Iran, Venezuela: quali alternative all’intervento?

Iran e Venezuela, quali alternative?
Charlie Chaplin nel film «Il grande dittatore» | (1940)

Iran e Venezuela: l’intervento USA a Caracas e il non-intervento a Teheran, almeno sinora, pongono questioni di fondo. Gli strumenti per abbattere regimi dispotici senza violare il diritto internazionale. Perché si lasciano prosperare regimi autoritari senza intervenire, per poi agire con metodi che contravvengono ai principi della convivenza internazionale. Le responsabilità non sono solo della politica.


I fatti recenti dell’Iran e del Venezuela, quest’ultimo con l’intervento degli USA, hanno suscitato una questione: come capovolgere un regime dittatoriale restando nel quadro del diritto internazionale. In Venezuela, gli Stati uniti hanno condotto un intervento militare limitato, ma pur sempre contrario alla Carta delle Nazioni unite, al fine di prelevare il capo dello Stato Nicolás Maduro. In Iran, nonostante la brutalità della repressione seguita alle ennesime dimostrazioni delle settimane scorse contro il regime, gli Stati uniti non sono intervenuti, almeno sinora.

In Venezuela, si è ribaltato un regime e si sono ottenuti con ciò risultati per sé apprezzabili, come la liberazione dei prigionieri politici e una prospettiva di miglioramento delle condizioni della popolazione. Ciò avviene, però, a prezzo di una violazione manifesta delle norme di convivenza internazionale. In Iran, ci si astiene da ingerenze militari, ma si lascia la popolazione esposta alle violenze del regime.

Rovesciare un regime dispotico e sostenere la popolazione nel liberarsene è possibile, anche applicando metodi che non contravvengono al diritto internazionale. Le dittature non esistono per caso. Si reggono su tre pilastri: le risorse economiche, il >sostegno di alleati esterni e il >consenso di almeno una parte dell’opinione pubblica, interna ed esterna. Questi tre pilastri possono essere aggrediti con strumenti leciti ed efficaci.

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LE RISORSE ECONOMICHE

Lo strumento legale per prosciugare le fonti delle dittature sono le sanzioni economiche. Possono essere comminate sia da organizzazioni internazionali sia da singoli governi o insiemi di Stati. Per citare solo i casi di maggiore attualità: i regimi di Iran, Russia e Venezuela, teatro dell’intervento USA, si alimentano in gran parte con le vendite di gas e petrolio.

Le sanzioni possono essere molto efficaci, ma devono essere applicate con rigore. Fermare le petroliere che trasportano sotto falsa bandiera idrocarburi per conto di Stati sanzionati è ammesso. Gli Stati uniti lo hanno fatto, nel caso del Venezuela, ma solo perché interessati a un cambio di regime a Caracas.

L’Iran, con lo stesso metodo, vende la quasi totalità del suo petrolio alla Cina. La Russia continua a distribuire petrolio sotto sanzioni attraverso una flotta-ombra che incrocia indisturbata, sotto gli occhi di tutti, nelle acque dei mari europei. Non risultano interventi che frenino questo abuso. Il 26 gennaio gli Stati costieri del Mare del Nord hanno emesso una >dichiarazione congiunta contro gli abusi delle flotte-ombra. Si vedrà se produrrà effetti, dopo quattro anni di inazione.

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Iran, Venezuela e intervento USA: le sanzioni sull’importazione

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La Russia è sottoposta a sanzioni economiche sull’importazione sin dai fatti di Crimea (2014), poi aggravate dalla ripresa della guerra in Ucraina nel febbraio 2022. Eppure, il commercio con Mosca continua, attraverso triangolazioni tramite Paesi compiacenti che hanno visto la loro bilancia commerciale con l’Europa schizzare d’improvviso a valori mai visti.

Le merci un tempo destinate a Mosca vengono ora spedite a questi Stati terzi, che non hanno sottoscritto le sanzioni. Da qui vengono inoltrate a stretto giro in Russia, annullando o riducendo l’effetto sanzionatorio. Uno >studio dell’agosto 2025 compilato da Konstantin Egorov dell’Università di Anversa, con la collaborazione di tre ricercatori di atenei europei e statunitensi, ha rivelato un quadro sconfortante, sull’aggiramento delle sanzioni economiche imposte alla Russia dopo il 2022.  

