
La nota vicenda della «flottiglia» diretta a Gaza con l’intento di portarvi aiuti umanitari suscita interessanti quesiti di diritto internazionale. Si lascia sintetizzare in tre punti, dalla legittimità del blocco navale e del fermo in acque internazionali sino alla questione umanitaria. Le fonti del diritto internazionale, i riferimenti che permettono di chiarire i termini della questione e le posizioni delle parti.
La vicenda delle imbarcazioni private salpate verso Gaza per dichiarati fini umanitari (d’ora in avanti, per brevità: Flottiglia) si può sintetizzare in tre punti: 1) Il blocco navale da parte di Israele nelle acque dinanzi a Gaza è legittimo? 2) Portare aiuti a Gaza autorizza a forzare il blocco? 3) Il fermo della Flottiglia da parte di Israele in acque internazionali è legittimo? Ne ho parlato nelle scorse ore rispondendo a Giancarlo Loquenzi durante l’emissione di RAI Radio 1 «Zapping» (qui la >registrazione del mio intervento), in cui ho trattato anche altri aspetti del conflitto. Riprendo ed estendo qui le considerazioni fatte via etere.
Il blocco navale israeliano dinanzi a Gaza è legittimo?
Il blocco navale dinanzi a Gaza è legittimo. Esso risponde al diritto di autodifesa di Israele rispetto agli attacchi provenienti dai territori arabo-palestinesi, secondo l’articolo 51 della >Carta delle Nazioni unite (1945). Le prove che le acque di Gaza fossero utilizzate per trasportare armi poi impiegate contro Israele sono innumerevoli e riconosciute.
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Nel 2010 una nave civile che tentò di forzare il blocco fu oggetto di un violento scontro con le forze armate israeliane. Lo scontro causò nove vittime (caso «Mavi Marmara»). Le Nazioni unite istituirono una commissione d’inchiesta («Commissione Palmer»): questa rilevò che l’azione di Israele era stata sproporzionata, ma confermò la legittimità del blocco navale. Anche senza tale conferma, tuttavia, se si guarda ai fatti senza le lenti deformanti della politica, non vi può essere dubbio sulla legittimità del blocco.
Portare aiuti umanitari autorizza a forzare il blocco?
L’apporto di aiuti umanitari né autorizza a forzare il blocco né lede la sua legittimità, a patto che vi siano altre vie per fornire aiuti al territorio interessato. Norma di riferimento è l’articolo 102 cpv. (a) e segg. del >Diritto umanitario nei conflitti armati sul mare, detto «Manuale di Sanremo» (1994). Tale articolo vieta il blocco navale se esso ha «il solo obiettivo di affamare […] o impedire l’accesso di beni essenziali» alla popolazione civile.
Questo dispositivo del diritto internazionale non è applicabile a Gaza e alla Flottiglia, poiché: a) il blocco navale ha l’obiettivo di impedire il traffico di armi ostile a Israele, non di affamare la popolazione; b) alimenti e beni essenziali possono essere portati a Gaza per numerose vie diverse da quella marittima. Israele stesso, altri Stati ed enti umanitari hanno proposto alla Flottiglia di inoltrare gli aiuti attraverso vie sicure e ufficiali. La Flottiglia ha rifiutato.
Il fermo della Flottiglia in acque internazionali è legittimo?
L’ispezione e altri atti limitativi della libertà di navigazione in acque internazionali («alto mare») sono più frequenti di quanto si immagini, anche in tempo di pace. Avvengono, ad esempio, nei casi di navi che violano sanzioni internazionali: è accaduto pochi giorni fa da parte della Francia contro una petroliera-ombra russa; oppure con imbarcazioni che compiono attività ostili, ad esempio fungono da basi per il lancio di droni verso Stati costieri, com’è successo nelle settimane scorse su Danimarca, Germania e Norvegia.
