Guerra d’Ucraina: seconda fase e «nuovi» obiettivi

La guerra d'Ucraina punta nella seconda fase sulla Novorossija
Guerra d’Ucraina: la seconda fase per ricostituire la Novorossija | Odessa, Teatro dell’Opera – © Aleksej Savčenko

La guerra in Ucraina nella «seconda fase» annunciata dai russi. Le affermazioni del generale Minnekaev a Ekaterinburg e l’analisi degli obiettivi del conflitto. Il ritiro dalla regione intorno a Kyiv. Le truppe russe si ridispiegano a est, ma l’avanzata è lenta. Perché nelle città occupate dai russi tornano i simboli dell’Unione sovietica. La questione del referendum annunciato dai russi nella regione di Cherson.


Il 22 aprile 2022 i media russi hanno diffuso una nota che rende espliciti gli obiettivi della guerra in Ucraina: una «seconda fase» del conflitto, iniziata con il ritiro dell’esercito russo dai dintorni di Kyiv. Il testo è stato diffuso dalle agenzie >Interfax e >TASS.

Poche righe che offrono però molti spunti, per definire la situazione della guerra, a due mesi dal suo inizio; spiegano il suo possibile sviluppo e forniscono numerosi altri dettagli. Non si tratta di una nota pubblicata da un ministero: sono espressioni riprese da una relazione pronunciata a Ekaterinburg dal generale maggiore Rustam Minnekaev, vicecomandante della Regione militare centrale, durante l’assemblea annuale della >Unione delle industrie militari della regione di Sverdlovsk.

E’ insolito che una tale dichiarazione provenga da un militare non di primo piano. Non si può credere, però, che questa uscita non sia concordata con i vertici: se si fosse trattato di una gaffe, non sarebbe stata ripresa dalle principali agenzie di stampa russe, che non l’hanno cancellata; un articolo comparso per errore il 26 febbraio sul sito dell’agenzia RIA Novosti, dal quale emergeva il fallimento dei piani di conquista russi sulla città di Kyiv, è stato rimosso a tempo di record poco dopo la pubblicazione.

Guerra d’Ucraina, seconda fase: cosa dice la dichiarazione di Ekaterinburg

Ecco i punti salienti della dichiarazione di Ekaterinburg, in riferimento alla guerra in Ucraina:

«С начала второй фазы спецоперации, она уже началась буквально два дня назад, одной из задач российской армии является установление полного контроля над Донбассом и Южной Украиной. Это позволит обеспечить сухопутный коридор в Крым, а также воздействовать на жизненно важные объекты украинской экономики […] Контроль над югом Украины – это еще один выход в Приднестровье, где также отмечаются факты притеснения русскоязычного населения.»

«Dall’inizio della seconda fase dell’operazione speciale, che ha preso il via letteralmente due giorni fa, uno dei compiti dell’esercito russo è stabilire il pieno controllo sul Donbass e sull’Ucraina meridionale. Ciò permetterà di realizzare un corridoio di terra verso la Crimea e di intervenire su infrastrutture economiche vitali per l’Ucraina. […] Il controllo sull’Ucraina meridionale è un ulteriore sbocco verso la Transnistria; anche là si registrano casi di oppressione della popolazione di lingua russa.»

Legga anche: La Russia ha attacato l’Ucraina: e adesso?

La dichiarazione di Ekaterinburg non è stata smentita, né dal Cremlino né dal Ministero della difesa russo. Facendo circolare queste comunicazioni semi-ufficiali, il regime diffonde informazioni a beneficio delle sue stesse forze armate. Queste sono bisognose di una carica di morale che sembra ogni giorno più carente; inoltre, Mosca mira a intimidire gli Stati coinvolti dalla guerra e offre nuovi argomenti ai suoi molti sostenitori occidentali. Intanto, con queste uscite il Cremlino saggia le reazioni internazionali ai suoi propositi, senza esporsi con dichiarazioni ministeriali più impegnative. Un caso simile si era verificato con l’articolo pubblicato qualche settimana fa dall’agenzia RIA Novosti (>qui), firmato da un giornalista di non grande peso, ma contenente importanti dettagli a proposito della cosiddetta «denazificazione» dell’Ucraina.

