
Formazione per traduttori e intelligenza artificiale: i corsi di laurea e specializzazione dinanzi alla sfida dell’intelligenza artificiale. Un interessante scambio di vedute nato intorno a un video sulle prospettive delle professioni linguistiche. L’esempio della transcreazione. L’esigenza di traduzioni non scompare, ma la figura del traduttore professionale deve trovare un nuovo posizionamento.
Prendo spunto da un video breve che ho pubblicato su LinkedIn – la piattaforma sulla quale diffondo di preferenza contenuti dedicati al mondo della traduzione – perché ha suscitato un interessante scambio di commenti sul tema della traduzione «umana» al tempo dell’intelligenza artificiale. Il video è questo:
Chi desidera leggere l’intero scambio di battute con i lettori lo trova >qui. Il tema di fondo è lo stesso che ha ispirato interventi precedenti (>qui): anche nella formazione per traduttori, nell’era dell’intelligenza artificiale la capacità di superare la traduzione automatica dipende dall’ampiezza della prospettiva dalla quale guardiamo alle professioni linguistiche. Nei pochi minuti del video, ha suscitato curiosità l’idea di «invertire» i percorsi di formazione: non più lauree in traduzione con specializzazione in un certo settore, ma, al contrario, un percorso in cui prevalga la disciplina sinora considerata come «specializzazione» e la traduzione diventi, invece, una delle possibili varianti di applicazione.
Si può giudicare quest’idea come provocatoria, non è sbagliato, anche se non era questo l’intento originario. E’ corretto osservare che la professione di traduttore nasce in primo luogo da una «vocazione linguistica,» non dall’interesse verso la materia di specializzazione. Tradurre, d’altra parte, include anche compiti come la transcreazione pubblicitaria, la localizzazione e la traduzione editoriale. In questi, l’abilità linguistica gioca un ruolo prevalente.
FORMAZIONE PER TRADUTTORI: AL CENTRO RESTA LA LINGUA
Senza dubbio, la vocazione per le lingue resta il punto di partenza, per chi si occupa di traduzione. Proprio per questo motivo, restando in uno degli esempi citati nel video, un corso di laurea in legge con specializzazione in traduzione, per come l’ho inteso, non dovrebbe rivolgersi ad aspiranti avvocati, ma ad aspiranti traduttori che hanno già acquisito le competenze linguistiche e di traduzione necessarie e vedono il loro futuro nella traduzione di testi legali.
Accade, però, che tali competenze non includano di solito le basi che permettono di accostarsi al testo in modo analitico dal punto di vista giuridico. Se chi traduce un contratto non sa sviscerarne il contenuto tecnico, produrrà una traduzione nascente dalla sola prospettiva linguistica. Il risultato sarà forse migliore nell’estetica, ma nei contenuti non si differenzierà molto da una versione realizzata dall’intelligenza artificiale, perché questa funziona, per l’appunto, combinando elementi di linguaggio, senza la coscienza critica che è presupposto dell’analisi.
Un corso di studi di questo tipo dovrebbe includere in prevalenza gli elementi di una laurea in una disciplina specifica, insieme a quelli di una laurea in traduzione, o comunque si voglia chiamarla. L’esito sarebbe un percorso gravoso, se si guarda ai programmi di oggi, ma… siamo certi che tutte le materie incluse nei corsi di laurea in traduzione di oggi siano davvero funzionali allo scopo?
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Formazione per traduttori tra intelligenza artificiale e problemi endemici
Infine: non sarebbe preferibile riservare l’accesso a tali corsi a chi dimostra già un saldo dominio delle lingue nelle quali vorrà lavorare, come accadeva nelle vecchie «scuole interpreti?» Ciò permetterebbe di dedicare più tempo allo studio della materia di specializzazione, per limitarsi, nella lingua, all’affinamento delle competenze già acquisite in precedenza.