Sul punto, la legislazione codificata per il tempo di pace è carente. La >Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS, 1994) si limita a disporre, all’articolo 87, che la navigazione in acque internazionali deve essere libera, salvo alcune limitazioni elencate in forma specifica; poi, all’articolo 88, afferma che l’alto mare deve essere riservato a usi pacifici. Esiste però un orientamento generale secondo cui uno Stato può catturare un’imbarcazione in alto mare, se questa viola norme internazionali o è causa di pregiudizi o pericolo per lo Stato stesso. Non rileva, per l’analisi di questo caso, che Israele abbia dichiarato nell’area una Zona economica esclusiva ex art. 55 segg. UNCLOS; si applicano comunque le previsioni sulla libertà di navigazione appena citate (cfr. art. 58 cpv. 1 UNCLOS).
Flottiglia e Gaza: Il diritto internazionale cambia in tempo di guerra
In tempo di guerra, invece, il diritto di ispezionare e requisire imbarcazioni mercantili in acque internazionali è consolidato sin dal basso Medioevo (Consolat de mar, Barcellona, ca. XIII sec.). Le codifiche successive non precisano meglio questo diritto, ma lo danno per acquisito come diritto consuetudinario sino ai trattati internazionali del nostro tempo, tra questi l’art. 12 della >Convenzione dell’Aja per la salvaguardia dei beni culturali in caso di guerra (1954).
Benché esistano differenze di dettaglio tra i diversi Stati nella sua realizzazione, il diritto di eseguire ispezioni e altri atti di autotutela verso imbarcazioni in alto mare in tempo di guerra è accettato da tutti (cfr. Lowe, Tzanakopoulos: Max Planck Encyclopedias of International Law, 2013). E’ nell’interesse di ogni Stato, infatti, poter accertare che una nave, anche se incrociante in acque internazionali, non stia trasportando merce di contrabbando, tenti di forzare un blocco navale o favorisca il nemico recando cose, persone o informazioni ostili allo Stato belligerante. L’azione dello Stato interessato, in questi casi, deve però limitarsi alle misure necessarie a impedire conseguenze pregiudizievoli per sé.
Vero che la Flottiglia navigava dichiarando intenti umanitari. Tuttavia, un gruppo di imbarcazioni che dirige con decisione verso le acque di un territorio in guerra con l’intento di violare un blocco navale, proclama espliciti slogan ostili a uno Stato belligerante (Israele, in questo caso) e dichiara di portare supporto a un territorio nemico, non si può qualificare come un’innocente navigazione mercantile o da diporto: autorizza le autorità israeliane ad agire nel quadro legale appena descritto. Per giunta, arrivata al porto israeliano, la Flottiglia è risultata senza carico, secondo informazioni ufficiali sinora non smentite: se non portava aiuti umanitari, qual era il suo scopo?
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Lo stato di guerra e la questione di sicurezza
La tesi secondo cui Israele non si troverebbe in stato di guerra formale con i territori arabo-palestinesi, perché questi non sono riconosciuti come Stato, è contraddetta dalla realtà dei combattimenti. E’ interessante notare che i componenti della Flottiglia per Gaza, nell’intento di giustificare secondo il diritto internazionale il loro intento di forzare il blocco navale per consegnare aiuti umanitari, hanno citato una recente ordinanza della Corte internazionale di giustizia (>192-20240126-ORD-01-00-EN, cpv. 80) nella quale il tribunale accerta proprio che sul territorio è in corso un conflitto armato, a prescindere dai requisiti formali. E’ la stessa Flottiglia, perciò, che indica la base legale dell’azione di sequestro da parte di Israele, contraddicendosi in termini.
Vi è poi un elemento che sembra essere stato ignorato, in questi giorni: la sicurezza dei componenti della Flottiglia. Se le imbarcazioni avessero forzato il blocco, non si sarebbe potuta escludere la possibilità di incidenti anche fortuiti con l’esercito di Israele o con lo stesso Hamas. Questo avrebbe potuto colpire la Flottiglia sotto mentite spoglie, per suscitare un caso internazionale e attribuirne la responsabilità a Israele.
