
Piano USA per l’Ucraina: contenuto dei punti contraddittori e non mirati alla soluzione del conflitto. Gli uomini di Putin, più abili e spregiudicati, schiacciano i negoziatori inesperti di Trump. La confusione degli Stati uniti su uno scenario negoziale su cui si gioca la sicurezza di noi tutti. Gli europei costretti ad agire in risposta alle proposte di Mosca. La questione del fiume Dnipro e delle «attività naziste:» cosa significa.
L’analisi del piano per l’Ucraina in discussione in questi giorni a Ginevra, scritto in un inglese maccheronico e di quasi certa matrice russa, può fermarsi al primo punto: «La sovranità dell’Ucraina sarà confermata.» Tra sabato e domenica, un indegno balletto di voci ha svelato le zuffe in cui si dibatte un governo degli Stati uniti in cui gli uni non sanno ciò che rimestano gli altri e ciascuno tenta di salvare la faccia con dichiarazioni posticce.
I 28 punti frutto della consulta fra Steve Witkoff e Kirill Dmitriev confermano ciò che abbiamo già osservato in casi precedenti: Putin mette in campo uomini astuti, istruiti e spregiudicati, capaci di intortare con la loro dialettica gli affaristi che Trump sguinzaglia sulle scene negoziali dove si gioca la sicurezza di tutti noi.
Il primo punto del piano conferma la sovranità dell’Ucraina, ma questa non è mai stata in discussione, se non da parte della Russia. La sola inclusione di questa clausola significa accettare che la sovranità dell’Ucraina (o di qualunque altro Stato al mondo) debba essere asserita da qualcun altro, non si vede perché e con quali poteri.
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Piano USA per l’Ucraina, contenuto e contraddizioni
Anche provando a superare questo impedimento logico, l’inutile conferma della sovranità ucraina è contraddetta da tutto il resto del documento. All’Ucraina si impongono limiti nella scelta delle organizzazioni internazionali alle quali aderire, limiti nella commisurazione delle forze armate, limiti territoriali su Crimea, Donbas e oltre. Queste restrizioni non sono compatibili con l’esercizio della sovranità di uno Stato.
La Russia pretende per sé tutto il Donbas. Significa che i suoi soldati potranno varcare d’ufficio le ultime linee di difesa che gli ucraini hanno eretto intorno a Pokrovsk e sugli altri settori del fronte di terra, dove i russi faticano ad avanzare. Con l’accordo, Putin sfonderebbe con una firma laddove non riesce a sfondare con l’esercito. Avrebbe ragione, in questo caso, chi afferma che la Russia potrebbe conquistare con facilità il resto dell’Ucraina. Credere che Mosca rispetterebbe un patto di non-aggressione è un’ingenuità in cui possono cadere solo i molti che non conoscono le mire del Cremlino sui territori dell’ex impero (la «Russia storica,» nelle parole di Putin) e sull’intera Europa.
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Due punti meno citati ma significativi: il fiume Dnipro
Due punti del piano, meno citati in queste ore, sono significativi. Il primo è quello in cui la Russia «concede» all’Ucraina l’uso commerciale delle acque del fiume Dnipro. Nel tratto interessato, le acque del fiume non corrono in territorio russo, sono acque interne ucraine: la Russia vi sbocca solo attraverso i territori occupati. L’occupante non può «concedere» nulla al legittimo proprietario. Se la Russia ha introdotto nel piano questa clausola, significa che presume, invece, di avere un diritto di sovranità sul corso del fiume.
Le acque del Dnipro sono essenziali per alimentare la Crimea. Torniamo così alla ragione storica che indusse già Nikita Chruščëv a cedere la penisola all’Ucraina, nel 1954 (ne parlo in questo >video breve): governare la Crimea dalla Russia senza passare attraverso l’Ucraina è impossibile – non basta, come taluni affermano, un esile «corridoio di terra.»
