
Italia e propaganda russa: segnali e contraddizioni provengono da alcuni fatti recenti. Dal rifiuto di un’intervista al Ministro degli esteri della Russia sino alla decisione di alcuni studiosi che abbandonano il comitato scientifico di una rivista. Il vuoto legislativo intorno alla qualificazione giuridica della propaganda. Un fenomeno non nuovo, che assume però forme e dimensioni senza precedenti.
Nelle settimane scorse alcuni episodi hanno richiamato l’attenzione sulla relazione fra media italiani e propaganda russa. Ricordiamone alcuni, per rilevare alcune >convergenze e collocarli nel >contesto italiano. Passiamo poi a >considerazioni generali sul fenomeno della propaganda e sul problema della sua >qualificazione giuridica, per concludere con uno >sguardo sulle contraddizioni del momento.
Nel mese di novembre il quotidiano italiano Corriere della Sera ha rifiutato di pubblicare un’intervista al Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov.
La decisione di non pubblicare l’intervista, inviata dal ministro russo sotto forma di testo scritto, è discesa dal rifiuto di Lavrov di confrontarsi con il giornalista, dinanzi alle manifeste abnormità contenute nelle sue risposte. Il testo integrale inviato da Lavrov non è noto, ma dagli stralci disponibili emerge che il ministro ha ripetuto gli argomenti più triti della propaganda diffusa da Mosca, gli stessi che emergono ogni sera dai programmi della televisione italiana e su molti siti in Rete.
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La convergenza fra gli estremi non è un caso
La novità risiede qui. Che il quotidiano abbia deciso di opporre un rifiuto alla pubblicazione indica che la redazione del giornale ha fatto ciò che da tempo ci si attende, in particolare dinanzi ai contenuti concernenti i maggiori conflitti in corso: valutare il merito dei contenuti e deciderne la pubblicazione sulla base della rilevanza e veridicità. Almeno in questo caso, la redazione si è riappropriata del suo ruolo di filtro rispetto alla circolazione di notizie false, mirate, nella fattispecie, a sostenere la posizione di un Paese ostile e causatore di una guerra sanguinaria alle porte di casa nostra.
Un altro episodio ha coinvolto un teatro che ha rifiutato la propria sala a due sostenitori delle argomentazioni di Mosca. Qui l’interesse risiede anche in un altro elemento: i relatori coinvolti rappresentano l’uno posizioni politiche di destra, l’altro posizioni di sinistra, ma si ritrovano nella diffusione delle tesi di Mosca.
Il consenso fra posizioni ideologiche così distanti, che tuttavia convergono nel sostegno alle condotte della Russia, non è occasionale. Avviene nella stessa Russia già negli anni Novanta, quando i neocomunisti di Zjuganov e l’estrema destra di Žirinovskij si uniscono per votare una mozione che propone la ricostituzione dell’Unione sovietica. Più tardi, la strategia di connettere gli estremi parlamentari nel sostegno alle azioni di Mosca si ripete nel Donbas ed è uno degli elementi che permettono a Putin di assumere il controllo della regione.
La medesima convergenza si ritrova ogni giorno nelle condotte di partiti politici e altri raggruppamenti filorussi in tutto l’Occidente: le formazioni degli estremi parlamentari possono rappresentare istanze opposte in politica interna, ma in politica estera cantano all’unisono il sostegno alla Russia.
Italia e propaganda russa: un successo di Mosca
Nei giorni scorsi, infine, alcuni studiosi hanno abbandonato il comitato scientifico di una rivista italiana portatrice delle tesi del Cremlino. Ci si può chiedere perché tali studiosi abbiano esitato anni, a prendere questa saggia decisione. La risposta obbligherebbe ad addentrarsi nelle dinamiche delle accademie e del giornalismo d’Italia. Tuttavia, che quattro studiosi di rango abbiano compiuto un tale passo indica che la diffusione delle tesi russe imbarazza sempre più anche coloro che sinora avevano tollerato di conviverci.