E’ vero che non tutti i percorsi di scuola superiore che aprono le porte dell’università trasmettono buone competenze linguistiche, ma una lingua straniera si può apprendere in molti modi. In un giovane che guarda a una carriera nel mondo della traduzione e dell’interpretariato si deve presumere un grado di interesse per lo studio delle lingue che lo spinga ad acquisirne un’adeguata conoscenza sin dalla giovane età, anche in autonomia, prima di accedere, a 19 anni, allo studio universitario.
Talvolta l’intelligenza artificiale non causa problemi, ma mette in luce, con la spietatezza tipica del progresso tecnologico, problemi già esistenti (ne parlo nel mio nuovo manuale >Lavorare con le lingue straniere nell’era dell’intelligenza artificiale). Forse lo spauracchio della nuova tecnologia solleciterà a interrogarsi su questi aspetti problematici, non certo nuovi, per ripensare non solo i programmi, ma le radici profonde dello studio che guida alle professioni linguistiche. Se l’intelligenza artificiale svolge i compiti di traduzione più semplici con esiti claudicanti ma sufficienti per gli utilizzatori, la mente umana dev’essere preparata e sollecitata ad affrontare i compiti più complessi.
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QUANDO SIAMO NOI A RINUNCIARE ALLA NOSTRA RICCHEZZA
La visione della traduzione come processo solo o in prevalenza linguistico non è più sostenibile, perché smascherata ormai dall’intelligenza artificiale. Un approccio linguistico unilaterale produce talvolta esiti bizzarri, giustificati per giunta con pretese di scientificità.
Un caso recente, molto significativo, ha suscitato un certo clamore: una nuova traduzione del racconto La Metamorfosi di Franz Kafka (l’ho trattato nel video qui vicino). Nella nuova versione, il titolo del racconto è stato mutato in La Trasformazione, argomentando che questo traducente sarebbe più coerente dal punto di vista linguistico con il resto del racconto.
In tal modo, però, si lascia cadere il cospicuo bagaglio extra-linguistico (e non solo) che il termine metamorfosi porta con sé (tra questi, il richiamo a Le Metamorfosi di Ovidio) e che, a suo tempo, ne aveva suggerito la scelta ai primi traduttori italiani di Kafka, ma anche a quelli francesi (La Métamorphose), spagnoli (La Metamorfosis), romeni (Metamorfoza).
E’ vero che vi sono attività sorrette da una forte componente linguistica, come la transcreazione e la localizzazione, ricorda la traduttrice Flavia Vecchione nei commenti al video da cui siamo partiti. Eppure, aggiungo io, sono proprio queste che possono indicare la strada per superare l’impasse dinanzi al diffondersi della traduzione automatica.
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Formazione per traduttori e transcreazione nell’era dell’intelligenza artificiale
Durante la mia relazione al convegno dell’Associazione svizzera per la traduzione, la terminologia e l’interpretariato (ASTTI), nel novembre 2024, avevo preso spunto proprio dalla transcreazione, come esempio di metodo a cui ispirarsi. La transcreazione, infatti, esalta la finalità del testo: indurre ad acquistare un prodotto, convincere delle sue qualità.
Le parole di un payoff pubblicitario tradotto possono essere molto diverse da quelle dell’originale. Ciò che conta non sono le parole, la corrispondenza linguistica o stilistica con l’originale: l’obiettivo è che la traduzione-transcreazione produca nel destinatario lo stesso moto di persuasione suscitato dal contenuto nella lingua d’origine.
Claudia Benetello, fra le massime esperte di transcreazione in Italia, offre spunti utili in un >articolo dedicato al problema della traduzione dei virgolettati nelle interviste dei musicisti di lingua inglese. I testi che prende in esame attengono all’attività di traduzione, non di transcreazione, ma dimostrano quanto le competenze e il processo di lavoro del transcreator, volto più a persuadere che a informare, possano contribuire a una traduzione che resterebbe monca, se non la si vestisse di questo habitus.
Tra altri, l’autrice cita il caso dell’aggettivo inglese organic nelle dichiarazioni di diversi cantanti e gruppi musicali. Nei frammenti analizzati, organic acquisisce ben quattro significati diversi: non sfumature, si badi, ma accezioni assai divergenti. Può riferirsi alla scelta degli strumenti musicali e al sound, in una dichiarazione di Cristina Aguilera; all’impatto della creazione, in un comunicato stampa dei Depeche Mode; vuole trasmettere immediatezza, invece, nella biografia dei Soulsavers.
