà degli attacchi ucraini sulla loro città e hanno invitato il propagandista a recarsi a Belgorod e trasmettere da lì il suo talk-show, per rendersi conto della situazione. Questo episodio è significativo del modo in cui i media ufficiali trattano gli sviluppi della guerra.

Attacchi su Belgorod e Kursk avvengono anche da parte di gruppi di ribelli russi, non militari ma ben armati.

Gli sviluppi recenti sul fronte del Donbas

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Sul terreno, dopo l’arretramento ucraino da Avdiivka, la Russia è avanzata su altri piccoli centri poco significativi. Vari attacchi russi, condotti in modo alquanto improvvisato, sono stati respinti dall’Ucraina senza grosse difficoltà, causando all’esercito di Mosca forti perdite di uomini e mezzi. A causa della mancanza di munizioni, però, l’esercito ucraino fatica ogni giorno di più a contenere gli assalti, che ora puntano sulla città di Časiv Jar.

La Russia ha ripreso a colpire con forza le città di Kharkiv, nel nord-est, e Odessa, sul Mar nero. Le distruzioni inferte a obiettivi civili e infrastrutture energetiche sono ingenti. A Kharkiv, la Russia sembra voler contrastare i citati attacchi ucraini su Belgorod, che partono proprio dalla regione intorno alla città, e preparare un possibile attacco di terra nei prossimi mesi.

Per quanto riguarda Odessa, la Russia non ha mai abbandonato il progetto di penetrare dalla costa verso la Transnistria, territorio appartenente alla Moldova ma controllato da un governo separatista filorusso. La realizzazione di questo obiettivo sembra ancora lontana. In Odessa, la Russia colpisce soprattutto una città che è centro nevralgico per l’economia e le operazioni ucraine sul Mar nero.

La posizione ucraina si è indebolita, rispetto ai mesi scorsi. Questo dato viene utilizzato dalla propaganda, anche in Europa, per convincere l’opinione pubblica che l’Ucraina avrebbe ormai perso la guerra. Guardando ai fatti, è vero che oggi l’Ucraina agisce in difensiva. Pronosticare la sua sconfitta, però, non corrisponde alla realtà sul terreno, almeno sino a oggi. Vi sono segnali che devono preoccupare non solo gli ucraini, ma tutti noi europei. Vediamone alcuni.

L’UCRAINA PERDE LA GUERRA? LA POSIZIONE DI USA NATO

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Molti propagandisti diffondono la tesi secondo la quale la guerra in Ucraina sarebbe una guerra per procura fra gli Stati uniti e la Russia. Secondo questa tesi, l’Ucraina e l’Europa sarebbero solo strumenti di un conflitto tra le due potenze. Si tratta di una tesi falsa e la miglior prova della sua fallacia è che gli Stati uniti si sono di fatto ritirati da questa guerra, lasciando noi europei con il cerino acceso in mano.

Da mesi la presidenza della Camera dei rappresentanti degli Stati uniti rifiuta di mettere in calendario l’approvazione di un decisivo finanziamento a favore dell’Ucraina. Questa situazione viene spesso liquidata come battaglia di politica interna statunitense, ma ha un significato più profondo per tutti noi.

La mancata approvazione del finanziamento all’Ucraina è dovuta all’influenza di Donald Trump sul potere legislativo degli Stati uniti. Donald Trump è un ex presidente ed è candidato alle prossime elezioni, ma oggi non riveste alcun ruolo politico, non è nemmeno parlamentare. Eppure, il privato cittadino Donald Trump, frequente ospite delle aule giudiziarie, sta decidendo la politica estera degli Stati uniti, esercitando pressioni sul corpo legislativo.

Non è possibile affermare che fra Donald Trump e Vladimir Putin esistano accordi espliciti, ma si constata che le mosse di Trump corrispondono agli interessi della Russia, non a quelli dell’Europa e nemmeno a quelli degli stessi Stati uniti. Non è necessario attendere le elezioni di novembre: se Trump tornerà presidente, il quadro peggiorerà; se perderà, potrà continuare a esercitare influenze improprie e imprevedibili. Trump ha ridotto già oggi il presidente in carica, Joe Biden, all’impotenza, almeno su capitoli determinanti di politica estera, bloccando i fondi per finanziare la realizzazione delle sue disposizioni di governo.