Gestire la Crimea da Mosca presuppone che la Russia occupi l’Ucraina almeno fino al fiume Dnipro, per governarne le acque; ricostruisca la diga di Nova Kachovka (ne parlo >qui), controlli il canale che porta acqua alla Crimea partendo dalla diga e le altre vie terrestri di comunicazione verso la penisola. Ciò significa che la Russia, sinché insiste per ottenere la Crimea, mette in conto attività e investimenti che si giustificano solo se prevede di controllare, tosto o tardi, l’intera Ucraina, per poi proseguire verso Occidente.
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Piano USA per l’Ucraina, contenuto: le «attività naziste»
Altro punto rivelatore è l’articolo 20.c, che vieta «ideologie e attività naziste.» In Russia, i termini nazista e fascista, usati quasi sempre come sinonimi, assumono un significato diverso da quello che attribuiamo loro in Occidente (ne parlo più in dettaglio nel libro >Gli imperi non vogliono morire). È definita nazista (o fascista) qualunque espressione culturale nazionale non russa che si opponga all’egemonia di Mosca. Oggi, nei comunicati russi, sono definiti nazisti anche i georgiani che stanno dimostrando contro il governo filorusso di Tbilisi.
L’articolo 20.c del piano significa perciò che ogni espressione di lingua e cultura ucraina sarà soppressa o subordinata alla prevalenza di quella russa, come sempre accaduto nell’Unione sovietica e ancor più in epoca zarista. Questo approccio traspare anche da altri punti del piano, dedicati alle questioni linguistiche e di autonomia locale.
Non è neppure commentabile, poi, il punto che richiede l’amnistia per tutti i responsabili dei crimini di guerra. Corrisponde a chiedere l’impunità per colpevoli di stragi analoghe agli eccidi nazisti e fascisti della Seconda guerra mondiale. Meglio tacere anche sulle proposte di mercanteggio sulla ricostruzione dell’Ucraina e sull’uso dei capitali russi congelati.
Nei toni, tutto il piano è espressione di due superpotenze, ambedue allo sbando per motivi diversi, che decidono fra loro i limiti della sovranità del terzo incomodo, l’Europa, non della sola Ucraina. La posizione degli Stati uniti nella vicenda si ritrova nelle parole del vicepresidente JD Vance: «E’ una fantasia credere che mandando più soldi e più armi all’Ucraina la guerra finirà.» Con questa boutade, Vance riprende uno degli argomenti più triti della propaganda. Non è vero: la guerra sarebbe già vinta da due anni e più, se soldi e armamenti fossero arrivati nella misura del necessario (lo spiego >qui).
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Le condizioni per la pace: ripartire dalla situazione originaria
È prematuro immaginare come evolverà la discussione sul piano e sui punti avanzati in risposta dall’Europa, anch’essi non esenti da criticità. Più che un piano di pace, i 28 punti formano, al presente, un piano di capitolazione dell’Ucraina; il documento può evolvere, ma a queste condizioni può diventare forse un piano per un cessate il fuoco, non certo un trattato di pace.
Occorre partire da questo assunto: la Russia ha violato i confini di uno Stato indipendente, calpestando il principio di non aggressione sancito dalla Carta delle Nazioni unite che la Russia stessa ha sottoscritto; confini che Mosca, sino al 2014, ha riconosciuto senza nulla eccepire, firmando con l’Ucraina trattati che li determinano in modo sia tacito sia esplicito. La pace sarà possibile solo quando sarà ricostituito in fatto e in diritto lo status quo originario, con il ritiro delle truppe russe e il risarcimento dei danni di guerra. Il piano di 28 punti non contiene alcun elemento che muova in questa direzione.
Sinora, il lancio del piano degli Stati uniti per l’Ucraina e il suo contenuto sono un successo per Putin: ha imposto richieste russe facendole passare come espressione del governo statunitense; ha messo in luce la confusione dell’amministrazione Trump e ha costretto l’Europa a intervenire in reazione. Gli europei si trovano in casa una guerra che perdura da quasi millecinquecento giorni, attoniti dinanzi ai deliri di un presidente americano che si allinea, contro l’Europa, all’autocrazia di Mosca.
