Guerra in Ucraina: cinque errori dell’Occidente

Guerra in Ucraina: gli errori dell'Occidente, cinque punti da ricordare
Guerra in Ucraina: tanti errori dell’Occidente, ma… | Resti del campo di concentramento di Bergen-Belsen, Germania (© Pascal van de Vende)

La guerra in Ucraina e gli errori dell’Occidente: se ne parla molto, ma quali sono i veri errori di Europa e Stati uniti? Se non li avessimo fatti, forse oggi sull’Ucraina non cadrebbero i missili. Possiamo provare a evitare di ripetere gli stessi errori in futuro. L’Occidente ha molte responsabilità, da decenni a questa parte, verso l’Unione sovietica e verso la Russia. Non sono, però, quelle che si sentono ripetere in questi giorni.


L’Ucraina non è ancora morta. Può sembrare una frase a effetto, ma è il primo verso dell’inno nazionale ucraino. Per i cittadini ucraini, L’Ucraina non è ancora morta, né la gloria né la libertà suona come Quando la bionda aurora il mattino c’indora per gli svizzeri, o Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta per gli italiani.

Vladimir Putin, è dimostrato, voleva distruggere e ricostruire l’Ucraina in tre giorni, come il tempio di Gerusalemme, a sua immagine e somiglianza. Invece, dopo tre settimane, l’Ucraina non è ancora morta. Questa guerra ha un aggredito e un aggressore: non è la guerra di Siria, dove decine di gruppi armati si sparano addosso da dieci anni e le parti si possono confondere.

Eppure, sui media, in Italia più che in altri Paesi, compaiono politici, docenti universitari, commentatori di ogni genere secondo i quali la guerra sarebbe colpa dell’Occidente, della NATO, cioè colpa nostra. Mentre in Russia un numero crescente di intellettuali protesta, come può, contro la guerra, da noi vi sono intellettuali che giustificano chi l’ha cominciata.

Il regime di Vladimir Putin fa bombardare ospedali, abitazioni civili e scuole, ma lo fa, secondo costoro, per difendersi dalla nostra aggressività verso la Russia. Altri dicono: «Putin ha le sue ragioni, ma sbaglia il metodo.» L’Occidente ha commesso molti errori, da decenni a questa parte, verso l’Unione sovietica prima e verso la Russia poi. Non sono, però, gli errori che si sentono ripetere in questi giorni. Se anche Putin usasse metodi giusti, le sue presunte ragioni non valgono, e questa non è un’opinione personale: carta canta.

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La guerra è colpa nostra?

Chi sostiene che la NATO, l’Europa o gli Stati uniti avrebbero fatto cose che giustificherebbero le azioni della Russia, lo fa esponendo teorie che non trovano alcun riscontro nei fatti e nei documenti. Unisce fra loro eventi che non hanno relazione, per trarne conclusioni errate; inventa nessi causali che non esistono; cita documenti che non ha letto o ha letto male, perché spesso non capisce nemmeno la lingua in cui sono scritti in originale.

Non rispondo nel dettaglio a queste tesi infondate. Significherebbe dare ulteriore notorietà ad esse e agli illusionisti che le sostengono. Divulgare tesi prive di fondamento scientifico, in questo caso, non è solo sbagliato. Poiché con queste tesi si vuole giustificare una guerra d’aggressione, contribuire a diffonderle è moralmente irricevibile. Bisogna riconoscere il confine tra la libertà di espressione e l’apologia di un crimine. La libertà di espressione deve essere tutelata sempre; la giustificazione di una guerra di aggressione non è ammessa, nemmeno a chi siede dietro una cattedra universitaria, su uno scranno parlamentare o davanti a una telecamera famosa.

Per questi motivi, preferisco analizzare alcuni errori che noi occidentali abbiamo davvero commesso verso la Russia. Se non li avessimo fatti, forse oggi le bombe non cadrebbero sull’Ucraina, ma ormai è tardi per chiederselo. Possiamo, invece, provare a evitare di ripetere gli stessi sbagli da oggi in poi.