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La nuova debolezza di Stati uniti e NATO

Gli Stati uniti rivelano debolezze sinora sottovalutate, nei loro processi democratici. Anche immaginando l’uscita di scena di Donald Trump, bisogna riconoscere che la società e l’opinione pubblica degli Stati uniti sono mutate a fondo, in senso non sempre favorevole ai valori sui quali è cresciuto l’Occidente dal Dopoguerra a oggi. Eppure, gli USA sono ancora essenziali per la nostra sicurezza. Anche se la Camera approvasse, tardivamente, gli aiuti all’Ucraina, a Washington avvengono fatti allarmanti che non è più possibile ignorare per paura di scontrarsi con la realtà.

La NATO garantisce anche la difesa europea. Nacque nel 1949 su iniziativa degli Stati uniti. Washington è da allora il direttore d’orchestra della sicurezza occidentale. La NATO, oggi, è un’orchestra senza direttore. Nei giorni scorsi l’alleanza ha compiuto 75 anni: le celebrazioni sono avvenute in tono minore, alla presenza dei ministri degli esteri, senza partecipazione dei capi di Stato e di governo. In quella sede si è discusso della possibilità che la NATO avochi a sé decisioni sinora in capo ai soli Stati uniti, in particolare sul sostegno all’Ucraina, per prevenire blocchi operativi in caso di ritorno di Donald Trump. In questi giorni, il segretario alla difesa degli Stati uniti, Lloyd Austin, e il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, hanno espresso opinioni contraddittorie sugli attacchi dell’Ucraina alle raffinerie di petrolio russe.

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Queste contraddizioni mostrano debolezza e confusione, verso la prepotenza della Russia. Non è detto che gli Stati uniti abbandoneranno l’alleanza, ma bisogna considerare che il loro profilo si abbasserà. Si osserva una insolita divaricazione tra i fatti e le promesse: a parole si assicura unità d’intenti fra gli alleati; intanto, però, soldi e armi non arrivano.

Ucraina, guerra, situazione
Kyiv | © Asya Tes

L’UCRAINA PERDE? LA SITUAZIONE IN EUROPA SULLA GUERRA

Pochi mesi fa si diceva che l’Europa avrebbe dovuto guardare al futuro con preoccupazione, per la propria sicurezza. Considerato ciò che accade già oggi negli Stati uniti, bisogna riconoscere che le preoccupazioni non possono essere rinviate al futuro, riguardano il presente. Rispetto alla guerra in Ucraina, i governi dei Paesi d’Europa oggi si trovano di fronte a queste tre opzioni:

  • Consegnare subito quante più armi possibile all’Ucraina, affinché questa possa cacciare da sola i russi dal suo territorio e disinnescare la minaccia per il resto dell’Europa;
  • Inviare a breve termine truppe in Ucraina, in zone a basso rischio di scontro, per consentire all’esercito ucraino di liberare soldati da inviare al fronte attivo;
  • Attendere che la Russia prevalga in Ucraina – o che il fronte si stabilizzi – e che Mosca cominci ad aggredire altri Paesi, poi decidere il da farsi nell’emergenza.

Queste tre opzioni non si escludono a vicenda. Vediamole in dettaglio.

PRIMA OPZIONE: ARMI ALL’UCRAINA

La fine dell'Unione sovietica
Il racconto in video della fine dell’URSS – di Luca Lovisolo

La prima opzione, consegnare armi all’Ucraina, in questo momento incontra difficoltà politiche e materiali. Un esempio per tutti: la Germania rifiuta di consegnare all’Ucraina i missili Taurus che sarebbero decisivi per la distruzione del ponte di Kerč’, sul quale passa la grande maggioranza dei rifornimenti all’esercito russo attraverso la Crimea. Distruggere il ponte della Crimea sarebbe un obiettivo legittimo. Il ponte è già stato danneggiato da precedenti attacchi ucraini, ma resta utilizzabile.

E’ vero che un solo tipo di armamento non è decisivo per le sorti di una guerra. Come conferma il generale tedesco >Klaus Wittman, oggi pubblicista e storico di guerra, sentito dalla rete televisiva Welt, senza il ponte di Kerč’ i russi potrebbero essere costretti a ritirarsi dalla Crimea. Così fecero nel novembre 2022, abbandonando Kherson, proprio perché gli ucraini tagliarono la catena logistica alle loro spalle attaccando con missili a lunga gittata.

