
Italia: diserzione e guerre attuali, tra Ucraina e Iran. Le dichiarazioni di una dirigente della sezione giovanile del principale partito all’opposizione. La relazione con gli scenari di guerra in corso e gli ultimi atti di Donald Trump. Gli aspetti rimasti in ombra in merito agli articoli della Costituzione italiana sul ripudio della guerra e sul dovere di difesa. Le parole della giovane dirigente sono rivelatrici.
Si succedono da alcune settimane eventi di politica interna europea ai quali guardare con attenzione, per i loro riflessi internazionali. Ho analizzato le recenti elezioni in >Sassonia-Anhalt, >Meclemburgo – Pomerania anteriore e Berlino, che hanno segnato un’avanzata dell’estremismo dalle conseguenze per il posizionamento globale della Germania; è seguito il breve commento – piuttosto, un non-commento – alle >elezioni parlamentari in Russia. Suscitano preoccupazione, intanto, le decisioni e dichiarazioni di Donald Trump sulla guerra in Ucraina e sulle relazioni tra Stati uniti e Russia.
Italia: diserzione e guerre attuali, cosa è successo
In questo contesto s’inseriscono le dichiarazioni di una giovane dirigente del Partito democratico italiano, la segretaria nazionale della sezione giovanile. Durante un intervento delle scorse settimane, la giovane ha affermato in forma esplicita che la risposta alle guerre sarebbe la diserzione. Non avevo ritenuto di commentare queste affermazioni, ma gli sviluppi delle ultime settimane mi hanno convinto a ritornarci. Alla luce dei fatti, non è possibile liquidare queste affermazioni come battute da comizio; inoltre, la loro autrice, benché giovane, riveste una carica di significato nazionale.
Molti sostenitori della giovane hanno affermato che questa lettura, da parte dei media e del pubblico, sarebbe dovuta a errata comprensione, per non aver udito il suo intervento sino in fondo. Io l’ho ascoltato e non vi ho trovato nulla che contraddicesse il modo in cui esso è stato riportato nel dibattito che ha suscitato in Italia. Ne ho ricavato, anzi, alcune precisazioni.
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In quest’analisi riporto >le parole della giovane dirigente e passo poi a precisare alcuni aspetti rimasti a mio avviso in ombra, in particolare quelli relativi all’applicazione degli articoli della Costituzione italiana concernenti il >ripudio della guerra (Art. 11) e il >dovere di difesa (art. 52). Queste considerazioni non valgono solo per l’Italia: disposizioni simili esistono, in forme diverse, nelle costituzioni post-belliche di quasi tutti i Paesi europei. In conclusione, riporto queste considerazioni nella prospettiva degli >sviluppi più recenti scatenati dalle azioni di Donald Trump.
L’INTERVENTO DELLA GIOVANE DIRIGENTE DEL PD
Sulla diserzione, la giovane dirigente del Partito democratico ha detto:
«Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori. Perché, per noi, parlare di patria significa ripudiare la guerra.»
Vero che oggi l’esercito italiano è formato da militari professionisti, ma anche questi potrebbero disertare e la possibilità di mobilitazione generale non è esclusa, in caso di necessità.
La giovane dirigente del Partito democratico non ha detto: in caso di guerra, io diserterei; oppure: io sosterrei i disertori. Una tale affermazione, benché inopportuna in bocca a chi riveste una responsabilità politica, potrebbe rientrare nella libertà di espressione. La giovane ha detto: noi organizzeremo i disertori. Perciò, non si è limitata a esprimere una propria valutazione: ha fatto riferimento esplicito a un’organizzazione pronta a sostenere una diserzione di massa, in caso di guerra. Una tale organizzazione non si costituisce dall’oggi al domani: richiede reti di contatti, infrastrutture informative, capacità di produrre documenti falsi, di celare o far espatriare i disertori, e molto altro.
È utile ricordare che la diserzione è prevista dal Codice penale militare, tanto >in tempo di pace (art. 148 sgg. CPMP) quanto in tempo di guerra (art. 143 sgg. CPMG). Disertare, pertanto, è reato. Vi è differenza, tra un singolo autore di reato e un’organizzazione costituita per commettere tale reato. Il diritto penale distingue tra singolo delinquente e un’associazione per delinquere (art. >416 CP IT).