1. GUERRA IN UCRAINA, GLI ERRORI: LA DIPENDENZA ENERGETICA

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Oggi, dipendere dal gas russo e, in misura minore, dal petrolio, limita la nostra possibilità di sanzionare Mosca per costringerla a fermare la guerra. Germania e Italia sono i Paesi europei più dipendenti dall’energia russa. Più ancora lo sono alcuni Paesi dell’Est Europa, ma, nel loro caso, la dipendenza ha ragioni tecniche e storiche più comprensibili. In Germania e Italia, il legame energetico con la Russia è stata una scelta politica, errata e non recente.

Tra fine anni Settanta e inizio degli anni Ottanta, l’Unione sovietica cominciò a estendere verso l’Europa i gasdotti che portavano gas dalla Siberia, costruiti a segmenti successivi in decenni di lavori. La Germania occidentale intendeva collegarsi al gasdotto sovietico che arrivava in centro Europa, attraverso l’allora Cecoslovacchia. A inizio gennaio 1982, il presidente degli Stati uniti Ronald Reagan venne in visita ufficiale in Europa. Incontrò in Germania l’allora cancelliere tedesco Helmut Schmidt, che sosteneva con tutte le sue forze l’allacciamento del suo Paese al gasdotto sovietico.

Erano i mesi in cui in Polonia la popolazione si sollevava contro il regime comunista. Poche settimane prima, il generale Wojciech Jaruzelski aveva imposto la legge marziale. Gli Stati uniti proponevano di sanzionare Mosca, che non voleva rivolte contro i regimi dell’Est e appoggiava la repressione in Polonia.

Reagan in Europa e i primi dissensi sul gas siberiano

Il presidente Reagan voleva convincere il cancelliere Schmidt a rinunciare ad allacciare la Germania al gasdotto sovietico; Schmidt voleva il gas sovietico e non voleva sanzioni contro Mosca, perché il progetto, oltre al gas, portava commesse milionarie per le imprese tedesche. Chi, in quei giorni, assistette all’incontro fra Reagan, Schmidt e altri dirigenti del tempo, racconta che il cancelliere tedesco evitava ostentatamente lo sguardo del presidente americano, voltandosi verso la finestra, ogni volta che Reagan lo guardava per avvertirlo dei pericoli della sua politica energetica. La Germania di quegli anni era legata all’Unione sovietica da un rapporto di benevolenza: la celebre Ostpolitik, la politica di dialogo tra Berlino e Mosca del cancelliere Willy Brandt, aveva permesso di allentare la morsa della frontiera tra le due parti della Germania, allora divisa.

Questi fatti accaddero quarant’anni fa: già allora, gli Stati uniti ammonivano l’Europa contro la dipendenza energetica da un regime autoritario. L’Europa fece spallucce, per ragioni economiche e politiche. L’errore si è ripetuto di recente, con la costruzione di due nuovi gasdotti tra Germania e Russia – prima il Nord Stream 1 e poi il Nord Stream 2, voluti dal governo di Angela Merkel e sostenuti dall’ex cancelliere Gerhard Schröder.

Ho citato l’esempio della Germania. Chi segue le cose italiane troverà senza fatica atti che hanno favorito la dipendenza della Penisola dalla Russia con decisioni politiche o economiche. Oggi, l’Unione europea si accorge che impiegherà anni, a liberarsi di questi imprudenti legami energetici. Intanto, l’Europa continua ad alimentare il regime di Vladimir Putin con una delle sue maggiori fonti di entrata, la vendita del gas. In futuro, le politiche energetiche dovranno essere studiate in modo da non causare dipendenze politiche da regimi malfidati.

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2. GUERRA IN UCRAINA, GLI ERRORI: LA DIPENDENZA ECONOMICA

L'Italia vista dalla Svizzera nei sei mesi più delicati della sua storia recente
«L’Italia vista da fuori» – Il libro di Luca Lovisolo sull’Italia

Nell’entusiasmo suscitato dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine del comunismo, a partire dai primi anni Novanta molte imprese europee si lanciarono sul mercato della Russia. Senza farsi domande su quel Paese, svilupparono relazioni economiche sempre più strette. Il Cremlino, oggi, sfrutta queste relazioni per imporre all’Occidente la sua visione del mondo e alimentare le sue guerre. Molte imprese di grandi dimensioni stanno abbandonando la Russia, in questi giorni. La causa non è solo nelle sanzioni: di fronte alle violenze della guerra in Ucraina, lavorare in Russia o per la Russia, causa un danno di reputazione.