GUERRA RUSSIA-UCRAINA: LA SITUAZIONE OGGI

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La Russia si è ritirata dal nord dell’Ucraina. Mosca ha presentato il ritiro come atto di buona volontà, per favorire il successo dei negoziati di pace. Sul terreno, in realtà, nella periferia di Kyiv l’esercito russo ha incassato una pesante sconfitta, militare e d’immagine. I suoi convogli non sono riusciti ad avanzare fino alla capitale, sono stati fermati dalla resistenza ucraina alcune decine di chilometri fuori città. Nella loro fuga precipitosa dall’imminente contrattacco, i militari russi hanno lasciato sul terreno i pietosi resti dei massacri di Buča, Borodjanka e delle altre località devastate con gratuita crudeltà.

Nei giorni successivi, le truppe russe si sono ridispiegate a est dell’Ucraina. Secondo i ripetuti comunicati, lo scopo dichiarato del ridispiegamento è la «liberazione» del Donbass e delle popolazioni di lingua russa che vi risiedono. Da qualche giorno, le truppe russe, rinforzate dai nuovi arrivi in zona operazioni, hanno intensificato i combattimenti nell’oriente ucraino.

Da febbraio a oggi, però, proprio nel Donbass le truppe russe hanno compiuto avanzamenti assai modesti, nonostante i massicci interventi dell’artiglieria. Una delle cause è che l’esercito ucraino, in quella regione, non è colto di sorpresa. Presidia da otto anni la linea di contatto con i territori delle repubbliche autoproclamate di Donec’k e Lugansk. Ricordiamo che la Russia sostiene questi due Stati-fantoccio sin dal 2014; l’obiettivo ufficiale dei combattimenti iniziati il 24 febbraio – definiti dai russi «operazione militare speciale» – è, per l’appunto, sostenere le forze armate delle due repubbliche separatiste contro la resistenza dell’esercito regolare ucraino.

GUERRA D’UCRAINA, SECONDA FASE: COSA C’È DI NUOVO

La dichiarazione di Ekaterinburg non dice nulla di nuovo, per chi conosce la base filosofico-politica delle azioni russe. E’ utile perché comunica gli obiettivi parziali della guerra anche all’opinione pubblica occidentale. In Europa, molti pensano che la guerra tra Russia e Ucraina sia una diatriba limitata a questi due Paesi e alla questione del Donbass. Questa convinzione è rafforzata da un’informazione non sempre dettagliata, sul conflitto e sulle sue radici.

La dichiarazione di Ekaterinburg prefigura il controllo russo non solo sul Donbass, ma anche sull’Ucraina meridionale. Nel frattempo, anche la città di Charkiv subisce attacchi, benché non si trovi nel Donbass e nemmeno nel sud, ma nel nord-est dell’Ucraina. Per il controllo completo dell’Ucraina meridionale, ai russi mancano Mykolaïv, Odessa e Mariupol. Quest’ultima è assediata e distrutta, ma non ancora del tutto in mano russa.

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Il governatorato della «Nuova Russia» intorno al 1800 | © Roman Dnepr – CC BY-SA 3.0 (l’immagine ha puro scopo orientativo)

Sulla carta geografica, l’obiettivo della guerra d’Ucraina «seconda fase» assomiglia sempre più alla ricostituzione dell’antica Novorossija, o «Nuova Russia.» Questo nome indicava un governatorato dell’Impero zarista, costituto nella seconda metà del Settecento, durante le conquiste russe intorno al Mar Nero e al Mar d’Azov. Comprendeva la costa dell’Ucraina, da Donec’k verso sud-ovest. Non includeva le regioni ucraine a nord-est, intorno a Charkiv.

