La Russia ha attaccato l’Ucraina, e adesso?

La Russia attacca l'Ucraina
Russia-Ucraina, l’attacco è iniziato | Kyiv, Piazza Indipendenza (© Luca Lovisolo)

La Russia attacca l’Ucraina: non è una guerra di difesa, come vorrebbe Putin. L’evoluzione del conflitto e il possibile obiettivo di Mosca. L’atteggiamento dei cittadini russi rispetto alla guerra. Cambia il concetto di sicurezza in Europa. Siamo pronti alla nuova realtà? Le ipocrisie di politica, media e cultura. Possiamo ancora fermare la Russia? Gli errori che abbiamo fatto e che dobbiamo smettere di fare subito.


Vladimir Putin ha cominciato la guerra d’Ucraina: non c’è altro nome, anche se lui l’ha chiamata «operazione militare speciale» (специальная военная операция) in una serie di discorsi degli ultimi giorni, che hanno superato per delirio ogni precedente. Ha chiesto ai militari ucraini di deporre le armi, dicendo: «I vostri antenati liberarono l’Ucraina dai nazisti tedeschi, adesso non vorrete mica combattere a favore della giunta che vi governa?» L’Ucraina è uno dei pochi Paesi ex sovietici in cui governi e parlamenti vengono eletti in elezioni periodiche e corrette, secondo tutti gli osservatori internazionali; non ci sono neonazisti o neofascisti in parlamento.

Esistono gruppi di estremisti di destra e di sinistra, come ci sono in Italia, in Germania, persino in Svizzera, ma in Ucraina non esiste un regime nazista. Eppure, Putin ha giustificato l’attacco all’Ucraina con il diritto della Russia di difendere se stessa e le regioni ucraine di lingua russa dal pericolo nazista. Secondo lui, l’Ucraina è governata da una «banda di neonazisti e drogati:» ha definito così il governo ucraino, testuali parole (шайка наркоманов и неонацистов). L’Ucraina, pensa Putin, deve essere «demilitarizzata e denazificata.»

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In questi giorni, le sirene e le esplosioni scuotono città che ho visto atterrandoci in aereo, arrivandoci in treno e attraversandole in tram chissà quante volte. Riconosco le stazioni della metropolitana di Kyiv e di Kharkiv, ora convertite in rifugi antiaerei. Mi ripassano davanti i mille volti incontrati in quel Paese. Aspettavo la fine della pandemia per tornarci e continuare il mio lavoro di ricerca; sa il diavolo, adesso, quando si potrà. Eppure, non provo meraviglia: ciò che sta accadendo era nelle carte. Non erano ipotesi, fantasie da ricercatori: era scritto nelle carte, ciò che sta succedendo in queste ore.

LA RUSSIA ATTACCA L’UCRAINA: NON È GUERRA DI DIFESA

Vladimir Putin sostiene di dover difendere gli ucraini di lingua russa dal «genocidio» perpetrato dalle autorità «naziste» dell’Ucraina. Genocidio significa uccisione sistematica di un popolo a causa della sua lingua, etnia o religione. Siamo chiari una volta per tutte: in Ucraina non è avvenuto alcun genocidio. Non se ne trovano riscontri presso nessuna organizzazione internazionale, politica o umanitaria, non ve ne è traccia nelle cronache. L’Ucraina ha moltissimi difetti, ma il dibattito sociale e i media sono liberi quanto basta. Un genocidio ai danni di cittadini ucraini non sarebbe rimasto nascosto a lungo. In Ucraina scoppiano scandali pubblici per molto meno.

In Ucraina ci sono regole per l’uso delle lingue: la legge riconosce una quindicina di lingue, non solo ucraino e russo. A Černivci, pochi anni fa, ho incontrato il direttore del centro culturale romeno. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata in romeno, ho acquistato libri nella libreria romena e mangiato nel ristorante romeno; in città esiste un liceo per i ragazzi di lingua romena.

Il direttore mi ha anche illustrato tutte le difficoltà che incontrava, nel promuovere l’attività del suo centro, i problemi esistono, ma nessuno vieta di parlare e coltivare la lingua romena, come nessuno vieta di parlare e coltivare la lingua russa, in Ucraina: anche in televisione, ucraino e russo si alternano, ciascuno parla la lingua che preferisce e tutti si capiscono. Andate in Ucraina, quando si potrà, e salite su un tram. Sentirete parlare intorno a voi sia russo sia ucraino, in percentuali diverse a seconda della regione in cui vi trovate. Ascoltate le interviste che i giornalisti occidentali mandano in queste ore dalle città bombardate: sotto la traduzione, sentirete che gli ucraini, anche in questi momenti di tensione, rispondono ora in ucraino, ora in russo, qualcuno in inglese.

Il russo diventa lingua dell’invasore

Dopo l’attacco di tre giorni fa, molti ucraini di lingua russa, in casa e su Internet, hanno cominciato a esprimersi in ucraino. Era già successo dopo l’annessione della Crimea, nel 2014: ucraini che parlano russo da generazioni passano all’ucraino, perché il russo è diventata la lingua dell’invasore. Se c’è qualcuno che sta danneggiando l’uso della lingua russa in Ucraina, quello è Vladimir Putin, con le sue iniziative dissennate.

In conclusione: i problemi tra comunità linguistiche esistono, in Ucraina come in ogni altro Stato in cui si parlano più lingue. Il «genocidio» degli ucraini di lingua russa, invece, è una menzogna. Non tornerò su questo argomento. Non posso impiegare il mio tempo per smentire le scemenze sesquipedali che Vladimir Putin inventa per giustificare le sue guerre.

Esistono ucraini favorevoli all’avvicinamento dell’Ucraina alla Russia? Certo che esistono. Bisogna precisare che non tutti gli ucraini di lingua russa sono anche filorussi. Tra gli ucraini di lingua russa, ce n’è una parte che simpatizza per la Russia: questi cittadini sono liberi di esprimersi, hanno formazioni politiche che li rappresentano e se rivendicano diritti o autonomie possono ricercare consenso democratico intorno alle loro istanze, come qualunque altro cittadino o raggruppamento sociale ucraino. Partecipano regolarmente al dibattito pubblico. Nulla giustifica una guerra per andare a «liberarli.»

LA RUSSIA ATTACCA L’UCRAINA: COME PROCEDE

Il mio lavoro non è dare informazioni di cronaca, faccio il ricercatore, non il giornalista. Per essere aggiornati sugli eventi al minuto, vi invito a seguire i media internazionali: >BBC World o >CNN in inglese, >France24 per chi sa il francese, anche >Al-Jazeera English fa un buon lavoro. Sui media italiani vi sono alcune voci competenti, ma annegano in un mare di inesattezze, chiacchiere e vergognose ambiguità verso il regime di Putin, motivate da incompetenza e pregiudizi.

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In questo momento si può dire che l’avanzata russa sembra procedere più lenta di quanto Putin immaginasse. Dal secondo giorno di conflitto, carri armati russi sono alle porte di Kyiv, ma vengono respinti dall’esercito ucraino. Nell’Est del Paese, dove i russi pensavano di essere accolti come liberatori, l’esercito russo è avanzato di ben poco, lo dicono gli stessi generali di Mosca. Alcuni centri ucraini sono caduti nelle mani dei russi, ma, con il passare delle ore, la resistenza ucraina si presenta superiore alle aspettative. Le città di Kharkiv e Mariupol, vicinissime al confine russo, erano date come facili prede, ma fino a questo momento non sono cadute.

I volontari della «Difesa territoriale»

Ieri Putin ha detto che l’esercito russo combatte contro squadre di «nazionalisti esaltati» ucraini. Si riferiva alla Difesa territoriale, composta da volontari. Nelle settimane scorse, sui media ucraini sono passate molte interviste a questi uomini e donne. Non sono estremisti esaltati. Sono impiegati, studenti, casalinghe, padri e madri di famiglia che hanno ricevuto istruzioni dai loro comuni e hanno frequentato corsi brevi di combattimento, per la guerriglia urbana.

Russia: attacco all'Ucraina, il presidente Zelenskij
La Russia attacca l’Ucraina; il capo dello Stato Volodymyr Zelenskyj comunica via Internet | (fonte: profilo ufficiale Instagram)

All’inizio dell’attacco russo, nella sola Kyiv a queste squadre sono stati distribuiti circa 30’000 fucili mitragliatori, riferisce il canale bielorusso >Nexta. Se i russi incontrano resistenza, appena toccano un centro urbano, è anche grazie ai volontari della Difesa territoriale. Cito questo esempio perché chiunque di noi può provare a immaginare se stesso, in quella situazione.