La guerra in Ucraina tocca oggi il suo vertice di crudeltà, ma è cominciata nel 2014. La Russia ha iniziato a influire in modo improprio nello spazio ex sovietico sin dal 1992, in Moldavia; nel 2008 ha invaso la Georgia; nel 2014 ha annesso la Crimea e ha destabilizzato l’Ucraina orientale alimentando soldataglie di separatisti. In quasi vent’anni, nessuna impresa occidentale ha capito cosa stesse succedendo.

Nessuno ha messo in discussione i rapporti economici, anzi. Le associazioni imprenditoriali hanno protestato a gran voce, ogni volta che i governi proponevano sanzioni contro la Russia per la sua condotta internazionale. Oggi, vi sono piccoli e medi imprenditori italiani che lamentano il precipitare dei fatturati con la Russia, in conseguenza delle sanzioni.

In decenni, hanno permesso che il commercio con uno Stato autoritario realizzasse quote sempre più importanti della loro cifra d’affari complessiva. E’ stato un errore che possono rimproverare solo a se stessi. Non è possibile commerciare con un Paese, senza essere informati sul suo sistema politico e sulla sua evoluzione. I rapporti economici rafforzano le dittature, non le fanno cadere.

3. GUERRA IN UCRAINA: L’ERRORE DI ACCETTARE LA STORIA FALSIFICATA

Da almeno dieci anni, in Russia è in corso un processo di riscrittura della Storia. Non si tratta di interpretazioni diverse di fatti storici controversi. Con articoli, saggi, documentari e prodotti multimediali, la propaganda del Cremlino sta ribaltando la Storia, distorcendo le fonti per giustificare l’imperialismo russo. La guerra di oggi contro l’Ucraina è solo l’ultima tappa, in ordine di tempo, di questa revisione del passato. Questa rilettura falsa e violenta della Storia si è diffusa anche nelle accademie e nei media occidentali, che non si sono preoccupati di smascherarne la falsità.

Cito un esempio per tutti: l’ormai celebre favola della promessa di non allargamento a est della NATO. Secondo la Russia, durante i negoziati per la riunificazione della Germania, nel 1990, gli Stati uniti avrebbero promesso all’Unione sovietica di non far aderire alla NATO i Paesi dell’Est Europa. Di questa promessa non vi è traccia nei documenti; in quel momento storico un accordo simile non era possibile, perché il Patto di Varsavia esisteva ancora e nessuno prevedeva lo scioglimento dell’Unione sovietica.

Persino Michail Gorbačëv, allora a capo del Cremlino, ha scritto e dichiarato più volte che non si parlò mai di allargamento della NATO, durante i colloqui per la riunificazione della Germania; lui stesso stava lavorando per riformare e tenere unita l’Unione sovietica: non avrebbe potuto ricevere una promessa che presupponeva la fine dell’Unione e delle sue alleanze, un anno e mezzo prima che ciò accadesse.

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Quando si giustifica una guerra con un falso

Sembra che una frase, detta durante i negoziati, possa essere interpretata come promessa di non allargamento a Est della NATO. L’avrebbe pronunciata l’allora Ministro degli esteri tedesco, Hans-Dietrich Genscher: il ministro non aveva alcun potere di dare tale garanzia, se anche l’avesse data a voce; infine: ogni accordo preso nel 1990 si riferiva a un mondo ancora diviso in due blocchi; di adesione alla NATO dei Paesi dell’Est si cominciò a parlare anni dopo, quando l’Unione sovietica non c’era più e il Patto di Varsavia si era sciolto.

Il mondo era un altro e si ponevano altri problemi. Ogni eventuale accordo sulla politica dei due blocchi preso nel 1990, sempre che vi fosse stato, non aveva più senso. Ciliegina sulla torta: una promessa di non allargamento della NATO fra Stati uniti e Unione sovietica, se anche fosse stata formulata per iscritto, non avrebbe alcun valore giuridico: due Stati non possono decidere il futuro di altri.

