Palestina, tre anni dopo i fatti del 7 ottobre

Israele, 7 ottobre tre anni dopo
Israele, incrocio stradale a Tel Aviv | © AES

Tre anni dopo il 7 ottobre, i fatti accaduti in Israele si possono leggere attraverso le loro conseguenze sulla percezione pubblica del conflitto arabo-israeliano. La narrazione che falsifica da ottant’anni la questione palestinese si è ingigantita. Una distorsione della Storia che non è dovuta a ignoranza. Le conseguenze per l’Europa, gli sviluppi in Medioriente i capitoli ancora aperti tra Iran e Yemen.


Il 7 ottobre tre anni dopo i fatti di Israele si può evocare guardando alle conseguenze sulla percezione generale del conflitto arabo-israeliano. Si è riproposto un processo di cancellazione verificatosi in tutti gli scontri fra arabi ed ebrei in Palestina, dalla guerra del 1948/49 in poi (questa, da molte fonti, è addirittura ignorata). Le aggressioni arabo-palestinesi vengono messe in ombra, in luce resta solo la reazione israeliana. Così, quest’ultima, agli occhi dell’opinione pubblica, diventa l’atto aggressivo da condannare.

Per i fatti del 7 ottobre questo processo di capovolgimento si è ingigantito a palla di neve, grazie alla complicità dei media e della politica. Sono sorte bieche figure di esperti, commentatori, persino funzionari di istituzioni internazionali impegnati a convincere il mondo che il genocidio stia avvenendo a Gaza, dove gli elementi di un genocidio non si trovano neppure cercandoli con il lanternino; ignorano, intanto, i genocidi autentici: i popoli non sono tutti uguali, gli avvocati dei diritti umani decidono loro stessi chi merita la loro difesa d’ufficio e chi, invece, può crepare in silenzio sotto le bombe.

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Tre anni dopo il 7 ottobre: propaganda e degenerazioni

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Un’ondata di antisemitismo, coperta dalla foglia di fico sempre più caduca dell’antisionismo, comporta per gli ebrei in tutto il mondo conseguenze ormai simili a quelle che subirono nell’Europa degli anni Trenta.

L’antisemitismo di oggi diventa veicolo di protesta contro le democrazie occidentali, da parte da chi in Occidente vive e gode di tutte le libertà che l’Occidente garantisce – ma non resisterebbe un giorno, se andasse a vivere in Iran o in Corea del Nord.

Non si può scusare questa degenerazione pensando che sia frutto d’ignoranza: conosco laureati e persone istruite, delle quali ho stima, che sbroccano dinanzi al conflitto arabo-israeliano; innocue madri di famiglia, medici, docenti, trasformati in ferventi sostenitori di Hamas, di Hezbollah, dei mullah iraniani.

So perché: io stesso ho impiegato tempo, per apprendere che il conflitto arabo-israeliano non è quello che mi avevano insegnato a scuola negli anni Settanta.

Chi non può arrangiarsi resta fermo a ciò che ha imparato in classe; ne trova conferma ogni giorno nei notiziari e nelle cittadinanze onorarie conferite con solennità a coniatori seriali di monete false. Perché dubitare?

Venditori di illusioni e superiorità presunte

In tutto il mondo editoriale e mediatico occidentale resta difficilissimo, trovare pubblicazioni che rappresentino il conflitto arabo-israeliano per ciò che è nei fatti. Chi si lascia convincere dalla propaganda si riduce come chi si lascia truffare dai maghi della TV: per il prezzo di un appartamento compra cinque grani di sale da mettere sulla finestra per scacciare il malocchio; quando il mago finisce in galera per truffa, l’illuso che ha comprato i grani di sale se la prende con i giudici, perché gli hanno tolto colui che fabbricava le sue illusioni.

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Chi accetta la narrazione falsificata del conflitto arabo-israeliano non la abbandona, come chi compra i grani di sale non smette di metterli sulla finestra. Deve superare il mito eroico della «resistenza palestinese» acquisito fin dalla scuola e ripetuto a pappagallo da media e intellettuali. Poiché questa narrazione è presentata come eticamente superiore, distaccarsi dal dettato della propaganda costringe l’individuo ad abbandonare una posizione di presunta superiorità morale, rafforzata dal conformismo, che lo illude di sedere dalla parte dei Giusti.

Tre anni dopo il 7 ottobre: le parole inutili contro l’antisemitismo

In molti Paesi europei si cercano strumenti legislativi per combattere l’antisemitismo dilagante. In Italia si è acceso un dibattito su un decreto specifico. La necessità di questi provvedimenti nasce dalla sconfitta della ragione.