Mantenere la visione d’insieme per non perdere il particolare
In nessuno di questi casi organic si può rendere con il suo traducente italiano più tentatore, organico. Nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a trasmettere al lettore di lingua italiana il vero significato di questo proteiforme organic; ma c’è una cattiva notizia: non ci riesce neppure un traduttore umano, pur applicando i più raffinati barbatrucchi della contestualizzazione e della ricerca terminologica. Recepire il portato semantico di organic, in questi casi, presuppone competenze musicali specifiche, la conoscenza dettagliata dell’opera di quei musicisti e la capacità di situarla su adeguati scenari stilistici, sonori ed espressivi.
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Come ben illustra l’analisi, può risultarne una traduzione molto diversa dalla lettera del testo originario. Mantenere una visione d’insieme è fondamentale, osserva Benetello stessa commentando il mio video: «Forse nella transcreation della pubblicità è più evidente, ma riguarda un po’ tutti gli ambiti di specializzazione traduttiva o di interpretazione […] Concentrarsi unicamente su ‘quello che c’è scritto nel testo di partenza’ serve a poco, se l’obiettivo è produrre un testo di arrivo che sia davvero utile a chi dovrà fruirne» e – aggiungo io – che sia in grado di superare una traduzione fondata sul calcolo statistico di un’intelligenza artificiale.
Formazione per traduttori e intelligenza artificiale: la traduzione dei politici
Osservazioni analoghe suscita la traduzione di interventi o dichiarazioni di personaggi politici. Nei discorsi di Vladimir Putin, per citare un caso di attualità, le parole sono scelte con estrema accuratezza, non tanto dal punto di vista linguistico quanto piuttosto per la capacità di evocare dottrine politiche e immaginari storici di riferimento. Un esempio della complessità di questo retroterra si trova in >questa analisi di un discorso del presidente russo. Una traduzione che segua il testo d’origine secondo un mero tracciato linguistico non svelerebbe le intenzioni dell’oratore; riportare in un’altra lingua i sottotesti di tali interventi richiede una solida conoscenza del terreno di coltura da cui nascono.
Un caso opposto sono gli interventi del presidente statunitense Donald Trump. Tradurli presuppone riordinarne la scompostezza lessicale e ricondurne l’esile filo logico in una struttura significante per chi ascolta in un’altra lingua. Un compito impossibile, se chi traduce non può contare su un’approfondita conoscenza di fatti e circostanze che caratterizzano la figura di Trump e l’azione della sua amministrazione.
Dinanzi al progresso dell’intelligenza artificiale si possono riformare i corsi di laurea, si può pensare a mille nuove possibilità di accostamento all’attività di traduzione, ma l’essenziale, dice Stéphanie di Rosa, specialista di tecnologie linguistiche per l’Amministrazione federale svizzera, resta «sapersi mettere nei panni dell’autore o committente e mantenere una viva curiosità per il suo contesto […]. Se ci si interessa solo al foglio da tradurre, la qualità ne patisce inevitabilmente. Il traduttore deve guardare a tutto ciò che sta intorno.»
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PROFESSIONI LINGUISTICHE: PROGRESSO E RIPOSIZIONAMENTO
Nonostante l’arrivo dell’intelligenza artificiale, l’esigenza di traduzioni non si esaurisce. Per continuare a incrociarla, serve un deciso riposizionamento della figura del traduttore professionista, rispetto a come la si è concepita sinora, intendendo riposizionamento anche nell’accezione che assume nella tecnica di marketing.
Ogni salto del progresso umano ha causato paure e mutamenti anche dolorosi, prima di dispiegare i suoi vantaggi. Quando circolarono i primi treni, a velocità ridicole rispetto a quelle di oggi, in taluni luoghi si pretese che fossero preceduti da un uomo a cavallo che portasse una lanterna, perché la vista di quella massa metallica in movimento avrebbe causato spavento e conseguenze psichiche sui passanti. Alle prime proiezioni cinematografiche il pubblico reagiva con paura, di fronte a sequenze che rappresentavano scene all’apparenza pericolose, incapace di riconoscere che il cinematografo non è che un effetto ottico.