Il cancelliere tedesco Scholz, però, non intende consegnare i Taurus, sebbene anche partiti facenti parte del suo governo lo sollecitino a farlo. Le motivazioni tecniche e giuridiche addotte da Scholz per rifiutare la consegna dei missili sono state smentite a più riprese da militari e giuristi. Sulla questione Taurus, il dibattito sui media tedeschi è quasi quotidiano e si sono già tenuti infuocati scontri parlamentari. Pur di non consegnare i missili, Olaf Scholz è disposto a sopportare un indebolimento della sua posizione a capo del governo, già poco brillante.

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Un discorso analogo vale per i missili forniti dagli Stati uniti e dal Regno unito. Sono impostati con limitazioni d’impiego che non permettono all’Ucraina di raggiungere obiettivi decisivi. Non sempre le motivazioni addotte per queste limitazioni sono convincenti, su uno scenario politico e bellico in costante mutamento.

La situazione delle munizioni: l’Ucraina può perdere per questo?

Un altro capitolo riguarda le munizioni. Mentre i russi hanno maggiori riserve, l’Ucraina sta esaurendo i proiettili d’artiglieria. La Repubblica ceca ha individuato sul mercato extraeuropeo 800’000 proiettili e li sta acquistando con il contributo di altri Paesi. Le prime forniture dovrebbero arrivare in Ucraina a giugno. Questo è un successo europeo, ma rivela una grave debolezza: l’industria bellica del nostro continente non è in grado di produrre proiettili d’artiglieria in numero sufficiente, in caso di guerra. Le munizioni devono essere acquistate in Paesi terzi, che potrebbero diventare ostili ai nostri interessi.

Sulle città ucraine sono ripresi anche gli attacchi missilistici. Questi riportano d’attualità le carenze della difesa aerea ucraina, per quanto riguarda sia le unità antimissile sia le munizioni necessarie ad alimentarle.

In questo momento la guerra in Ucraina è una guerra fra apparati industriali. Prevale la parte la cui industria bellica riesce a produrre il maggior numero di munizioni nel minor tempo. L’industria europea si sta muovendo: il gruppo tedesco Rheinmetall ha spinto al massimo le sue capacità ed è impegnato nella costruzione di uno stabilimento per la produzione di munizioni direttamente in Ucraina; in Francia, il ministro della difesa ha previsto la possibilità di requisire d’ufficio capacità produttive dell’industria bellica, come avviene in tempo di guerra.

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Industria militare occidentale: pericolo sottovalutato

Nonostante gli sforzi, oggi l’industria militare occidentale non è all’altezza del confronto con la Russia, dopo decenni di disinvestimenti nella difesa. Anche aggiungendo le capacità produttive degli Stati uniti, la NATO >afferma che l’Occidente, oggi, è in grado di produrre poco più di un terzo dei proiettili d’artiglieria fabbricati dalla sola Russia, per mandarli in Ucraina. Le industrie europee lamentano una mancanza di ordini e di contratti da parte dei governi, nonostante le promesse di aumento delle produzioni. Ciò rende difficili gli investimenti e indica, dietro le parole, una diffusa indecisione nell’azione politica.

La Russia di Putin, invece, come fece a suo tempo la Germania di Hitler, ha introdotto un’economia di guerra che immette >capitali ingenti nella produzione interna di armamenti. La popolazione soffre di carenza di servizi, arretratezza delle infrastrutture e incuria del territorio, come dimostrano anche le pesanti alluvioni che in questi giorni costringono all’evacuazione intere regioni della Russia meridionale. Ciò non distoglie Putin dai suoi programmi militari. Mosca, poi, conta su alleati di pochi scrupoli, dalla Corea del Nord all’Iran, in grado di assisterla nel mantenere alte le scorte di droni e munizioni.

Infine, da più parti si levano dubbi sull’adeguatezza organizzativa degli eserciti europei, dopo che in quasi tutti i Paesi è stata abolita la leva obbligatoria.

