Afghanistan: guerra infinita che ci riguarda

Afghanistan: guerra perduta dell'Occidente
Kabul, Afghanistan: bambino spinge un anziano in carrozzella | © Sohaib Ghyasi

Afghanistan: guerra perduta da cui l’Occidente esce nel modo peggiore. Alle cronache dei fatti di agosto 2021 mancano alcuni elementi utili e molto scomodi per USA ed Europa. Un territorio, quello afghano, già conteso in epoca coloniale, tra inglesi e russi. L’effimera modernizzazione del Dopoguerra. L’invasione sovietica e l’inadeguatezza della risposta occidentale, sino alla ripresa del potere da parte dei Talebani.


Alle notizie sull’Afghanistan in guerra sembrano mancare alcuni elementi utili e scomodi. Si parla del ritiro degli Stati Uniti, che hanno lasciato quel Paese in mano a milizie violente, stufi di vedere loro soldati dispiegati su scenari lontani. Si tace però il ruolo avuto dall’Occidente stesso nel formarsi di quello scenario, negli ultimi quarant’anni almeno. Dire che gli Stati uniti avrebbero addirittura «creato» le milizie integraliste e il loro contorno, è una semplificazione frequente ma malata di un antiamericanismo irrealista. Tuttavia, gli Stati uniti e l’Europa non possono chiamarsi fuori.

Nel 1979 l’allora Unione sovietica invase l’Afghanistan, per affermarvi la propria influenza. Commise un errore madornale. Gli Stati uniti reagirono in una logica di blocchi contrapposti, e sbagliarono anche loro: contro gli occupanti sovietici armarono i Mujahidin, combattenti islamici cari al Pakistan e all’Arabia saudita e avversari della laicizzazione dello Stato afghano promossa dai comunisti.

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Usciti sconfitti i sovietici dall’Afghanistan, i Mujahidin non riuscirono a governare il Paese, che precipitò nel caos. In quello sfacelo, spalleggiati da Pakistan e Arabia saudita, si rafforzarono i Talebani. Sono questi, oggi, che si sono appropriati dell’Afghanistan, mentre gli Stati uniti si sono ritirati in un modo che ricorda sempre più la fuga degli ultimi americani dal Vietnam.

Afghanistan: guerra lampo dei Talebani

Ci si chiede come sia stato possibile che l’esercito e il governo afghani abbiano ceduto come fuscelli all’avanzata dei Talebani, dopo essere stati istruiti per vent’anni dalle truppe occidentali. Tra le analisi più credibili c’è quella del >Washington Post, che riferisce le parole di un ufficiale delle forze speciali afghane.

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Secondo il testimone, i Talebani si sono fatti largo offrendo denaro e vantaggi alla popolazione e alle forze armate afghane. I soldati regolari hanno disertato e consegnato le armi, i civili si sono accordati con i guerriglieri per assicurarsi una posizione di favore con i futuri uomini forti: «Pensavano tutti solo a se stessi,» dice l’ufficiale nell’intervista, parlando dell’atteggiamento degli afghani. E’ difficile dargli torto: sia per la sua funzione sia perché non si trovano altre spiegazioni, per la rapidissima riconquista talebana.

Afghanistan oggi: le verità mancanti

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Nelle cronache dei fatti di agosto 2021 sembrano assenti almeno due verità. La prima è che all’Occidente, e in particolare agli Stati uniti, è mancata una politica estera coerente in un quadrante compreso tra India, Iran e repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, lacerato da conflitti etnici, religiosi e post-coloniali. È facile lamentare che i rapporti con quella regione sono stati governati solo da logiche egemoniche e petrolifere, ma anche questa è una visione parziale.

L’altra verità mancante è che Stati uniti e Occidente credevano di combattere una guerra militare, mentre quello scenario, come spiego anche nel mio corso >Capire l’attualità internazionale, (lezioni 3 e 4 del >percorso centrale) è il terreno di una guerra culturale, in cui l’elemento militare da solo non basta a vincere: il ritiro dell’Occidente dall’Afghanistan nel 2021 è l’esito di questo clamoroso errore di valutazione. Per vincere una guerra culturale serve cultura: quella a cui l’Occidente ha rinunciato, nella politica e nelle accademie. Nella politica, ha prevalso il fascino della comunicazione e del marketing elettorale; nelle accademie, dominano le ideologie e tante chiacchiere inconcludenti.

