
Elezioni in Serbia: le differenze rispetto al resto d’Europa. La vittoria della lista degli studenti in Serbia dimostra l’opposto di ciò che pretendono le manifestazioni delle scorse settimane in Italia, Francia e altri Paesi dell’Europa occidentale. Gli errori di lettura di taluni osservatori e le differenze tra le due realtà. Il comportamento dei media e alcune analogie con l’Ungheria del dopo-Orbán. Cosa attendersi dal risultato.
Le recenti elezioni parlamentari in Serbia sono servite a taluni osservatori per giustificare le rivolte giovanili avvenute in particolare in Francia, Italia e Albania nelle settimane scorse. Secondo tale interpretazione, il successo della lista studentesca in Serbia indicherebbe che restare sordi alle motivazioni delle piazze, come l’ormai uscente capo di Stato serbo Aleksandar Vučić, comporterebbe la sconfitta e la caduta dei dirigenti incapaci di cogliere gli umori popolari. L’argomento si può sintetizzare così: se un governo non ascolta l’urlo della piazza, finisce cacciato come Vučić.
È una lettura che semplifica, non senza qualche parzialità, un quadro che merita più attenzione. Le rivolte studentesche in Serbia perdurano da ormai due anni, stimolate da un grave fatto di cronaca, il crollo di un’infrastruttura nella stazione di Novi Sad, che ha lasciato morti e feriti. Gli studenti serbi hanno manifestato per due anni con un obiettivo dichiarato e determinato: la fine del regime autoritario di Vučić.
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Elezioni in Serbia: le differenze rispetto alle dimostrazioni in Occidente
Non risulta che le dimostrazioni abbiano dato luogo a saccheggi, violenze o altre intemperanze da parte dei dimostranti, in misura e gravità equivalenti a ciò che è accaduto in Francia o Italia. Il governo, piuttosto, ha risposto con durezza. Per concretizzare la loro protesta, gli studenti hanno formato una lista elettorale. Questa si è presentata alle elezioni e ha conseguito la maggioranza assoluta, sconfiggendo addirittura la rigidità del sistema autoritario e la censura di regime sui media.
Le dimostrazioni nelle città occidentali, al contrario, sono sorte da alcune rivendicazioni sulla qualità del sistema scolastico, ma, secondo un copione ben noto, sono state sfruttate ed estese da attori estranei e violenti. Negli slogan si sono mischiati motivi incoerenti agli obiettivi iniziali, come gli appelli a favore degli arabo-palestinesi o la protesta contro gli investimenti nella difesa. Questi e altri temi celano, dietro proclami sociali e pacifisti, il rifiuto delle istituzioni democratiche e un’evidente consonanza con regimi autoritari ostili all’Europa.
Le manifestazioni in Serbia provano l’esatto opposto di quelle avvenute nelle città francesi e italiane. La protesta, se si razionalizza in una proposta politica reale, può vincere anche un regime autoritario. Chi marcia a Milano o Parigi fracassando ogni cosa punta invece alla distruzione della società che gli permette ogni libertà. Non ha alcun interesse a dare forma concreta alle sue pretese.
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I media e la propaganda: un riconoscimento di complicità
Nel frattempo, il canale televisivo pubblico serbo RTV si è scusato con gli spettatori per aver manipolato le notizie nell’interesse del governo. Almeno un dirigente della rete si è dimesso.
Un caso analogo si era registrato dopo le recenti elezioni in Ungheria, che hanno comportato la caduta del governo Orbán. La TV ungherese aveva sospeso le trasmissioni, proiettando sui teleschermi un cartello di autodenuncia per la disinformazione diffusa a vantaggio del governo.
Lungi dall’essere episodi a sé, questi atti di autodenuncia rivelano quanto i regimi autoritari riescano a forzare la mano di media e giornalisti a sostegno delle loro azioni, limitando o cancellando la circolazione di informazioni complete e corrette. Le elezioni in Serbia, nonostante le differenze tra le due realtà, da questo punto di vista hanno prodotto un esito analogo.
Anche sotto questo profilo, ci si può chiedere se nei Paesi occidentali i media saranno pronti a un tale riconoscimento di colpa, dinanzi alle falsità diffuse ormai da anni a piene mani sulla guerra in Ucraina e sullo scenario mediorientale.
Sarà un nuovo banco di prova, per osservare le differenze tra le società dell’Europa occidentale e quelle dei Paesi dell’Est, usciti da appena trent’anni dall’esperienza del comunismo reale.
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Elezioni in Serbia: le differenze rispetto all’Ungheria e cosa potrà accadere ora
È prematuro trarre conclusioni di contenuto dalla vittoria degli studenti in Serbia. È difficile fare previsioni, in particolare sull’orientamento del Paese in politica estera e sui rapporti con Russia e Unione europea. La lista degli studenti raccoglie persone di orientamenti diversi, unite innanzitutto dal desiderio di scalzare il governo di Aleksandar Vučić.
Alla caduta del lungo governo Orbán, l’appartenenza all’Unione europea è stata il quadro in cui l’Ungheria ha potuto riposizionarsi. In Serbia non sarà altrettanto facile. L’Unione europea potrà facilitare l’avvicinamento di Belgrado al resto del Continente, ma la manifestazione della volontà di aderire al quadro culturale e istituzionale europeo potrà venire solo dai cittadini e dalle istituzione serbe.
Senza farsi troppo fuorviare dalle prime dichiarazioni dei vincitori delle elezioni, occorrerà osservare i passi concreti dei nuovi dirigenti.



