Deontologia e traduzione verso la lingua straniera

Vienna, vecchio avviso di pericolo ai pedoni | © Johannes Plenio

Deontologia e traduzione verso la lingua straniera sembrano incompatibili, nel settore linguistico. Esempi attuali e del passato confermano che la questione non si può liquidare con i pregiudizi. L’arrivo dell’intelligenza artificiale offre una nuova prospettiva. Il richiamo alla deontologia professionale suscita perplessità. Chi dovrebbe saper tradurre in entrambe direzioni, se non chi si occupa di lingue per professione?


Con gli strumenti del nostro tempo è davvero difficile sostenere che sia impossibile produrre un buon testo in una lingua diversa dalla propria. I corpus e le mille risorse presenti in Rete facilitano questo compito come mai in passato. Oggi vi sono strumenti in abbondanza, per raggiungere una conoscenza di una lingua straniera adeguata a scrivere e tradurre. Ciò vale a maggior ragione per chi si occupa di lingue per professione.

Internet e la TV satellitare permettono un contatto quotidiano con le lingue e culture straniere, in forma scritta e parlata, in tutti i registri d’uso. Acquistare libri in lingua straniera non è più difficile e costoso come un tempo. I voli a basso costo ci permettono di viaggiare nei Paesi dove si parlano le nostre lingue di lavoro, spendendo talvolta meno di quanto ci costerebbe una vacanza nel nostro. Moltissimi impiegati, dirigenti e tecnici lavorano in pendolarismo tra città nelle quali si parlano lingue diverse. Viviamo in un sistema di relazioni impensabile solo pochi decenni or sono e che sta mutando anche il rapporto con il multilinguismo.

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Vi sono testi molto difficili da scrivere (e, in conseguenza, da tradurre) in una lingua straniera, perché richiedono un rapporto viscerale con la lingua, possibile solo con quella in cui si è nati e cresciuti. E’ il caso della letteratura e dei testi di marketing, per citare solo due esempi, con tutta la sfera che cade sotto le definizioni di copywriting e transcreation. Per altri generi di testo è davvero difficile, oggi, sostenere che un traduttore professionista non possa tradurre verso una lingua straniera.

In un’altra lingua non avremo mai la stessa agilità e ricchezza lessicale che abbiamo nella nostra lingua nativa. Saremo più esposti alla possibilità di errori, ma ciò non deve impedire di scrivere testi ben fatti, anche senza la collaborazione di un revisore madrelingua. La revisione si impone per i testi destinati alla stampa o a un largo pubblico; in tali casi, però, avviene anche per i testi scritti nella madrelingua e, non di rado, ci fa scoprire che facciamo errori anche in questa.

Non mancano esempi celebri di persone che hanno scritto e lavorato a livelli altissimi usando una lingua diversa dalla loro lingua madre, anche non traduttori. Partiamo da lontano: Wolfgang Amadeus Mozart, di madrelingua tedesca, nel Settecento scriveva già da ragazzino spiritosissime lettere in italiano, allora diffuso in Europa grazie alle arti e, in particolare, all’opera lirica. Mozart era figlio di un’epoca nella quale i confini tra le lingue erano fluidi. Non si era ancora imposto lo Stato nazionale, che ha legato la lingua alle frontiere e al governo di un territorio.

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Gli esempi della storia più recente

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Per avvicinarci nel tempo, una delle prime traduzioni in italiano di Anna Karenina di Lev Tolstoj, uscita nel 1939 e tuttora riconosciuta come riferimento, si deve a Ossip Felyne (pseudonimo di Osip Abramovic Blinderman), madrelingua russo trasferitosi in Italia dalla nativa Odesa, di formazione ingegnere (si vedano >qui le utili considerazioni di Claudia Zonghetti su questa e altre traduzioni del romanzo).

La traduttrice Monika Woźniak, di madrelingua polacca, laureatasi in Polonia e oggi docente all’Università La Sapienza di Roma, traduce sia da sia verso polacco e italiano testi di grande varietà lessicale e stilistica (>qui un’interessante intervista).