Conclusione: la promessa di non allargamento a est della NATO è una bufala clamorosa. Eppure, il regime di Vladimir Putin giustifica la sua guerra in Ucraina come reazione al tradimento della NATO, che non avrebbe rispettato la promessa di non accettare l’adesione di Stati dell’Est Europa, ma la promessa non esiste. Quel che è peggio, anche in Italia ed Europa, mentre le bombe cadono sull’Ucraina, vi sono professori universitari, politici e persino monsignori che continuano a sostenere che Putin è nel giusto, perché la NATO ha provocato la Russia venendo meno alla promessa che non c’è. La NATO ha accettato nuovi Stati membri nell’Europa dell’Est: si potevano avere idee migliori? Vero. L’allargamento della NATO ha minacciato la Russia? Falso. La Russia ha collaborato con la NATO fino al 2014, senza battere ciglio.

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La riscrittura della Storia non si ferma

La riscrittura della Storia fatta dalla Russia di Putin riguarda anche altri momenti chiave del passato recente: il patto Molotov-Ribbentrop del 1939, le vicende della Seconda guerra mondiale, lo stalinismo, la relazione fra i russi, gli ucraini e gli altri popoli non russi dell’Impero zarista, la storia dell’Unione sovietica. Università, sedi politiche e media europei, particolarmente in Italia, hanno accolto con entusiasmo la Storia rivista secondo il regime russo, le hanno dato voce e l’hanno amplificata.

Oggi, questa storia falsificata della Russia e dell’Europa serve a giustificare la guerra in Ucraina. Trova intellettuali e un’opinione pubblica occidentale disposti a crederci. Bisogna smettere di diffondere tesi storiche e politiche infondate: distinguere il vero dal falso è possibile, i fatti non si possono contraddire sempre. La storia non è andata come piacerebbe a Vladimir Putin e ai suoi cantori. Chi siede dietro le cattedre universitarie, sui seggi in Parlamento e nelle redazioni dei media deve contrastare la divulgazione della falsa informazione, non contribuire a diffonderla.

4. GUERRA IN UCRAINA: GLI ERRORI IN IRAQ, SIRIA E AFGHANISTAN

Nel marzo del 2003 gli Stati uniti e alcuni Stati occidentali invadono l’Iraq. Il presidente George Bush figlio giustifica l’attacco come guerra preventiva, dinanzi al pericolo del regime di Saddam Hussein. Secondo gli Stati uniti, il dittatore iracheno nasconde armi di distruzione di massa che minacciano l’intera umanità. Si capisce poi che in Iraq non ci sono tali armi e che la guerra degli Stati uniti serve a un disegno di egemonia regionale. Nasce in quella circostanza il concetto di «guerra preventiva,» che resta sino a oggi una fattispecie controversa del diritto internazionale.

Guerra in ucraina: tra gli errori, la guerra in Iraq
Guerra ucraina, errori dell’Occidente: l’intervento in Iraq | Sinjar, Iraq (© Evi Meir Clancy)

La guerra di Vladimir Putin in Ucraina è lo specchio di quella di George Bush figlio in Iraq. Oggi, Vladimir Putin motiva l’attacco come autodifesa preventiva rispetto a un inesistente «pericolo nazista,» costituito dal governo del presidente Zelenskij e dall’Ucraina come Stato indipendente. In realtà, conduce anch’egli una guerra di egemonia neo-imperiale, come il presidente USA di allora. A far crescere le analogie con la guerra d’Iraq, in questi giorni i russi hanno cominciato a parlare di laboratori chimici presenti a decine, a loro dire, in territorio ucraino.

In tali laboratori si preparerebbero armi chimiche e batteriologiche rivolte contro la Russia. Questo racconto assomiglia sempre più alla finta >presentazione che l’allora segretario di Stato USA Colin Powell tenne nel febbraio 2003 dinanzi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Brandì foto e una provetta, per giustificare con argomenti falsi l’avvio dell’invasione dell’Iraq. La guerra in Iraq segnò un pericoloso precedente nel diritto internazionale. Oggi, Vladimir Putin si serve di quel precedente per sostenere, con argomenti analoghi, la legittimità dell’invasione dell’Ucraina.

Le fratture dell’Occidente, il via libera a Putin

Nel 2012, il presidente degli Stati uniti Barack Obama promette che gli Stati uniti interverranno in Siria, se il regime di Bashar al-Asad utilizzerà armi chimiche, nel contesto della guerra in corso nel Paese. Il regime siriano impiega le armi chimiche, ma Stati uniti e Occidente non intervengono. La loro inerzia dimostra al mondo che non sono disposti a battersi per la difesa di un principio del diritto internazionale, il divieto di uso di armi chimiche.