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SECONDA OPZIONE: INVIO DI TRUPPE IN UCRAINA

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L’invio di truppe di Paesi europei in Ucraina, su invito del governo di Kyiv, sarebbe legittimo per il diritto internazionale; permetterebbe di liberare soldati ucraini da inviare al centro dei combattimenti. Vi sono due teatri sui quali gli eserciti europei potrebbero intervenire senza grossi rischi: il confine con la Bielorussia e il confine con la Transnistria separatista. Si tratta, di fatto, di confini tra Ucraina e Russia, considerata la fedeltà a Mosca dei governi locali.

Su queste frontiere oggi non si combatte, ma l’esercito ucraino è dispiegato per prevenire aggressioni. Se i russi dovessero giungere in Transnistria e da lì, con la collaborazione della Bielorussia, chiudere l’asse nord-sud a ovest di Kyiv, la guerra diventerebbe davvero difficile da vincere per l’Ucraina. E’ improbabile, però, che la Russia riesca a realizzare questo scenario, a meno che non consegua avanzamenti decisivi nell’Ucraina meridionale. Presidiare con soldati europei i confini con Bielorussia e Transnistria comporterebbe un basso rischio per gli occidentali e permetterebbe alle truppe ucraine di rinforzare il fronte contro la Russia.

Per l’Europa sarebbe un’esplicita entrata in guerra, pur fuori dalle zone di combattimento. Richiederebbe un certo coraggio politico. A un prezzo relativamente basso, darebbe però segno alla Russia che gli europei hanno smesso di chiacchierare e sono pronti a difendere le loro democrazie di fronte all’aggressione di Mosca. Si tratta di uno scenario di odioso cinismo: si tengono i soldati europei in zone poco esposte e si mandano quelli ucraini a morire sul fronte per la sicurezza di noi tutti. E’ l’unico scenario, però, che forse si potrebbe realizzare in concreto oggi, oltre alla fornitura di armi, di fronte all’assottigliarsi delle riserve di soldati ucraini.

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TERZA OPZIONE: SE L’UCRAINA PERDE, DIFESA IMPROVVISATA

Molti escludono che la Russia aggredirà a breve altri Paesi, perché sfiancata dallo sforzo bellico in Ucraina. Ciò è vero, se si pensa a un’aggressione su larga scala. Non vi è bisogno, però, che invada tutto il territorio dei Paesi più probabili candidati alla sua prossima avventura bellica. E’ sufficiente che la Russia colpisca qualche città o regione dei Paesi baltici, della Polonia o della Romania, facenti parte della NATO e dell’Unione europea, per gettare nel panico le cancellerie occidentali. Questa eventualità può realizzarsi anche in pochi mesi, se permettiamo che la Russia stabilizzi il fronte ucraino.

Sarebbe chiara, a quel punto, la verità che chi conosce la dottrina della Russia ripete da anni: l’obiettivo del Cremlino non è conquistare l’Ucraina, ma assumere il controllo dell’Europa, con mezzi politici e militari. Gli eserciti europei dovranno allora mobilitarsi in frett’e furia, tra cento discussioni e mille distinguo, mentre la Russia avanzerà. Soldati francesi, tedeschi, italiani dovranno combattere sul terreno, non più da posizioni di relativa sicurezza, ma in una guerra continentale che recherà le perdite umane e materiali di ogni guerra.

Se nulla cambierà a Washington, per la prima volta dopo lo sbarco in Normandia gli europei dovranno affrontare la propria difesa senza la certezza di essere coperti dagli Stati uniti. Questa volta potrebbero non arrivare ragazzi dal Nebraska o dall’Ohio, per salvare gli europei dai dittatori a cui hanno spalancato da soli le porte delle loro case.

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Se i governi europei non reagiranno all’avanzata della Russia, diventeranno cadaveri politici nelle mani di Vladimir Putin. Da quel momento dovranno eseguire qualunque ordine proverrà da Mosca, sotto minaccia di ulteriori avanzamenti dell’esercito russo o dell’uso dell’arma nucleare.

Ucraina, guerra, situazione
Kyiv, obelisco di Majdan Nezaležnosti | © Silver Ringvee

LE CAUSE DELLA SITUAZIONE ATTUALE

Lo spazio d’azione dell’Occidente si limita oggi ai tre scenari appena descritti: ogni alternativa comporta l’accettazione della prepotenza russa e la prevalenza dell’uso della forza sul diritto internazionale. La guerra in Ucraina si sta sviluppando in modo sfavorevole per l’Occidente. Ciò non significa che Ucraina ed Europa siano condannate alla sconfitta e che la Russia possa andar sicura della vittoria. Siamo lontani, però, dalle certezze di pochi mesi fa.