Ernst Reuter, celebre politico tedesco e sindaco di Berlino nei difficili anni del secondo Dopoguerra, all’età di ventisei anni cadde prigioniero in Russia, durante la Prima guerra mondiale. Imparò il russo nella miniera di carbone in cui era detenuto ai lavori forzati. Tornato libero, restò in Russia e divenne attivista politico. Conobbe Lenin, che lo nominò Commissario del popolo (ministro) della Russia bolscevica per le questioni delle comunità germanofone. Per la sua attività usava indifferentemente il russo e il tedesco. A quarantasei anni fu chiamato in Turchia per tenere corsi alla Scuola superiore di amministrazione pubblica. Imparò il turco e in questa lingua non solo fece lezione, ma scrisse di propria mano i manuali per i suoi studenti.

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Tradurre verso la lingua straniera: dalle celebrità alla pratica quotidiana

Il giurista e giornalista tedesco Sebastian Haffner si vide costretto, a trent’anni d’età, a fuggire dalla Germania nazista, per la sua appartenenza a una famiglia ebrea. Si stabilì in Inghilterra, apprese l’inglese e divenne celebre come giornalista in quella lingua, scrivendo con la stessa arguzia con la quale scriveva in tedesco. I suoi articoli sul periodo bellico e postbellico, scritti guardando la Germania dall’esilio inglese, sono capolavori di giornalismo e, ad un tempo, modelli di stile e coloritura lessicale, in entrambe le lingue.

Per contro, se si leggono i romanzi di Franz Kafka così come uscirono dalle mani del loro autore, prima dei provvidenziali interventi dei revisori, si resta disorientati dalla scarsa cura posta dal geniale scrittore proprio per la lingua, in particolare per la punteggiatura. Segno che il pensiero, quando è forte, scavalca anche le limitazioni nel dominio dello strumento linguistico.

E’ frequente incontrare, nelle aziende, persone addette alla corrispondenza con l’estero che scrivono testi in lingua straniera senza pretese letterarie, ma di qualità apprezzabile. Si può comprendere, allora, che molti clienti si chiedano perché proprio chi traduce per professione rifiuti questo compito e lo consideri addirittura avverso alla propria professionalità.

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Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rende possibile tradurre testi non esigenti con relativa fedeltà. Quasi chiunque conosca una lingua straniera può verificare, nella propria madrelingua, se la traduzione di un testo semplice, restituita da un sistema automatico, corrisponde almeno in generale al testo in lingua d’origine. Più difficile il contrario: non tutti sono in grado di verificare se una traduzione verso una lingua straniera, pur conoscendola, sia coerente con il testo d’origine nella propria lingua, anche per testi meno esigenti. In questi casi, è necessario l’intervento umano di chi si occupa di lingue per professione.

Grazie alle nuove tecnologie e alla facilità degli spostamenti, stiamo tornando, oggi, a una realtà nella quale crescere e vivere a contatto spontaneo con più lingue non è più cosa per pochi. In questo contesto, non scrivere e tradurre in una lingua diversa dalla propria sembra un precetto ormai superato dai fatti, sebbene resti un totem molto adorato proprio nel settore della traduzione.

E’ vero che per tradurre verso la lingua straniera occorre prima accertare di possederla a sufficienza. Eppure, tradurre nelle due direzioni linguistiche permette di accedere a incarichi di grande interesse, presso clienti che non soffrono del pregiudizio della monodirezionalità, in contesti dove servirsi di due traduttori è impensabile per ragioni pratiche o di riservatezza. Ciò accade nel settore della traduzione giuridica, ad esempio, oppure nelle lingue più rare, nelle quali è più difficile reperire personale professionale.

