Afghanistan, perché è importante: cinque risposte

Afghanistan, perché è importante, cinque risposte
Afghanistan, elicottero militare | © Andre Klimke

Afghanistan, perché è importante oltre il motivo più citato, essere diventato un focolaio del terrorismo internazionale. Da ciò che è accaduto nell’agosto 2021 in Afghanistan possiamo trarre molti insegnamenti. Il ritiro degli Stati uniti e le sue conseguenze immediate richiamano l’attenzione su alcuni elementi che ci riguardano da vicino. La questione dell’identità e altri punti su cui riflettere.


1. Afghanistan: il «popolo» chi è?

Si era detto che il «popolo afghano» avrebbe rifiutato il ritorno dei Talebani. Non è stato così. A rifiutare i Talebani è quella parte di popolazione che vive in città e aspira al modello di vita occidentale. I giovani che hanno registrato toccanti appelli video rivolti all’Occidente, diffondendoli via Internet; gli afghani che hanno collaborato sul terreno con gli statunitensi e gli europei; i cittadini che tentano in tutti i modi di lasciare il Paese non sono il «popolo afghano.» Non inventiamoci un mondo che non esiste: senza la collaborazione, attiva od omissiva, di una parte determinante di popolazione, l’avanzata fulminea dei Talebani non vi sarebbe stata.

Attribuire la qualifica di «popolo» alle élite culturali e politiche o alle parti di popolazione urbane più attive è un errore ricorrente: ci si esalta per le dimostrazioni in Bielorussia, per le proteste dell’opposizione in Venezuela, per i cortei organizzati da Aleksej Naval’nyj in Russia, che raccolgono folle di cittadini. Poi, con lo stupore di un bambino, si constata che – ohibò! – Lukašėnka è ancora lì, Maduro è ancora lì, Putin è ancora lì – e i Talebani sono ancora lì. A farli restare lì sono tutti gli altri, quelli che non scendono in piazza, non postano video su YouTube e non parlano inglese, ma che nella dittatura o nella religione (spesso in entrambe) trovano conferme rassicuranti ai loro limitati orizzonti di vita. Salvo situazioni eccezionali, questa tipologia di persone costituisce la maggioranza di ogni popolazione.

2. Afghanistan, perché è importante capire l’aggettivo «disperati»

Spesso si definiscono «disperati» i migranti che s’imbarcano in Libia verso l’Europa. I fatti afghani di agosto 2021 dovrebbero insegnarci il vero significato di questo aggettivo. I disperati dell’Afghanistan sono divisi in due categorie: da una parte, la popolazione urbanizzata che sa di essere nel mirino dei Talebani, perché non accetta i loro dettami; dall’altra parte, i collaboratori locali di ambasciate, forze armate e organizzazioni internazionali occidentali, i traduttori e gli interpreti: gli afghani evacuati nelle ore concitate di agosto appartengono in gran parte a questa seconda categoria, gli altri sono rimasti a Kabul.

Questi uomini e donne avrebbero diritto di richiedere asilo politico in Occidente come rifugiati. In dieci anni di migrazioni malgovernate, però, gli Stati europei hanno ammesso centinaia di migliaia di migranti economici mascherati da richiedenti asilo, esasperando la popolazione al punto che oggi è politicamente impossibile proporre all’opinione pubblica di offrire protezione agli afghani in fuga. A dichiararlo senza mezzi termini, tra altri, è stato il candidato alla cancelleria tedesca Armin Laschet. Oltre agli afghani in arrivo, ci sono quelli già in Europa senza permesso: alcuni Stati hanno deciso di sospendere i rimpatrii, altri li continuano. Anche in questo caso, la decisione dipende più da ragioni di politica interna che da considerazioni umanitarie: non è un bene.