Chi poteva garantire la sicurezza dei componenti della Flottiglia, poi, se fossero sbarcati a Gaza, nel mezzo di una guerra e in un momento in cui Hamas ha fame di ostaggi occidentali da usare come arma di ricatto nei negoziati? La Flottiglia era composta da civili che si inoltravano in una zona di conflitto armato su imbarcazioni da turismo. I naviganti della Flottiglia non dovrebbero dispiacersi, che la loro avventura sia terminata con un innocuo fermo da parte di uno Stato sicuro e con il rimpatrio ai loro più quieti domicili d’origine.
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Flottiglia: Gaza e diritto internazionale, conclusioni
Israele esercita un blocco navale legittimo nelle acque prospicienti la Striscia di Gaza, realizzando il proprio diritto di autodifesa ai sensi della Carta delle Nazioni unite. L’apporto di aiuti umanitari a Gaza non esonera dal rispetto del blocco e non ne mina le basi legali, poiché i beni vitali possono essere ricondotti a Gaza per altre vie: la Flottiglia ha respinto tale opportunità.
Il diritto di ispezione e sequestro delle imbarcazioni della Flottiglia in alto mare da parte di Israele è radicato in norme consuetudinarie secolari del diritto del mare in tempo di guerra, accettate dalla generalità degli Stati. Lo status materiale di belligeranza fra Israele e i territori arabo-palestinesi è riconosciuto dalle organizzazioni internazionali, anche in assenza dei requisiti formali. Non risulta che Israele, in questo contesto, abbia posto in essere azioni di coercizione eccedenti il necessario. L’intervento ha inoltre impedito che i componenti della Flottiglia si esponessero a maggior rischio.
Per questi motivi, i rimproveri mossi allo Stato di Israele per le sue condotte nella vicenda della Flottiglia non trovano fondamento, allo stato attuale delle conoscenze. Chi desidera recare aiuto umanitario alla popolazione di Gaza deve essere incoraggiato a farlo attraverso organizzazioni riconosciute, che offrano le necessarie garanzie di sicurezza e buon esito, senza mettere in pericolo vite umane e senza complicare uno scenario di guerra già difficile.
E’ vero che il diritto internazionale non offre sempre risposte evidenti. Se si leggono le norme senza prevenzioni, però, è possibile trovarvi indicazioni piuttosto chiare. Se, com’è accaduto spesso nei commenti sul caso della Flottiglia, si citano le norme in modo letterale o parziale, se ne ignora la ratio e le si piega a finalità politiche, allora a ogni norma si potrà sempre far dire tutto e il contrario di tutto.
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Flottiglia, Gaza: ultime considerazioni, oltre il diritto internazionale
Taluni hanno lodato l’intento umanitario della Flottiglia: dovranno spiegare come avrebbe potuto recare sollievo a Gaza, se non trasportava nulla. Non era difficile sospettarlo: i modesti scafi non potevano imbarcare molto altro se non i viveri e il bagaglio dei partecipanti. Altri ne hanno evidenziato il significato politico. Ebbene, di tale significato non si vede traccia, sullo scenario del conflitto, a meno che non si confonda la politica con la mediaticità.
Vi sono considerazioni che meritano più attenzione. La Flottiglia era formata da alcune centinaia di persone imbarcate su natanti da turismo salpati verso una zona di guerra, con l’intento di forzare un blocco navale imposto con mezzi militari. Qualcuno ha misurato l’enormità di tale azione?
Questo interrogativo sta a monte di aspetti politici o umanitari. Concerne la diligentia patris familiae, il buon senso della persona responsabile, per il diritto romano, nella quale si presume la capacità di condursi con prudenza, scansando i pericoli per sé e per i propri vicini. La vicenda della Flottiglia ricorda quelle che coinvolgono turisti, ma anche giornalisti e operatori umanitari che si inoltrano in zone pericolose ritenendosi esenti da rischi, in nome di non si sa quale estraneità al reale; salvo, poi, trasformare la loro imprudenza in caso mediatico e, per qualcuno, in motore di carriera.