Per questo insieme di motivi, sviluppare una buona bidirezionalità non dovrebbe essere tacciato tout court di violazione deontologica. Del resto, è fatto notorio che moltissimi traduttori traducono verso la lingua straniera ma preferiscono tacerlo, consapevoli dello stigma che li colpirebbe se rivelassero il peccato: per citare ancora Mozart… così fan tutte.

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Deontologia e traduzione verso la lingua straniera, un’accusa fuori luogo

Un’ultima annotazione proprio sul richiamo alla «deontologia» che si presume violata da chi traduce verso una lingua non propria. L’accusa è pesante: la deontologia professionale concerne aspetti ben più gravi. Si può rimproverare mancanza di deontologia all’avvocato che tradisce l’interesse del suo assistito, al medico che abusa della propria posizione per plagiare un paziente, a un traduttore che rivela segreti contenuti nei documenti che traduce.

La deontologia professionale non tutela solo un interesse privato, ma un interesse pubblico – il corretto rapporto tra clienti e professionisti. A protezione di tale interesse, le associazioni professionali emettono dei regolamenti deontologici e ne sanzionano la violazione. E’ immediato il parallelo con il diritto penale, che punisce l’offesa di interessi pubblici tutelati dalla Costituzione o con essi compatibili. Prova ne sia che molte condotte contrarie alla deontologia professionale confinano o coincidono con profili di rilevanza penale.

Se un traduttore traduce verso la lingua straniera e sa farlo, il richiamo alla deontologia è fuori luogo. Non si vede, infatti, quale interesse tutelato venga leso. Se lo fa senza averne la competenza, si espone a una responsabilità colposa per imperizia, che vale per questo come per altri casi in cui un professionista fa cose di cui non è capace. Non si entra, perciò, nella sfera deontologica, ma si resta nel campo di applicazione della diligenza del buon padre di famiglia nell’esercizio della professione, rispetto alla natura dell’attività esercitata.

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Deontologia o consuetudine? Fra interesse pubblico e diritto privato

Se malservito da un traduttore che traduce da o verso una lingua che non conosce a sufficienza, o che in altro modo male adempie le sue obbligazioni, il committente avrà a disposizione a propria garanzia tutte le azioni civilistiche del caso: dal diritto alla rettifica della traduzione alla richiesta di riduzione del prezzo, sino alla risoluzione del contratto, oltre al risarcimento dell’eventuale danno. Tutto resta nella relazione privatistica fra traduttore e committente, senza sconfinare in profili di interesse pubblico.

Anziché di deontologia sarebbe opportuno parlare di una più modesta consuetudine della professione, fondata su considerazioni pratiche. Scrivere e tradurre in una lingua straniera richiede quasi sempre più tempo, espone a maggiori possibilità di errore e comporta più controlli. Per questi motivi è più usuale tradurre verso la propria madrelingua. Questa formulazione rappresenta uno stato di fatto, senza colpire con un rimprovero di violazione deontologica chi non intende adeguarsi.

La questione della traduzione verso una lingua diversa dalla propria non si lascia semplificare in un motto. Molti esempi qualificati smentiscono i pregiudizi verso questa attività. Insistere sulla mancanza di deontologia espone a un’accusa infamante i traduttori che la praticano, tra i quali vi sono professionisti riconosciuti, e contribuisce a diffondere un’ipocrisia sempre meno comprensibile.

(articolo uscito il 21.6.2016, ripubblicato con aggiornamenti e integrazioni il 10.3.2026)

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Luca Lovisolo

Lavoro come ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. Il mio corso «Capire l'attualità internazionale» accompagna chi desidera comprendere meglio i fatti del mondo. Con il corso «Il diritto per tradurre» comunico le competenze giuridiche necessarie per tradurre testi legali da o verso la lingua italiana.

Commenti

  1. Francesco Sframeli says:

    Ottimo articolo, sono d’accordo con lei. Per caso è stato ispirato dalla sua discussione su Facebook proprio su quest’argomento? Lo diffonderò sui miei canali, basta con lo stigma!