Alla Novorossija si aggiunse la Crimea e infine la Transnistria, al confine con l’odierna Moldova. Il suo ultimo capoluogo fu Odessa. La Russia perse la Novorossija nelle sconfitte della Prima guerra mondiale, prima di ripiegarsi su se stessa per la Rivoluzione d’ottobre. Nel 1918, con il trattato di Brest-Litovsk, il territorio della Novorossija venne aggregato all’Ucraina. Con la vittoria dei Bolševiki, nel 1921 la Crimea fu distaccata dall’Ucraina e unita alla Russia sovietica, con uno statuto di autonomia.

Il ritorno del progetto Novorossija

Il progetto di ricostituire la Novorossija era già emerso all’inizio dell’aggressione contro l’Ucraina, nel 2014. Sui media russi, in quei mesi, circolavano martellanti filmati che rievocavano la grandezza storica e culturale della Nuova Russia. I dibattiti politici facevano riferimento alla necessità di riportare il controllo russo sul Mar nero, proprio attraverso la ricostituzione dell’antico governatorato di Novorossija, sottraendo all’Ucraina il territorio costiero sino a Odessa.

Nel maggio del 2014 fu già proposta una federazione chiamata Novorossija, formata dai due territori separatisti del Donbass, ma ebbe vita breve. La Russia non riuscì a realizzare il progetto. Gli ucraini respinsero i separatisti filorussi a est, nel ridotto delle piccole repubbliche autoproclamate di Donec’k e Lugansk. Quando i russi, oggi, indicano come obiettivo della «seconda fase» della guerra d’Ucraina, il controllo sul sud del Paese, dichiarano di riprendere il programma di ricostituzione della «Nuova Russia,» fermo da otto anni; riconoscono pure che non è stato possibile riportare l’intera Ucraina sotto il regime di Mosca, raggiungendo Kyiv per capovolgere il governo.

Attraverso il dominio sul Mar Nero, però, la Russia vuole impedire all’Ucraina l’accesso al mare, in particolare ai porti di Odessa e Mariupol, sue principali fonti di sviluppo economico; sarà questione di tempo, pensano i russi, e l’Ucraina cadrà comunque nelle braccia di Mosca. Per questi motivi, il mutamento di programma annunciato il 22 aprile con la dichiarazione di Ekaterinburg è solo apparente. La base della guerra mossa dalla Russia resta la pretesa di possesso sui territori che furono dell’Unione sovietica e, ancora prima, dell’Impero russo.

Le ragioni storiche di Putin: facili da smentire

Ogni passo della guerra d’Ucraina, nella seconda fase come nella prima, è motivato da Putin secondo presunti diritti acquisti per ragioni storiche. Sono ragioni dai toni solenni, ma sono facili da smentire: sino all’arrivo dei russi, le terre della Novorossija appartennero agli Ottomani. In Crimea vivono ancora oggi popolazioni musulmane che parlano lingue di ceppo turco, eredi di quel passato. Seguendo la perversa logica storica di Vladimir Putin, anche la Turchia, Stato successore dell’Impero ottomano, avrebbe titolo di appropriarsi della Crimea e della costa dell’Ucraina.

Prima ancora, su una parte della Crimea governò la Repubblica di Genova, che insediò laggiù una colonia per i suoi commerci verso oriente. Tuttora, sulla costa sud della Crimea, si può ammirare l’antica fortezza di Soldaia, costruita dai genovesi nel quattordicesimo secolo; il territorio appartenne anche alla repubblica di Venezia.

Tornando ancor più indietro nella Storia, quei luoghi furono possedimento dei Greci. L’Italia o la Grecia dovrebbero oggi riconquistare la Crimea e le coste del Mar Nero, vantando un diritto storico di possesso su quelle località? Secondo i principi che Vladimir Putin applica alla guerra d’Ucraina, la risposta sarebbe sì. La Storia, però, non è l’unica fonte del diritto di sovranità degli Stati: se così fosse, saremmo tutti in guerra contro tutti, sempre.