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Oltre alle cause militari, materiali e politiche dell’indebolimento dell’Occidente, vi è una causa intellettuale, dalla quale discendono tutte le altre: l’incapacità di politici, giornalisti e altri attori del dibattito pubblico nel misurare la minaccia che la guerra rappresenta per l’Europa e tutto il mondo libero. In alcuni casi, questa incapacità è dovuta a incompetenza nell’analizzare lo scenario russo. In altri casi, governanti e operatori dei media comprendono il pericolo al quale siamo esposti, ma lo tacciono all’opinione pubblica, perché consapevoli che parlarne può far perdere elettori e ascoltatori.

L’incompetenza nel giudicare le azioni della Russia si annida anche nelle funzioni che sarebbero chiamate a fornire consulenze ai governi e informazione alle popolazioni. Si può accettare, che un capo di governo o un ministro non parlino russo e non siano specializzati sullo scenario postsovietico; è ammissibile, che un cittadino non riesca a interpretare da solo le dinamiche di una guerra.

Non si può tollerare, invece, che responsabili di centri studi, docenti universitari e giornalisti manchino della preparazione necessaria. Gli interventi delle voci che dominano il dibattito pubblico, specialmente in Italia ma non solo, denotano gravi deviazioni, nella valutazione della Russia, quando non aperto collaborazionismo con il regime di Putin. Le eccezioni a questo sfacelo intellettuale esistono, ma sono poche ed emarginate.

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Le carenze intellettuali negli USA: se l’Ucraina perde la guerra…

Durante l’annuale Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza, tenutasi a febbraio, il dibattito che ha coinvolto i deputati degli Stati uniti non era mai sceso così in basso. In due distinti incontri, due senatori statunitensi hanno mostrato totale indifferenza alla sfida posta dalla Russia all’ordine mondiale. Uno dei senatori si è spinto ad affermare che Vladimir Putin, a suo giudizio, non rappresenta una minaccia per l’Europa; certo, è un dittatore, ma i suoi interessi devono essere considerati. Gli Stati uniti, piuttosto, devono preoccuparsi di proteggere la loro frontiera con il Messico rispetto ai flussi di migranti irregolari.

In questi giorni Donald Trump ha spiegato in che modo intende fermare la guerra in Ucraina, se tornerà presidente: cessando gli aiuti e convincendo Zelensky a cedere il Donbas e la Crimea alla Russia. Le affermazioni dei due senatori e quelle di Donald Trump non sono solo false e grossolane, non degne di parlamentari e di un candidato presidente dell’unica superpotenza globale. Chi parla così denota un vuoto intellettuale che lo rende incapace di combinare in un ragionamento articolato le implicazioni giuridiche, militari e politiche delle proprie affermazioni.

Che la guerra di Putin non sia limitata al Donbas e alla Crimea, e nemmeno all’Ucraina, ma sia una minaccia concreta per tutta l’Europa, è documentato dai fatti e dalla dottrina di politica estera sviluppata in Russia da quasi trent’anni. Lo spazio di negoziato tra Russia e Ucraina sui territori occupati non esiste, per ragioni giuridiche oggettive. La questione ucraina, la NATO e il ruolo degli Stati uniti nel mondo non si possono confondere con i flussi di migranti alla frontiera con il Messico, per quanto grave sia anche quella situazione.

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Le radici lontane dell’incapacità di giudizio

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Osservando la condotta dei Paesi occidentali, in particolare degli Stati uniti e della Germania, si ha l’impressione che i governi vogliano sostenere l’Ucraina, ma senza sconfiggere la Russia. Sperano forse che si giunga a uno stallo che permetta di congelare il fronte e riprendere normali relazioni con Mosca. E’ un obiettivo errato e pericoloso che nasce da due radici.