    • Luca Lovisolo says:

      Grazie per l’apprezzamento. Sì, molti articoli di questo blog nascono da confronti sorti nelle reti di socializzazione. Cordiali saluti. LL

  2. Rosa says:

    Mettiamoci pure che molto spesso nonostante la responsabilità noi traduttori siamo pure sottopagati (vedere al riguardo le tariffe dei tribunali), mettiamoci pure, in più, che ci sono impiegati di aziende che s’improvvisano traduttori di lettere con Google con risultati discutibili (usassero almeno wordreference….), questa storia della monodirezionalita’ della traduzione fa proprio piangere…..

  3. Lorenzo Martinelli says:

    E se invece di parlare di lingua materna e lingua straniera, si parlasse invece di lingua di competenza? Di lingua di uso abituale? Facendo un esempio tratto dalla mia pratica professionale, io non ho esitazioni a tradurre verso la mia «lingua straniera» determinati testi in determinati argomenti per i quali sono competente. E lo faccio senza esitazioni, con piena conoscenza di causa perché conosco tali argomenti. Li conosco forse meglio nella «lingua straniera» che nella mia lingua materna.

    • Luca Lovisolo says:

      Mi sembrerebbe una buona idea. Cordiali saluti. LL

    • Stefano Domenico Peres says:

      Sono d’accordo, e fa pensare. Vivo di nuovo in Italia ma parlo spagnolo costantemente, conosco determinate cose più nella loro lingua che nella mia. Lingua di competenza, in effetti, suona meglio.

    • Luca Lovisolo says:

      Grazie per questo contributo. Aggiungo che in molti ambiti internazionali, scientifici o istituzionali, è normale scrivere in lingua straniera e c’è chi lo fa a ottimo livello, anche non essendo traduttore. Cordiali saluti. LL

  4. Patrizia Bottassi says:

    Articolo interessante, ben costruito. Per la prima volta si dà «parola» e valore alla traduzione verso la lingua straniera. Concordo pienamente, è del tutto vero che la revisione viene fatta anche su testi tradotti nella propria lingua madre.

    • Luca Lovisolo says:

      La necessità della revisione, a mio giudizio, dipende più dal tipo e dalla destinazione del testo che dalla lingua in cui lo si scrive. Un commento su Facebook o un articolo sul proprio blog possono contenere qualche imperfezione; un libro, in qualunque lingua lo si scriva o traduca, verrà comunque sempre rivisto, poiché questo prodotto editoriale lo richiede a prescindere da altre considerazioni. Cordiali saluti.

  5. Tiziana says:

    La «regola» di tradurre verso la lingua madre, o quanto meno quella che si usa di più e in cui si è più sicuri, avrebbe un senso se la rispettassero tutti. Il problema è che i clienti diretti interpretano spesso il consiglio di rivolgersi a un madrelingua come elegante scusa da scansafatiche e il più delle volte ripiegano su improvvisati, che accettano con incoscienza e senza remore, per cui tanto vale accettare l’incarico, tanto più che un traduttore sicuramente conosce bene le sue lingue di lavoro e opera con il dovuto grado di coscienziosità che solo chi fa questo mestiere conosce. Io faccio spesso rivedere a persone competenti tutti i testi che traduco verso il tedesco, e spesso mi sento dire che gli eventuali interventi di correzione sono di carattere puramente stilistico e assolutamente non strettamente necessari. Credo che valga così per tutti i traduttori professionisti, per cui via le remore!

  6. Christine Clover says:

    L’articolo è (come sempre) molto ben argomentato e il Suo uso della lingua italiana mi piace (anche come sempre), ma è difficile per me, come traduttrice americana (di madrelingua inglese, naturalmente!), essere totalmente d’accordo con l’articolo. Visto che la mia lingua è troppo spesso considerata una «lingua facile» e molte, molte persone non madrelingua inglese pensano di saperla «perfettamente,» comunque la moltitudine di errori che ho visto nei testi tradotti da non-native speaker mi fa piangere. Forse è per questo che c’è generalmente una forte tradizione fra i traduttori inglesi e americani di non tradurre verso la lingua straniera, ma devo pensarci. Ringrazio per i Suoi pensieri su questo argomento.

