Russia e Ucraina, venti di guerra nel Mar Nero

Ucraina, Mar Nero | © The Nigmatic
Ucraina, Mar Nero | © The Nigmatic

Domenica, 25 novembre, tre navi ucraine che incrociavano presso lo stretto di Kerč’ sono state fermate e sequestrate da militi russi. I notiziari di Mosca hanno definito l’episodio una «provocazione» ordinata dal presidente ucraino Porošenko. Possono esservi molti motivi, per i quali i due Paesi acuiscono la tensione nella regione. Chi ha ragione, chi ha torto e perché ci riguarda. 


 

Nella prima mattinata di domenica 25 novembre, tre navi ucraine incrociavano al largo della Crimea facendo rotta verso lo stretto di Kerč’, che separa la Crimea, territorio ucraino attualmente occupato dalla Russia, dalla terraferma russa. Una delle imbarcazioni è stata speronata deliberatamente dal servizio di guardia di confine russo e le tre navi sono state sequestrate. Vediamo chi ha ragione, chi ha torto e perché ci riguarda.

Le navi ucraine hanno pieno diritto di attraversare lo stretto di Kerč’ e recarsi nel Mar d’Azov, sul quale affaccia l’importante centro portuale ucraino di Mariupol’. Da quando ha occupato militarmente la Crimea, però, la Russia ritiene che il Mar d’Azov sia un bacino di acque interne esclusivamente proprio. Per comprendere le ragioni della contesa è necessario spiegare la differenza tra acque territoriali e acque interne. Le acque territoriali sono la striscia di mare che si estende al di là della cosiddetta linea di base normale di uno Stato (ossia, dalla costa) sino a un massimo di 12 miglia marine verso il largo. Su questa striscia d’acqua, lo Stato costiero esercita sovranità, ma non può impedire il transito di navi altrui, purché rapido, ininterrotto e non offensivo. Le acque interne, invece, sono quelle che si trovano al di qua della linea di base: tipicamente, i laghi e i fiumi, in alcuni casi anche le baie marine. Su queste acque non è consentito il transito di navi straniere, salvo esplicita autorizzazione.

Per ragioni storiche e geografiche, il Mar d’Azov è considerato pacificamente un bacino di acque interne a sovranità comune di Russia e Ucraina. Questo status è sancito da un accordo del 2003, in deroga alle disposizioni generali del diritto internazionale stabilite dalla Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS). Da quando ha illegalmente annesso la Crimea, in particolare dopo la costruzione del gigantesco ponte di Kerč’, che unisce la Crimea alla Russia continentale, Mosca ritiene che la linea di base costiera russa si sia spostata, appunto, in coincidenza del ponte. In questo modo, tutto il Mar d’Azov diventa un bacino di acque interne esclusivamente russe, una sorta di lago proprio. Secondo Mosca, perciò, solo la Russia ha diritto di decidere chi vi passa. Le navi ucraine, oggi, si trovano così nella non accettabile condizione di dover chiedere il permesso alla Russia per accedere ad acque e porti propri.

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Questo stato di fatto è stato confermato anche da Viktor Murachovskij, direttore della rivista militare russa Arsenal Otečestva, sentito domenica dai notiziari di Mosca come esperto. Secondo Murachovskij, il Mar d’Azov rappresenta acque interne («внутренние воды») russe e sulle acque interne il diritto internazionale del mare non è applicabile. Intanto, la TV mostrava una mappa in cui il confine marittimo russo veniva indicato sul ponte di Kerč’. Vero che il diritto internazionale del mare non concerne le acque interne, ma falso che il Mar d’Azov sarebbe ormai un bacino interno esclusivamente russo. L’annessione violenta della Crimea non è stata riconosciuta dal diritto internazionale e nemmeno lo è lo spostamento della linea di base costiera della Russia a coincidere con lo stretto di Kerč’.