L’Italia è il Paese europeo nel quale la propaganda russa è più radicale ed efficace. Diffonde tesi che è facile verificare come false, spesso smentite ormai da anni dalla ricerca scientifica; tesi ispirate a una logica infantile, eppure vengono riprodotte in modo concertato da media di larga diffusione.
L’efficacia della propaganda si misura dai sondaggi d’opinione. Gli esiti sono sempre più orientati a favore di Mosca, pur se il consenso verso il Cremlino si manifesta con espressioni all’apparenza innocue: il desiderio di «neutralità» rispetto ai belligeranti o il rifiuto di fornire armi e aiuti all’Ucraina, motivato da ingenue argomentazioni antibelliciste.
Tralasciando ora i casi singoli, rispetto al fenomeno della propaganda s’impongono due osservazioni: la prima, sulla capacità della società di respingere la disinformazione; la seconda, sulla figura del propagandista e la natura dell’azione di disinformazione.
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Autodifesa dalla disinformazione, possibilità o pretesto?
Sulla capacità della società di difendersi dalla disinformazione: coloro che giustificano la diffusione di propaganda affermano che il compito di decidere a chi credere, tra molte opinioni circolanti, ricadrebbe sui cittadini. Secondo costoro, lettori e telespettatori, messi di fronte a voci diverse, possono decidere a chi dare fiducia; secondo tale tesi, una società democratica si autoregola, dinanzi a una pluralità di messaggi.
Questa tesi è falsa: una società democratica è in grado di autoregolarsi solo se funzionano le agenzie deputate alla sua autoregolazione. I media, gli organizzatori culturali, i partiti politici sono i soggetti attraverso i quali una società aperta si autoregola; le società chiuse, come le dittature e le teocrazie, al contrario, affidano il compito regolatore in via esclusiva allo Stato e all’ideologia che esso rappresenta.
Nelle redazioni dei media, nei consigli di amministrazione degli enti che determinano gli indirizzi culturali di un Paese, così come nei partiti e negli altri consessi della politica, devono esistere le competenze per accertare le opinioni legittime, libere di coesistere pur se divergenti fra loro, anche inaudite o provocanti, distinguendole dalla diffusione di notizie false e di modelli di pensiero che pregiudicano i fondamenti della convivenza.
In conseguenza, nei media e nella politica deve esistere la forza di negare spazi di espressione a chi si fa portatore di tesi destituite di ogni contatto con la realtà e con l’evidenza scientifica, senza nascondersi dietro a una pavida difesa della libertà di espressione. Troppe volte, oggi, questa libertà fondamentale si riduce a un mero pretesto a cui si appella chi dovrebbe vagliare i contenuti diretti al largo pubblico ma si sottrae a tale responsabilità.
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Italia e propaganda russa: un vuoto legislativo
La seconda considerazione concerne le condotte del propagandista e il contesto in cui avvengono. Nelle forme più raffinate, il propagandista pubblica o diffonde in forma organizzata e continuata notizie o circostanze false, atte a orientare l’opinione pubblica in favore di Stati o altre entità ostili agli interessi e alle istituzioni nazionali, al fine di ottenere per sé o per altri denaro o altri vantaggi, per via diretta o indiretta.
Vero che non tutti gli ordinamenti prevedono le fattispecie penali che permetterebbero di sanzionare le condotte dei propagandisti, dei loro complici e organizzatori. Vero altresì che può essere difficile provare in giudizio il vantaggio per il propagandista e il suo nesso causale con la condotta, poiché le reti di finanziamento occulto sono molto raffinate; inoltre, può trattarsi di meri vantaggi immateriali, come l’acquisizione di notorietà che soddisfa l’ego del propagandista; oppure di vantaggi indiretti in sé leciti, come i proventi ottenuti da attività svolte grazie al credito raggiunto.