Negli Stati uniti, sotto questo aspetto l’età del presidente Biden può davvero giocare un ruolo. I politici che hanno vissuto la Guerra fredda si sono formati in un mondo in cui i due emisferi avversari, quello occidentale e quello sovietico, si contrapponevano con asprezza, ma erano consapevoli di non avere interesse a scendere in guerra l’uno contro l’altro. In caso di divergenze, era sufficiente un avvertimento o un atto dimostrativo, per calmare le acque. Oggi, invece, l’Occidente non ha un avversario, nella Russia, ha un nemico convinto che sia nel suo interesse scendere in guerra, approfittando della nostra debolezza morale e militare.

Questo è un mutamento culturale profondo, nelle relazioni internazionali, intervenuto dopo la fine della Guerra fredda e fondato sulle dottrine di politica estera elaborate in Russia sin dalla seconda metà degli anni Novanta, ancora oggi in gran parte ignorate o sottovalutate, in Occidente. Il mutamento venne alla luce nel 2007 con il celebre discorso di Vladimir Putin alla Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza; trovò la prima attuazione l’anno successivo, quando la Russia invase parte della Georgia e Putin si accorse che il resto del mondo lo lasciava fare.

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La situazione se l’Ucraina perde: il mondo ha cambiato passo

Molti politici abituati a un contesto anni Settanta e Ottanta faticano a capire questo cambio di passo: lo si notava anche in Henry Kissinger, scomparso di recente. Ancora pochi anni fa, Kissinger proponeva sull’Ucraina analisi fondate sulla vecchia logica della Guerra fredda; aveva inquadrato solo tardivamente la portata della questione, dopo la ripresa dei combattimenti nel febbraio del 2022.

La stessa difficoltà di analisi si udiva e si ode nei leader che furono protagonisti della politica tedesca verso l’Unione sovietica degli anni Settanta, la cosiddetta Ostpolitik – e questa è la seconda radice degli errori di oggi. La Ostpolitik si sviluppò intorno al celebre cancelliere Willy Brandt e a uomini di grande abilità e intelligenza, che seppero costruire un gioiello di equilibrio tra est e ovest, per il mondo di allora. Sulla radice della Ostpolitik si innesta l’attuale cancelliere Olaf Scholz.

La politica di compromesso con un’Unione sovietica che non aveva interesse a una guerra, cinquant’anni or sono, non può essere ritentata oggi, perché diventa complicità con una Russia che ha interesse allo scontro con l’Occidente per ricostruire e allargare il suo impero perduto. Inoltre, oggi non si vedono, in politica, uomini e donne della stessa levatura e saggezza di quelli che seppero tessere la tela della Ostpolitik mezzo secolo fa.

La visione del mondo di Joe Biden e quella di Olaf Scholz – più giovane, ma cresciuto nell’attivismo pacifista degli anni Ottanta – si incontrano nell’incapacità di vedere il mutamento profondo delle relazioni globali dalla fine degli anni Ottanta a oggi – o forse, pur vedendolo, sono accomunati dall’indecisione nell’agire fino in fondo, oltre le parole, di fronte alle sfide che il cambiamento impone.

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La Russia dopo la guerra

La fine dell'Unione sovietica
Il racconto in video della fine dell’URSS – di Luca Lovisolo

La convinzione che con la Russia sia possibile riprendere normali relazioni, dopo la fine o il congelamento della guerra in Ucraina, è un altro grave errore di valutazione suggerito dalla scarsa conoscenza della realtà russa. In Russia non esiste un terreno dal quale possano sorgere in breve tempo una società civile, una classe dirigente e uno Stato capaci di essere partner affidabili per l’Occidente. Bisognerà attendere almeno una, ma forse due o tre generazioni, per arrivarci. Nel frattempo, con la Russia si dovranno mantenere relazioni prudenti e limitate al necessario, in attesa che maturino al suo interno le condizioni di un partenariato pieno. L’eventuale uscita di scena di Vladimir Putin non cambierà questo scenario, poiché le radici dei malanni russi affondano molto oltre la persona del presidente.

I governanti europei sono di fronte a decisioni epocali. Alcuni hanno capito la gravità della minaccia russa per tutto il Continente. Sono i dirigenti dei Paesi dell’Europa nord-orientale, in un arco tracciato dalla Svezia alla Repubblica ceca, passando per gli Stati baltici e la Polonia. Dopo un lungo tentennare, anche il presidente francese Emmanuel Macron sembra aver afferrato che la Russia non si fermerà all’Ucraina.