Il capo dello Stato ucraino, Volodymyr Zelenskyj, è un attore televisivo inesperto di politica, ma in questi due giorni si è guadagnato la stima di tutti gli ucraini, al di là degli steccati politici. E’ rimasto al lavoro nella capitale, comunica molto via >Instagram, >Facebook e >Twitter, incoraggiando i cittadini a resistere. Il panorama politico ucraino assomiglia a quello italiano, diviso in mille rivoli rissosi. In queste ore, a quanto è dato vedere, l’unità intorno al governo e al presidente è totale.

La Russia attacca l’Ucraina, ma con quale obiettivo?

Sembra difficile che la Russia possa controllare l’Ucraina solo per via militare: è un Paese esteso il doppio dell’Italia e comprende città molto grandi. Per il Cremlino può diventare un nuovo Afghanistan. L’attacco russo sembra puntare a capovolgere il governo ucraino, per sostituirlo con un potere autoritario fedele a Mosca. Il nuovo regime porterebbe l’Ucraina in una situazione simile a quella della Bielorussia: un’annessione alla Russia sotto forma di unione fra Stati. L’indipendenza dell’Ucraina sarebbe finita, e finirebbe anche la sua democrazia.

In Ucraina vi sono problemi economici e sociali e un alto grado di corruzione. Lo Stato rinato dopo la fine dell’Unione sovietica ha molti difetti di gioventù. Tuttavia, tra mille difficoltà, da trent’anni la democrazia ucraina funziona. Nell’Ucraina di oggi vi è un grado di libertà e rappresentatività sociale che i russi, e buona parte delle altre repubbliche ex sovietiche, non hanno mai conosciuto. Il sentimento nazionale ucraino non è nato trent’anni fa, come pensa Putin – ha radici secolari.

Questo è un problema, per la Russia. La popolazione ucraina sta dando prova di grande coesione. Anche in questi giorni di guerra, non si registrano gravi disordini o episodi di panico. La società è generalmente disciplinata e consapevole. Se i russi riusciranno a governare l’Ucraina con una loro marionetta sul trono di Kyiv, è tutto da dimostrare.

RUSSIA ATTACCA UCRAINA: COME REAGISCONO I CITTADINI RUSSI

Il libro di Luca Lovisolo
sulla strategia russa in Europa

Bisogna usare prudenza, nel giudicare la posizione dei cittadini russi rispetto alla guerra. Nella serata del primo giorno di conflitto le proteste si sono moltiplicate in molte città della Russia. Manifestare contro il governo, in quel Paese, non è consentito. Secondo diverse fonti, durante le manifestazioni sono state arrestate più di 1700 persone. Il dato non è verificabile, ma coincide con ciò che accade a ogni protesta.

I russi, verso gli ucraini, hanno spesso un atteggiamento paternalistico, da fratelli maggiori. Nonostante ciò che sostiene Putin, falsando la Storia, ucraini, russi e bielorussi sono popoli diversi. Si sentono affratellati da una sorta di legame sotterraneo, però, costituito dalla lunga storia della loro parte di mondo.

Molti russi si erano entusiasmati per l’annessione della Crimea, ma le resistenze verso una guerra di grandi dimensioni contro l’Ucraina sembrano farsi sentire, adesso. A opporsi, però, è la stessa élite che può accedere all’informazione occidentale e che scendeva per strada quando a chiamarla era Aleksej Naval’nyj, oppure sono gli uomini di cultura e di scienza, che firmano appelli contro la guerra.

I giornalisti occidentali in Russia, in questi giorni, intervistano per strada anche gli abitanti dei centri minori, lungo la frontiera con l’Ucraina. Questi vivono senza altra fonte di informazione che non siano i media di Stato. Si mostrano poco consapevoli di ciò che accade e le loro risposte, sempre uguali, sono sconfortanti: in Ucraina governano i nazisti; non è un conflitto grave; speriamo che gli ucraini tornino presto liberi dai nazisti e l’ordine sia ripristinato.

Le parole della propaganda

Sono, parola per parola, i mantra della propaganda. Da anni ormai, i media russi diffondono la narrativa secondo cui l’Ucraina sarebbe un Paese neonazista, che stermina i cittadini di lingua russa con il sostegno di noi occidentali. Tutta la politica di Putin sull’Ucraina si basa su questa falsificazione della realtà. I più giovani capiscono meglio la situazione perché usano Internet e sanno l’inglese. La propaganda colpisce più forte le persone anziane e quelle meno istruite, ancora prigioniere del mito sovietico. Tuttavia, conosco russi laureati, persone amiche e apprezzabili, critiche verso il regime di Putin, che sono preda di questa visione del mondo delirante, in piena buona fede.

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Per capire com’è costruita questa mistificazione, non basta accendere un giorno la TV russa. Bisogna seguirla almeno per qualche mese: la narrativa del regime è una specie di telenovela infinita a reti unificate, un enorme copione che si sviluppa con coerenza su tutti i canali, in ogni programma e ogni notiziario, da almeno una decina d’anni. Gli «esperti» invitati a parlare nei programmi televisivi rappresentano tutti le stesse tesi.

Ieri sera, durante un notiziario del canale Rossija24, il giornalista ha chiesto a un ospite come stesse procedendo il trasferimento della popolazione delle repubbliche autoproclamate di Doneck e Lugansk verso la Russia, iniziato nei giorni scorsi (ne parlo >qui). L’intervistato ha risposto: «L’evacuazione è stata interrotta, perché, dopo l’inizio delle nostre operazioni militari, i nazisti hanno smesso di sparare sulla popolazione.» L’evacuazione è in realtà un trasferimento di popolazione del tutto immotivato e giustificato solo da ragioni di propaganda; le operazioni militari sono la guerra iniziata da Putin e i nazisti sono gli ucraini, che in quei giorni non stavano sparando, consapevoli che se lo avessero fatto avrebbero creato il pretesto ideale per essere attaccati.

Il crescendo emotivo per giustificare l’attacco

La sera prima dell’inizio dell’invasione, nei notiziari di Mosca si è assistito a un crescendo spasmodico di annunci di attacchi ucraini ai danni delle regioni separatiste filorusse. Se si cercava riscontro di tali attacchi su fonti internazionali indipendenti, però, non se ne trovava traccia. Le telecamere della TV russa venivano inviate sul luogo di improbabili attentati, ma non era difficile capire che i collegamenti erano prefabbricati.

E’ stato addirittura interrotto un telegiornale, per riferire in diretta di un attacco: la «diretta» si è inceppata ed è ripresa qualche minuto dopo, ma le immagini erano identiche a cinque minuti prima. Non era una diretta, ma un video registrato. Gli uomini che vi comparivano erano gli stessi che si vedevano in altri reportage simili. Uno di essi portava la divisa di un gruppo di osservatori internazionali non più attivo da tempo, ma sembrava vero.

Sono solo piccoli esempi di una sceneggiata che sugli schermi russi passa 24 ore al giorno, da anni a questa parte. L’uso delle parole e delle immagini deforma l’opinione dei cittadini, crea fatti inesistenti e inverte le parti tra aggrediti e aggressori. Per i cittadini russi, la possibilità di accedere a informazioni alternative è sempre più limitata. Nel secondo giorno di guerra, il governo russo ha annunciato restrizioni anche all’uso di Facebook: la piattaforma indicava come falsificate le notizie diffuse dai media di Stato e i cittadini russi cominciavano a scambiarsi sui loro profili informazioni indipendenti sul conflitto in Ucraina.

La Russia attacca l’Ucraina: giornalisti arrestati e silenzi del governo

Attacco Russia-Ucraina: i media
«La Russia bombarda l’Ucraina» – Copertina della Novaja Gazeta

Sabato, due giornalisti della >Novaja Gazeta e di >Radio Svoboda, due delle poche testate che forniscono informazioni indipendenti in russo, sono stati arrestati nei pressi della città russa di Belgorod, al confine con l’Ucraina. Nella stessa giornata, il governo, attraverso l’autorità di controllo, ha intimato a tutti i media di non usare le parole «invasione» o «guerra» in riferimento ai fatti in corso in Ucraina. Posso confermare che nei telegiornali russi i fatti di questi giorni vengono definiti «operazione militare speciale a sostegno delle repubbliche di Doneck e Lugansk.»

Le immagini delle distruzioni nelle città ucraine, in Russia non vengono mostrate. Se passa qualche video di bombardamenti sull’Ucraina, i fatti vengono attribuiti a gruppi di estremisti. In realtà, tali gruppi non dispongono di simili capacità offensive, si tratta di notizie falsificate. Purtroppo, talvolta queste cronache falsificate vengono riprese anche dai media italiani. Alle famiglie dei militari russi è stato detto che i loro figli si trovano in esercitazione, e ora sono stati coinvolti nella… «operazione militare speciale.» I genitori stanno cominciando a insospettirsi e a chiedere notizie, perché non ricevono messaggi dai figli. Il governo russo non fornisce informazioni.