Le statistiche e i flussi commerciali, d’altra parte, sono noti e documentati in registri pubblici. I governi ne sono consapevoli, sia quelli statunitensi sia quelli europei, di qualunque segno politico, in alcuni casi da decenni. Lasciano fare, però, salvo lamentare poi, con lacrime ipocrite, le violenze russe in Ucraina, le sanguinose repressioni in Iran, le incarcerazioni illegittime in Venezuela. L’applicazione rigorosa delle sanzioni economiche farebbe crollare qualunque regime in breve tempo, senza ledere una virgola del diritto internazionale.

Contro le sanzioni si afferma spesso che danneggerebbero piuttosto le popolazioni, privandole di beni importanti. E’ un’affermazione d’insopportabile cinismo. Meglio, allora, lasciar vivacchiare un popolo sotto una dittatura, anziché impiegare fino in fondo gli strumenti esistenti per abbatterla, anche se possono comportare sacrifici temporanei?

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IL SOSTEGNO DI ALLEATI ESTERNI

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Le dittature trovano sostegno in Stati che se ne fanno conniventi, se non complici, pur senza dichiarare un esplicito sostegno. Autorità civili e religiose ricevono funzionari di regimi crudeli. Hugo Chávez fu ricevuto da Papa Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI; il suo successore Nicolás Maduro da Papa Francesco. Il rappresentante dello Stato della Città del Vaticano fu uno dei pochissimi presenti alla cerimonia di insediamento di Maduro, nel 2019, dopo un’elezione da tutti giudicata irregolare.

Per i quasi cinque decenni di esistenza del regime iraniano, i suoi funzionari sono stati ricevuti in consessi internazionali, sono stati blanditi con tentativi di negoziato e adulati dalla stampa internazionale. Il regime della Corea del Nord, di proverbiale severità, sarebbe terminato da tempo, senza supporto di Cina e Russia, anche nel contesto delle forniture d’armi per la guerra in Ucraina.

In quale senso si sarebbe sviluppato il regime di Vladimir Putin in Russia è stato chiaro sin dal 2008, con la guerra in Georgia. Eppure, il presidente russo e i suoi funzionari non hanno subito sensibili limitazioni alla loro capacità di agire sulla scena internazionale. Serie limitazioni sono intervenute solo alla ripresa del conflitto in Ucraina. Nell’estate del 2025, però, Donald Trump ha ricevuto Putin in Alaska. Il presidente russo ne ha ottenuto una parziale riabilitazione che condanna gli europei alla retrovia dei negoziati.

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Iran, Venezuela: dall’intervento USA alle ipocrisie sui diritti umani

I generici moniti al «rispetto dei diritti umani» pronunciati in queste occasioni sono cotillon formali che potrebbero essere evitati. Le dittature temono l’isolamento internazionale e cercano la legittimazione da parte degli altri governi, soprattutto quelli democratici. Vero che i regimi autoritari si riconoscono e sostengono fra loro, ma l’esclusione rigorosa dai contatti con gli Stati del mondo libero, che spesso sono i più ricchi e influenti, potrebbe essere determinante per la caduta di regimi violenti.

Questa via, oggi, è indebolita da un dato di fatto: gli Stati democratici sono sempre meno ricchi e influenti. Paesi autoritari come la Cina o le autocrazie petrolifere dell’Asia centrale montano in potenza e attraggono nella loro orbita altre autocrazie. Ciò, però, non si deve all’improvvisa esplosione di genio in quei Paesi, ma, piuttosto, alla progressiva rinuncia da parte dell’Occidente alla propria primazia intellettuale. Sulle riviste scientifiche internazionali si leggono sempre meno articoli di autori europei e statunitensi, a vantaggio di ricercatori cinesi. Le università considerate faro dell’intellighenzia scientifica e umanistica d’Occidente assistono a un drastico calo della qualità degli studi, tra riduzioni di finanziamenti pubblici e coinvolgimento in battaglie ideologiche disfattiste.

Isolare le dittature e i loro funzionari non è una violazione del diritto internazionale; può esserlo, semmai, il contrario. Oltre agli effetti politici, l’isolamento può avere un effetto psicologico da non trascurare: umilia l’ego dei dittatori, uno dei tratti caratteriali che li spinge ad agire. Se un dittatore sapesse per certo che il giorno dopo la sua ascesa i governi e i dirigenti che contano lo isolerebbero, forse prima di usurpare il potere ci penserebbe due volte. Invece, molti tiranni vengono corteggiati e confermati nel loro egocentrismo anche dai dirigenti del mondo libero.