La mancanza di una base legale che permetta il perseguimento della disinformazione e la difficoltà di provare il dolo specifico non tolgono però, che la propaganda aggredisce rilevanti beni giuridici tutelati, primi fra tutti l’ordine pubblico, la sicurezza e l’incolumità pubbliche, sino alla sovranità e indipendenza dello Stato.
Se, per esempio, dinanzi al pericolo, oggi più concreto che mai, di aggressione militare o di presa d’influenza politica impropria da parte di Stati ostili, il propagandista diffonde fatti e circostanze irreali che inducono un largo pubblico a sottovalutare tale pericolo e a esprimersi contro l’acquisto di armi e strumenti per difendersene, quel propagandista pregiudica la sicurezza dei cittadini, menomando la capacità di resistenza dello Stato dinanzi a pericoli concreti, per servire agli interessi di uno Stato estero ostile.
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La propaganda non è nuova, la dimensione e organizzazione sì
Propaganda e disinformazione non sono nuove; lo sono la dimensione e l’organizzazione che hanno assunto oggi. Non deve meravigliare che gli elementi descrittivi delle norme attuali non permettano sempre di qualificare i fenomeni propagandistici come reati di disfattismo; direttori di giornali, responsabili di reti televisive e tutti coloro che hanno la responsabilità di veicolare messaggi a grandi masse di ricettori potrebbero riconoscere la nocività dei messaggi di disinformazione e opporvi il diniego a diffonderli, senza bisogno dell’intervento delle procure. Eppure, non agiscono o agiscono troppo di rado.
La propaganda organizzata opera su tre livelli. I propagandisti che parlano e scrivono in pubblico si trovano al più basso; al livello intermedio si trovano i soggetti che gestiscono programmi e contenuti; al livello più alto, i vertici di testate e piattaforme concordano azioni e contropartite con i decisori politici. Per combattere la disinformazione non è sufficiente sbuggerare in pubblico i propagandisti.
Per combattere la propaganda sono necessari gli stessi strumenti con i quali, ad esempio, l’Italia ha rafforzato la lotta al crimine organizzato. Ha definito fattispecie penali per il perseguimento dei reati di stampo mafioso e per rivelare i flussi finanziari occulti; ha istituto procure e autorità di perseguimento specializzate, capaci, se necessario, di avocare a sé i procedimenti, laddove le autorità locali non riescano a farli avanzare. Anche nella lotta contro la disinformazione, gli strumenti devono essere adeguati alla dimensione della sfida.
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Italia e propaganda russa: la posizione dell’Europa
In ciò, sarebbe incoraggiante che i dirigenti fossero consapevoli della gravità dei fatti che stiamo vivendo; per tacere delle opinioni pubbliche, alle quali molta politica preferisce continuare a mentire, anziché comunicare consapevolezza dei rischi esistenti.
Un fatto poco notato in questi giorni fuori dalla Germania illustra meglio di altri la condizione dell’Europa. Quest’estate il governo del cancelliere Friedrich Merz aveva interrotto le forniture d’armi a Israele, quando quest’ultimo aveva annunciato l’intervento militare di terra a Gaza. Come il riconoscimento dello Stato arabo-palestinese da parte di Francia, Regno unito e altri, in quelle settimane, anche la mossa di Merz, altrettanto priva di effetti concreti, più che a istanze di politica estera rispondeva a equilibri interni e a timori per l’ordine pubblico, turbato dalle rissose comunità di migranti.
Durante la visita ufficiale di qualche giorno fa in Israele, Merz ha annunciato la revoca del blocco alla vendita di armi a Israele e ha dovuto ammettere che la sicurezza della Germania dipende dalle tecnologie militari di Israele più di quanto la sicurezza di Israele dipenda dalle armi tedesche. L’aereo del cancelliere è stato protetto da sistemi antilaser fabbricati in Israele e la Germania ha acquistato da qualche settimana un armamento antiaereo israeliano necessario per difendere i cieli dalle crescenti incursioni di droni e velivoli ostili.