Le ragioni del conflitto afghano sono oggi le stesse di cent’anni fa: in un territorio conteso da secoli tra l’influenza russa e gli interessi coloniali inglesi, l’effimera modernizzazione del secondo Dopoguerra ha acuito le divisioni tra chi beneficiava delle libertà all’occidentale e chi ne diffidava, perché legato all’influenza dei religiosi e perché escluso dal progresso delle città. Un conflitto religioso e sociale, ma anche tra città e campagne, nel quale hanno trovato terreno fertile i movimenti integralisti e violenti.

Afghanistan: invasione sovietica e reazione USA

Ancora oggi, in Afghanistan, non sono eserciti che si scontrano, ma visioni della vita e della persona umana. Non lo capirono i sovietici nel 1979, non lo capirono gli Stati uniti e i loro alleati allora e per i successivi quarant’anni. Causa della sconfitta dell’Occidente su quel teatro sono governanti statunitensi ed europei che sembrano capaci di ragionare solo per sillogismi elementari, secondo logiche binarie di causa ed effetto, ignorando ogni elemento che non rientri nel loro scolastico raziocinio: pensano che degli estremisti religiosi, per i quali il diritto divino prevale su tutto, rispetteranno degli accordi stipulati secondo il diritto positivo, che è prodotto dalla mente umana.

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La tragedia dell’Afghanistan ci riguarda non solo perché in quel territorio possono svilupparsi movimenti terroristici in grado di colpire anche in Occidente, come la storia recente ha già tristemente dimostrato, dall’Undici settembre in poi. Ci riguarda anche perché ci mette di fronte a una sconfitta intellettuale: l’incapacità di misurare gli elementi culturali delle relazioni internazionali. L’Occidente vuole costruire nazioni con le regole del nation building imparate sui manuali di scuola, ma la realtà sul terreno non entra in quelle regole.

Da decenni, nelle università dell’Occidente il sapere umanistico è sempre più disprezzato, accusato di essere inutile, a vantaggio di discipline mirate a obiettivi che appaiono più concreti e redditizi. In quelle università si sono formati gli uomini che oggi siedono al comando delle democrazie occidentali, convinti che cultura, etnia e religione siano elementi poco più che folcloristici; presidenti, ministri, segretari di Stato illusi che ovunque nel mondo la logica lineare del «pensiero utile» occidentale sia sempre vincente.

La vittoria dei Talebani in Afghanistan è il trionfo della logica non lineare dell’integralismo religioso, ma noi abbiamo dimenticato che quella logica esiste. I nostri avversari lo hanno capito. Sanno che le loro armi non possono sconfiggere i carri armati occidentali, ma sanno anche che l’urlo di un fanatico armato di un pugnale basta a mettere in crisi le dotte dissertazioni dei politologi occidentali, e vincono.

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6 risposte

  1. Complimenti per l’analisi fuori dal coro di una certa informazione, specie del servizio pubblico, che vuole apparire esauriente e sul pezzo, come si dice oggi, ma che in realtà risente dei limiti che Lei ha esposto nella Sua dissertazione. Altresì è da considerare il punto su cui Lei insiste. Vero è che negli ultimi decenni l’Occidente si è fatto prendere dalle componenti dell’economia, della finanza, delle grandi opere, dando centralità a competenze di tipo tecnico e tecnologico orientate a obiettivi senza collegamento col fattore umano e ambientale. In Afghanistan s’è persa la partita perché in effetti si è stati poco attenti a valutare l’impatto culturale delle politiche e la conformazione etnica d’una nazione, che nazione lo è parzialmente.