GUERRA D’UCRAINA, SECONDA FASE E REFERENDUM DI CHERSON

Nella stessa direzione – la ricostruzione della Novorossija – si muove lo svolgimento di un referendum nella città ucraina di Cherson. Andrà di pari passo con la seconda fase della guerra d’Ucraina. La consultazione è stata annunciata dai russi per la costituzione di una «Repubblica popolare di Cherson» autoproclamata, sul modello di quelle di Donec’k e Lugansk. Cherson si trova sotto occupazione russa dalle prime settimane di guerra. La sua posizione geografica è strategica, perché permette di unire la penisola della Crimea alla Russia. E’ il «corridoio di terra» di cui parla la dichiarazione di Ekaterinburg.

I referendum tenuti nei territori occupati non possono ambire ad alcuna legittimità. Non producono alcun effetto giuridico, né per la legge ucraina né per il diritto internazionale. Sono consultazioni organizzate da una potenza occupante, che controlla tutte le fasi del loro svolgimento. I risultati sono gestiti dagli occupanti stessi e non possono essere verificati da nessun osservatore internazionale indipendente. L’organizzazione avviene coinvolgendo funzionari locali collaborazionisti od obbligati a piegarsi alla volontà degli invasori, facendo leva su parti minoritarie di popolazione favorevoli alla Russia.

I referendum servono però al Cremlino per vantare, di fronte al mondo, di aver avuto il consenso popolare alla sottrazione di quei territori all’Ucraina. Anche a Cherson ci si può attendere un risultato favorevole superiore al 90%, come nei referendum tenutisi in Crimea e nel Donbass. E’ chiaro che tali risultati non rispecchiano gli orientamenti della popolazione.

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L’aggressione russa e le nostalgie sovietiche

Presso persone socialmente più deboli e anziane, l’avvicinamento alla Russia suscita un fascino perverso. Vi sono parti di società ucraina – e anche di altri Paesi ex sovietici – che non hanno saputo adattarsi all’economia di mercato e alla società aperta, dopo la caduta dell’Unione sovietica; vedono oggi, nell’arrivo dei russi, il miraggio del ritorno alla società monocolore ma rassicurante del comunismo.

La Russia non si fa scrupolo di alimentare queste nostalgie, per carpire il consenso di quelle fasce di cittadini. In queste settimane, nei territori ucraini occupati dalla Russia, compaiono le bandiere rosse con falce e martello e vengono ricostruiti i vecchi monumenti a Lenin, che giacevano smontati e accatastati nei magazzini. Sotto il profilo economico e sociale, la Russia neo-imperiale di Putin non ha nulla a che vedere con il comunismo. Il ritorno dei simboli sovietici fa leva sulle nostalgie dei più deboli e anziani, per sostenere le pretese territoriali del Cremlino.

Legga anche: Ucraina, Russia, Bielorussia: capire le radici dell’attualità

Se a Cherson si terrà il referendum per la costituzione di una Repubblica autoproclamata, ciò non produrrà il passaggio immediato del territorio al governo di Mosca. Nascerà un piccolo Stato-fantoccio non riconosciuto dal resto del mondo, se non da pochi governi compiacenti alla Russia. L’amministrazione esisterà solo grazie al supporto del Cremlino. I territori da Charkiv a Odessa saranno poi fusi in una sola unità amministrativa chiamata Novorossija, come l’antico governatorato imperiale. Questo territorio sarà poi aggregato alla Russia, negli intenti del Cremlino, vantandolo come esito della guerra d’Ucraina «seconda fase.»