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IL SOSTEGNO DELLE OPINIONI PUBBLICHE

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E’ frequente che i dittatori salgano al potere tra l’entusiasmo dei cittadini che tiranneggeranno. Dimenticando la favola bella dei popoli sempre tesi alla conquista della libertà, bisogna ricordare che nessuna dittatura può reggere a lungo senza una quota di sostegno popolare. Questo può essere estorto con la paura, ma una parte di popolazione sostiene le dittature perché ne riceve sovvenzioni, quote di potere e altri vantaggi. Un’altra parte le sostiene perché ne condivide l’ideologia, talvolta per convinzione, talaltra perché chi urla gli slogan del regime compra il quieto vivere per sé e per la propria famiglia. Non è raro che a opporsi al regime sia una minoranza.

Molte dittature beneficiano del supporto di parti di opinione pubblica anche oltre i loro confini. Non vi è azione contro regimi dispotici che non susciti, anche nei Paesi liberi, ondate di solidarietà per governi che si macchiano di crimini indicibili. Lo si è visto per l’Iran e per il Venezuela. Partiti politici, organizzazioni sindacali e singoli cittadini europei hanno sfidato il freddo per dimostrare in favore di Maduro e dei Mullah dell’Iran.

Non è neppure il caso di citare, poi, il favore pubblico e la rete di propaganda che sostengono in Occidente il regime russo. Lo stesso vale per la macchina di consenso internazionale che supporta le attività di Hamas, vieppiù odiosa perché maschera i suoi slogan dietro la solidarietà con la popolazione civile di Gaza. Mentre in migliaia scendevano in piazza per i fatti di Palestina, nessuno si è mobilitato su pari scala per le vittime della repressione in Iran.

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Iran, Venezuela e intervento USA: sostenere le dittature al riparo dell’Occidente

Centinaia di migliaia di persone che beneficiano dei privilegi dello Stato di diritto, in Occidente, dimostrano a sostegno di regimi sanguinari. Vi sono associazioni umanitarie pronte a difendere i diritti fondamentali, la libertà di espressione e i diritti delle donne, ma tacciono troppo spesso, quando gli autori delle violenze sono regimi loro graditi. Un’associazione umanitaria internazionale non sconosciuta si è fatta notare, nelle settimane scorse, per una campagna pubblicitaria che nascondeva assai male, dietro slogan all’apparenza innocui, il suo sostegno alla guerra della Russia in Ucraina. Perciò, la responsabilità del sostegno diretto o indiretto a regimi sanguinari non ricade solo sui soggetti politici, ma anche su insospettabili attori della società civile e della scena umanitaria

Le dittature nascono e si mantengono al potere su promesse populiste e irrealistiche, diffuse con efficaci reti di propaganda. Sovvertire questi meccanismi di alterazione del consenso è possibile. Lo hanno dimostrato di recente la Romania e la Moldova, che hanno stornato potenti tentativi di alterare i loro processi elettorali da parte della Russia. Molti Paesi liberi, però, tollerano per malcelata connivenza l’attività di reti di disinformazione che diffondono il verbo di regimi autoritari, mascherandosi dietro la libertà di espressione. E’ possibile destituire i rettori delle università che trasformano i loro atenei in arene di propaganda; si possono rimuovere i direttori di giornali e reti televisive che danno spazio a commentatori incompetenti che servono gli interessi di regimi inguardabili: eppure, si lascia fare.

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La battaglia contro la propaganda: la lezione della Guerra fredda

E’ possibile limitare gli effetti della propaganda anche all’interno dei regimi dittatoriali, con azioni legittime. Eppure, durante le recenti rivolte in Iran, i social network non hanno oscurato i profili che diffondevano messaggi a sostegno del regime. Si possono realizzare strumenti legali di controinformazione: lo si fece già negli anni Cinquanta, verso i Paesi comunisti, costituendo enti radiofonici come Radio Free Europe / Radio Liberty. Trasmettevano già allora verso Est, nelle lingue locali, informazioni che superavano la barriera della propaganda di regime.