Per tutti questi motivi, valutare con oggettività cosa pensano i cittadini russi sulla guerra è molto difficile. In queste ore, alcuni miei contatti russi che tengono corsi di lingua o diffondono la cultura russa subiscono pesanti attacchi di odio in Rete. Non è un atteggiamento corretto. Non tutti i russi sostengono Putin e le sue guerre; spesso, chi lo sostiene è vittima di una propaganda vergognosa e potentissima. A differenza di noi, la maggioranza dei russi non ha la possibilità di sentire altre campane. Poi, ci sono i russi fanatici e guerrafondai, e questi sono inescusabili. Bisogna saper distinguere, però, con prudenza di giudizio.

PERCHÉ SE LA RUSSIA ATTACCA L’UCRAINA L’EUROPA CAMBIA

Da giovedì 24 febbraio 2022, l’ordine di difesa e sicurezza in Europa non è più quello del giorno prima. Vladimir Putin ha attaccato l’Ucraina, ma nella sua mente c’è la ricostituzione dell’Impero russo. Vuol dire che Paesi europei come la Finlandia, i tre Stati baltici, la Polonia, la Moldavia, ma anche i Paesi del Caucaso e dell’Asia centrale, devono considerare di rientrare nei piani del presidente russo, perché furono parte dell’Impero.

Ciò non significa che tutti i Paesi che ho citato saranno attaccati, o che lo saranno presto. Nelle settimane scorse, però, Putin ha chiesto che un’intera fascia di Stati, dal Mare del Nord al Mar Nero, venga liberata dalla presenza della NATO. Con la guerra in Ucraina, il presidente russo sta mostrando che può cercare di realizzare i suoi progetti combattendo la guerra vera, quella che in Europa pensavamo finita nel 1945. Ciò che fino a tre giorni fa sembrava impossibile, dobbiamo prendere atto che potrebbe succedere.

Siamo pronti ad affrontare la nuova realtà?

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Siamo in grado di contrastare questo progetto della Russia? Secondo i sondaggi, in Francia il 30% degli elettori è pronto a votare due candidati alla presidenza che fanno di Putin il loro idolo; un ex candidato presidenziale è entrato nel consiglio di amministrazione di un gigante energetico russo e il leader dell’estrema sinistra francese propugna l’uscita della Francia dalla NATO e la sua aggregazione alla Russia; in Germania, la magistratura sta indagando su presunti finanziamenti illeciti nella regione nella quale arriva il gasdotto russo Nord Stream 2, mentre un ex capo del governo tedesco lavora da anni nelle petrolifere russe e difende a Berlino gli interessi di Putin. Simpatie filorusse sono ben distribuite in parlamento tra estrema sinistra, centro sinistra ed estrema destra tedesca.

In Italia, il parlamento è composto da una maggioranza schiacciante di deputati filorussi. Tre anni fa, politici italiani e affaristi russi discutevano all’Hotel Metropol di Mosca su come organizzare finanziamenti illeciti prelevando creste su forniture di petrolio (ne parlo nel mio libro >Il progetto della Russia su di noi). Il capo del governo italiano, che dirige di fatto la politica estera, il giorno dell’aggressione russa all’Ucraina non ha ritenuto di presentarsi in parlamento. Ci è andato il giorno dopo, quando tutti i maggiori leader europei si erano già espressi.

Il Ministro degli esteri italiano, un giovane di poco più di trent’anni senza esperienza internazionale, proviene da un partito i cui rapporti con Mosca sono fatto notorio. A fianco di questo ministro siede ancora oggi un Sottosegretario agli esteri dello stesso partito, che nel 2016 tenne un discorso a Mosca, al congresso del partito di Putin. Politici che ieri trattavano eventuali finanziamenti e adulavano il regime del Cremlino, oggi si alzano in parlamento per condannare a gran voce la Russia e l’aggressione all’Ucraina. Questa ipocrisia è rivoltante.

Politiche economiche dissennate verso la Russia

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Le sanzioni economiche che dovrebbero isolare la Russia, per indurla a cessare le sue condotte, sono state rallentate da Paesi europei che devono tutelare interessi nati in anni di una politica economica sconsiderata, verso Mosca. I tedeschi, più ordinati, hanno costruito la loro dipendenza dalla Russia secondo una strategia: il commercio, dicevano, porterà la libertà anche in Russia e indebolirà il regime di Putin; la strategia era sbagliata. L’Italia è più pragmatica: gli imprenditori italiani, della politica interna dei Paesi con i quali commerciano se ne fregano, secondo il motto: «l’economia è indipendente dalla politica.»

Poi, ci si sveglia una mattina con la Russia che spara missili alla porta di casa nostra, ma non si può fare nulla perché le banche italiane sono invischiate fino al collo con quelle russe, dipendiamo dal gas russo e gli imprenditori si preoccupano di non poter più vendere le loro scarpe e i loro mobili agli oligarchi amici di Putin.

Al cancelliere tedesco Olaf Scholz va dato atto di aver riconosciuto la necessità di fermare le autorizzazioni all’avvio del gasdotto Nord Stream 2. Dopo tre giorni di guerra e centinaia di morti, la Germania ha finalmente fornito armi all’Ucraina e la Russia è stata esclusa dalla rete di pagamenti SWIFT, anche l’Italia è stata d’accordo. Bene, ma tutto ciò avviene con otto anni di ritardo. Di queste sanzioni si parlava già nel 2014, quando la Russia cominciò l’invasione dell’Ucraina impossessandosi della Crimea e delle regioni orientali del Donbass.

QUALCHE CAUSA DELL’INADEGUATEZZA DELL’OCCIDENTE

Nel 2020 fui invitato a Roma, alla Commissione affari esteri della Camera dei deputati, per riferire sulle strategie russe in Europa (video del mio intervento >qui). Il presidente della Commissione, allora l’on. Piero Fassino, contestò la mia relazione con gli stessi argomenti usati da Vladimir Putin il 21 febbraio, sei giorni fa, per giustificare il riconoscimento[*] delle repubbliche separatiste ucraine. Replicai con un articolo (>qui). In questi giorni non ho più commentato il discorso di Putin del 21 febbraio, perché gli argomenti sono già nell’articolo di risposta all’on. Fassino di un anno e mezzo fa. Fonti bene informate mi dicono che l’onorevole, nel frattempo, ha cambiato idea: ne sono lieto, spero che altri seguiranno.

[*Nella versione audio erroneamente letto «annessione» – Fa fede la versione in forma scritta]

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Le responsabilità di queste inadeguatezze non sono solo dei politici, però. Ancora giovedì, mentre in Ucraina piovevano già missili russi, sui media italiani comparivano giornalisti, analisti, docenti universitari incapaci di fornire un’informazione adeguata sui fatti. Ho sentito professori di relazioni internazionali che non riuscivano a nascondere la loro ammirazione per Putin; potrei riempire un libro, con i grossolani errori di storia e geografia dell’Est Europa commessi da persone presentate come esperte di Russia, esponenti di centri studi dai nomi famosi, intervistate qui e là; non si contano, i giornalisti inviati in città russe e ucraine che riescono a sbagliare la pronuncia dei nomi della città in cui si trovano.

Come può, un Paese, generare una classe politica capace di prendere decisioni consapevoli sulla Russia e sull’Est Europa, se nei centri studi, nelle università e nelle redazioni dei media ci sono esperti di Russia che non parlano nemmeno russo? Gente che blatera di Ucraina, ma non capisce gli ucraini parlare?

Voltabandiera prossimi venturi

Assisteremo a molti voltabandiera, nei media e nella politica. L’attrazione verso il regime di Putin, in Italia ed Europa, ha due radici: l’una, è l’infatuazione per un regime nazionalista e autoritario, fondatore di una «nuova democrazia» dai modi spicci. Questa idea si ritrova presso le correnti cosiddette «sovraniste» della politica europea, che hanno sempre rifiutato di riconoscere in Putin un dittatore del XXI secolo.

L’altra radice è l’antiamericanismo: i critici degli Stati uniti e della NATO vedono in Putin un baluardo contro l’America e la globalizzazione. L’intervento militare di Putin in Ucraina ha mandato in cortocircuito ambedue queste scuole di pensiero, se così vogliamo chiamarle; sbatte in faccia ai sovranisti che il loro idolo al Cremlino usa gli stessi metodi delle dittature del Novecento; intanto, gli antiamericani scoprono che Putin, il loro eroe dell’antimperialismo… sta conducendo una guerra imperialista, e lo dice lui stesso.