    • Luca Lovisolo says:

      Come scrivo nell’articolo, il presupposto per tradurre verso la lingua straniera è conoscerla sufficientemente bene. Certamente non si può scusare la leggerezza di chi traduce pensando di conoscere la lingua, ma in realtà non ne è in grado. Le persone capaci di produrre testi scritti di buona qualità in una lingua non propria ci sono, anche fra non traduttori. Anzi… mi viene quasi fatto di pensare che se ne trovino più fuori dall’ambiente della traduzione che fra i traduttori stessi. Grazie per l’attenzione e l’apprezzamento. Cordiali saluti. LL

  7. Giorgio Alafogiannis says:

    Condivido tutti questi pensieri, io per quanto mi riguarda sono bilingue e posso tradurre in entrambe le lingue (madrelingua italiano – greco e v.v.). La stessa preparazione culturale e tecnica. Questo vale anche per l’interpretariato da/verso… Comunque è sicuro che si può fare anche verso l’altra lingua, con la dovuta e adeguata preparazione ed esperienza. Il problema sono gli «improvvisati» traduttori in ufficio che parlano (anche bene) una lingua e credono di essere e poter fare i traduttori. Sono i nostri peggiori avversari… Grazie a tutti

  8. Caterina Cutrupi says:

    Condivido pienamente l’articolo, finalmente una visione competente, razionale e soprattutto realistica. E quanto è vera questa affermazione: «Tutto restando nella relazione privatistica fra traduttore e committente.» Mio malgrado, mi sono trovata anni fa a non poter più rifiutare le richieste di traduzione verso l’inglese da parte dei miei clienti (parlo di courtesy transaltions). Da allora traduco verso l’inglese la stragrande maggioranza dei documenti legali che mi viene affidata. Senza modestia, con soddisfazione dei miei clienti (e mia). Bravo Luca!

    • Luca Lovisolo says:

      Grazie Caterina per l’attenzione e l’apprezzamento. LL

  9. Natalia Bertelli says:

    Sono d’accordo con il post e felice che se ne parli. Quando studiavo all’università ho avuto la fortuna di avere professori professionisti, che ci hanno fatto esercitare in traduzione attiva pur non essendo prevista spiegandoci che questo avrebbe voluto il mercato. Ed è così. In 7 anni di lavoro in proprio ho indubbiamente tradotto di più verso l’inglese che verso l’italiano. E comunque credo che al cliente si debbano fornire soluzioni, per ricollegarmi a un altro Suo post. In ogni caso la monodirezionalita’ è insegnata in molti corsi universitari di traduzione, da docenti che non riflettono sul fatto che è stata una loro scelta, dettata dal momento di entrata nel mercato e dallo sviluppo della loro carriera (se sei più docente che traduttore, è chiaro che puoi permetterti di selezionare. Ma non è un dogma, è una possibilità).

    • Luca Lovisolo says:

      Grazie per il Suo apprezzamento e per aver portato la Sua esperienza. LL

      • Fabio Salsi says:

        Io devo dire che non sono d’accordo. Ci possono essere situazioni in cui un non madrelingua può fare un lavoro migliore di un madrelingua, ad es un testo tecnico: un non madrelingua specializzato probabilmente farà una traduzione migliore di un madrelingua non specializzato. Ma quando si va su testi leggermente più creativi, ad es. il turismo è difficile trovare un non madrelingua che abbia una padronanza tale dello stile da produrre testi idiomatici e coinvolgenti. Inoltre, se come alcuni hanno commentato, tradurre verso la seconda lingua richiede molto più tempo, dal punto di vista economico non è quindi una scelta molto saggia a meno che non di chiedano tariffe molto più alte.