    Le analisi storiche servono per capire, ed elementi tratti dall’esperienza avrebbero aiutato. Lo scenario internazionale di questi periodi non sembra affatto tranquillizzante e forse certe spinte sono figlie di errori compiuti dall’Occidente e dagli USA in particolare dopo la caduta del comunismo. L’Unione europea invece è divisa, mentre potrebbe occupare gli spazi lasciati vuoti dagli americani. E’ interessante notare il limite americano e l’incapacità europea. E sicuramente altri conflitti ce li dobbiamo aspettare.

    Buona giornata

    1. Grazie per il Suo apprezzamento. Concordo con l’intensificarsi degli errori occidentali dopo la caduta del comunismo, (ne parlo nel secondo articolo uscito sui fatti, >qui) e sulla difficoltà dello scenario che si sta aprendo. Cordiali saluti. LL

  2. In effetti la rozzezza dell’Occidente è imbarazzante, se non fosse in realtà funzionale a tenere sottotraccia le vere ragioni di queste fantomatiche «missioni civilizzatrici.» il primo travisamento riguarda proprio il presupposto, mai discusso criticamente, che l’Afghanistan voglia «occidentalizzarsi,» quando è evidente che non sia esattamente così. La strada che questi popoli devono percorrere non può che essere diversa e assai più lunga e complessa del previsto, anche e soprattutto per il riconoscimento dei diritti umani fondamentali.

    1. Fermi restando i diritti fondamentali, che sono universali, non si è compreso che la loro violazione va combattuta alle radici, non sulla superficie, e tenendo conto delle culture esistenti. Non basta permettere di istruirsi a un certo numero di donne, se non si cambia la cultura e il contesto che le condanna all’insignificanza sociale: quelle poche donne liberate dai pregiudizi finiscono lapidate, appena gli occidentali se ne vanno, scoprendo l’ipocrisia, come è successo in Afghanistan. Accade nello stesso Occidente, dove ci si incaponisce su questioni marginali riguardanti valori fondamentali, trascurando che le violazioni vanno contrastate alle loro origini culturali. Il risultato sono ridicole (ma purtroppo efficaci e dannose) campagne di «cancellazione» dalla vita pubblica di chiunque dica cose sgradite agli interpreti del politicamente corretto, campagne a loro volta discriminatorie e che lasciano irrisolte le cause del problema.

  3. Non solo: nonostante le campagne portate avanti anche a costo della vita da coraggiose ed illuminate donne afghane, la maggior parte delle donne delle aree rurali, e anche non poche cittadine, rifiutano la modernizzazione e l’emancipazione perché vedono il cambiamento come un tradimento dei valori della tradizione, peraltro profondamente distorta dall’estremismo politico-religioso. Lasciate senza istruzione, chiuse in casa senza la possibilità di rendersi economicamente autonome, sono facilmente condizionabili da predicatori che spacciano la segregazione e l’umiliazione per precetti religiosi. E nonostante molte di loro finiscano uccise dalle percosse o si suicidino per non finire sposate a dei vecchi scelti dai genitori, quello che passa ai figli è l’obbedienza e la rassegnazione al dictat di presunti mullah che altro non sono se non reclutatori e addestratori di bambini e adulti “martiri”.

    È una situazione molto complessa, che richiederebbe tempo e investimenti per sostenere le realtà locali che si impegnano per un cambiamento culturale. Purtroppo al momento sembra difficile immaginare una svolta politica che non si concretizzi nel passaggio dai talebani a un qualche signore della guerra. L’ex governo afghano, corrotto fino la midollo, non ha dato grandi prove di sé, e forse anche questo è un problema culturale.

    1. Il cambiamento deve essere culturale. Indurlo dall’esterno, per giunta con mezzi militari, è illusorio, così come credere che in quelle realtà possano nascere governi ispirati ai principi occidentali dello Stato di diritto. Agire sul piano culturale, però, è un lavoro lento e silenzioso che non produce visibilità e consenso elettorale. D’altra parte, anche il consenso popolare che in talune fasi sorregge gli interventi militari, come l’invasione dell’Afghanistan del 2001 sull’onda dell’indignazione per gli attentati dell’Undici settembre, si sgonfia, quando cominciano a rientrare i feriti e morti in guerra. Servirebbero idee capaci di superare la schiavitù del consenso, ma mancano uomini capaci di produrle.

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