Anche se l’Italia non sarà aggredita militarmente, quando il gioco si fa duro le serenate al nemico non sono tollerate. A decidere chi siederà alla direzione di televisioni e giornali potrebbero non essere più i giochi di partito e di lenzuola, ma disposizioni superiori.

Tenori e primedonne che sbraitano in radio e TV, ammaliati dalla «grande anima russa,» quelli che «la Russia non attaccherà mai,» che «Putin si sente accerchiato,» che «bisogna comprendere le ragioni della Russia» – tutti questi cambieranno idea, o dovranno smontare dalle loro poltrone, se l’Italia resterà un Paese occidentale. Così, in queste ore cominciano strane conversioni di giornalisti, politici e accademici, che invocano la pace, dimenticando che sino a ieri esaltavano colui che sta facendo la guerra – da otto anni. Ah, dimenticavo: dice Vladimir Nabokov, nelle sue indimenticabili Lezioni sulla letteratura russa: la «grande anima russa» non esiste.

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LA RUSSIA HA ATTACCATO L’UCRAINA: COSA DOBBIAMO SMETTERE DI FARE

Tra i molti tentativi di giustificare il silenzio degli ultimi anni sulle azioni della Russia, si sente dire che il pericolo rappresentato dal regime di Putin sarebbe stato sottovalutato. Io credo, invece, che sia stato ignorato, anzi: che la condotta della Russia sia stata colposamente favorita da politici, docenti universitari, operatori dei media che hanno trovato nel sostegno al regime russo una fonte di voti, la soddisfazione delle loro vanità o un surrogato per il loro vuoto di idee. A questi individui bisogna smettere di credere.

Dobbiamo abbandonare l’ingenuità: la guerra che oggi mina la sicurezza europea è cominciata otto anni fa. In Occidente si fanno manifestazioni feroci contro il razzismo di personaggi morti secoli or sono; si sono cacciati professori universitari perché non avevano usato un linguaggio politicamente corretto; si è sottilizzato sull’uso del linguaggio inclusivo. Ricordiamoci, da oggi, che se cade l’ordine internazionale grazie al quale i nostri Stati possono garantire a noi cittadini le libertà fondamentali, resta solo l’oppressione.

La prima battaglia per i diritti civili è quella per la società aperta e per un ordine internazionale che la garantisca ovunque. L’abbiamo visto con la pandemia: se in Cina vi fosse stata libertà di espressione, chi lanciava gli allarmi sulla diffusione del nuovo Coronavirus non sarebbe finito in galera e noi non saremmo ancora qui con le mascherine. Se in Russia non vi fosse una dittatura, Vladimir Putin, prima di lanciare l’attacco all’Ucraina, avrebbe dovuto confrontarsi con le conseguenze sull’opinione pubblica. Se in un Paese monta una dittatura, in un mondo globalizzato le conseguenze non si limitano al suo interno, ricadono su tutti.

Ritrovare la credibilità dell’Occidente

Dobbiamo fare meno chiacchiere da salotto: tra le poche cose sulle quali si può dare ragione a Vladimir Putin e agli squinternati filosofi del suo regime, c’è che l’Occidente è decaduto in un’indifferenza in cui tutto può essere il contrario di tutto. Un disorientamento che si traduce anche nella debolezza della politica dei nostri Stati verso le minacce esterne. Un tempo, in presenza di un pericolo di conflitto, bastava che gli Stati uniti e la NATO mandassero una nave da guerra a incrociare nelle acque della zona. Tutto si fermava, perché gli Stati di allora avevano una credibilità fondata su principi chiari, che si esprimevano anche nel dibattito sociale di tutti i giorni.

Oggi, quella credibilità si è persa, per un eccesso di compiacimento. Potevamo evitare l’attacco di Putin all’Ucraina? Forse sì. Secondo molti osservatori, Joe Biden ha commesso un grave errore, dicendo che gli Stati uniti e la NATO non avrebbero mandato soldati a combattere a fianco degli ucraini. Non era necessario promettere truppe: bastava misurare le parole e lasciare nell’aria la possibilità che la NATO sarebbe potuta intervenire. Durante la guerra fredda, funzionava così: nessuno attaccava, perché nessuno sapeva davvero come l’altro avrebbe reagito.

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Questa volta, l’Occidente ha detto apertamente che non avrebbe fatto nulla. Lo ha detto per non perdere il consenso di un’opinione pubblica che non capisce la dimensione del pericolo ed è preda di un pacifismo da manifestazione del liceo, o più semplicemente, non vuole che aumentino le bollette del gas.

Le scelte possono costare caro

Per conservare l’ordine internazionale che ci permette di vivere e prosperare, come abbiamo fatto negli ultimi settant’anni, oggi possono essere necessarie scelte costose anche per noi. Se a causa del conflitto tra Russia e Ucraina e delle sanzioni pagheremo di più il pieno di benzina, subiremo danni economici o dovremo rinunciare a qualche progetto, ricordiamoci che sarà il male minore. Altri stanno sotto le bombe. Se avessimo fatto meno chiacchiere e ci fossimo interessati del mondo, si sarebbe evitato.

Russia attacca Ucraina: la Costituzione ucraina
Costituzione dell’Ucraina | © tOrange (CC-BY 4.0)

Smettiamo di lamentarci di ciò che abbiamo. Gli ucraini potevano evitare la guerra con la Russia? Certo, bastava che rinunciassero al loro progetto di aderire all’Unione europea e alla NATO, e si fossero sottomettessi alla Russia. Invece, non hanno rinunciato al loro progetto, lo hanno addirittura scritto nella Costituzione del loro Stato: noi vogliamo far parte dell’Europa unita e dell’Alleanza atlantica. Vogliamo le garanzie della società aperta europea, non l’autoritarismo della società chiusa asiatica.

I problemi con la Russia, per gli ucraini, sono cominciati lì. A noi – italiani, tedeschi, francesi… – è stato insegnato che l’Unione europea è stata fondata in un’Europa distrutta da due guerre, per garantire pace e benessere agli Stati membri. A questa storia, da giovedì dobbiamo aggiungere un pezzo. C’è uno Stato, ai nostri confini, che pur di non rinunciare a realizzare il sogno di aderire all’Unione europea e alle organizzazioni che garantiscono la nostra sicurezza, ha fatto la guerra.

POSSIAMO ANCORA FERMARE LA RUSSIA?

Non tutti i Paesi hanno reagito negativamente, all’inizio della guerra in Ucraina da parte della Russia. Ad aver agito con nettezza contro le azioni russe sono gli Stati uniti e l’Unione europea, insieme a Regno unito, Australia, Giappone e qualche Stato dell’America latina. Altri Paesi hanno espresso condanne formali, non seguite però da azioni concrete; altri ancora hanno approvato e sostenuto l’azione di Putin. Molti Stati hanno preso posizioni ambigue o hanno taciuto.

Le sanzioni decise contro la Russia sono pesanti, ma non bisogna pensare che Putin si lasci distrarre dalle conseguenze economiche. Da anni, il presidente russo lascia marcire ospedali, scuole e infrastrutture, ma spende miliardi per interventi militari, armamenti e progetti faraonici. Putin pensa di essere portatore di un compito storico e messianico: la ricostruzione di uno spazio vitale per il popolo russo, corrispondente allo spazio ex sovietico, da vedere come successore dell’impero zarista e come punto di comando sul resto d’Europa, sino all’Atlantico.

Vladimir Putin non è Adolf Hitler, ma il progetto che il presidente russo sta realizzando è del tutto simile a quello del Führer. Hitler agiva secondo una logica di superiorità razziale, Putin agisce per installare l’egemonia della Russia secondo una logica coloniale fondata sull’etnocentrismo. Cambiano i dettagli, ma la sostanza resta. Il progetto del presidente russo si fonda su teorie politiche strutturate, elaborate a Mosca da un ventennio a questa parte. Non è un’improvvisazione e non è pensato per finire con la vita di Vladimir Putin.

Le sanzioni sono inutili?

Queste considerazioni non significano che le sanzioni economiche decise contro la Russia siano inutili. Putin non è a capo dello Stato per diritto divino. E’ sostenuto da uomini di potere che vengono colpiti duramente dalle sanzioni, e che potrebbero stufarsi. Se questi individui gli si sfilano di sotto, Putin cade. La possibilità che il regime russo imploda in questo modo esiste. Prevedere adesso se e quando ciò accadrà, non è serio. Stiamo a vedere, ma continuiamo a tirare il laccio delle sanzioni.

LA RUSSIA HA ATTACCATO L’UCRAINA, E POI?

