Linguaggio giuridico e traduzione

Linguaggio giuridico e traduzione sono legati da una relazione atipica
Caratteri tipografici | © Hannes Wolf

Linguaggio giuridico e traduzione si incrociano in modo originale e avvincente. Tutti percepiamo che nelle leggi e nei tribunali le parole si usano in modo diverso dal linguaggio di tutti i giorni. Anche l’attività dei traduttori è condizionata da questa particolarità. La traduzione giuridica segue percorsi logici diversi da quelli di altri settori della professione.


L’attenzione che i giuristi pongono al linguaggio li espone spesso all’ilarità di chi li addita come azzeccagarbugli. Non mi riferisco all’inascoltabile legalese che echeggia nelle aule giudiziarie e nei provvedimenti legislativi, un linguaggio poco più alto dell’ancora più odioso burocratese. La relazione fra linguaggio e diritto è strettissima ed è stata approfondita da molti studiosi. Di particolare interesse le opere di Gaetano Calcaterra, per citarne uno tra i più recenti e di area italofona. Se ne sono occupati autori di ogni tempo, da Kant ai maggiori filosofi del diritto del Novecento.

I traduttori devono guardare più in là della terminologia, quando traducono un testo legale. Trovare il giusto equilibrio non è facile. Non si deve cadere nell’eccesso di iper-intellettualizzare la traduzione giuridica, perché ha una finalità essenzialmente pratica. Il traduttore deve rendere possibile un negozio giuridico tra parti che parlano lingue diverse, non produrre testi corretti in astratto, da un punto di vista meramente accademico.

Nella pratica, una delle capacità essenziali per il traduttore giuridico è riconoscere le fattispecie. Per fattispecie s’intende una situazione prevista nel dettato di una norma e dalla quale discendono effetti giuridici. La norma è costitutiva dell’ordinamento giuridico, e la norma è linguaggio.

Legga anche: Come diventare traduttore giuridico

Linguaggio giuridico e traduzione: un esempio pratico

Prendiamo ad esempio una fattispecie che ogni traduttore incontra molto spesso, la conclusione di un contratto. Nel Codice delle obbligazioni svizzero e nel Codice civile italiano è formulata così:

«Il contratto non è perfetto se non quando i contraenti abbiano manifestato concordemente la loro reciproca volontà. […]» (Art. 1 CO CH)

«Il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte. […]» (Art. 1326 CC IT)

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A fornire al traduttore il lessico da utilizzare è la norma che regola la fattispecie. Il traduttore ha sempre a che fare con due ordinamenti, quello della lingua d’origine e quello della lingua di destinazione. Il punto di partenza del traduttore, perciò, è l’analisi giuridica del testo che ha di fronte.

Dopo aver identificato l’istituto giuridico, che può essere piuttosto semplice da riconoscere (in questo caso, il contratto, in una delle sue numerose declinazioni), l’analisi dovrà scendere sino a individuare la fattispecie e la norma che la regola nei due ordinamenti. Qui ci troviamo di fronte a una fattispecie materialmente analoga: l’atto di nascita di un contratto. Essa, però, è formulata in due modi diversi nei due Paesi.

Si deve tenere conto anche delle interazioni con altri sistemi linguistici: non è possibile ignorare del tutto il senso acquisito da alcuni termini giuridici nel linguaggio comune, le relazioni con altri ambiti specialistici o la comprensibilità per il destinatario di ogni singolo testo. Siamo certi che conclusione del contratto significhi per tutti i lettori il momento del sorgere della relazione contrattuale, e non quello della sua fine? Il lettore non tecnico non rischierebbe di confondere il perfezionamento con la fine dell’esecuzione del contratto?