Aver gestito con più serietà dieci anni di migrazioni avrebbe permesso oggi di dare aiuto a chi ne ha davvero bisogno, senza scontrarsi con la diffidenza dell’opinione pubblica europea. Vi è da credere, però, che nemmeno la tragedia afghana aiuterà a guardare ai flussi migratori con più concretezza e meno melassa. I «disperati» furbi continueranno a entrare, i disperati veri resteranno fuori. Se non altro, oggi a questi ultimi possiamo dare un volto, quello degli afghani appesi al carrello dell’aereo statunitense in decollo da Kabul. La lezione è: bisogna saper dire dei no decisi a chi non ha diritto d’asilo, per poi avere risorse e consenso per dire di sì a chi lo merita.

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3. Afghanistan, donne: la difesa dei diritti è una cosa seria

A ragione, molti si preoccupano per il destino delle donne afghane che hanno sconfitto divieti ancestrali e si sono avviate a carriere di successo. Spesso, però, chi piange la loro condizione proviene dagli stessi settori della società occidentale che criticano aspramente ogni intervento militare statunitense o europeo nel mondo, le brutture dell’economia capitalista e i malanni della società aperta.

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A costoro bisogna rammentare che le donne dell’Afghanistan hanno vissuto un breve sprazzo di emancipazione proprio grazie alla presenza delle truppe occidentali e al tentativo di instaurare in quel Paese uno Stato di diritto. Non riconoscere questo dato è indice di immaturità e fa dubitare della buona fede di tanti ciarlieri difensori delle buone cause.

La vicenda afghana ricorda a tutti che le discriminazioni sono conseguenza di posture culturali: se una cultura rifiuta la donna libera, non è liberando la donna che si cambia la cultura, ma cambiando la cultura che si liberano le donne. Per combattere le discriminazioni di ogni tipo bisogna sconfiggere la cultura che le genera, non basta rimuoverne gli effetti superficiali. In Occidente, il dibattito sulle discriminazioni sembra ormai ridursi a schermaglie di linguistica e grafia, a sussiegose dispute sulle quote di rappresentanza.

Quanto appaiono inadeguati, di fronte agli eventi in Afghanistan, i sociolinguisti che si pretendono propugnatori della parità di genere e tempestano i convegni con le loro dissertazioni sulle schwa e sulle desinenze femminili dei titoli professionali; i ragionieri che contano quante donne e quanti uomini, quanti bianchi e quanti neri debbano sedere in questo o quel consesso. Il destino delle donne afghane dovrebbe indurre tutti a più miti consigli e a confrontarsi con le cause delle discriminazioni, posto d’esserne capaci, non con le loro manifestazioni esteriori. Vale ovunque, anche in Europa.

4. Afghanistan, guerra e memoria corta degli europei

È facile, oggi, elencare le colpe degli Stati uniti. In Afghanistan ha combattuto anche l’Europa: per convenienza e servilismo, ha condiviso gli errori della politica estera statunitense, una degenerazione collettiva che si deve al precipitare del livello culturale delle popolazioni e dei politici da esse eletti, dagli anni Novanta in poi. Anche governanti di epoche precedenti hanno commesso errori gravi, ma la catena di sbagli e superficialità collezionata da statunitensi ed europei nell’ultimo quarto di secolo su teatri chiave delle relazioni internazionali è sconcertante.

Si possono analizzare gli errori di Stati uniti ed Europa; si può deplorare il modo in cui l’esercito degli Stati uniti si è ritirato dall’Afghanistan; si possono criticare le parole di Joe Biden, vi si troveranno molti nonsensi, forse motivati da ragioni di politica interna. In un misurato commento uscito su The Atlantic (>qui), Daniel Silverberg, già funzionario del Dipartimento della difesa e consigliere congressuale per la sicurezza nazionale USA, spiega che dal punto di vista militare, politico ed economico la scelta di ritirare le truppe dall’Afghanistan non aveva alternative: Biden porterà il peso politico di questo atto – il Congresso ha annunciato un’inchiesta sulle modalità del ritiro – ma la decisione s’imponeva senza riguardo per il nome e il partito del presidente. Difficile dar torto a Silverberg, dopo aver visto che le strutture costruite laggiù in vent’anni dagli occidentali sono crollate come castelli di carte, appena i loro eserciti si sono voltati dall’altra parte.