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Italia, diserzione e guerre attuali: «io diserterei» o «noi organizzeremo»
Il ladro viene condannato per furto se ruba; chi organizza o partecipa a un’associazione per delinquere, al contrario, è condannato per il solo fatto di aver costituito l’associazione per una finalità criminale, anche se i reati progettati dall’associazione per delinquere non si realizzano. Ciò perché il solo costituire un’organizzazione stabile con l’intento di recare pregiudizio all’ordine pubblico è considerato un pericolo per la collettività.
Per questo motivo, promettere: noi organizzeremo i disertori! è cosa diversa e concreta, rispetto alla fugace manifestazione di un pensiero individuale. La giovane parlava usando la prima persona plurale, come dirigente del Partito democratico italiano, durante una manifestazione del partito medesimo. Si deve credere, perciò, che il noi dell’espressione noi organizzeremo i disertori sia riferito a quel partito, o quanto meno alla sua sezione giovanile, di cui l’oratrice è segretaria nazionale.
Chi ascolta le parole della giovane deve desumerne che nelle stanze del Partito democratico vi siano persone e mezzi organizzati che si associano con la finalità di sostenere i disertori, in caso di guerra. Tale fatto costituirebbe per sé stesso un pericolo per l’interesse pubblico della difesa nazionale, anche se tale organizzazione, il momento venuto, non agisse materialmente a sostegno della diserzione.
C’è un abisso, tra dire: io diserterei e promettere: noi organizzeremo la diserzione. Chi svolge un ruolo pubblico deve scorgere il baratro prima di caderci dentro; se non lo vede con i propri occhi, qualcuno deve indicarglielo. Rispetto alla gravità di tali espressioni, ci si sarebbe attesi, da parte dei massimi dirigenti del Partito, la smentita chiara e immediata che all’interno della formazione politica interessata esistano tali intenti e tali mezzi. Salvo errore, una tale smentita non è pervenuta.
Una vicenda analoga: il caso dei Verdi tedeschi
Lo scorso anno la portavoce della sezione giovanile dei Verdi tedeschi, il cui nome merita l’oblio, si presentò sul suo profilo Instagram con un indumento che riportava uno slogan diverso da quello lanciato dalla sua omologa del Partito democratico italiano, ma altrettanto offensivo delle istituzioni e dell’intelligenza di chi la guardava.
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I dirigenti del partito tedesco hanno preso immediata distanza da quella condotta e poco dopo la giovane si è vista costretta ad abbandonare la dirigenza della sezione giovanile. In Italia, al contrario, la giovane autrice delle dichiarazioni sulla diserzione ha raccolto la solidarietà dei suoi dirigenti, oltre che di una pletora di intellettuali, giornalisti e altre voci che hanno lodato le sue posizioni.
Italia: diserzione e guerre attuali, ma quali?
La giovane dirigente del Partito democratico ha detto:
«A causa vostra [delle destre] oggi siamo coinvolti in guerre che arrivano dentro le nostre case, nelle nostre bollette, nella benzina che paghiamo ogni santo giorno […] Sappiamo che il nostro Paese [l’Italia] si indebiterà per accontentare Trump nella sua folle richiesta di comprare più armi, le sue armi, le armi con cui compie genocidi in giro per il mondo.»
Così formulate, a un primo ascolto le espressioni della giovane dirigente sembrano indirizzarsi più alla guerra di Stati uniti e Israele contro l’Iran o ai fatti di Gaza, piuttosto che alla guerra in Ucraina. Lei stessa oratrice, travolta dalle critiche, ha poi precisato che non intendeva riferirsi alla guerra d’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina.
È doveroso prendere atto della precisazione della giovane, ma non è obbligatorio frasi prendere per imbecilli. Vero che la guerra in Iran sta causando aumenti vertiginosi delle materie prime e dei carburanti, ma anche la guerra in Ucraina ha conseguenze sul mercato energetico e anch’essa entra nelle nostre case con azioni che è sempre più difficile derubricare come atti di guerra ibrida.
L’Italia, come gli altri Paesi, non compra armi dagli Stati uniti per la guerra contro l’Iran o a Gaza, nella quale né l’Italia stessa né altri Stati europei sono coinvolti; i governi europei acquistano armi dagli Stati uniti per la propria difesa e per la difesa dell’Ucraina; in tal caso, le armi servono semmai per difendersi dal genocidio perpetrato dalla Russia, dove il termine genocidio trova piena applicazione tanto nei suoi elementi oggettivi quanto in quelli soggettivi, a differenza di ciò che accade a Gaza.