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I freni perduti della consapevolezza
Ciascuno dovrebbe avvertire un freno inibitore, verso queste condotte. Un freno imposto dalla consapevolezza che le libertà di cui godiamo in Occidente, conquistate con secoli di lotta contro l’assolutismo dei monarchi e della Chiesa, sono un valore universale in astratto, ma in concreto non sono date ovunque. In Russia si può finire in carcere e restarci fino al prossimo scambio di prigionieri; in Iran ci si può crepare; in Africa, Asia, America Latina non si può contare ovunque sul rispetto della procedura penale. Quando ci si trova davanti a un giudice in qualche repubblica delle banane, si capisce la differenza tra uno Stato di diritto e l’arbitrio dell’inquisizione.
Dietro chi non avverte l’inibizione di questo freno e si avventura su scenari di pericolo, sembra esserci un vuoto che non si riempie con intenti politici o umanitari, perché questi sono atti sociali, mentre quel vuoto è personale. Nasce dall’intima, errata convinzione che il nostro modello sociale, che ci tutela dall’arbitrio del prepotente, sia una condizione naturale e ubique, anche presso chi non ha mai lottato, come noi, per costruirselo.
Ecco perché coloro che s’imbarcano in improbabili avventure fuori porta sono spesso i medesimi che aggrediscono i valori fondanti dell’Occidente: ne ignorano il prezzo e il privilegio di possederli, salvo invocarli come diritti acquisiti, poi, nel momento del bisogno. Togliamo l’habeas corpus, togliamo Cesare Beccaria, e torniamo ai processi sommari e agli impiccati sui bracci delle gru.
Milioni di persone in buona fede, media e politici hanno sostenuto una «flottiglia» vuota: difficile trovare un’immagine più fedele del nostro tempo.
| Non pubblicherò commenti che contestino questa analisi citando elementi fattuali non verificabili e fonti di diritto incomplete o non applicabili. Il caso è piuttosto semplice e non lascia molto spazio alla discussione: se non per il clamore che ha suscitato, non avrebbe meritato questa analisi.





Matteo says:
Grazie. Un’analisi veramente lucida e chiarissima. ho letto cose contrarie a quanto scritto ma, sinceramente, mi fido della sua competenza. Nella mia ignoranza storica e dei fatti, rimane comunque il mio supporto all’operato della flotilla e la critica a quanto sta accadendo a Gaza.
Luca Lovisolo says:
Grazie per la Sua fiducia. Ho letto anch’io analisi irricevibili, da media e firme da cui ci si attenderebbe più accuratezza, nelle quali le norme venivano citate in modo incompleto e astratto, al fine di sostenere tesi politiche. Le regole esistono, rispettarle garantirebbe a tutti più sicurezza e più efficacia, anche nel portare aiuto umanitario. Su Gaza, nonostante il molto rumore, mancano informazioni da fonti terze e verificabili su ciò che sta davvero accadendo. Per questo motivo, non si può andare oltre la partecipazione morale verso chiunque sia vittima di guerra. Cordiali saluti. LL
C[...] says:
Il 16 settembre la Commissione indipendente dell’Onu sui diritti umani (non il parroco del mio paese, né l’ufficio stampa di Hamas) scriveva che “Israele utilizza la mancanza di cibo come arma di guerra” a Gaza. Questo dovrebbe quanto meno suggerire cautela nel definire legittimo il blocco navale. [omissis]
Luca Lovisolo says:
Posto che la Commissione indipendente è un organo inquirente e non giudicante, che ogni attività investigativa a Gaza avviene comunque sotto il controllo fattuale di Hamas e che l’affermazione che Lei riporta è smentita dai fatti, tra la condizione di alimentazione a Gaza e il blocco navale qui in oggetto non vi è alcuna relazione. La quantità smisurata di armi introdotta a Gaza da Hamas durante decenni, insieme ad altri materiali usati per tutt’altro scopo che per sostenere la popolazione, prova che il blocco navale permette a Israele di controllare ciò che entra a Gaza via mare, contrastando così almeno una parte di traffici pregiudizievoli, ma la libertà di far entrare sul territorio materiale da altre vie che Israele non controlla resta più che sufficiente. Con ciò, è destituito di fondamento ogni presunto legame tra le condizioni di vita a Gaza e il blocco navale.