Non servirebbero decreti antisemitismo, se si sradicasse la vergognosa propaganda che da ottant’anni falsifica la storia del conflitto arabo-israeliano, amplificata dopo il 7 ottobre 2023 sino a farsi assordante. Vi si aggiungono, oggi, costose produzioni cinematografiche che si propongono come documentari, ma presentano clamorose omissioni e falsità di metodo tali da rendere persino inutile addentrarsi nel merito dei loro contenuti.

Talvolta sono distribuite gratuitamente, senza che qualcuno si chieda chi paga e perché tali operazioni di illusionismo collettivo. La Chiesa cattolica ha sostenuto una petizione, lanciata da un filosofo, per conferire il Premio Nobel ai bambini di Gaza, senza nemmeno accertare se un tale conferimento avrebbe significato concreto e se sarebbe previsto dalle norme del Premio.

Tra disinformazione e idee strampalate si costruisce un’empatia selettiva fondata sul nulla cosmico. L’esito è uno solo: rafforzare in tutti i modi una narrazione falsificata della storia della Palestina; è su questa, che marciano i movimenti terroristici che sono i veri aguzzini delle vittime che si vorrebbero proteggere predicando fiumi di parole alle quali forse non crede più nemmeno chi le pronuncia.

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La reazione di Israele al 7 ottobre: critiche e fatti

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La reazione di Israele ai fatti del 7 ottobre 2023 è stata dura. Le critiche a Netanyahu piovono da ogni parte. Come politico ne conosciamo i limiti; come militare ha raggiunto risultati mai ottenuti da altri. Hamas e Hezbollah sono stati depotenziati, gli attacchi missilistici su Israele da Gaza e dal Libano meridionale si sono ridotti o azzerati; grazie all’indebolimento di questi gruppi terroristici, per il Libano e per la Siria si riapre oggi la possibilità di ricostruire sovranità e istituzioni.

Molti segni indicano che il Medioriente sta cambiando in meglio, dopo il 7 ottobre, ma non certo grazie agli «eserciti di liberazione» di Hamas e Hezbollah. Si possono disapprovare le azioni di Israele, ma ancora nessuno ha saputo dire cosa Netanyahu o chi per lui avrebbe potuto fare di diverso, per ottenere questi risultati.

Se qualcuno sa come distruggere centinaia di chilometri di tunnel militari e interi arsenali sotterranei, costruiti anche con i soldi di noi europei a Gaza e nel Libano meridionale, senza abbattere anche ciò che c’è sopra quei tunnel, si faccia avanti; se qualcuno conosce un modo per convincere gli abitanti di Gaza e del Libano ad andarsene prima dei bombardamenti, anziché restare sotto le bombe benché avvisati per tempo da Israele, quel qualcuno parli: sinora, tutti hanno taciuto, salvo i soliti pittori di scenari astratti.

Si può dire con ragionevole certezza, invece, che se l’Italia, la Francia o la Germania si fossero trovate nella stessa condizione di Israele, gli italiani, francesi e tedeschi avrebbero preteso che i loro governi agissero molto prima e molto peggio di quanto Israele ha fatto in decenni di ininterrotte aggressioni da parte araba, sin dalla prima notte successiva alla sua fondazione, il 14 maggio 1948.

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Tre anni dopo il 7 ottobre: compassione a senso unico

Oltre la pietà umana – che tuttavia si dovrebbe a tutte le vittime di guerra, non a intermittenza – a queste condizioni ogni lacrima versata per i morti di Gaza è un’ipocrita vacuità. Chi lamenta i morti di Gaza fa finta di non vedere che i russi in Ucraina lanciano ogni giorno decine di missili su condomini e autobus pieni di civili; la guerra in Sudan sta producendo lutti smisurati; il regime iraniano ha ucciso decine di migliaia di oppositori, contando solo quelli delle proteste più recenti.

A memoria di queste vittime, i sacerdoti della compassione internazionale non hanno salmi nei loro messali; nessuno finanzia produzioni cinematografiche, nessuno conferisce cittadinanze onorarie. Per le vittime di Gaza invece sì, per giunta a favore della parte sbagliata, e il mondo applaude, felice di mentire a se stesso.

Empatia e compassione sono inutili: non risuscitano i morti, non riattaccano le gambe a chi le ha perse saltando su una mina, non fanno cessare guerre e dittature; empatia e compassione sono utilissime, invece, per pilotare sentimenti collettivi, volontà politica e persino denaro su talune cause anziché su altre. Bisogna chiedersi, allora, perché tanta insistita compassione e lacrimosa empatia per Gaza, mentre per altri scenari, anche peggiori, solo silenzio. Chi decide dove dirigere l’indignazione globale e con quali finalità?