Lo si potrebbe fare anche contro i regimi di oggi, ma non lo si fa, anzi. Proprio l’emittente appena citata ha visto mettere in discussione le proprie fonti di finanziamento, da parte dell’amministrazione Trump. Un’informazione corretta forse non abbatterebbe del tutto il consenso verso le dittature, ma potrebbe ridurlo in modo consistente e dare informazioni preziose a coloro che vogliono opporsi, anche comunicando loro che c’è un mondo pronto a sostenerli.

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CONCLUSIONE: LE CONTRADDIZIONI SONO DENTRO DI NOI

Le analisi degli eventi internazionali di Luca Lovisolo

Affermare che l’intervento degli Stati uniti in Venezuela è contrario al diritto internazionale espone alla critica di chi vede in questo giudizio un’argomentazione da azzeccagarbugli. Gli Stati uniti sono intervenuti in un Paese estero per rimuovere una dittatura: quest’atto può avere effetti positivi, ma l’uso della forza e l’ingerenza negli affari interni, nelle relazioni fra Stati, restano illeciti internazionali.

Interventi simili possono essere ammissibili in casi di necessità e urgenza. Quando, però, si tollerano per decenni regimi dispotici, è difficile dimostrare che ricorrano questi presupposti, se da un giorno all’altro si decide di intervenire per abbatterli. Domani, gli Stati uniti potrebbero agire con l’intento di rimuovere un governo legittimo e democratico; la Russia lo ha già fatto in Ucraina. Il diritto o vale per tutti, o non è diritto.

I regimi comunisti dell’Europa dell’Est finirono senza interventi esterni. La loro caduta fu esito della combinazione dei tre elementi discussi qui sopra. La fine del supporto economico, sia da parte dell’Unione sovietica – fallita a sua volta – sia da parte di Stati occidentali compiacenti; il ritiro del sostegno politico, con l’ascesa al potere di Michail Gorbačëv e i mutamenti d’assetto internazionale; il venir meno di ciò che restava del sostegno popolare ai regimi comunisti, dinanzi alle difficoltà economiche quotidiane della cittadinanza, fattesi insopportabili.

Quando si verificarono queste tre condizioni congiunte, i regimi implosero uno dopo l’altro e caddero come tessere del domino. Leader che sembravano esercitare un potere assoluto si eclissarono in breve tempo.

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Iran, Venezuela e intervento USA: gli strumenti legittimi ci sono

Gli strumenti legittimi per abbattere regimi dispotici esistono. Per applicarli e farli funzionare, però, non basta un voto alle Nazioni unite o una firma sotto una legge. Serve il coraggio di scelte politiche scomode, la rinuncia a parti di consenso, la rottura di qualche lucrosa catena di fornitura. E’ necessaria un’opinione pubblica occidentale consapevole che impedire il proliferare delle dittature nel mondo è nell’interesse immediato di tutti.

Inoltre, se l’Occidente vuole essere credibile nel proporre al mondo il suo modello di sviluppo e il complesso di diritti fondamentali che ha consolidato in secoli di storia, deve salvare il suo primato intellettuale. Le istituzioni culturali occidentali, in primo luogo le università, devono recuperare la centralità che hanno smarrito nel rincorrere la mera funzionalità del sapere o, peggio, la sua subordinazione ai diktat della politica, di qualunque parte. Mettersi al traino intellettuale di società autoritarie significa, per l’Occidente, farsi trascinare anche nei loro sistemi politici, incompatibili con la centralità che la persona umana riveste nella cultura d’Occidente.

I casi del Venezuela e dell’Iran, per citare solo i più recenti, ci insegnano che lasciar incancrenire per decenni regimi dittatoriali mette poi il mondo intero dinanzi a seri conflitti tra principi fondamentali della convivenza planetaria. E’ inutile, a quel punto, lamentare che il diritto internazionale sarebbe troppo rigido, perché condanna l’intervento degli Stati uniti in Venezuela – secondo gli stessi principi con i quali condanna la Russia in Ucraina, d’altra parte.

Gli strumenti per ottenere la caduta di un regime violento senza calpestare norme e valori delle relazioni internazionali moderne esistono. Troppe volte, però, si preferiscono il silenzio complice e l’inazione, che è correità omissiva.

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Luca Lovisolo

Lavoro come ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. Il mio corso «Capire l'attualità internazionale» accompagna chi desidera comprendere meglio i fatti del mondo. Con il corso «Il diritto per tradurre» comunico le competenze giuridiche necessarie per tradurre testi legali da o verso la lingua italiana.

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