GUERRA, SECONDA FASE: LA POSIZIONE DELLA TRANSNISTRIA

Un cenno a parte merita la regione della Transnistria. Si tratta di una piccola striscia di terra facente parte della Repubblica di Moldova; quest’ultima, a sua volta, è sorta nel 1991 dallo scioglimento dell’Unione sovietica. La Moldova fece parte della Romania sino al 1939, quando il Patto Molotov-Ribbentrop la assegnò all’Unione sovietica.

La Moldova era ed è tuttora un Paese di lingua e cultura prevalentemente romene. La popolazione sovietica che colonizzò il territorio s’installò nella sua parte più orientale, la Transnistria appunto, e promosse lì i maggiori insediamenti industriali. Allo scioglimento dell’Unione sovietica, la popolazione di lingua russa della Transnistria entrò in conflitto con il resto della Moldova; si costituì in quel frangente una repubblica autoproclamata di Transnistria.

Cominciò uno scontro militare tra le forze della repubblica autoproclamata e quelle della Moldova, tuttora congelato con l’intervento di militari e paramilitari russi. E’ in questa la regione – sempre secondo i russi e stando alla dichiarazione di Ekaterinburg – che si registrerebbero «casi di oppressione della popolazione di lingua russa.»

L’intento di Mosca di proteggere le popolazioni russofone è un evidente pretesto. In questi due mesi di guerra, la Russia ha portato le maggiori distruzioni proprio sulle città e regioni dove la lingua russa è più diffusa. Nel programma della Russia, l’utilità di un’invasione della Transnistria è un’altra. Con questa mossa, Mosca stringerà ancor di più la morsa intorno all’Ucraina e muoverà un altro passo verso la realizzazione del sogno neo-imperiale di Vladimir Putin.

Legga anche: Putin tutela la lingua russa in Ucraina? Falso.

La Russia è pronta ad aggredire altri Stati

Sembra difficile, oggi, che la Russia abbia forze e abilità sufficienti per sfondare e giungere in Transnistria, superando Mykolaïv e Odessa. Non sappiamo ciò che accadrà nelle prossime settimane, però. Il fatto che la Russia indichi esplicitamente questo obiettivo, significa intanto che è pronta a coinvolgere nel conflitto un altro Stato, la Moldova.

Guerra ucraina: il ruolo della Transnistria
Guerra d’Ucraina: la seconda fase verso la Transnistria | © Bogdangiusca – GNU FDL

Poco importa, nei programmi del regime russo, quali frontiere si debbano forzare. Per Vladimir Putin, gli Stati nati dalla fine dell’Unione sovietica sono «territori della Russia storica fuori dalle frontiere della Federazione russa» – Il presidente ha usato queste parole durante la >conferenza stampa di fine d’anno del 2021. Sono passate inosservate a molti, ma non a chi conosce le vicende storico-giuridiche della regione ex-sovietica.

Questa espressione di Putin riassume con fulminea efficacia il principio che sovrintende alla sua politica di guerra. Una pretesa territoriale, fondata su un presunto diritto acquisito per ragioni storiche, prevale sul diritto internazionale e autorizza la Russia a violare le frontiere degli altri Stati.

E’ la conferma che la politica di espansione russa non è guidata da prospettive regionali o statali. L’ambizione è occupare il territorio che fu dell’Unione sovietica, come erede dell’Impero russo – perciò, potenzialmente, anche altri territori che furono imperiali ma non sovietici. Ciò preoccupa la Finlandia, che fu parte dell’Impero zarista, ma acquisì l’indipendenza nel 1918 e non entrò a far parte dell’Unione sovietica. Per questo motivo, insieme alla Svezia, la Finlandia punta a una rapida adesione difensiva alla NATO. 

Legga anche: Guerra in Ucraina: cinque errori dell’Occidente

GUERRA D’UCRAINA, SECONDA FASE: CONCLUSIONI

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Il libro di Luca Lovisolo
sulla strategia russa in Europa

In precedenti articoli e nel mio libro «Il progetto della Russia su noi» ho spiegato il piano generale del regime russo. La guerra in Ucraina è solo una tappa di questo programma. Nel dibattito pubblico, in Occidente, non manca chi continua a mostrare idee confuse, come se le intenzioni di Mosca fossero misteriose.