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Lo stesso deve dirsi per la tecnologia antidrone e per le capacità di combattimento sviluppate dall’Ucraina. La sicurezza materiale dell’Europa, oggi, ancor più dopo la sopravvenuta inaffidabilità degli Stati uniti, dipende da tecniche e competenze sviluppate in Paesi belligeranti, come Israele e l’Ucraina.
Italia e propaganda russa: contraddizioni e debolezze
Intanto però, in Europa si rafforzano correnti di opinione, politici influenti e un organizzato sistema di propaganda che spingono a distanziarsi da tali Paesi, per ragioni ideologiche che vanno ben oltre la normale critica a politiche contingenti.
Vi è chi scende in piazza a sostegno di Putin e Hamas, senza vedere quanto Ucraina e Israele siano essenziali per la sicurezza di noi tutti, non solo sotto il profilo tecnologico. Ciò vale a maggior ragione per l’Italia e per i Paesi del Sud Europa, esposti allo stesso tempo alle minacce provenienti dal Medioriente, oltre a quelle che giungono dalle steppe della Russia.
Intanto, gli Stati uniti, dotati di una procura di fatto firmata da Putin a favore di Trump, negoziano sull’Ucraina senza l’Ucraina e contro gli interessi dell’Europa. Non si trovano precedenti recenti, per un quadro così distorto, che nasce dal ritiro degli Stati uniti dalla difesa dei valori della società aperta e delle democrazie (ri)costruite in Europa alla fine della Seconda guerra mondiale.
I negoziati sulla guerra tra Russia e Ucraina non avvengono tra belligeranti, ma tra alleati, o forse ex-alleati; in ciò, i governi europei tentano di limitare il danno per l’Ucraina e per se stessi, dinanzi all’aggressione combinata da parte di Mosca e Washington ai fondamenti delle loro democrazie e del diritto internazionale.
A queste condizioni è difficile immaginare come l’Europa possa recuperare sicurezza e indipendenza, se non con un urgente risveglio delle coscienze e del buonsenso.






Bianca Maria says:
La disinformazione più pericolosa è quella di chi mescola notizie vere con notizie false, oppure, peggio ancora, di chi sceglie alcuni fatti: penso però che la difesa più efficace dovrebbe consistere nel biasimo sociale. Invece anche se un giornalista o intellettuale in generale viene viene colto a mentire, a copiare, a difendere con cinismo azioni spregevoli, non succede niente.
Luca Lovisolo says:
Esatto, le tecniche di disinformazione si basano sulla selettività o sulla confusione tra fatti veri e notizie false, in modo che queste ultime sembrino comunque verosimili. La mancanza di riprovazione sociale è un effetto di questa combinazione: il pubblico non attribuisce più alcuna importanza ai fatti. E’ un atteggiamento che noto particolarmente in Italia: ogni cosa si riduce a interpretazioni, tutto può essere il contrario di tutto, la realtà fattuale non esiste. Perciò, se chi parla in TV viene colto a mentire, non importa, mentire non significa più nulla, se scompare la verità. Questa apatia del pubblico è l’obiettivo della disinformazione come tecnica di guerra ibrida.
Antonio Battaglia says:
Gentile sig. Lovisolo,
ho appena finito di leggere «Gli imperi non vogliono morire.» Posso solo inviarle un grandissimo GRAZIE per il suo libro? Il dibattito pubblico e i media italiani sono appestati da volgarissimi e bugiardissimi trombettieri putiniani che da quattro anni ammorbano TV e web con i loro deliri propagandistici. Una combriccola di pupazzetti putiniani che ogni sera anima tutti i talk e i canali web con le sue costruzioni filoPutin.