I dirigenti di altri Paesi, come Italia, Germania, Spagna o Austria, sono ancora convinti di avere il potere di decidere loro, se mandare o no soldati europei in Ucraina. Non hanno questo potere. A decidere se e quando gli eserciti europei entreranno in guerra a fianco dell’Ucraina contro la Russia sarà Vladimir Putin, nel momento in cui l’esercito russo compirà qualche atto che renderà inevitabile la mobilitazione delle forze armate continentali a protezione della libertà e sovranità degli Stati d’Europa.

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SE L’UCRAINA PERDE, ABBASSARE I TONI CON LA RUSSIA?

Chi conosce la Russia sa che questo non è il momento per abbassare i toni, verso Mosca. Bisogna, invece, alzarli il più possibile, senza paura di assumere posture nette sui principi e sulle sanzioni. Quello delle sanzioni è un capitolo delicato. Ottengono solo risultati parziali anche perché non vengono attuate con sufficiente coerenza. L’Occidente dovrebbe innanzitutto imporre con efficacia le misure sanzionatorie verso la Russia, oltre a fornire le armi e il supporto politico necessari: lo ha ricordato Arsenij Jacenjuk, già primo ministro dell’Ucraina, in una recente >intervista con il giornalista Dmitrij Gordon.

Il 13 maggio 1940, all’inizio della Seconda guerra mondiale, nel suo discorso di insediamento come primo ministro, Winston Churchill usò parole che sono rimaste tristemente celebri. Era appena salito al governo dopo la partenza di Neville Chamberlain, che si era illuso di aver ottenuto la pacificazione con la Germania di Hitler, come oggi molti si illudono di ottenere la pacificazione con la Russia di Putin. Il pezzo di carta firmato da Chamberlain a Monaco nel 1938 non fermò Hitler; un accordo sulla cessione del Donbas e della Crimea alla Russia non fermerà Putin.

Quando salì al governo, Winston Churchill ammonì il parlamento e la cittadinanza inglesi che in quell’ora del destino sarebbero serviti «sangue, lacrime, fatica e sudore,» per evitare che l’Europa cadesse nelle fauci della peggior dittatura di quel tempo. Quell’ora è tornata, qui e adesso, per noi. Siamo ancora in tempo, ma per poco, a evitare di cadere nelle grinfie del regime russo ed evitare anche una guerra generalizzata, ma dobbiamo agire in fretta.

Tra non molto tempo non potremo più salvare capra e cavoli: dovremo scegliere tra l’una o l’altra sventura, senza escludere che ci travolgano entrambe.

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Luca Lovisolo

Lavoro come ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. Il mio corso «Capire l'attualità internazionale» accompagna chi desidera comprendere meglio i fatti del mondo. Con il corso «Il diritto per tradurre» comunico le competenze giuridiche necessarie per tradurre testi legali da o verso la lingua italiana.

Commenti

  1. Leopardi Stefano ha detto:

    Buongiorno Luca.

    Ho scoperto il sito (quasi) per caso. E lo leggo con molto interesse, come alcuni volumi. Purtroppo non riesco più a trovare da nessuna parte “L’Italia vista da fuori: da giugno a dicembre 2018”, mi piacerebbe davvero molto…ma purtroppo ho scoperto la sua esistenza troppo tardi (già fuori catalogo). Non è pensabile una ristampa o quantomeno una edizione solo digitale (per contenere i costi)?

    Venendo all’articolo: sempre affascinanti e profonde le considerazioni sia tattiche che strategiche. Ma leggendo anche qualche articolo più vecchio (ed è per questo che QUEL libro che ho citato mi interesserebbe davvero TANTO, ma TANTO leggerlo), non è che per caso alcuni pezzi della politica e della relativa società civile “di riferimento” NON solo sono “indifferenti” ad un eventuale predominio del “modello” russo di società. MA anzi: in qualche modo lo anelano, tale modello?!? Se così fosse, io uso dire con gli amici quando si parla di queste “faccende”, il pericolo non sarebbe tanto che i carri russi arrivassero a Parigi (o Lisbona o altrove). Ma che Putin (o chi per lui, quando lui non ci sarà più) possa arrivarci in Volo di Stato, con passerella sui Campi Elisi accolto da folle festanti (almeno quelle non “dissidenti”). Cioè che la Russia, questa guerra, la possa vincere nelle urne. Senza nemmeno troppo bisogno di sparare un colpo.