E’ bene ricordare che la politica estera del Cremlino dell’ultimo decennio è ben delineata in documenti e atti, accessibili agli studiosi. Alla messe di informazioni già esistenti, si sono aggiunti gli atti compiuti a fine 2021 e i discorsi pronunciati da Putin nel febbraio 2022. La Russia non si accontenta di ripristinare il proprio controllo sui territori che furono dell’Unione sovietica e dell’Impero russo.

A questo intento si affianca l’obiettivo di sottomettere alle volontà del Cremlino l’intera Europa; non per mano militare, ma condizionando l’opinione pubblica, intervenendo nei processi democratici e sostenendo partiti fedeli a Mosca. A questo scopo, dove necessario, Mosca può esercitare pressione con molti strumenti di guerra ibrida: tra questi, il ricatto delle forniture energetiche. Non c’è bisogno di sottolineare quanto il regime di Putin sia vicino a raggiungere questo obiettivo già oggi, in molti Paesi d’Europa.

Da Vladivostok a Lisbona

La dichiarazione di Ekaterinburg, dalla quale siamo partiti, indica che il Cremlino ha rimodulato le tappe intermedie della guerra. Fallita la guerra-lampo concepita nella prima fase, per sottomettere l’intera Ucraina, nella seconda fase si passa alla ricostituzione della Novorossija, sulle coste del Mar Nero e Mar d’Azov. A questa si aggiunge la regione di Charkiv e poi la Transnistria, da sottrarre alla Moldova.

Putin riprende così il programma che dovette accantonare nel 2014. Le sue azioni restano coerenti con il progetto generale. Si modificano i tempi e le dinamiche della realizzazione, ma non l’obiettivo finale, l’egemonia russa sull’Europa da Vladivostok a Lisbona.

L’andamento della guerra in Ucraina deve essere guardato da questa prospettiva. La durata complessiva e il costo del progetto – sia economico sia umano – non sono di primaria importanza. Nella mente dei suoi artefici, si tratta di una strategia che si dipana in una dimensione storica di lungo periodo, non in un programma politico di una o più legislature.

Il progetto poggia su un fondamento politico e ideologico di cui Vladimir Putin è piuttosto esecutore, non unico ideatore. Per questi motivi, l’azione russa ha un respiro capace di estendersi anche oltre il mandato del presidente, se l’Occidente non saprà opporvisi con efficacia.

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8 risposte

  1. Ho letto con interesse e l’articolo mi sembra molto convincente per quanto concerne gli obiettivi a breve termine della guerra, vale a dire la ricostituzione della Novorossija. Mi riesce più difficile capire in che cosa consisterebbe la desiderata egemonia russa sull’Europa, considerando che la Russia ha già una posizione di forza come fornitrice di energia, e ancor più l’avrà, controllando l’Ucraina, anche come fornitrice di cereali e altre materie prime. Al di là di questo controllo economico, che in buona misura c’è già, come si estrinsicherebbe questa egemonia?

    1. Buonasera,

      Installando nelle capitali europee governi che sostengano gli interessi di Mosca. L’Ungheria di Orbán è un piccolo esempio, ancora molto embrionale, di ciò che può diventare uno Stato europeo in mano a un governo guidato dagli interessi della Russia. In Germania, la Russia ha convinto per due decenni i governi a legare a doppio filo il Paese alle sue forniture di gas, ora la dipendenza energetica condiziona le scelte politiche tedesche. Polonia e Bulgaria sono già state «staccate» e siamo solo all’inizio. Servono altri esempi? Ce ne sarebbero tanti, ma forse basta questo. Cordiali saluti. LL

  2. Buongiorno,

    Anzitutto vorrei ringraziarLa per ciò che scrive e per il fatto di condividerlo. Acquisterò il Suo libro “Il progetto della Russia su di noi” perché desidero comprendere ciò che sta accadendo e che inevitabilmente avrà impatto sulla mia vita futura. Le rivolgo una domanda probabilmnete naive (e per questo mi scuso).