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LA COSTITUZIONE E IL RIPUDIO DELLA GUERRA
L’indeterminatezza delle parole pronunciate dalla giovane fa ben ritenere che esse possano riferirsi a una qualunque delle guerre in corso, inclusa quella in Ucraina; tanto che il dibattito che hanno sollevato si è concentrato, non a caso, proprio su quest’ultima.
Misuriamo allora – a titolo di mera ipotesi, per carità – le parole della giovane sulla guerra d’Ucraina, e poi, più in breve, su quella in Iran, sapendo che ciò che si dice per l’Iran vale in gran parte anche per Gaza e gli altri scenari mediorientali. L’oratrice stessa ha costituito una relazione fra le guerre alle quali si riferiva e l’articolo 11 della Costituzione italiana, utilizzando la locuzione ripudia la guerra:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.»
L’articolo trova perciò applicazione in presenza di due condizioni alternative: l’offesa alla libertà di altri popoli oppure l’esistenza di una controversia internazionale. La prima condizione, l’offesa alla libertà di altri popoli, vieta la guerra d’aggressione; la seconda condizione, l’esistenza di una controversia internazionale, precisa che l’Italia non utilizza la forza militare per risolvere diatribe tra Stati.
Né l’Italia né altri Paesi europei hanno aggredito la Russia, se non nelle fantasie di Vladimir Putin. Fornire armi a uno Stato che si difende da un’aggressione, in questo caso l’Ucraina, non trasforma i fornitori in Paesi belligeranti. Su questo aspetto si è detto e scritto quanto basta per rendere inutile dilungarvisi qui.
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Quanto alla controversia internazionale, invece, sembra opportuno ripetere alcune precisazioni. Tra Russia e Ucraina non esiste alcuna controversia. Una controversia fra due (o più) Stati sorge quando tutte le parti in causa reclamano diritti legittimi su un certo oggetto e tali diritti confliggono tra loro. Si apre così una discussione su quale diritto di quale parte debba prevalere.
Italia: diserzione e guerre attuali, un esempio di controversia
Un esempio concreto: Lo Stato A impone un blocco alla navigazione su un tratto di mare in acque internazionali, perché attraverso quelle acque transitano carichi che pregiudicano la sua sicurezza. Ha diritto di farlo, se dimostra l’esistenza di tale pregiudizio. Il vicino Stato B, da parte sua, ritiene che il blocco imposto dallo Stato A leda suoi interessi economici, perché limita il transito verso i suoi porti in acque internazionali.
Tra lo Stato A e lo Stato B sorge allora una controversia. Entrambi hanno pretese legittime: lo Stato A intende tutelare la propria sicurezza rispetto ai pericoli provenienti dal transito di carichi pregiudizievoli; lo Stato B difende i propri interessi economici e l’interesse pubblico della libera navigazione in alto mare.
Se i due Stati non trovano una composizione per via negoziale, la controversia si porta dinanzi al giudice internazionale competente; questi accerterà quale diritto prevalga e indicherà come procedere. Ripudiare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali significa che uno Stato, per risolvere un caso come questo, non mette mano alle armi, ma persegue una composizione pacifica, con mezzi giudiziali o stragiudiziali.
Perché non c’è controversia tra Russia e Ucraina
Tra Russia e Ucraina non esiste controversia internazionale, perché nessuna delle pretese della Russia sull’Ucraina può dirsi legittima. Sul piano storico, è errato affermare che territori ucraini siano «sempre stati russi» – com’è accaduto di sentire anche in bocca a docenti universitari assai male informati.
L’esistenza dell’Ucraina è antecedente di secoli a quella della Moscovia, poi diventata l’odierna Russia. La presenza russa in Ucraina è dovuta a occupazioni e colonizzazioni successive. Nella regione ucraina del Donbas – conosciuta in Occidente come «a maggioranza russa» – la lingua russa prevale in realtà solo nei centri urbani, dove i russi installarono i loro centri amministrativi. Nelle campagne prevale tuttora la lingua ucraina, come attestano tutti i censimenti svolti nella regione ancora in tempo di pace.
La Crimea fu per secoli territorio delle Repubbliche marinare di Genova e Venezia, nella sua parte meridionale; in quella settentrionale appartenne ancor più a lungo all’Impero ottomano. Perciò, se si applicasse il principio storico preteso oggi dalla Russia, la penisola sarebbe metà italiana e metà turca, non russa.