Nell’estate del 2021, gli Stati uniti abbandonano al suo destino l’Afghanistan, incuranti che il potere torni ai talebani. Non si consultano con gli alleati europei, che protestano: l’Occidente era in Afghanistan per una battaglia di valori, ma mostra di non interessarsene più e addirittura litiga su come uscirne.

Un mese dopo, il 15 settembre, gli Stati uniti provocano un’altra rottura con gli alleati europei. Decidono da soli di promuovere AUKUS, un’alleanza rivolta alla difesa verso le minacce dell’Asia-Pacifico. L’atto provoca reazioni in Europa e particolarmente in Francia, perché comporta la disdetta di una fornitura di sommergibili nucleari all’Australia. L’amministrazione di Joe Biden dimostra che il suo nuovo orientamento verso l’Asia prevale sul rischio di uno scontro diplomatico ed economico con i partner europei.

A fine estate 2021 la NATO e l’Occidente si presentano più deboli e divisi di sempre. Non sappiamo quando Vladimir Putin ha dato l’ordine di preparare l’invasione operativa dell’Ucraina. Il progetto politico esisteva da anni, bisognava scegliere il momento giusto per attuarlo. E’ nei fatti che la Russia ha cominciato ad ammassare truppe al confine con l’Ucraina da inizio autunno 2021, quando anche il presidente russo ha preso atto che la NATO era più confusa e meno pericolosa che mai.

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L’Occidente è stato troppo debole, non aggressivo

L’Occidente non ha stimolato la guerra in Ucraina minacciando la Russia: si è mostrato debole e diviso al punto da far credere al Cremlino che una guerra di aggressione sarebbe rimasta impunita. Dopo l’attacco russo, l’Europa e gli Stati uniti si sono rialzati, come pugili suonati. La reazione occidentale c’è ed è efficace, ma intanto un Paese europeo si dibatte sotto i missili lanciati dalla Russia.

Dobbiamo ricordare due principi: il primo, che le alleanze funzionano se si presentano unite, oltre che esserlo; il secondo, che non si devono creare precedenti di violazione del diritto internazionale, per biechi interessi di parte. Prima o poi, qualcuno citerà quei precedenti per giustificare le proprie violazioni. Sembra elementare, ma ce ne siamo dimenticati.

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5. GUERRA IN UCRAINA: L’ERRORE DI VOLTARSI DALL’ALTRA PARTE

Il libro di Luca Lovisolo
sulla strategia russa in Europa

Il progetto del regime di Vladimir Putin sull’Ucraina e sull’Europa non è segreto. Per prevedere i fatti di oggi, non ci voleva la sfera di cristallo. Bastava studiare le fonti in cui vengono descritti a chiare lettere. Dal 2007 a oggi vi sono stati ricercatori, studiosi e analisti che hanno capito dove si sarebbe arrivati: il loro grido si fece più sonoro quando la Russia invase la Georgia, nel 2008; aumentò d’intensità nel 2014, quando Mosca annesse la Crimea e assunse il controllo di due regioni orientali ucraine.

Il grido è rimasto inascoltato, mentre nelle facoltà universitarie, sulle pagine dei giornali e nella politica passava solo chi sosteneva il regime di Vladimir Putin, le buone relazioni con la Russia e la propaganda del Cremlino. Chi si affannava a segnalare che il disastro era vicino, veniva trattato come un inguaribile russofobo, come lo scienziato pazzo che crede di aver trovato il petrolio su Marte. Sono stati ignorati anche gli avvertimenti dei governi degli Stati baltici, che conoscono da vicino la Russia e le sue intenzioni.

E’ grave che ciò sia accaduto. E’ ancora più grave, però, che la condotta della Russia sia stata ignorata dai ministeri occidentali, dalle Commissioni affari esteri dei parlamenti, dai governi e dai funzionari che dovrebbero consigliarli. Cosa facevano, mentre Vladimir Putin, alla luce del sole, piantava i paletti per realizzare il suo progetto? Servono più capacità di analisi e più competenza. Devono cambiare i criteri con i quali vengono scelti gli esperti e i consiglieri dei ministeri, i responsabili dei centri studi che preparano le politiche dei governi, i capi delle redazioni esteri dei grandi media.