Ometto il resto del Suo commento, perché è un seguito di argomentazioni propagandistiche prive di ogni relazione con i fatti. Se non Le piace l’Occidente, vada in Russia a parlare male di Putin, in Iran a parlare male dei mullah: ci racconterà com’è andata, se tornerà intero.
massimiliano lombardi says:
Gent.mo,
Almeno per quanto riguarda l’Italia temo che le prese di posizione politiche ed i commenti di molti media sull’azione della “flotilla” siano più che altro mosse da ragioni tutte interne: la ricerca (improbabile tuttavia) di consolidare un “campo largo” di opposizione al centro destra! E lo dico da elettore di centro-sinistra….
Luca Lovisolo says:
Temo, invece, che i problemi siano ben più profondi. Cordiali saluti.
Edo Prando says:
Grazie per le sempre lucide spiegazioni
Luca Lovisolo says:
Grazie a Lei.
Giuliano Delfiol says:
Anche in questo caso le Sue analisi forniscono risposte chiare, fattualmente dettagliate, documentate e documentabili, e le siamo grati per questo. In tempi di confusione mediatica organizzata, per tacere di ciò che gira in rete, Lei è una risorsa di cui si sente costantemente il bisogno.
Purtroppo Lei si occupa prevalentemente di Europa Orientale e di ex Unione Sovietica: mi permetto di dirle questo perché si sente la mancanza di un commentatore altrettanto preciso e documentato su altri teatri politici e conflittuali del mondo: Cina, Taiwan e Pacifico occidentale, e ultimamente gli stessi Stati Uniti, le cui vicende politiche sfidano qualsiasi razionalizzazione. Grazie ancora.
Luca Lovisolo says:
Grazie. Non posso occuparmi di tutto. Sull’Europa centro-orientale ho il retroterra personale e linguistico per approfondire, su altri scenari mi limito ad analisi giuridiche o di aspetti generali che posso dominare di prima mano. So che in italiano è molto difficile trovare chi affronta la materia fuori dagli obblighi imposti dalle varie consorterie, purtroppo. Di fronte alle crisi di oggi è raro anche altrove, imbattersi in analisti non compromessi. Cordiali saluti.
Guido Avolio says:
A mio modesto avviso, credo che la questione di fondo non sia la legittimità o meno dell’azione condotta da Israele sulla “flottiglia”. Poco importa, secondo me, agli stessi promotori di questa iniziativa umanitaria – o supposta tale – se Israele avesse o meno il diritto di bloccare la flottiglia. Ciò che importa è il clamore mediatico, i riflettori accesi sulla barbarie in atto a Gaza, dove si consuma di fatto una pulizia etnica, un tentativo di genocidio sotto l’indifferenza colpevole di quasi tutti i Paesi europei, e sicuramente delle massime istituzioni dell’UE, per mera accondiscendenza e timore di conseguenze negative nei rapporti con gli Stati Uniti che sono il protettore di Israele ma anche il Dominus dei Paesi europei e dell’Occidente tutto. Moralmente, noi europei non ci siamo dimostrati all’altezza dei principi che sbandieriamo a ogni pie’ sospinto e di cui ci facciamo vindici anche, ad esempio, nel trattare la questione ucraina.