Cosa potrebbe succedere, adesso, da noi, in Europa occidentale? Dicevo, all’inizio di questo articolo, che l’intervento della Russia in Ucraina era scritto nelle carte. Ebbene, se a qualcuno interessa sapere cosa c’è scritto nelle carte sopra citate, per il tempo da oggi in poi: se non sarà fermato adesso, dopo l’Ucraina, Vladimir Putin arriverà fino a Lisbona, e in mezzo ci siamo noi.

Legga anche: Crisi ucraina: riassunto e nove risposte

Da noi non arriverà con i missili, come a Kyiv. Si insedierà nelle nostre capitali grazie ai politici, ai giornalisti e agli accademici che sinora hanno lavorato per instaurare in Occidente la società chiusa e autoritaria di stampo asiatico, come in Russia, perché detestano la società aperta occidentale, nella quale non riescono a vivere, perché mette in luce la loro incapacità di essere persone libere.

Noi forse non avremo città bombardate, ma l’esito sarà una lunga sottomissione a governi illiberali. Il cambiamento farà parte di un mutamento degli equilibri mondiali che non durerà poco. Per tornare liberi, donne e uomini occidentali delle prossime generazioni dovranno combattere, come fanno oggi gli ucraini.

Chiederanno a noi il perché, oggi, non siamo stati capaci di conservare libertà, diritti e benessere della società aperta, per trasmetterli a loro. Se non vogliamo agire, qui e adesso, prepariamoci sin d’ora a dare delle risposte, quando, da padri e da nonni, saremo chiamati davanti ai nostri giudici.

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35 risposte

  1. Grazie per il suo approfondimento, leggo i Suoi articoli con piacere.

    Oggi Putin ha deciso di allertare il sistema di deterrenza nucleare. L’ho interpretata come volontà di utilizzare quel tipo di armi, e di dirigerle proprio verso l’Europa, dato che la causa di tutto, a suo dire, sarebbero le sanzioni sempre più dure che vengono imposte, nonché la chiusura degli spazi aerei praticamente di tutta Europa. Essendo sempre più isolato, il mio terrore è che sia talmente incattivito da decidere di ricorrere a una mossa tipo «muoia Sansone con tutti i Filistei.» Non avrebbe senso, certo. Ma non avendo a che fare con una persona dotata di raziocinio temo che tutto sia possibile, ed è da quando ho letto quella notizia che sono nel panico.

    Nel frattempo, nei social parecchia gente continua a sostenere la tesi secondo la quale il governo di Kyiv sarebbe «filonazista» e che i separatisti del Donbass avrebbero subito massacri da parte di gruppi neonazisti (viene sempre citato il «battaglione Azov.» Anche se dall’Ue è stato deciso l’oscuramento di siti di testate quali Russia Today e Sputnik per evitare che continui la propaganda filo-russa nei media occidentali, temo che ormai sia troppo tardi. Purtroppo sono molto pessimista sugli sviluppi di tutto questo.

    1. I prossimi giorni saranno cruciali. L’annuncio relativo alle armi nucleari non ha preoccupato particolarmente. Ciò che preoccupa è, come osserva anche Lei, il narcisismo e l’atteggiamento messianico di un presidente di cui si capisce sempre meno la già tortuosa logica di ragionamento. La scelta dell’Unione europea di chiudere le reti di disinformazione russe si presta a essere criticata dal punto di vista della libertà di stampa ed espressione, ma queste reti ormai sono lontane dal fare giornalismo. Con una guerra in corso, si trasformano in sostenitori di chi sta attaccando non solo l’Ucraina, ma l’intero ordine europeo. La storia del battaglione Azov, poi, non si può più sentire. Cordiali saluti. LL

    1. Il testo che Lei propone è la versione italiana dei falsi storici e di cronaca, ormai triti e ritriti, che la Russia diffonde per giustificare il conflitto di questi giorni. Per questo motivo, non viene né pubblicato né commentato.

      1. Grazie, volevo una conferma in merito, visto che anche nelle discussioni familiari emergono questi falsi storici. Nel frattempo condivido le sue analisi e le consiglio ai meno informati.

  2. Grazie. Sto proponendo il tuo ottimo contributo a persone che siano seriamente interessate a comprendere meglio ciò che sta succedendo, perché mi sembra una sintesi molto ben fatta e con solide basi argomentative.

    Come sostieni tu da tempo, siamo a un punto molto delicato del nostro percorso democratico di Europei e occidentali. Ho come l’impressione che Putin, un uomo pienamente novecentesco, abbia preso di sorpresa tutti noi, abituati ormai ad altri contesti e ad un’altra cultura, facendoci sembrare a tratti piuttosto sprovveduti. Sto per esempio riflettendo sulle esternazioni di Stoltenberg, il lungo discorso sulla «corsa» al riarmo di Scholz, Von del Leyen che si dichiara pronta ad accogliere l’Ucraina in Europa a braccia aperte…

    Forse ci vorrebbe più cautela, soprattutto nei toni: come si diceva ai vecchi tempi, «il nemico ascolta,» e infatti Putin ha subito utilizzato le dichiarazioni del segretario generale della NATO come pretesto per cominciare a dare una spolverata al suo arsenale nucleare. Insomma: mi pare che si continui a sottostimare la possibilità che le parole e le minacce vengano utilizzate come un boomerang da un leader brutale, abituato a distorcere la verità dei fatti e che, senza mezzi termini, considera come unica strategia valida quella di attaccare per primo, per dire poi, come un adolescente che ha messo le mani addosso al compagno, «ha cominciato lui.»

    Tu hai già fatto rilevare con questo tuo contributo che la strategia comunicativa di Biden ha in realtà incoraggiato Putin a mettere in atto i suoi piani. Ti sembra di vedere simili ingenuità comunicative in altri leader che si sono espressi in questi giorni? Grazie ancora per il tuo prezioso lavoro.

    1. Elena,

      Mi sembra che l’Unione europea stia dando buona prova di sé, anche perché il conflitto è alle nostre porte. L’Ucraina ha firmato accordi con l’Ue dal 2014, proprio questa è stata la molla che ha fatto scattare l’ira di Putin. Dire che l’Ue è pronta ad accogliere l’Ucraina non è una novità, credo che lo abbia detto più per sostenere il morale degli ucraini: in fondo, stanno facendo la guerra per entrare nell’Unione e nella NATO. Già nelle scorse settimane, con l’accumulo di truppe russe ai confini, in Ucraina i consensi per l’adesione a Ue e NATO erano schizzati in alto, nei sondaggi. L’adesione, peraltro, richiede un processo che dura anni, non è cosa che si può promettere a parole. Molte condizioni necessarie per l’adesione all’Ue, in Ucraina devono ancora essere realizzate. La dichiarazione della signora Von der Leyen va presa come dichiarazione simbolica, al momento non può essere nulla di più, se non forse un’accelerazione dell’adesione. Vedremo in quale contesto si inserisce la domanda di adesione inoltrata dall’Ucraina oggi: certamente è un atto concordato con l’Unione, forse per stabilire un fatto compiuto. Staremo a vedere.

      Da anni usiamo verso la Russia toni comprensivi e pacificatori, come fecero i capi di governo europei con Hitler fino al 1938/39. Abbiamo visto il risultato (sia adesso, sia allora). Bisogna dimostrare unità e decisione. In Germania, Olaf Scholz ha fatto un discorso applaudito da tutto il Parlamento e ha puntato il dito su un problema serio, che si trascina da anni: la Germania ha un esercito con gravi problemi di efficienza e modernizzazione. Il ritardo era dovuto alla politica di governi precedenti, per i quali il pareggio di bilancio sembrava valere più dell’efficienza delle infrastrutture, nelle quali oggi la Germania ha forti necessità di investimenti lasciati indietro anche in altri settori.

      I giornali italiani hanno fatto titoloni sul rischio di guerra nucleare. Ho sentito più di un esperto militare, intervistato in questi giorni sul punto. Nessuno ha dato particolare peso all’annuncio di Putin, l’opinione comune è che operativamente cambi poco o nulla; è una minaccia rivolta all’Occidente, più che all’Ucraina. Servirebbe, appunto, a far fare titoli ai giornali, ad allarmare le opinioni pubbliche affinché premano sui governi e non contrastino Mosca. La Russia è in difficoltà: credeva di concludere il conflitto in poche ore, al massimo pochi giorni, prima che l’Occidente si organizzasse e le sanzioni cominciassero a mordere. Non sta andando così, in Russia la gente comincia ad avere difficoltà a prelevare al bancomat, i genitori dei militari che non raggiungono più i figli sul cellulare cominciano a scaldarsi. Ho notato anche da altri segnali un tentativo di spostare la guerra sul piano degli annunci roboanti, come, oggi, la ridicola concessione che la Russia non ostacola la popolazione di Kyiv che vuole lasciare la città e che la Russia avrebbe il controllo totale sui cieli ucraini. Sembrano annunci che paventano un attacco su larga scala, ma la situazione sul terreno non è così favorevole. Sembra più un gioco a chi la dice più grossa.