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GUERRA IN UCRAINA, GLI ERRORI DI OGGI

Questa breve lista di errori dell’Occidente, che hanno causato o favorito la guerra alla quale assistiamo in Ucraina, non pretende di essere completa. Può allungarsi, ma più si studiano le condotte di Europa e Stati uniti negli ultimi trenta, quarant’anni, più si riconosce che l’Occidente ha sbagliato per debolezza, incoerenza e ingenuità, non certo per aggressività.

Vladimir Putin sa che la dipendenza energica ed economica impedisce all’Europa di far cessare del tutto i flussi di denaro che alimentano la guerra. Sa di avere in Europa – e in Italia più che altrove – un’opinione pubblica favorevole alla Russia, grazie ai media, ai politici e alle accademie che diffondono da anni la propaganda del Cremlino, come servitori più monarchici del re.

Oltre agli errori del passato, vi sono almeno due errori del presente, che possiamo smettere di fare. Il primo è credere che il regime di Putin si fermerà all’Ucraina, se riuscirà a sottometterla. Il progetto politico della Russia è scritto nero su bianco: ricostituire l’egemonia della Russia sull’Europa dell’est, sul Caucaso, e sull’Asia centrale, per poi esercitare la sua influenza politica sino all’Atlantico (ne parlo più a fondo nel mio libro >Il progetto della Russia su di noi). Per far cessare la realizzazione di questo progetto, che prosegue indisturbata da quindici anni, bisogna fermare Vladimir Putin oggi in Ucraina.

La guerra non è ancora decisa

Il secondo errore è credere che l’Ucraina perderà in ogni caso la guerra. Come ho già osservato in altre occasioni in questi giorni (>qui e >qui), Vladimir Putin ha commesso in Ucraina lo stesso errore che i dirigenti dell’Unione sovietica commisero nel 1979, quando decisero l’invasione dell’Afghanistan. Sottovalutarono la resistenza della popolazione e mancarono di uomini per sostenere il conflitto. La forza dell’Unione sovietica, sulla carta, era enorme, rispetto ai combattenti locali, ma gli afghani vinsero, sostenuti dall’Occidente, e l’Unione sovietica finì in rotta (ne parlo meglio >qui).

Non è possibile prevedere come finirà la guerra in Ucraina. Con il passare dei giorni, però, lo scenario assomiglia sempre più a quello dell’Afghanistan. Vi sono ragioni per le quali la Russia potrebbe vincere, ma ve ne sono almeno altrettante per le quali potrebbe perdere. E’ falso, dire oggi che gli ucraini dovrebbero arrendersi alla prepotenza dei russi, perché continuare la resistenza costerebbe vite senza prospettive di vittoria. La resa eviterebbe qualche danno oggi, ma condannerebbe le prossime generazioni di ucraini alla servitù verso Mosca e rinvierebbe a una futura, nuova guerra di indipendenza. Non illudiamoci che la diplomazia possa risolvere questa guerra in questo momento.

Se anche dovesse perdere la guerra, non vi è ragione per la quale l’Ucraina debba perdere la dignità, consegnandosi all’invasore a braccia alzate. Vladimir Putin pensava di vincere la guerra in tre giorni. Dopo tre settimane di combattimenti, l’Ucraina non è ancora morta.

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16 risposte

  1. Complimenti come sempre per l’analisi molto affinata e ineccepibile. Lei ha argomentato accuratamente proprio un punto importante: gli errori dell’Occidente nell’accogliere le tesi revisioniste e giustificazioniste della politica russa relativamente alla storia e ai fatti politici degli ultimi trent’anni. Sicuramente un ruolo importante ce l’hanno avuto, a parte le influenze russe tramite vari canali e strategie, da un lato certe simpatie di ex comunisti o ex socialisti che hanno guardato e guardano ancora alla Russia in modo nostalgico e per un sentimento anti-NATO, che è viscerale, e dall’altro determinati soggetti ultraconservatori che hanno sposato con simpatia la leadership di Putin.

    Mi ricordo in una trasmissione televisiva che un giornalista italiano molto importante elogiava Putin come un vero politico capace di ritagliarsi uno spazio nello scacchiere internazionale. Il che dimostra che nei confronti della leadership di Putin c’è stata una sorta di ammaliamento. Del resto negli ultimi dieci anni una certa cultura sovranista è stata oggetto di certe affinità con Mosca.