        • Luca Lovisolo says:

          Infatti, come avrà notato, le riserve che Lei indica sono citate anche nell’articolo.

  10. Alessandra Castagnaro says:

    Buongiorno e grazie per il suo interessante articolo che termino di leggere. Vorrei iniziare la professione di traduttrice freelance, ma non ho ancora esperienza nel settore delle traduzioni e non ho ancora un giro di clienti.
    L’ambito in cui vorrei concentrarmi è quello turistico dato che ho una laurea nel settore. Però vorrei ricevere da lei gentilmente alcuni consigli su come iniziare, sicuramente il suo libro può fornirmi buoni spunti e idee a riguardo.
    Vorrei chiederle secondo lei se esiste un ambito attualmente più richiesto nel mercato delle traduzioni? Io vivo in canton Zurigo e vedo che per la maggior parte vengono richieste traduzioni nell’ambito assicurativo e finanziario che è d’altronde il settore più ricercato nel cantone. Non essendo però un settore che mi appassiona e soprattutto di cui non ho nessuna conoscenza, cosa mi consiglierebbe di fare? Meglio muoversi più verso la richiesta del mercato o seguendo le proprie passioni e attitudini? Grazie mille per il suo lavoro e buona giornata.

    • Luca Lovisolo says:

      Buongiorno Alessandra, in tutta la Svizzera le traduzioni assicurative e finanziarie sono molto richieste, ma per svolgerle con consapevolezza serve una preparazione specifica. E’ sempre più difficile costruire una carriera come traduttore, oggi, in un settore che non si conosce a fondo, non solo nei suoi aspetti linguistici. Poiché Lei ha una laurea in turismo, Le consiglierei senz’altro di cominciare da questo settore, in cui può contare su una conoscenza approfondita della materia. Avere un’attrazione, una passione per il settore è fondamentale: dovrà poi lavorarci tutta la vita, perfezionarlo costantemente. Se lavora in un settore che non La attrae profondamente, il lavoro diventerà facilmente pesante e sarà difficile raggiungere i livelli di qualità più elevati. Quanto alle indicazioni pratiche, come ha osservato anche Lei, le ho riassunte nel libro «Tredici passi verso il lavoro di traduttore,» per le tante persone che come Lei scrivono per chiedere informazioni. So che può sembrare una risposta interessata, ma… l’ho fatto apposta per sintetizzare tutti i consigli che posso dare, lo trova >qui. Grazie per il Suo interesse e cordiali saluti. LL

  11. Giulia Corazza says:

    Leggo adesso l’articolo Dottore, condivido pienamente, il 80% della mia attività professionale è verso la lingua straniera…

    • Luca Lovisolo says:

      Vedo che siamo in tanti!… Ne sono lieto (preciso però di non essere dottore).
      Cordiali saluti. LL

  12. Marina G. Cattaneo Gasparini says:

    Buongiorno dal Messico, sono italiana e da parecchi anni sono perito interprete e traduttrice in IT-ES-IT del Supremo Tribunale nonché del Consiglio della Magistratura Federale. Sarei molto interessata e lieta di seguire qualche Vostro corso ma, per la distanza, solo sarebbe on line. È possibile? In attesa, porgo cordiali saluti.
    Marina Giovanna

    • Luca Lovisolo says:

      Gentile signora,

      Grazie per il Suo interesse. Può iscriversi ai nostri corsi da qualunque parte del mondo, abbiamo già avuto partecipanti dall’America latina. Per spedire l’attestato di partecipazione, che può essere emesso solo su carta, sarebbe però consigliabile che Lei avesse un indirizzo postale in Italia, se possibile. Cordiali saluti.

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Luca Lovisolo

Lavoro come ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. Accompagno a comprendere l'attualità globale chi vive e lavora in contesti internazionali o è interessato ai fatti del mondo.

Attraverso i miei libri e su Caminantes, il mio spazio su Substack, analizzo presente e passato restando fedele ai fatti, con un lavoro sostenuto solo da chi mi segue.

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