Legga anche: Tradurre una norma penale nuova – metodo e riferimenti

Linguaggio giuridico: quando l’apparenza inganna

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«Tredici passi verso il lavoro di
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Il discorso si complica quando i due ordinamenti regolano le fattispecie in modo diverso, magari usando un falso amico o uno stesso titolo: si pensi al reato di calunnia, previsto dall’articolo >368 del Codice penale italiano come delitto contro l’amministrazione della giustizia. Un reato con lo stesso titolo è presente anche nell’ordinamento svizzero, all’articolo > 174 del Codice penale svizzero. L’apparenza inganna: nonostante l’identità del nome, i due reati presentano differenti visioni del bene giuridico tutelato e fatti tipici diversi. Cambiano anche la qualificazione della soggettività passiva e le circostanze aggravanti e attenuanti specifiche.

Se più sopra avevamo un’identica fattispecie regolata con due linguaggi differenti, in questo caso due fattispecie penali portano lo stesso nome ma non coincidono nei contenuti. Una situazione ancora diversa, e molto frequente, si presenta quando una fattispecie esiste nell’ordinamento della lingua d’origine ma è sconosciuta in quello di destinazione.

Legga anche: Come tradurre le fattispecie sconosciute

Il traduttore deve saper mediare. E’ l’analisi del testo, che fa la differenza, una differenza che non sfugge al lettore attento. E’ facile riconoscere una traduzione svolta da un traduttore professionista che sa leggere i testi con occhio giuridico, collocandoli nell’ordinamento dei Paesi interessati (quelli dove si parlano le sue lingue di lavoro), da una eseguita senza un costante confronto con le fonti del diritto, anche se appare accurata dal punto di vista linguistico.

L’elemento qualificante dell’attività del traduttore giuridico è la relazione tra linguaggio e fonti del diritto (leggi, giurisprudenza, dottrina). La norma di legge, nelle sue diverse forme, costitutive o prescrittive, è pietra angolare dell’ordinamento e, contemporaneamente, è fonte e custode del linguaggio.

(Articolo pubblicato in originale il 14.9.2016, ripubblicato con aggiornamenti il 13.12.2019)

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2 risposte

  1. Salve Luca,
    personalmente io trovo ancora difficoltà a capire se un agreement è lo stesso istituto giuridico del «contratto» italiano. Mi è capitato di trovare nello stesso testo contract e agreement, stentando a comprendere se fossero usati come sinonimi oppure no. Quanto al punto di vista del lettore non tecnico, penso che la traduzione debba essere corretta comunque (e che quindi bisogna usare «concluso» se questo è il termine giusto giuridicamente), per non introdurre errori che possano essere additati dal committente. Cordiali saluti e ottimo articolo.

    1. Buongiorno Fausto,
      Ottimo esempio. Piuttosto che guardare al titolo del documento, è bene cercare di capirne la natura. Ci sono degli agreement dietro ai quali c’è un contratto, ma altri no. Penso in particolare al diffusissimo «Non Disclosure Agreement» che solitamente non è un normativo a sé, ma un regolamento accessorio a un contratto, emesso in un documento separato oppure come parte del documento principale (esempio: il contratto fra traduttore e agenzia regola le modalità di esecuzione della traduzione; il NDA regola la riservatezza e protezione dei dati). In questo caso, in italiano, si preferisce il termine «patto accessorio.» Pur non avendo un preciso significato giuridico, infatti, il termine «patto» è invalso per designare un accordo accessorio a un negozio principale. Se mi sarà possibile dedicherò all’esempio da Lei proposto un prossimo articolo, perché è un caso molto comune. Quanto alla comprensibilità della traduzione per il lettore non tecnico, sono ampiamente, ma non del tutto, d’accordo con Lei. Non del tutto, perché vi sono situazioni nelle quali non si può non tenere conto delle capacità di ricezione del lettore. Pensi a un contratto rivolto al grande pubblico: può essere necessario, anche se non facile, trovare una mediazione, soprattutto laddove il lettore potrebbe facilmente dire che quel documento è formulato in modo incomprensibile per lui o per un lettore medio e, su questa base, sollevare eccezioni. La precisione tecnico-giuridica, in questo caso, anziché riparare da possibili contestazioni, può diventare un boomerang. Non è una situazione facile, comunque. Cordiali saluti. LL

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