I russi giunsero in armi in Crimea a fine Settecento, inducendo la popolazione nativa ad abbandonarla. Seguirono le tragiche deportazioni ordinate da Stalin negli anni della Seconda guerra mondiale, di cui furono vittime anche gli italiani che vi erano emigrati da inizio Ottocento. Nemmeno un decennio dopo la guerra, nel 1954, la Russia sovietica cedeva la Crimea all’Ucraina sovietica, dichiarandosi incapace di governarla.
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Italia: diserzione e guerre attuali, pretese infondate
Sul piano giuridico, i confini dell’Ucraina indipendente sono stati stabiliti nel 1991, alla sua fuoriuscita dall’Unione sovietica, secondo principi di diritto internazionale accettati anche dalla Russia (cd. uti possidetis juris). Dopo il 1991 Mosca ha firmato, senza sollevare riserve, decine di trattati internazionali nei quali riconosceva i confini dell’Ucraina postsovietica, in forma esplicita o implicita .
Misurate sui dati oggettivi, le pretese della Russia sull’Ucraina si rivelano infondate e pretestuose. Ne consegue che tra Russia e Ucraina non vi è una controversia internazionale: vi è una manifesta violazione del diritto dell’Ucraina alla propria integrità territoriale.
Per questi motivi, qualunque norma, nazionale o internazionale, che definisca il proprio ambito di applicazione con il termine controversia internazionale, incluso l’articolo 11 della Costituzione italiana, non è applicabile alla guerra della Russia contro l’Ucraina. Non ha significato, perciò, affermare che l’Italia non dovrebbe fornire armi all’Ucraina perché ciò entrerebbe in contraddizione con il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, poiché tra Russia e Ucraina non vi è una tale controversia.

IL DOVERE DI DIFESA NELLA COSTITUZIONE ITALIANA
Altro tema è l’obbligo di difesa dettato dall’articolo 52 della Costituzione italiana. Secondo tale articolo, in caso di aggressione il cittadino è tenuto a cooperare alla difesa dello Stato, secondo quanto determinato dalle disposizioni civili e militari vigenti.
Il sostegno militare all’Ucraina viene presentato di frequente come assistenza solidale a un Paese aggredito. È giusto solo in parte. Le guerre di aggressione della Russia, prima contro la Georgia e ora contro l’Ucraina, non sono fatti isolati in un mondo che non ci appartiene. Sono tappe di una strategia che fissa per la Russia un ruolo geopolitico egemone anche oltre i territori che furono parte dell’Unione sovietica e dell’impero zarista. L’obiettivo di tale strategia è estendere il controllo della Russia sull’intera Europa come propria zona di influenza.
Con le guerre scatenate da Vladimir Putin, la Russia sta mettendo a terra una visione elaborata in trattati, conferenze e corsi universitari in almeno trent’anni di lavoro, sin dai primi anni dopo la fine dell’Unione sovietica. I primi significativi scontri tra forze politiche russe che chiedevano la ricostituzione dell’URSS si registrano nel 1992.
Nel 1996 il parlamento russo approva due provvedimenti che avrebbero causato la ricostituzione dell’Unione sovietica e scatenato già allora le guerre di oggi, se il presidente Boris Eltsin non fosse riuscito a moderare lo scontro. Ho descritto in dettaglio quei momenti nel mio libro >Russia: cos’è andato storto dopo l’Unione sovietica, perché sono uno snodo essenziale per collocare le azioni della Russia oggi. Le teorie politiche sulle quali si radicano le guerre russe di oggi cominciano a circolare a Mosca negli anni Novanta; s’innestano, mutandone il volto e il segno politico, sull’ambizione totalitaria dell’Unione sovietica e sull’imperialismo della Russia zarista.
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Italia: diserzione e guerre attuali, per l’Ucraina non è solo solidarietà
Alla luce di questa documentata prospettiva, la guerra in Ucraina è solo un tassello di un’aggressione contro l’Europa e il sistema di sicurezza che ne garantisce l’indipendenza e la sovranità. In Ucraina la guerra avviene con strumenti militari, in Europa sta già avvenendo con il pesante condizionamento dell’opinione pubblica e dei processi democratici, attraverso i media e un numero crescente di partiti politici europei.