    Se è vero che esiste un modo per «non precipitare nell’abbraccio del Cremlino,» Lei crede vi sia una reale volontà da parte del”Occidente/Europa in tal senso?

    La ringrazio,
    Morena

    1. Buongiorno,

      Grazie per il Suo apprezzamento. La Sua domanda è tutt’altro che ingenua. Purtroppo la risposta è più difficile delle apparenze. Se si guarda alle maggioranze parlamentari di molti Paesi europei, si osserva che i partiti legati a Mosca vi hanno presenze considerevoli, in alcuni casi vi formano la maggioranza assoluta. Ciò fa dubitare della volontà di prevenire la caduta nell’abbraccio del Cremlino. Se la guerra sia un messaggio sufficiente per far cambiare idea agli irriducibili sostenitori di Mosca, ho ragione di dubitarne, soprattutto guardando al dibattito pubblico italiano, ma… la speranza è l’ultima a morire. Cordiali saluti. LL

  3. Salve Luca,

    continuo a leggerla e ad ascoltarla perché apprezzo molto le sue analisi, ma dissento spesso (senza intervenire) su certe conclusioni. Ad es. avverto un certo «disprezzo» per le decisioni degli elettorati quando votano partiti «”filorussi.» Secondo me nelle elezioni, la politica estera, l’atlantismo o il filorussismo, contano pochissimo. La gente è attanagliata in primo luogo dai problemi più vicini, cronici o in fase di acutizzazione, come il costo della vita o la disoccupazione, e cercano risposte a questi problemi. I grandi partiti di centro sono distaccati dalla realtà, non solo in Italia. Detto questo, vorrei chiederle se, secondo Lei, il rischio di una guerra nucleare è reale o è solo una minaccia, benché anche la distruzione delle armi convenzionali non sia una passeggiata…

    Grazie

    1. Gentil Fausto,

      Grazie per il Suo commento. Sono consapevole che i partiti filorussi raccolgono consensi primariamente per ragioni di politica interna, ne abbiamo avuta una prova proprio durante le recenti elezioni presidenziali francesi. Tuttavia, quando questi partiti salgono al potere, attuano poi tutta la loro politica filorussa, con le conseguenze che conosciamo. E’ ciò che è successo in Italia nel 2018, quando i partiti populisti conquistarono la maggioranza per ragioni di protesta sociale. Oggi misuriamo le conseguenze della loro politica filorussa.

      L’uso di armi nucleari strategiche (quelle maggiori) è improbabile: se anche Putin decidesse di impiegarle, sotto di lui vi è una catena di comando che potrebbe fermarlo. E’ possibile l’uso di armi nucleari tattiche (di potenza minore). Premettendo che nulla si può escludere di principio, considerate le condotte poste in essere sinora dal Cremlino, giudico poco probabile anche questo. Credo che la questione nucleare sia principalmente un modo per alzare il tono della minaccia, da parte di Mosca. L’Occidente, di fronte a queste rodomontate, dovrebbe mostrare a sua volta toni più decisi.

      Cordiali saluti
      LL

  4. Seguendo i “ragionamenti storici” di Putin e suoi complici, visto che Mosca fu fondata da Juri Dolgorukij, principe di Kiev, l’Ucraina potrebbe vantare diritti su Mosca e sulle altre città oggi russe fondate da Juri. (mia nonna paterna è una Dolgorukij)
    Complimenti comunque per le Sue analisi, che condivido.

    1. Vero, se valesse l’argomento che Russia e Ucraina sono un solo popolo con radici nell’antica Rus’, ad avere il primato sarebbero gli ucraini, non i russi. Cordiali saluti. LL

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