Il progresso delle macchine utensili ha causato la scomparsa di migliaia di abilità artigianali, ma senza queste macchine, oggi, non avremmo tanti dispositivi che facilitano la nostra esistenza. Quando supera i timori ragionevoli che sorgono dinanzi a ogni innovazione di largo impatto, il terrore di catastrofi occupazionali o addirittura di erosioni cognitive della mente umana, conseguenti all’uso dell’intelligenza artificiale, ricorda quelle antiche paure che oggi ci sembrano infantili.
Per qualche tempo la nuova tecnologia ci disorienterà e ne subiremo le conseguenze destabilizzanti; poi, impareremo a usarla a nostro beneficio. Sta a noi decidere come affrontare la sfida.






Rossella Zugan says:
Grazie mille. Sempre interessante e stimolante.
Volevo però chiederLe una cosa perché, a mio avviso, il percorso che Lei suggerisce (che credo si stia facendo in Italia, qui https://iuslit.units.it/it/dipartimento/presentazione-dipartimento) presuppone idee ben chiare all’inizio di ogni scelta di studi. Soprattutto di una carriera già ben delineata, in primis dalla scelta dell’ambito di studi preponderante, medicina o giurisprudenza, per citare quelli menzionati da Lei, ma con ben chiaro lo sbocco che questi studi avranno.
Concordo con Lei che l’intelligenza artificiale sia uno strumento, innanzitutto da conoscere e poi da utilizzare e che il suo utilizzo oramai è scontato e non opzionale. Ma, come tutto, bisogna conoscere lo strumento per poi utilizzarlo al meglio.
Luca Lovisolo says:
Grazie per il Suo commento. Conosco il percorso di studi che cita, credo che sia la direzione in cui si dovrebbe andare, a mio giudizio. Vero che questo tipo di studio presuppone nello studente una scelta della specializzazione a monte. Già prima dell’arrivo dell’IA, però, era difficile ottenere risultati competitivi in più di uno, massimo due ambiti di specializzazione, nella traduzione professionale. Il «traduttore tuttofare» non esiste più da tempo, come sappiamo, se mai è esistito. E’ una scelta da fare comunque, oggi vieppiù.
L’errore sta, a mio avviso, nel considerare la traduzione come una locomotiva alla quale agganciare vari vagoni di specializzazione; credo che l’arrivo dell’IA stia svelando la debolezza di questo approccio. Bisogna vedere come locomotiva, piuttosto, la materia di specializzazione, alla quale attaccare molti diversi vagoni, e tra questi, per chi ha vocazione linguistica, quello della traduzione o, in generale, del lavoro linguistico.
Interessante anche il tema dello sbocco professionale. Ho ricevuto spesso messaggi da aspiranti traduttori che mi chiedevano quale fosse la materia di specializzazione capace di offrire più opportunità di lavoro: tutte le volte ho dovuto rispondere che non è questo il criterio di scelta. Come la lingua, anche la materia di specializzazione dev’essere dominata ad altissimo livello e coltivata per tutta la vita; perciò, dev’essere scelta innanzitutto rispondendo una forte inclinazione personale. Una tale vocazione si può riconoscere fin da giovani, se si è ricevuta una buona formazione negli anni che precedono l’accesso all’università. Se, poi, insieme alla capacità di tradurre, la persona ha competenze reali nella materia di specializzazione, può impiegarsi anche in ruoli diversificati, sia all’interno di un’organizzazione sia come lavoratore autonomo. Credo che un percorso di questo tipo accrescerebbe le opportunità occupazionali, all’interno della disciplina scelta.
Quanto all’intelligenza artificiale: se si approfondiscono un po’ i processi tecnici con i quali l’IA compila le sue risposte all’apparenza mirabolanti, si smette in fretta di farsene spaventare.
Grazie per l’attenzione e cordiali saluti.
LL