In Italia, in particolare, si contano più in fretta i partiti rimasti fedeli ai principi dello Stato di diritto di quelli pronti a sottomettere il governo di Roma alle volontà di Mosca, nascondendosi dietro slogan diversi. A ciò si aggiungono attacchi quasi quotidiani a infrastrutture critiche europee, varie forme di spionaggio e infiltrazione nella vita sociale ed economica. Il fatto che gran parte dei governi, degli intellettuali e dell’opinione pubblica si volti dall’altra parte, dinanzi a questi atti, non riduce la minaccia.
Per questi motivi, sostenere l’Ucraina nel fermare la Russia quanto più lontano possibile risponde già per sé a un obbligo di difesa del proprio Paese, l’Italia o quale per esso. La difesa dell’Ucraina non si può classificare come atto di solidarietà, dipendente perciò da una scelta politica che può essere modificata a seconda del governo in carica: dalla difesa dell’Ucraina dipende la difesa dei nostri Stati; la difesa della sovranità e indipendenza del proprio Paese non è questione di partito.
La guerra in Iran: uno scenario inedito
La guerra tra Israele, Stati uniti e Iran è classificata spesso come guerra di aggressione: non mi dilungherò sull’argomento, perché l’ho già fatto in precedenti contributi (>questo, >questo e >questo). La grossolanità con la quale gli Stati uniti, in particolare, hanno affrontato quello scenario, è fuori discussione.
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Eppure, in presenza di uno Stato teocratico che dispone di armi in grado di raggiungere l’Europa e sviluppa un programma nucleare, la questione della difesa preventiva si pone in modo inedito. La «dottrina Caroline» (1837) non basta più, ma il problema resta.
Se appena si guarda sotto la superficie, dietro al fumo dell’innamoramento di molta politica occidentale per il regime di Teheran, si osserva che la questione dell’Iran e dei gruppi terroristici a esso collegati non si può affrontare con qualche urlo da comizio. Riguarda la sicurezza europea e andrebbe posta con serietà, non rimpiazzata con verbosa paccottiglia utile solo a scatenare applausi.
GLI SVILUPPI PIU’ RECENTI: GLI ATTI DI DONALD TRUMP
Mentre lo scenario iraniano e mediorientale è pressoché fermo, in queste settimane lo scenario ucraino è confuso. L’esercito dell’Ucraina avanza nei territori occupati, a settembre il saldo tra nuovo territorio occupato dai russi e superfici riconquistate dagli ucraini era a favore di questi ultimi. Gli attacchi aerei russi contro l’Ucraina si intensificano e colpiscono ormai senza ritegno obiettivi civili.
Le capacità ucraine di difesa antiaerea si sono indebolite per mancanza di munizioni, in particolare a causa delle scellerate campagne di Donald Trump in Medioriente. Alcuni giorni fa, il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze NATO in Europa, ha garantito la fedeltà dell’Alleanza ai suoi obiettivi, formulando addirittura una «dottrina della vittoria» contro la Russia.
Il contenuto di tale dottrina non è sembrato particolarmente nuovo, rispetto alla solennità del suo titolo. Il ritiro di mezzi e personale militare statunitense dalle basi NATO in Europa, avvenuto in sordina negli ultimi mesi, non è insignificante. Donald Trump ha concluso con la Russia di Putin un accordo per la fornitura di gasolio, contraddicendo le sanzioni imposte a Mosca.
Sempre in questi giorni, gli ucraini hanno registrato sensibili limitazioni nei sistemi Internet satellitari di difesa messi a loro disposizione dagli Stati uniti. Non è ancora possibile stabilire con esattezza l’origine e la catena di comando che ha causato le limitazioni, poi in parte rimosse e successivamente riapplicate. Nei fatti, però, mentre con una mano gli Stati uniti garantiscono fedeltà alla NATO, con l’altra producono atti e dichiarazioni che seminano incertezza. Più passano le ore, più si moltiplicano dichiarazioni di Donald Trump sfavorevoli alla difesa dell’Ucraina, cioè dell’Europa.
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Italia: diserzione e guerre attuali, le decisioni cruciali
Il segnale Internet satellitare usato dall’Ucraina è essenziale anche per la difesa del resto d’Europa: ciò che è successo all’Ucraina può succede anche a noi, senza che i nostri governi sappiano chi ha ordinato lo spegnimento o limitazione del segnale e perché. Nei fatti, il governo degli Stati uniti si allinea sempre più alle pretese della Russia.