    Per il resto condivido ciò che lei ha espresso ed è evidente che tra gli occidentali europei c’è un sentimento antioccidentale. Alcuni pensano che Chomsky serva a spiegare la crisi attuale, come se il problema fosse solo nel campo occidentale e non si va ad analizzare la realtà russa per com’è. Quando l’Occidente dormì e fu indifferente ci fu l’olocausto! E ciò non va mai dimenticato. In sostanza esiste un Paese aggressore e un Paese aggredito ed è di questo che si deve parlare.

    Al riguardo le chiedo: la Russia sembra essere colpita pesantemente sul piano economico dalle sanzioni, ma saranno efficaci nel produrre una debolezza russa anche sul piano militare e su quello politico? Che probabilità avranno le sanzioni nel creare crepe nella cerchia di Putin e quindi la caduta dello stesso? Cordiali saluti.

    1. Grazie per il Suo commento. Al Suo elenco di soggetti che hanno favorito il diffondersi della russofilia aggiungo li ambienti economici e imprenditoriali, che hanno visto nella Russia un mercato nel quale era relativamente facile entrare grazie ad aderenze politiche e affaristiche. Quello russo è un «capitalismo di relazioni» molto simile a quello italiano, da questo punto di vista, in cui le imprese della Penisola si sono trovate subito a loro agio.

      Le sanzioni colpiscono duramente, anche se la misura più forte, cessare gli acquisti di gas e petrolio, non è applicabile, per le ragioni che spiego nell’articolo. Sul meccanismo che potrebbe portare dal crollo economico al crollo del regime di Putin si leggono le ipotesi più diverse. Da parte mia, penso che bisognerà attendere che lo Stato russo rimanga materialmente senza soldi per pagare i funzionari, i militari, gli addetti al sistema della sicurezza e delle forze dell’ordine interne, in una parola: l’apparato statale che sostiene il regime. Senza questo supporto, Putin cade. A ciò si può aggiungere lo scontento della popolazione per l’aumento dei prezzi e la difficoltà di trovare soldi e generi vari di provenienza occidentale ai quali è ormai abituata.

      Sui tempi e sui modi in cui ciò potrà avvenire, c’è chi parla di giorni, chi di settimane, chi di mesi. Non va dimenticato un altro aspetto: quando e se Putin cadrà, non si sa chi gli succederà. Come tutte le dittature, anche il regime russo ha impedito la formazione di una società civile dalla quale possano emergere dirigenti esperti e liberi. In questo momento, non è possibile dire alcunché di più preciso. Cordiali saluti. LL

      1. Ecco, l’ultima osservazione è ciò che fa affacciare (con sgomento) sull’abisso. Anche perché è inattaccabile, precisa e chirurgica. E inquietante. Grazie, come sempre, per la sua competenza e lucidità. Vorrei dire che è un piacere leggerla, ma non sempre ciò è vero. Ma è sempre stimolante e illuminante, ed è questo da perseguire.

  2. Ottima analisi! Complimenti! Veramente esaustiva nell’esame di tutta la situazione. Grazie.

    1. Quando scriverò il libro a stampa sui temi di cui parlano gli articoli, indicherò tutte le fonti secondo i normali criteri scientifici. I libri si vendono e con il ricavato si ripaga il tempo necessario per una redazione dettagliata. Negli articoli del blog, indico le fonti quando il tempo e le circostanze lo permettono. Considerato che si tratta articoli gratuiti e che devono essere redatti in tempo zero, dato il precipitarsi quotidiano degli eventi, mi pare che di materiale ce ne sia già abbastanza. Se non Le basta, passi oltre. Grazie. LL

  3. Ottima analisi, da far conoscere il più possibile a coloro che vogliono a tutti i costi far ricadere ogni colpa di questa situazione sugli “americani” (senza peraltro indicare con precisione quali atti sarebbero stati compiuti dagli “americani” per portare a ciò). Ormai è una frase fatta che sento da chiunque. Il tutto unito alla solita narrazione filorussa, che ha fatto presa su più persone di quante se ne possano immaginare. Andare sui social ormai è una desolazione.