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Una considerazione del presidente Biden va citata, e non vale solo per il suo Paese: gli Stati uniti non possono continuare a combattere una guerra in Afghanistan se neppure gli afghani la vogliono, al punto che il loro esercito si è squagliato in poche settimane e la popolazione è venuta a patti con i nuovi padroni.

5. Afghanistan, perché è importante la questione identitaria

Uno degli insegnamenti più importanti che possiamo trarre dall’Afghanistan è che alla base della sconfitta dell’Occidente in quel Paese vi è la questione dell’identità. Gli afghani, fedeli a legami di etnia, tribù e religione, hanno lasciato via libera ai Talebani. Non lo hanno fatto solo per paura: i Talebani godono di consenso sociale nel Paese, conferma il giornalista afghano Mustafà Sarwar, intervistato dalla rete televisiva di lingua russa con sede a Praga Nastojaščee Vremja. Con l’eccezione degli attivisti e delle élite più consapevoli, la popolazione afghana non sa che farsene, del modello di vita occidentale. Apprezza se le si portano aiuti, ma non vede che il supporto dell’Occidente s’inserisce nella costruzione di una società laica e libera, perché questa non corrisponde alla sua identità.

Nelle ore successive alla ripresa del potere da parte dei religiosi, riporta l’agenzia Reuters, un dirigente talebano ha dichiarato che in Afghanistan «non vi sarà un sistema democratico, perché questo non ha nessuna base nel nostro Paese» (>qui). Quarant’anni di interventi occidentali falliti sembrano dargli ragione. Nel 1989 i sovietici dovettero ritirarsi dal Paese per lo stesso motivo, sconfitti e macellati dopo nove anni e più di guerra: agli afghani, un modello laico e occidentale, in quel caso comunista, non serviva.

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Il termine identità oggi ricorre nella sua accezione più alla moda, l’identità di genere. La questione identitaria, però, nel senso in cui la intendo qui, è un complesso di elementi etnici, religiosi, geografici, sociali. È centrale, nel mondo globalizzato: eppure, vi sono partiti politici e componenti di società che rifiutano di occuparsene, perché la considerano un’eredità dei nazionalismi del Novecento. Sbagliano, perché in tal modo il tema dell’identità resta appannaggio di movimenti di estrema destra o nazionalisti (oggi sovranisti) e degli eurasiatisti alla Dugin, che sfruttano malamente la questione identitaria per portare acqua ai loro mulini.

Se si vogliono accompagnare popoli lontani a vincere la loro arretratezza, a rifiutare il terrorismo e a non trasformarsi in flussi migratori ingestibili, non basta fidelizzare all’Occidente qualche loro élite urbanizzata e proclamare poi di aver convertito un «popolo» alla democrazia.

Bisogna proporre modelli virtuosi, affinché le popolazioni afflitte da ignoranza e analfabetismo, oppresse da pregiudizi religiosi e tribali, si convincano da sole che la loro vita potrebbe essere migliore, aprano le loro identità alla crescita e al diverso da sé. Fin quando loro stesse non compiranno lo sforzo di questa metamorfosi, ogni tentativo di imporre modelli dall’esterno avrà vita breve, e morirà in tragedia.

Guardi l’indice di questa serie: Afghanistan, cosa succede | Tre articoli e un audio

2 commenti

  1. Ylenia Bellantoni

    Grazie come sempre delle sue attente analisi, dovrebbero trovare posto nei giornali italiani principali.

    • Sinceramente preferisco che le mie analisi restino qui, vista l’arietta che tira nei «giornali italiani principali…» Grazie per il Suo apprezzamento e cordiali saluti. LL

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