      E’ vero che ci vuole più cautela nei toni, ma senso di non usare, più o meno consapevolmente, toni arrendevoli o ingenui. In termini di comunicazione e, purtroppo anche di operatività, in politica estera Biden ha fatto più di un scivolone, in questo primo anno di presidenza. La decisione di acquistare armi come Unione europea da fornire all’Ucraina, la caduta del divieto di esportazione tedesco, le decisioni comuni sulla chiusura dello spazio aereo europeo e i vari blocchi economici, sono segni che l’Unione sembra aver capito che senza un’azione comune anche in campo militare e come potenza assertiva, non si protegge il nostro acquis di diritti e benessere. I pacifisti storceranno il naso, ma questo è il mondo che abbiamo.

      Avere un ministro degli esteri europeo dotato di poteri reali, catene decisionali più agili e una concreta sovranità europea, anziché l’attuale ibrido pseudo-confederale, sono altri passi che si impongono, ormai. La guerra potrebbe costringere a compierli senza troppe chiacchiere. Possiamo davvero pensare che soldati americani verrebbero a combattere, in caso di conflitti in Europa? In questi giorni, di fronte all’evidenza, siamo costretti a prendere atto che serve una struttura di difesa europea, supportata da centri di decisione unionali con poter ben più forti di quelli attuali. Se non si mostra decisione, gli attori maggiori ci scavalcano. Putin è un uomo novecentesco, forse addirittura ottocentesco, ma non per questo dobbiamo adeguarci al suo linguaggio, per paura della sua reazione. La difficoltà con la quale il suo esercito sta avanzando in questi giorni conferma – purtroppo a spese di tante vite – ciò che già si sapeva: la Russia può farci anche molto male, ma è un gigante dai piedi d’argilla. Anche per chi si occupa professionalmente di guerre e relazioni internazionali, stiamo vivendo una situazione inedita e difficile da inquadrare. Ciao. L

      1. L’unica cosa da sperare è che non dia seguito alle sue minacce, che prenda consapevolezza che se già così sta rischiando di perdere credito con l’opinione pubblica del suo Paese ricorrere al nucleare non lo farà di certo guadagnare consenso: che la minaccia fosse rivolta all’Occidente era palese, ma dubito possa tornargli utile radere al suolo e annullare ogni forma di vita proprio in quei Paesi dove vuole estendere la sua influenza. Cerco di razionalizzare perché la paura è tanta.

      2. Lo scopo degli annunci di Putin è proprio di generare paura, anche in Occidente. Non bisogna caderci. Ricordi che, soprattutto in Italia, l’informazione non è professionale. Gioca sulle paure e sulle emozioni. Il titolo di uno dei maggiori quotidiani italiani dopo l’annuncio di Putin, che metteva in prima pagina il «pericolo nucleare,» è irresponsabile e irrealistico. Cerchi di assumere informazioni da fonti professionali, ne indico alcune nell’articolo. Cordiali saluti. LL

      3. Grazie per la risposta, chiara ed esauriente. Si spera che questa tragica emergenza acceleri il processo di formazione e consolidamento di un’Europa seriamente unita, con politiche di difesa, energetiche – e molto altro – comuni. Resta l’amarezza di constatare quanto sia tenacemente radicato nell’uomo l’istinto alla violenza e alla sopraffazione. Come scrisse Quasimodo: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo».

      4. «Gli uomini non cambiano:» non è solo una bella canzone, ma è anche una delle conclusioni tratte da Tiziano Terzani nel suo bel libro-testamento «La fine è il mio inizio,» dopo una vita passata da cronista di guerra in mezzo mondo. Anziché vivere nell’illusione di un’umanità – anzi: di un «popolo» spontaneamente pacifico e fraterno, sarebbe meglio prendere atto che l’umanità è quella che è. Si preverrebbero situazioni che nascono proprio dall’eccessiva fiducia nell’amore universale. LL

      5. È quel che noto nella mia piccola realtà (paese di provincia, neanche troppo lontano dalla città, in un contesto rurale e allo stesso tempo con ditte piuttosto importanti sul suo territorio, che impiegano molta gente del posto). Molte persone non si sentono secondo me pronte a vivere in una società libera. Ripongo speranze nei giovani, inteso come ragazzi massimo ventenni o poco più, perché mostrano di voler in qualche modo superare questa mentalità.

      6. Avrà notato che un altro commento sopra riferisce la stessa realtà che riporta Lei. Io stesso ho fatto esperienze simili, anche nel periodo in cui mi occupavo di consulenza aziendale. Il mondo è pieno di candidati ideali a essere servi delle dittature, per proprio comodo. Non è per niente, se i dittatori, quando si insediano, restano al potere per decenni. Non è una tendenza solo italiana, ma in Italia mi sembra particolarmente ben radicata, particolarmente nei contesti che indica Lei. Quando si dice che i diritti fondamentali non vanno dati per scontati, è perché c’è sempre una quantità spesso maggioritaria di persone che non ne capisce il valore, ed è pronta a rinunciarvi per il proprio comodo. Cordiali saluti. LL

  3. Grazie per questo!

    Solo per dire che quasi tutti gli ex cancellieri dell’Austria sembrano coinvolti nelle attività economiche russe e stanno facendo molto bene per se stessi. Il Paese in quanto tale deve rimanere «neutrale,» ma gli individui possono fare ciò che vogliono, a quanto pare… Sospiro…

  4. Grazie di questo articolo che spiega meglio di molti altri che ho letto, le cause che hanno portato a questa guerra e le sue prospettive. Purtroppo noto, soprattutto sui social media italiani una grande disinformazione che arriva direttamente dalla propaganda russa. In particolare «il governo filonazista ucraino, le stragi neonaziste del battaglione Azov. Come ribattere a queste obiezioni? Potrebbe darmi delle delucidazioni su questi avvenimenti nel Donbass del 2014?

    Tim Marshall, nel suo libro Prisoner of Geography, accenna brevemente alla vicenda spiegando che Mosca ha sempre avuto interesse a fomentare la rivolta dei ribelli russi. Potrebbe essere plausibile che queste interferenze russe abbiano causato anche reazioni violente da parte di possibili fazioni di destra. Ma come la mettiamo con il battaglione Azov e le repressioni nella zona del Donbass? Sono realmente avvenute e e sono state così gravi come vengono descritte? Dove posso trovare fonti obbiettive che spiegano cosa é realmente accaduto in quelle zone?

    Grazie infinite.

    1. Grazie per il Suo apprezzamento. Se mi sarà possibile, nei prossimi giorni scriverò qualcosa sulle falsificazioni dei fatti di Majdan, ma è un’impresa titanica, la disinformazione su quegli eventi ha seminato nel profondo. Indicherò anche delle letture, se potrò, qui e adesso non mi è possibile. In breve:

      1) Sulle «repressioni» del Donbass. Questa regione è (era) molto industrializzata ed economicamente trainante. L’idea che subisse «repressioni» ha cominciato a rafforzarsi a fine anni Novanta, in supporto a rivendicazioni di autonomia economica che avrebbero favorito oligarchi e uomini di potere locali. Come nella gran parte delle rivendicazioni autonomistiche di questo mondo, l’argomento linguistico-culturale viene utilizzato per rivendicare un’autonomia che in realtà ha moventi economici e di potere regionale. L’argomento delle «repressioni» è funzionale a questa istanza, non a una oppressione o addirittura un «genocidio» per ragioni etniche, che non si sono mai visti. Non posso spiegare qui i dettagli, ma la Russia si è inserita in queste rivendicazioni e ne ha fatto il pretesto per lanciare il suo progetto neo-imperiale (che non è cominciato giovedì scorso). Mosca ha cavalcato l’argomento della russofonia e vi ha innestato un’istanza separatista che non esisteva, sul terreno, se non in piccola parte (come esiste in Veneto, ad esempio). E’ molto semplificato, ma il processo è stato questo.

      2) Battaglione Azov e altri movimenti di estrema destra. Le faccio un esempio inadeguato ma forse utile. In Italia (e non solo) ogni tanto accadono episodi come, alcune settimane fa, un funerale in cui sono comparse insegne naziste. Si tratta di episodi deprecabili, ma nessuno pensa per questo che l’Italia sia governata dai nazisti. Lei provi a pensare che qualcuno, ad esempio in Francia, raccolga una serie di episodi simili e costruisca con quelle immagini una narrativa coerente che martella i francesi per anni attraverso tutti i media, per convincerli che l’Italia è un Paese nazista. Un giorno, il presidente francese annuncia che l’esercito di Parigi invade l’Italia per «liberarla dai nazisti.» Sembra una favola assurda, ma è ciò che sta accadendo in Ucraina.