  4. Grazie, professor Lovisolo, leggere i Suoi articoli e ascoltarLa aiuta moltissimo chi vuole capire, riflettere e poi prendere una posizione e agire. Per quanto mi riguarda, cercherò di diffonderli al meglio. Mi permetta un paio di domande:

    1) sto studiando il Trattato di Associazione >UE/Ucraina del 2014. Ci sono diversi riferimenti importanti alle politiche di sicurezza e di difesa dell’Ucraina, definite come impegno comune (art.1, punti C ed E e, ancora più esplicita nella fine dell’art. 2: «Anche la promozione del rispetto dei principi di sovranità e integrità territoriale, inviolabilità delle frontiere e indipendenza, come pure la lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, dei loro componenti e dei relativi vettori costituiscono elementi essenziali del presente accordo»). So bene che la forza di un trattato di associazione è relativa alle scelte che l’Ue riesce a concordare coi suoi Stati membri, ma quanto scritto potrebbe essere richiamato per spingere l’Ue a proporre almeno un quadro per i negoziati che non sia l’appiattimento sulle impossibili condizioni di Putin.

    2) Non le sembra che, oltre i contenuti mutuati dalla propaganda di Putin, chi ritiene che l’Ucraina come stato indipendente e sovrano possa essere sacrificata per la pace, intervenga sistematicamente con un metodo volto ad una (finta) discussione che implica un sistematico «sì ma» e finisce per affossare qualsiasi argomento di merito? Ho notato una tale ricorrenza di questo «protocollo» che mi chiedo se non ci sia una sorta di scuola retorica che lo stia diffondendo. L’alternativa sarebbe, per me, angosciante perché significherebbe una decadenza culturale ed etica del mio paese al di là della mia possibilità di immaginazione.

    1. Buongiorno,

      Grazie per il Suo commento. Le considerazioni che propone meriterebbero più tempo di quanto ne ho a disposizione in questi giorni. In sintesi, posso rispondere così.

      1) I punti che Lei cita del Trattato di associazione Ue-Ucraina si riferiscono al rispetto di principi generali. Come in molti casi simili – vale anche per il Memorandum di Budapest per la rinuncia ucraina alle armi nucleari – le formulazioni sono poco determinate e non indicano cosa fare nel concreto, quando si verifica una violazione: del resto, non sarebbe questa la sede. Certo, i principi di sovranità, integrità territoriale e indipendenza sono già ora la base di un quadro negoziale, non hanno alternative. Il problema è che la Russia non li riconosce: lo scopo della guerra è proprio superare l’assetto territoriale attuale dell’Europa a favore di una propria egemonia. Sul perché i negoziati non abbiano prospettive, almeno in questo momento, ho scritto >questa nota. Si può aggiungere che Mosca ha indicato più volte con i fatti che ritiene proprio interlocutore gli Stati uniti, nella vicenda, non l’Unione europea. Difficilmente la si converrà a un tavolo negoziale con Bruxelles, a meno che non vi sia costretta da una sconfitta militare.

      2) E’ esatto, ed è la tecnica della propaganda. Si rifiuta di principio ogni argomento fattuale, per sostituirlo con affermazioni puramente ideologiche o prive di fondamento. Condivido il Suo pessimismo, poiché in questi giorni vediamo persino professori universitari, che si cimentano nel sostenere tesi che non hanno alcun radicamento nei fatti. Emerge ora che uno dei più ferventi sostenitori delle tesi di Putin riceverebbe sostanziosi cachet per le sue comparse televisive, e potrebbe non essere l’unico. Forse si comincia a svelare cosa c’è dietro questo entusiasmo putinista, da parte di intellettuali disposti a mettere in gioco la loro credibilità, per sostenere tesi giustificazioniste di una guerra d’aggressione e per giunta scientificamente false. Da parte mia, temo che le motivazioni non si fermino al soldo, ma vi sia la sincera e perversa convinzione che le dittature siano un bene e le guerre siano giuste, se condotte per la realizzazione di un progetto ideologico. Non ho bisogno di citarle tragici precedenti storici, neppur lontanissimi, li troverà da sé.

      Cordiali saluti
      LL

  5. Complimenti per la Sua analisi. La ho sentita a Zapping: molto molto interessante. Ho iniziato a seguirla qui ed ho acquistato il suo libro sulla Russia. C’è davvero la necessità di voci chiare come la Sua.

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