In merito al suo bellissimo libro, vorrei aggiungere solo una mia piccola considerazione, se Lei me la permette. Il ruolo micidiale che ha avuto il papato di Francesco nel conflitto ucraino. Penso che Francesco sia stato il più fervente e zelante fan del regime russo. Ha lanciato un messaggio devastante contro gli ucraini. Li ha invitati alla resa; ha detto che la NATO ha abbaiato ai confini russi; ha benedetto i giovani russi che sono andati a S. Pietro invitandoli ad essere orgogliosi di questa Russia; che bisognava avere il coraggio di sventolare la bandiera bianca, da parte degli ucraini, quando si capisce che si va incontro alla sconfitta…
In breve, è stato il peggior nemico degli ucraini e il miglior amico dei russi! La saluto con una tonnellata di stima, e il massimo della cordialità e amicizia,
Antonio Battaglia
Luca Lovisolo says:
Egregio signor Battaglia,
Grazie per aver acquistato il libro, sono lieto che lo abbia apprezzato. La situazione del dibattito pubblico italiano sull’Ucraina è quella che vediamo, purtroppo. Concordo sul ruolo di Papa Francesco, non solo sullo scenario ucraino. Ho scritto qualcosa nel merito in >questo articolo. Grazie per l’attestazione di stima e cordiali saluti. LL
Antonio Battaglia says:
Gentile sig. Lovisolo,
A poco a poco sto leggendo tutto ciò che ha pubblicato nel sito. Vorrei solo approfittare della sua cortesia per chiederle una cosa: che idea si è fatto del caso Prigožin? Nel giugno del 2023 Evgenij Prigožin a capo della Wagner parte da Rostov salendo su su vero Mosca ma poi si ferma a 100 km. da Mosca… Cosa gli avranno detto per farlo fermare? Mi è sembrata stranissima, questa cosa….
La ringrazio anticipatamente per la sua attenzione, e cordialmente la saluto
Luca Lovisolo says:
Trova due articoli qui: >Russia, tentato colpo di Stato: la spiegazione e >Prigožin: cosa resta in Africa per la Russia
Antonio Battaglia says:
Grazie!
Antonio Battaglia says:
Gentile sig. Lovisolo,
Buona sera! Ho appena finito di leggere «Il progetto della Russia su di noi». Prima di dimenticarmelo volevo dirle una cosa: i Suoi due libri che ho letto sono scritti nel più bell’italiano che mi capita di leggere dappertutto. Un piacere doppio, leggerla e poi, se non è attento alla lingua un traduttore, chi altri può esserlo? «Il progetto della Russia su di noi», mi ha fatto riflettere molto e purtroppo mi suscita più domande che risposte. Non voglio annoiarla, ma la più grande è questa: ma in base ai Suoi viaggi e alla sua esperienza, il popolo russo è perso per una eventuale futura scoperta della libertà e della democrazia in senso liberistico o liberale? O sono così spenti, rassegnati, sfiduciati da non vedere niente oltre il muro, oltre Putin?
Questa mi sembra la domanda delle domande. Io e penso quasi tutti in Italia, non sappiamo nulla di come si svolga la vita in Russia! Voglio dire la vita delle persone normali come noi… Possibile che nessuno possa immaginare una vita diversa da quella che fanno? O gli va bene tutto così com’è? I miei più cordiali saluti
Luca Lovisolo says:
Egregio signor Battaglia,
Grazie per il Suo commento e per aver acquistato e apprezzato i miei libri. Noi traduttori, in effetti, siamo un po’ fanatici della lingua, per deformazione professionale.
E’ difficile rispondere alla Sua domanda in uno spazio come questo. Purtroppo la società civile russa di oggi proviene da 25 anni di regime di Putin, preceduti da quello sovietico e prima ancora dall’impero zarista. Non è detto che il popolo russo sia perso, nella prospettiva di un futuro di libertà e democrazia, ma a queste condizioni sarà un processo molto lungo. Gli sviluppi non sono prevedibili. E’ una società che poggia su presupposti molto diversi dalle nostre società europee. Un cordiale saluto e grazie per la Sua attenzione! LL