Corso «Il mondo in cinque giorni»In un video che riprende il momento del contatto fra le navi ucraine e la flotta di protezione di confine russa, si vede chiaramente la nave russa che sperona quella ucraina, per fermarne la corsa. Nei telegiornali russi, però, questo video è stato trasmesso, il primo giorno, tagliando la scena dello speronamento e limitandosi a dire che le navi ucraine «manovrano pericolosamente in acque russe» («опасно маневрируют в русских водах»). La versione integrale del filmato è andata in onda solo nei giorni successivi, quando attraverso Internet era ormai di dominio pubblico e chiunque avrebbe smascherato il taglio.

Durante l’intera giornata di domenica, i notiziari russi hanno definito l’episodio come una «provocazione» ordinata dal presidente ucraino, Petro Porošenko, per ottenere un miglioramento dei suoi sondaggi elettorali in vista delle prossime elezioni presidenziali ucraine. Fonti ucraine riferiscono che i russi avrebbero usato le armi e ferito da due a sei marinai ucraini. Alcuni marinai ucraini sono stati effettivamente ricoverati in ospedale dai russi. Il notiziario da Mosca delle 23:00 (le 21:00 ora svizzera) escludeva invece che nell’alterco fossero state usate armi. Il resto degli equipaggi ucraini è stato tratto in arresto.

L’Ucraina, a ragione, non ritiene di dover rendere conto alla Russia dei suoi movimenti nel Mar d’Azov, che è anche casa sua. Il traffico in quel braccio di mare è avvenuto sinora comunque, benché molto limitato dalla presenza del nuovo ponte di Kerč’. Il manufatto riduce lo spazio disponibile al transito e mette nelle mani di Mosca un’arma formidabile per chiudere totalmente quel braccio di mare al transito marittimo. Nel contesto dei fatti, domenica la Russia ha chiuso il passaggio a tutti i navigli, semplicemente facendo ancorare una lunga nave mercantile di traverso alla luce massima del ponte, per poi riaprirlo successivamente. Il Consiglio nazionale di difesa e sicurezza ucraino ha proposto la proclamazione dello stato di guerra. La decisione è stata ratificata dal Parlamento, per la durata di 30 giorni e su dieci regioni del Paese.

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Possono esservi molte ragioni, per le quali i due Paesi acuiscono la tensione nella regione. L’Ucraina intende riguadagnare il libero transito verso il porto di Mariupol’ e gli altri centri costieri, essenziale per la vita economica di quella parte del suo territorio, ma oggi significativamente limitato dalla presenza russa in forme contrarie agli accordi vigenti. La Russia, da parte sua, può avere due obiettivi. Il primo, saggiare la reazione dell’Ucraina e dell’Occidente rispetto a un’eventuale estensione del conflitto con l’Ucraina: fino a che punto L’Europa e gli Stati uniti sono disposti a intervenire, se il conflitto sale di tono?

L’altro obiettivo, più azzardato ma piuttosto realistico, è che la Russia intenda prima o poi bloccare definitivamente tutto il traffico navale verso il porto di Mariupol’ e così strozzare l’economia di tutto quel territorio. Infiltrando propri agenti nella città ucraina, potrebbe tentare di aizzare la popolazione contro il governo di Kiev e sfruttare i disordini a proprio vantaggio per assumere il controllo di fatto della regione, come già avvenuto nel Donbass nel 2014. La Russia, in questo modo, realizzerebbe la continuità territoriale fra continente e Crimea, attualmente affidata solamente al nuovo ponte, lungo quasi 19 chilometri, realizzato da Mosca a tempo record in dispregio di ogni disposizione del diritto internazionale.

La reazione dell’Occidente ai fatti dello Stretto di Kerč’ è stata sinora debole. E’ comprensibile la preoccupazione per l’acutizzarsi del conflitto e la volontà di non trasformarlo in uno scontro militare aperto. Le cancellerie europee e degli Stati uniti, però, insistono nel considerare le due parti sullo stesso piano e invitano non solo la Russia, ma anche l’Ucraina a non accentuare il confronto. Dimenticano che i due Stati sono l’uno aggredito, l’Ucraina, e l’altro aggressore, la Russia. La situazione di fatto e di diritto è chiara e non è diversamente interpretabile. A causa delle azioni militari della Russia, dal 2014 l’Ucraina ha di fatto perso il libero accesso ai suoi porti a nord-est della Crimea, oltre alla Crimea stessa e alla quota di controllo sul Mar d’Azov che le spetta di diritto. La Russia non ha alcun titolo per impedire alle imbarcazioni ucraine, militari o civili, di accedere alle acque d’Azov.