La responsabilità storica di questo disfacimento va addossata anche alle amministrazioni di Stati uniti ed Europa di questi quattro tragici anni, in particolare a quelle di Joe Biden e Olaf Scholz, illusi che una guerra si potesse vincere senza sconfiggere il nemico e senza neppure chiamarlo con questo nome.





rolm says:
Lei scrive questo: «La pace sarà possibile solo quando sarà ricostituito in fatto e in diritto lo status quo originario, con il ritiro delle truppe russe e il risarcimento dei danni di guerra.» Ma la vera risposta è dove Lei scrive correttamente alla fine: «illusi che una guerra si potesse vincere senza sconfiggere il nemico e senza neppure chiamarlo con questo nome.»
E’ chiaro che la Russia non cederà finché non sarà costretta militarmente ad abbandonare i territori conquistati. Queste specie di proposte di pace, questi colloqui sono soltanto un tentativo di raggiungere i suoi obiettivi più facilmente e velocemente sperando nella stanchezza degli Stati Uniti e l’inerzia degli Stati europei.
Non vedo alternative, il semplicemente e continuamente ribadire che la Russia deve lasciare i territori occupati ucraini non funzionerà a risolvere il conflitto. E’ un continuare ad illudere se stessi, oltre che i poveri ucraini costretti da soli a combattere un nemico con più risorse e alleati decisi ad indirizzare il conflitto in una certa maniera (la Cina ha un ruolo decisivo e lo ha fatto trasparire in diverse occasioni). A meno di un collasso quasi totale delle forze armate russe, delle finanze del governo russo e del sistema economico che al momento non sembra imminente e pronto a verificarsi.
Luca Lovisolo says:
E’ vero: il solo ribadire che la Russia deve lasciare i territori occupati non funziona, come dice Lei. Infatti, bisogna attuare misure che la obblighino a ritirarsi. Pretendere che la Russia liberi i territori non è un’affermazione qualunque: è un cardine del diritto internazionale sul quale si regge l’ordine globale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Se vogliamo far cadere tutto, mettendo in conto poi che la Cina si prenderà Taiwan, magari la Francia comincerà a pretendere dall’Italia la Valle d’Aosta e l’Austria il Sud Tirolo, l’Ungheria la Transilvania romena e avanti così, lasciamo pure che la Russia si tenga i territori ucraini occupati. C’è una lista di centinaia di conflitti territoriali, al mondo, pronti a scoppiare, se cade il principio secondo cui i confini non si modificano con la forza.
Rimango sempre meravigliato della faciloneria con la quale si giudicano situazioni dalle quali dipende l’esistenza e la vita quotidiana di ciascuno di noi, quasi che riguardassero solo gli altri, senza alcuna relazione con il resto del mondo, o fossero mere elucubrazioni accademiche. Il diritto internazionale non è né uno scherzo né un’opinione. Cordiali saluti.
rolm says:
Tutto esatto in teoria, ma del diritto internazionale la Russia se ne frega e continuerà a mantenere la sua posizione nei territori occupati. Il diritto internazionale è rispettato se esistono la volontà e gli accordi (ma abbiamo visto che la Russia comunque li ha firmati ma alla fine non rispettati) tra uno o più grandi Stati economici e militari di renderli tali anche attraverso l’uso della forza e dell’influenza, e se ogni Stato davanti ad un’aggressione è in grado di difenderlo anche con le armi.
Se gli Stati Uniti non intendono proseguire a finanziare l’Ucraina nel conflitto, se l’Europa e la Nato non intendono mandare truppe in aiuto dell’Ucraina, come si risolverà la questione?