    Tant’è che vedo nell’invasione dell’Ucraina un gesto “estremo” dettato dal fatto che dopo la cacciata di Janukovic non c’era più possibilità alcuna di ribaltare le sorti (e le alleanze) del Paese in modo “democratico” (volutamente tra virgolette, da intendersi come un “senza scatenare una guerra”). Non potrebbe darsi che in alcuni politici (e in non pochi cittadini) possa prevalere la sensazione che sia meglio “fare il patto con il diavolo” pur di evitare una guerra?
    Non nascondo che la cosa abbia solleticato anche me, in momenti di sbandamento. L’unica cosa che riesce a tenermi distante quanto basta da quell’idea è il fatto che poi il diavolo, prima o poi, il patto lo viene a riscattare. E non potrai MAI sapere in anticipo cosa vorrà in cambio. Sai solo che lo dovrai fare, qualunque cosa essa sia. E per carità, potrebbe anche piacerti molto ciò che ti chiede di fare! Ma di solito…è il contrario.

    • Luca Lovisolo ha detto:

      Buongiorno,

      Grazie per il Suo apprezzamento. Non credo che il libro «L’Italia vista da fuori» sarà ristampato, per diverse ragioni tecniche e perché si riferisce a fatti di ormai diversi anni fa. Sono d’accordo con Lei che l’avanzata della Russia sull’Europa avverrà più facilmente per vie politiche, attraverso governi europei compiacenti. Per evitarlo, però, è necessaria anche un’adeguata capacità di dissuasione militare. Cordiali saluti. LL

  2. Manrico Cesaro ha detto:

    È un quadro complicato e molto preoccupante quanto veritiero. Da un lato la Russia si muove per un istinto di espandersi e ritagliarsi un ruolo determinante nell’equilibrio del mondo, senza troppi scrupoli. Dall’altro un occidente “grasso” e “annoiato”, con perplessità nel riconoscere i suoi valori di libertà e democrazia e, pigro nel volerli difendere. Un’Europa ancora assopita da ottant’anni di pace che forse riteneva scontata.

    • Luca Lovisolo ha detto:

      E’ così, purtroppo.

  3. Antonino Monaco ha detto:

    Buonasera Lovisolo,

    ancora una volta – ma non è una novità – la sua analisi è realistica ed esaustiva e mette a nudo le criticità, le illusioni e le miopie dei governi occidentali. Purtroppo, nell’Europa mediterranea non abbiamo leader di spessore (ad esclusione parrebbe di Macron) in grado di staccare il cordone ombelicale geografico che lega alcune nazioni alla Russia.

    Le azioni e le reazioni politiche, diplomatiche e militari odierne rispecchiano in maniera drammatica quanto avvenne dagli inizi degli anni ’30 sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Quello che mi fa rabbia come cittadino è constatare amaramente che una buona parte dei giovani italiani – e anche dei meno giovani, mi permetto di dire – non ha studiato né vuole prendere in mano un libro di storia per capire cosa è successo e cosa potrebbe succedere ancora, se non si acquisisce in tempo la convinzione che agire adesso è fondamentale per non pagare dopo un prezzo eccessivamente alto.

    Purtroppo, il ventre molle della opinione pubblica occidentale si ostina a non vedere. L’”ora più buia” si sta per ripresentare alla porta del presente della storia. Mi permetto infine di farle notare una svista in merito alle celebrazione NATO (75 anniversario). Cordiali saluti e buon lavoro. AM

    • Luca Lovisolo ha detto:

      Karl Popper ci ha insegnato che la Storia non si ripete davvero mai uguale. La condizione, però, aggiungo io, è che noi vogliamo agire per sottrarla agli automatismi e indirizzarla a buon porto. Staremo a vedere. Grazie per la segnalazione, ho rettificato la svista. Cordiali saluti. LL

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Luca Lovisolo

Lavoro come ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. Con le mie analisi e i miei corsi accompagno a comprendere l'attualità globale chi vive e lavora in contesti internazionali.

Tengo corsi di traduzione giuridica rivolti a chi traduce, da o verso la lingua italiana, i testi legali utilizzati nelle relazioni internazionali fra persone, imprese e organi di giustizia.

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