E’ improbabile che la Russia intenda estendere ora il conflitto verso Mariupol’ e Cherson. Non ne avrebbe la forza economica e la scelta sarebbe un azzardo politico notevole. Lo scenario non può essere del tutto escluso, però. Per questo motivo, l’Ucraina ha vietato l’accesso al proprio territorio ai cittadini russi di sesso maschile in età da combattimento, per prevenire l’infiltrazione di militari sotto spoglie civili.

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E’ fuor di dubbio che per entrambi i presidenti, ambedue in difficoltà interna per ragioni diverse, questo scontro si presti a essere utilizzato per riscaldare il loro consenso popolare. Limitare la portata del fatto avvenuto a uno stratagemma elettorale, però, come fanno i media russi e non pochi commentatori occidentali, è del tutto inadeguato.

Il punto chiave dei fatti avvenuti domenica al largo della Crimea è che la Russia ha affermato il proprio controllo esclusivo sul Mar d’Azov, violando il trattato che la lega all’Ucraina e dispone il condominio su quelle acque. Altro dato rilevante è che lo ha fatto non più sostenendo alle spalle forze apparentemente estranee, come fa con gli indipendentisti nel Donbass, ma è intervenuta direttamente con proprio personale militare. Mosca calpesta così un altro trattato che riguarda la delicata regolazione dell’eredita post-sovietica e si pone ancora una volta come scheggia impazzita della giurisdizione internazionale, in quella regione.

La città di Mariupol’ è già stata al centro di un grave episodio bellico nel gennaio del 2015, quando un attacco missilistico lanciato dai guerriglieri filorussi uccise in città una ventina di persone, causando ingenti danni a strutture civili. Mi trovavo in Ucraina orientale, in quelle ore, sebbene a una certa distanza da Mariupol’. L’attacco causò un enorme acuirsi della tensione, perché sembrò il preludio a un’aggressione russa su più larga scala verso l’interno dell’Ucraina. Fu quell’episodio, a convincere la cancelliera tedesca Angela Merkel e l’allora presidente francese François Hollande a tentare un negoziato, che si svolse a Minsk, in quelle giornate convulse, con trattative fino a notte fonda. Da lì nacquero di cosiddetti Accordi di Minsk II, che superarono il pacchetto Minsk I deliberato nei mesi precedenti e rappresentano tuttora l’unica reale base negoziale per l’avvio di una risoluzione del conflitto.

Da parte occidentale, cioè nostra, l’episodio avvenuto nelle acque di Kerč’ deve essere guardato con preoccupazione, poiché è un’ennesima dimostrazione della totale noncuranza russa verso le più elementari norme della convivenza internazionale.

Per perseguire biechi interessi di controllo sullo spazio ex-sovietico, Mosca sta calpestando indifferentemente trattati internazionali che essa stessa ha sottoscritto dopo la caduta dell’URSS. Molti governi europei, tra cui quello italiano, manifestano un’irresponsabile indulgenza verso queste condotte della Russia e sembrano incapaci di misurarne la gravità.

2 commenti

  1. Roberto A. Metelli Casanova

    La Russia di Putin è un Paese che tende a perseguire una politica aggressiva verso chiunque non sottostia ai suoi diktat; è da irresponsabili chiudere gli occhi ed essere indulgenti nei confronti della nomenclatura di detto Paese. Putin va fermato. E come uomo di destra mi costa doverlo dire.

    • E’ vero, anche se i problemi sollevati dalla Russia di oggi sono a monte della distinzione fra partiti. Si tratta di un insieme di scelte valoriali di fondo sulle quali l’Occidente, compresi purtroppo gli USA, non è più così automaticamente allineato come in passato, né fra Stati né all’interno degli Stati. Purtroppo la Russia cavalca questa incertezza e ha largamente contribuito a generarla.

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