Chi mente oggi sulla Palestina comincerà a farsi domande, forse, quando qualche missile pioverà dal Medioriente su una città europea, come i missili di Mosca piovono su quelle ucraine e quelli degli Houthi su Israele. Sottolineo forse, perché non si può escludere che chi oggi sventola le bandiere di Hezbollah in Europa giustificherebbe anche i missili lanciati su casa propria.

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Iran e Houthi, il problema aperto anche per l’Europa

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Restano aperti il capitolo dell’Iran e quello degli Houthi, a causa di errori politici e militari irrisarcibili e di lunga data. Gli Huthi bloccano vie di navigazione essenziali per le forniture di petrolio verso l’Europa meridionale; i missili iraniani sono in grado di raggiungere l’Europa centrale, ma non preoccupiamoci: a sostenere l’Iran e i suoi satelliti, sventolando le loro bandiere, scendono in strada frotte di studenti e attivisti in tutto l’Occidente.

Migliaia di donne europee un giorno pubblicano le proprie foto in costume da bagno sulle spiagge di Riccione, il giorno dopo si ergono a difesa di mullah che, se le vedessero in quel costume, le impiccherebbero a una gru. Cinquant’anni or sono, i padri di coloro che oggi dimostrano a sostegno del regime di Teheran acclamarono in tutta Europa la rivoluzione islamica e l’ascesa al potere dell’Ayatollah Khomeini come conquiste epocali. Oggi, i loro figli continuano la missione, ed è a questi e ai loro padri, che oggi si dovrebbe chiedere conto del prezzo della benzina. Facile, scaricare la responsabilità sulla peggiore amministrazione mai eletta negli Stati uniti.

Israele ha problemi seri, tra questi una pletora di politici estremisti dalle condotte intollerabili, spinti al potere da un quadro istituzionale malfermo. Israele dovrà essere sanzionato, se a Gaza ha ecceduto nella difesa contro Hamas. Gli eccessi andranno accertati da inquirenti terzi, non da qualche bontempone che guarda video su YouTube.

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Tre anni dopo il 7 ottobre: la vera colpa originaria di Israele

Fin d’ora, però, si può stabilire che Israele ha una colpa originaria, agli occhi dei suoi detrattori. Rientrando in Palestina nel 1947, gli ebrei hanno dimostrato che è possibile portare benessere e progresso laddove era solo miseria e ignoranza; è possibile trasformare i terreni sabbiosi delle coste palestinesi in agrumeti e piantumare il deserto del Negev; è possibile costruire città, industrie e università dove prima era il nulla.

Il rifiuto reiterato degli arabi di costituire uno loro Stato in Palestina, ogni volta che è stata loro offerta l’opportunità di farlo, rifiuto accompagnato tutt’oggi dall’appello quotidiano a distruggere Israele, è la prova che in quei luoghi si preferisce cancellare un modello scomodo e lasciare che gli arabi di Palestina mendichino una scodella di riso dalle organizzazioni umanitarie, pur di non guidarli a prendere in mano il loro destino.

Critichiamo Israele quando lo merita, ma non dimentichiamo che Israele siamo noi. Le nostre radici affondano nell’ebraismo e lo Stato ebraico è accerchiato dagli stessi nemici che accerchiano i nostri Stati europei, anche se non ci lanciano ancora i loro missili. Ci hanno dato un saggio di ciò che sanno fare l’undici settembre 2001 a New York, con gli attentati del 2015 in Francia e in Belgio, ma non ci è bastato.

Come ho spiegato commentando i risultati delle recenti elezioni a Berlino (>qui), l’attualità ci sta urlando dei messaggi che sono molto più di avvertimenti. Ma che vuoi che sia: a Roma, Berlino e Parigi si scende in strada con le bandiere dell’Iran, di Hamas e di Hezbollah.

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Luca Lovisolo

Lavoro come ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. I miei libri presentano aspetti di storia e attualità dell'Est Europa. Su questo blog e attraverso Caminantes, il mio spazio su Substack, analizzo l'attualità internazionale restando fedele ai fatti. La mia attività è sostenuta solo da chi mi segue.

Commenti

  1. Stefano says:

    Grazie Prof per la lucida analisi

    • Luca Lovisolo says:

      Grazie a Lei, ma non sono professore!

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