Le sanzioni economiche alla Russia stanno creando problemi al loro governo e all’economia, ma non si vede un arresto di una loro avanzata nei principali fronti di guerra, seppur molto lenta grazie alla resistenza ucraina. E non si vedono contrattacchi significativi e determinanti da parte ucraina nel riconquistare i territori occupati dai russi. L’ideale certamente sarebbe perlomeno continuare a finanziare e supportare le forze armate ucraine, cosa che però come ribadito gli Stati Uniti non intendono portare avanti con Trump.
Se il supporto occidentale andrà a terminare dato soprattutto dagli Stati Uniti a livello di mezzi militari e intelligence, basteranno le sanzioni o altre misure a fermare le avanzate russe? Cosa ne pensa di queste considerazioni?
Luca Lovisolo says:
In breve:
a) La Russia del diritto internazionale se ne frega, ma questa non è una buona ragione per consentirle di continuare così e incoraggiare il resto del mondo a fare altrettanto.
b) Non è ancora stato detto che gli Stati uniti non intendono continuare a supportare l’Ucraina, le parole di Trump e della sua amministrazione non sono affidabili, bisogna attendere e vedere cosa fanno atti concreti. Intanto l’Europa ha fatto molti passi avanti e oggi gli Stati uniti sono molto meno necessari di soli pochi mesi fa, sullo scenario russo-ucraino.
c) Le sanzioni da sole non bastano, ma, se applicate con rigore (in questo momento non lo sono) e affiancate ad azioni sul terreno, possono essere determinanti e stanno già producendo effetti significativi.
d) Prima o poi, anzi più prima che poi, i governi europei dovranno scegliere se sostenere l’Ucraina, se necessario anche con l’invio di truppe, o ritrovarsi i russi in casa, sotto forma di esercito o di egemoni politici che controllano i loro governi. La questione si risolverà in quel momento, in base alla scelta di governi e opinioni pubbliche d’Europa tra mantenere libertà e stile di vita attuali o rinunciarvi a favore di un regime autoritario comandato da Mosca. Il nocciolo della questione è qui, e lo ha osservato anche Lei. La rassegnazione all’inevitabile (che inevitabile non è) non aiuta. LL
rolm says:
Non intendevo certo dichiarare una rassegnazione di fronte ai fatti. Piuttosto una consapevolezza che certi atti ed eventi resistono alle seppur meritorie affermazioni di principi e valori non negoziabili. Grazie per l’esauriente e chiara risposta.
Luca Lovisolo says:
L’eterno problema dell’umanità è formulare dei principi che si impongano sui fatti, poiché i principi tendono ad affermare equità e giustizia, mentre i fatti tendono ad affermare la legge del più forte. Siamo in un momento storico in cui l’esigenza di affermare principi costruttivi su fatti distruttivi è tornata imperativa. Sta agli Uomini soddisfarla, o soccombere. Cordiali saluti.
Corrado says:
Ma i governi occidentali, purtroppo, non possono permettersi di inviare truppe in Ucraina, sappiamo tutti che metterebbero a serissimo rischio il loro consenso popolare. Perciò si pone il problema di trovare un accordo di compromesso.
Sul piano USA condivido pienamente l’analisi: aggiungo soltanto che forse, oltre all’ incapacità dei negoziatori americani, ci sono anche interessi economici e affari condivisi col finto nemico russo
Luca Lovisolo says:
Il problema è che se non si ferma la Russia ora, come scrivevo poco sopra, ce la si ritroverà in casa qui, in una forma o nell’altra; allora si rimpiangerà di non aver inviato truppe e maggiori aiuti in Ucraina adesso, come oggi già rimpiangiamo di non aver fermato la guerra al suo inizio, quando sarebbe stato ancora più facile. Concordo, anche se non ho trattato l’argomento in questo articolo, che oltre all’inadeguatezza dei negoziatori vi sono forti interessi economici che spingono gli Stati uniti a far finire la questione ucraina in qualunque modo, più passano i giorni più emergono prove di queste interessenze fra USA e Russia.