Luca Lovisolo says:
Pubblico il Suo commento perché riassume le contraddizioni della questione. La Flottiglia cos’era, allora: una missione di aiuto ai civili di Gaza, un’azione simbolica a favore dei territori arabo-palestinesi o una protesta contro il vituperato Occidente?
Una missione di aiuto per Gaza no, perché gli aiuti umanitari sulle imbarcazioni della Flottiglia non c’erano: se la notizia che le barche erano vuote fosse falsa, saremmo già stati travolti dalle smentite. Invece, anche da parte dei componenti della spedizione, silenzio assordante. Per legge, quando si carica un’imbarcazione si compilano dei formulari obbligatori. Quelli della Flottiglia non emergono.
Quanto al valore simbolico, è ora di capire che le azioni simboliche non risolvono crisi di questa dimensione, forse le peggiorano persino.
Resta l’unica possibilità, la protesta antioccidentale. L’Occidente non è privo di colpe, in tutta la sua storia. Con tutti i suoi limiti, però, è l’unico luogo in cui se ci si trova davanti a un giudice ci si può appellare a regole che salvano dall’arbitrio, come ho scritto. Se i componenti della Flottiglia fossero sbarcati a Gaza, avrebbero rischiato la vita; sono sbarcati in Israele, invece, che, con i difetti che tutti vediamo, è uno Stato di diritto. Li ha fermati in tempo e, uno dopo l’altro, li sta rimandando a casa interi, assistiti dalle autorità consolari dei loro Paesi e secondo tutti i crismi dell’assistenza giudiziaria internazionale. l’Occidente «dominus» e colonialista allora va di nuovo bene, nel momento del bisogno diventa l’ancora di salvezza (è il caso di dirlo), per qualche centinaio di persone che hanno messo a repentaglio la propria vita in una missione contro quello stesso Occidente che le sta tirando fuori dal guaio in cui si sono messe. Israele, l’Ue, gli USA possono non piacere, ma i fatti sono questi.
I pacifisti perseguono ideali di pace che condividiamo tutti. Anziché mettere in pericolo le loro vite in imprese di nessun senso, potrebbero cominciare a studiare diritto e relazioni internazionali. Apprenderebbero i meccanismi per costruire la pace agendo sulla realtà, non con le buone intenzioni. La peggior presa in giro, in questa brutta storia, è proprio per i civili di Gaza, che hanno visto le loro pene strumentalizzate per fini eterogenei. Mi chiedo come si faccia a sostenere ancora un’operazione simile, proprio da parte di chi afferma di solidarizzare con gli arabi di Palestina.
Quanto poi a termini come genocidio, pulizia etnica e simili, devono essere usati con più prudenza: il loro uso non dipende da valutazioni soggettive. Vero che l’Europa, in circostanze simili, ha una presenza debole e contraddittoria. Il riconoscimento di uno Stato arabo di Palestina voluto da diversi Paesi europei nelle settimane scorse muove esattamente contro una composizione del conflitto, come ho spiegato in altre analisi qui, per precise ragioni giuridiche purtroppo ignorate dai dirigenti europei, troppo preoccupati dei loro equilibri interni. Cordiali saluti.
Heike Schmitz-Zilli says:
Buongiorno,
Leggere le Sue analisi sulla cosiddetta flottiglia ma anche su altri argomenti p. es. la guerra in Ucraina ed altro mi rinforza nelle discussioni con persone che purtroppo non si informano bene o da fonti dubbiose. Si vede ancora una volta l’importanza delle fonti serie. Mi piace leggere i suoi commenti in Italiano. C’è il modo per averli anche in tedesco senza rinunciare all‘Italiano? Grazie mille.
Luca Lovisolo says:
Spesso scrivo prima in tedesco e poi traduco in italiano, ma poi mi manca il tempo per pubblicare la versione tedesca. Purtroppo i miei canali tedeschi non sono aggiornati, mi ripropongo sempre di fare di meglio, ma con scarsi risultati… Grazie per il Suo interesse. Cordiali saluti.