      Come spiego anche nell’articolo, in Ucraina movimenti di estrema destra (e di estrema sinistra, anche se si citano meno) esistono, là come da noi. In un Paese in guerra, a maggior ragione, le tendenze estreme tendono a evidenziarsi. La propaganda ci gioca e le amplifica per i suoi fini. Il punto non è se il battaglione Azov o altri movimenti analoghi esistano o no: il punto è la loro rilevanza nella società ucraina, che non è diversa da quella dei movimenti estremisti in qualunque altro Paese europeo. Questa insistenza sulle gesta del battaglione Azov o del Pravyj Sektor («Settore di destra») ucraini, diffusa in Russia tanto quanto in Italia, è l’indice di quanto bene ha funzionato la propaganda dei media di regime russi. Sinceramente, chi, come me, conosce il contesto, non ne può più di sentirne parlare. Vuol sapere dove i movimenti nazionalisti, di estrema destra, neonazisti e simili hanno una concentrazione davvero preoccupante? In Russia. Ma forse lì vanno bene. Cordiali saluti. LL

      1. Mi scuso se insisto sull’argomento. Premesso che ormai la narrativa filo-russa ha fatto più presa di quanto non si pensi, molti citano anche un episodio denominato «la strage di Odessa,» il quale sarebbe stato insabbiato e del quale sarebbe stata data una narrazione distorta (quando invece quelle persone sarebbero morte bruciate in quanto sempre i soliti gruppi neonazisti, assieme a filo-occidentali, avrebbero impedito loro di uscire dalla Casa dei Sindacati in fiamme), senza che nessuno rispondesse e pagasse per questo. Cosa rispondere a chi tira in ballo questo fatto?

      2. Ovunque di parli di filo-nazisti, filo-occidentali e formule analoghe, ci si trova di fronte a qualche mistificazione, per le stesse ragioni che ho già spiegato nella risposta qui sopra. Dimostranti filorussi sono morti a Odessa (e non solo lì), per effetto degli scontri con la parte opposta? Certo, e dispiace. Dimostranti della parte opposta, che protestavano contro il governo filorusso, sono morti (anche se ne parla meno) sotto i manganelli e le pistolettate dei corpi di polizia speciale mandati dal governo filorusso, in piazza Indipendenza a Kyiv (e non solo lì)? Certo, e dispiace. Accade, poi, secondo la stessa logica spiegata nella mia risposta qui sopra, che un episodio viene preso, gli viene costruita intorno una narrazione e diventa una «strage» (senza peraltro sapere cosa significa esattamente questa parola). Finisce su Wikipedia e su tutti i canali della propaganda, dai quali si alimentano anche molti media professionali, ed ecco che la «Strage di Odessa,» da uno dei tanti episodi di mesi di proteste, diventa un simbolo che alimenta il mito negativo del «nazismo» degli ucraini favorevoli all’avvicinamento all’Europa. La «Strage di Odessa» vale tanto quando le imprese del «battaglione Azov» o del «Pravyj Sektor:» i fatti sono avvenuti? Sì. Quanto rilevano nell’insieme degli eventi? Una minima parte di quanto vuole la narrazione costruita intorno a essi. Di più: oggi, si prende quell’episodio (e non solo quello), avvenuto otto anni fa, e si pretende di usarlo per giustificare l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, secondo il sillogismo: «A) I nazisti hanno ucciso i dimostranti di Odessa, B) Putin dice che deve liberare l’Ucraina dai nazisti = C) Putin ha ragione!» La premessa A) è inesatta, ne consegue che la conclusione C) è errata. L’Ucraina non è la Germania del 1945, e Putin se ne sta accorgendo in ritardo. Nel corso delle rivolte del 2013/14 sono accaduti fatti deprecabili e fatti eroici, ci sono stati morti su tutti i fronti, per le cause e le mani più diverse. Molti fatti potranno essere chiariti solo dagli storici e senz’altro la giustizia ucraina ha avuto anche delle falle, ma le ha avute ben distribuite su tutti i fronti, non c’è dubbio. Utilizzare quei morti per costruire delle narrazioni che oggi vogliono addirittura giustificare una guerra di aggressione, è il peggior modo possibile di onorare la loro memoria, qualunque parte rappresentassero nella controversia. Cordiali saluti. LL

  5. Ieri sera alla domanda «cosa sanno i russi della guerra?» rivolta ad un corrispondente RAI da Mosca, «tutto,» è stata la risposta. Robe da matti!!

  6. Articolo esemplare, molto belle le riflessioni finali che bisognerebbe far leggere nelle scuole e nelle aziende. Quando scrive: «Si insedierà nelle nostre capitali grazie ai politici, ai giornalisti e agli accademici che sinora hanno lavorato per instaurare in Occidente la società chiusa e autoritaria di stampo asiatico, come in Russia, perché detestano la società aperta occidentale, nella quale non riescono a vivere, perché mette in luce la loro incapacità di essere persone libere» – sta descrivendo molti italiani.

    Io ci convivo in azienda (una grande azienda internazionale del nord Italia) e sento i loro discorsi in mensa, hanno le menti chiuse e gli va benissimo una società chiusa. Sono in difficoltà in una società aperta. La società aperta è «per pochi,» siamo davvero in pochi ad essere cresciuti da europei, io ho fatto la scuola interpreti e ho girato il mondo, ma la maggior parte dei miei colleghi vive una realtà di provincia e fa dell’ignoranza un vanto. Non è facile recuperare tutto questo, io stessa ho smesso di parlare e dire la mia opinione, perché sono una minoranza solitaria, sono l’unica europeista. Lo sconforto è grande, a volte mi chiedo perché non mi sono trasferita in qualche altro paese occidentale moderno, invece di rimanere in Italia.

    1. Grazie per il Suo apprezzamento. Purtroppo, questa è la realtà. I media potrebbero contribuire molto a migliorarla. Purtroppo preferiscono accondiscendere, perché ottengono più ascolti e più clic, ma anche per servilismo politico e impreparazione. Cordiali saluti. LL

  7. Grazie per questa sua ricostruzione efficace ed esauriente come al solito, e complimenti per la notevole ricchezza documentale e argomentativa.

    Signor Lovisolo, registro con soddisfazione ciò che lei ha detto: finalmente sì, c’è la consapevolezza unionale che bisogna agire come fronte comune di fronte a un pericolo così evidente. Però io sono preoccupato: in Italia si voterà il prossimo anno per il rinnovo del Parlamento, e allora come si comporteranno i nostri partiti politici? Io penso che molto dipenderà da come si svolgerà la crisi ucraina nei prossimi giorni, ma certamente rimane l’incognita di sovranismi, nazionalismi da società chiusa nostalgica, di antiamericanismi che sembrano aderire, anche in forma populistica a spinte autoritarie. In sostanza, il filorussismo di cui lei parla non è sconfitto, soprattutto questo filorussismo di carattere autoritario. E allora bisogna spiegare alla gente ciò che accade, affidarsi a personaggi competenti nell’informazione, ma io penso fortemente che le forze animate da senso del costituzionalismo e della democrazia debbono fare fronte comune. Mai come adesso ad esempio sui temi dello Stato di diritto e della tradizione costituzionalistica non bisogna transigere.

    Altro punto è quello di un pacifismo ipocrita, dettato da un fideismo gandiano fuori dalla realtà e da una mancanza di coscienza critica riguardo i casi concreti, un pacifismo dissennato che non riconosce che la pace come condizione esistenziale e politica richiede molte volte la difesa, e, quindi, la sicurezza militare. A tale scopo penso che una forma unionale di difesa dovrebbe essere imperniata appunto su una catena agile di intervento e su un supporto politico primario. Certo è che l’Unione Europea dovrà accelerare il processo di integrazione politica. Altro tema importane è quello energetico, oltre che economico complessivo, e secondo me il fattore tempo nell’operatività delle sanzioni sarà importante. Sanzioni con conseguenze immediate sugli oligarchi e sulla popolazione russa possono avere incidenza nel consenso a Putin, come anche il fattore tempo delle operazioni militare giocherà un ruolo fondamentale.

    Due domande le voglio porre: 1) secondo Lei terrà il fronte comune dell’Ue e degli Stati uniti sulle sanzioni alla Russia? 2) Putin sembra avere il disturbo paranoico con manie persecutorie e che sente di svolgere un ruolo messianico che era pure di Mussolini, Hitler e Stalin, quanto può essere lucido attualmente nelle sue decisioni politiche e ci dobbiamo attendere un gesto inconsulto e duro di un paranoico, ossia l’utilizzo di armi nucleari?