Le parole di un alto grado militare possono confortare, sulla posizione degli Stati uniti e sulle capacità della NATO, ma le parole del generale Grynkewich restano buone intenzioni, senza una coerente copertura politica. Nessuno può dire, oggi, cosa accadrebbe in caso di aggressione, il momento venuto in cui le decisioni da approvare arriveranno sul tavolo di Donald Trump. Il presidente degli Stati uniti è sotto pressione per le prossime elezioni di medio termine, ma questa spiegazione, da sola, non convince.
L’Europa è più sola, se non sola del tutto. Quando si parla di dissuasione, si pensa agli armamenti: esiste anche una componente politica della dissuasione, però. In Italia vi sono numerosi partiti che sostengono le pretese della Russia, ma lo fanno in modo esplicito. Il Partito democratico gioca sull’ambiguità, per questioni di alleanza interna.
Se qualcuno si illude che a Mosca nessuno senta ciò che accade nella politica interna dei Paesi europei, lasci in fretta ogni illusione. Parole come quelle pronunciate dalla giovane dirigente del Partito democratico italiano e, ancor più, il consenso che esse hanno suscitato nel suo partito, nei media e in parte dell’opinione pubblica, a Mosca significano che il primo partito di opposizione di un Paese europeo è guidato da persone che non misurano i fatti.
Il risvolto più grave: oltre l’incitazione a disertare
Oltre l’incitazione a disertare, le dichiarazioni della giovane oratrice rivelano che dirigenti di un’importante formazione politica italiana non mettono in fila gli eventi internazionali per definire una politica di sicurezza nazionale; media, intellettuali e parti di popolazione seguono a ruota.
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A queste condizioni, non è neppure necessario giungere alle diserzioni. Una mattina gli italiani o chi per loro si sveglieranno con il traffico Internet bloccato, gli aeroporti impraticabili o, com’è successo nei giorni scorsi in Francia, con i supermercati pieni di merce avariata a causa di un attacco informatico su larga scala che ha alterato il funzionamento dei frigoriferi. La nuova guerra è questa. Chi incita alla diserzione la vedrà arrivare quando l’avrà già in casa, e sarà tardi. Bisognerà obbedire al diktat del nemico, per tornare a mangiare e lavorare.
«Учиться, учиться и ещё раз учиться» – Studiare, studiare e ancora studiare: un motto di Lenin che compariva a caratteri cubitali nelle scuole di tutta l’Unione sovietica. Forse bisognerebbe scriverlo anche nelle sedi dei partiti politici europei e in qualche parlamento.
ITALIA, DISERZIONE E GUERRE ATTUALI: CONCLUSIONE
La guerra in Ucraina, come quella in Iran, non pone in primo luogo un dilemma tra pace o guerra, ma tra libertà o tirannia. Per tutelare la libertà, quando viene aggredita, può essere necessario rinunciare alla pace: gli ucraini ce lo stanno ricordando, come i giovani iraniani che protestano a rischio della vita contro il regime teocratico, mentre il mondo balbetta.
Se giovani politici europei, oggi, possono salire su un palco e sbraitare idiozie clamorose senza finire in galera o impiccati al braccio di una gru, lo devono ad altri giovani come loro che non si tirarono indietro, ottant’anni fa, quando questa libertà dovette essere riconquistata. Tanti arrivarono anche dagli Stati uniti; da soli, noi europei non ne saremmo usciti. Oggi, dagli Stati uniti non siamo più certi di ricevere nemmeno un segnale Internet.
Dinanzi a pericoli concreti per la sicurezza europea, provenienti da est e da sud, gli Stati uniti diventano una controparte imprevedibile e sottraggono dall’Europa capacità di difesa che noi non siamo in grado di rimpiazzare a breve termine. Tra Russia, Asia e Medioriente crescono regimi autoritari e gruppi terroristici parastatali sempre più aggressivi. L’Europa manca di un centro decisionale politico, indispensabile per gestire le emergenze militari e securitarie. Non è possibile alcuna politica sociale a favore dei più deboli, se lo Stato non garantisce innanzitutto sicurezza per tutti rispetto alle minacce esterne.
Un giovane che si avvia alla carriera politica in Europa oggi dovrebbe misurare le sue capacità su queste sfide, esistenziali per il suo Paese e per l’intero continente, anziché lanciarsi nella gara a chi la spara più grossa.





LEONE Minuscoli says:
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Luca Lovisolo says:
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