    1. Domanda sub 1) – Se il fronte delle sanzioni e della durezza europea terrà, si vedrà nei prossimi giorni, al momento non si può dire altro. Domanda sub 2): Sulle condizioni di Putin, vedo moltiplicarsi gli analisti che si fanno domande come la Sua. Il panico sulle armi nucleari si è diffuso in Italia più che in altri Paesi, vedo, a causa di alcuni titoli di giornale irresponsabili. L’eventualità del loro impiego esiste, ma il timore non deve essere estremizzato. Anche per questo quesito, non resta che aspettare. Cordiali saluti. LL

  8. Salve,
    vorrei sapere dove si trova il punto in cui Vladimir Nabokov, nelle Lezioni sulla letteratura russa, afferma che “la «grande anima russa» non esiste”? A quanto mi risulta Nabokov afferma piuttosto che l’anima russa non va cercata nel romanzo russo, in quanto quest’ultimo è sola espressione del genio individuale. Grazie.

    1. Grazie per la Sua precisazione. Avrà comprensione se in questo momento mi è impossibile ricercare il passo esatto. Ho letto quel libro più e più volte, lo ricordo molto bene, in questo contesto la citazione non ha pretesa di scientificità. Preciso meglio cosa intendevo con quel riferimento: la «grande anima russa» che vagheggiamo noi in Occidente è quella che pensiamo di trovare nella letteratura russa, in misura minore nella musica o nella pittura. Ciò che voglio dire è che quell’idea di grande anima russa, quella che si costruisce in noi e che molti in Occidente usano per inquadrare ciò che accade in Russia, in realtà non esiste. Non dubito che ciò che risulta a Lei sia esatto, può essere che ricordiamo due passi diversi, ma, come vede, comunque sia si va a parare allo stesso obiettivo. Grazie e cordiali saluti. LL

  9. Ciao Luca!

    Innanzitutto ti ringrazio per questo e per gli altri contributi che denotano molta competenza e affidabilità da parte tua. Sono anche io un traduttore e sai quanto è importante per noi avere un contatto diretto con la fonte degli eventi. Non parlo e né tanto mano conosco la lingua russa/ucraina per poter inquadrare la situazione anche dal loro punto di vista. Sei quindi un punto di riferimento fondamentale, vista la tua pluriennale attività di ricerca in quei luoghi. Impensabile fare un’analisi approfondita ed esaustiva senza conoscere la lingua/le lingue e la cultura/le culture con cui abbiamo a che fare.

    Sono d’accordo sul fatto che, per quanto la nostra società occidentale di stampo americanista sia piena di difetti e di contraddizioni e incongruenze, seppur in diversi livelli, i principi di libertà e democrazia sono soddisfatti. Non preferirei mai e poi mai l’imporsi di oligarchie di stampo asiatico che giocano sulla disinformazione e su un nazionalismo esacerbato che va ben oltre l’orgoglio nazionale di far parte di un certa etnia e/o cultura. Credo potrebbe essere, invece (ma sono un illuso), una buona occasione per rifondare le nostre democrazie occidentali che oramai vacillano su tutti i fronti e hanno bisogno di unità di fronte a un nemico che ha ben chiara la nostra debolezza.

    Detto questo, ho una domanda specifica sul tuo articolo. Mi è chiara la presenza di deputati filorussi nel nostro Parlamento, ma vorrei chiederti di spiegare meglio la posizione del nostro attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, quando scrivi: “Il capo del governo italiano, che dirige di fatto la politica estera, il giorno dell’aggressione russa all’Ucraina non ha ritenuto di presentarsi in parlamento. Ci è andato il giorno dopo, quando tutti i maggiori leader europei si erano già espressi.”
    Forse mi sfugge qualche passaggio.

    Grazie mille ancora!

    1. Sergio,

      Grazie per il Tuo apprezzamento. Concordo con te nell’opinione sulla società occidentale, piena di difetti ma pur sempre la migliore possibile al momento, come diceva Karl Popper. Eppure, molti sembrano preferire l’autoritarismo e la sottomissione del singolo a qualche autorità suprema, politica o religiosa. Pochi si rendono conto del valore della libertà non solo in quanto capacità di autodeterminazione del singolo, ma anche come elemento essenziale di una società che persegue benessere e progresso. Le società autoritarie sono sempre arretrate, anche dal punto di vista tecnologico e della qualità di vita, ma pochi sembrano in grado di vedere la relazione tra la libertà individuale, nel quadro di uno Stato di diritto, e la possibilità di vivere in un mondo pur imperfetto, ma che riesce a soddisfare gran parte delle nostre aspirazioni.

      Proprio ieri sera seguivo via social una conversazione con Anne Appelbaum, una delle più acute analiste in materia di libertà e democrazia, oltre che esperta de Est Europa, e Garry Kasparov, noto campione di scacchi russo, oggi emigrato e attivista politico oppositore di Putin. Vi si diceva proprio che la guerra, se qualcosa di positivo può portare, sarà un ripensamento del rapporto traballante che molti hanno con la democrazia, lo Stato di diritto e la società aperta. In queste circostanze si è costretti a prendere posizione, e ciò richiede riflessioni sui fondamentali.

      Quanto al capo del governo italiano: ho la spiacevole impressione che le relazioni internazionali non siano la sua materia preferita e se ne occupi di malavoglia. Emmanuel Macron è intervenuto nelle ore immediatamente successive all’inizio della guerra, con un discorso alla nazione in cui ha dimostrato piena comprensione della gravità dei fatti. Così, seppur con meno empatia, ha fatto il cancelliere tedesco Scholz. Persino Boris Johnson, generalmente scapigliato sia nella chioma sia nei pensieri, in questo frangente sta dimostrando leadership e dirittura. Mario Draghi è intervenuto in Parlamento il giorno dopo l’inizio dei combattimenti, con il solito discorso all’italiana, a mio giudizio neppure paragonabile all’efficacia degli altri.

      E’ comprensibile: il capo del governo, in Italia, non è sostenuto da un ministero degli esteri guidato con la sovranità che richiederebbe la situazione. Paragonando ciò che vedo accadere in Italia alla condotta di altri Paesi, mi sembra mancare un efficace tandem tra Ministero degli esteri e capo del Governo: il ministro prepara il terreno, i capi di Stato e di governo arrivano a chiudere il cerchio. In Italia, ho l’impressione che il capo del governo debba fare tutto o quasi da solo, il che spiega, ma non giustifica, un approccio che mi sembra lento e sempre al traino di altri. Non voglio neppur accennare qui ai rapporti economici e politici che legano l’Italia alla Russia: oggi rivelano più che mai la loro insanità, ma purtroppo sono un fatto.

      Buon lavoro. L

      1. Grazie mille, Luca, per i tuoi chiarimenti. Ho notato da subito, ovvero sin dall’inizio dell’attuale tecnocrazia, che la politica estera non è sicuramente uno dei punti forti del governo Draghi e devo ammettere che sono rimasto un po’ deluso da questo punto di vista, considerando il suo passato in ambito europeo. Per quanto di buono possa aver fatto, è innegabile che nel nostro Paese manca un vero e proprio potere politico. La politica in Italia soffre da troppo tempo e non percepisco più nessun potere decisionale forte. Rappresenta un grosso problema, anche in considerazione della propensione filorussa che il nostro Paese sta prendendo. La si percepisce in molte cose, in molti approcci da parte dei partiti populisti/sovranisti presenti in parlamento e, cosa ancor più sconvolgente, dai ragionamenti che senti in giro da parte della gente comune. Seppur sostengono di non dare alcun supporto a quei partiti, a parole danno segni evidenti di credere in idee spaventose. Ed è proprio lì che si insedia il pericolo.

      2. L’effetto combinato di scarsa dirittura politica e cattivo uso dei media porta esattamente ai risultati ai quali ti riferisci. Una popolazione confusa e impreparata alla quale si può far credere di tutto, anche ai fini più abietti. Il giustificazionismo verso la guerra Russia-Ucraina che vediamo emergere in queste settimane è la prova più concreta di questa deriva. LL

  10. Ottima analisi. A mio parere importanti sono anche le motivazioni economiche che riguardano il controllo di importanti risorse minerali ed energetiche, nonché di infrastrutture e investimenti che l’Occidente stava portando avanti, creando i presupposti per una competizione con aziende russe stesse.

    1. Grazie. Vero, c’è un capitolo riguardante il dettaglio economico del Donbass che qui non è possibile neppure accennare, ma è una delle questioni esistenti.

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