
Elezioni di metà mandato ed Europa. Prima di lasciarsi entusiasmare dalla sconfitta di Donald Trump, è necessario valutare la condotta degli Stati uniti sul piano internazionale. Le sfide per l’Europa restano immutate. Non è saggio credere che un rovescio elettorale muti nella sostanza la condotta degli Stati uniti sugli scenari-chiave per il nostro continente. Come inquadrare i più recenti attacchi contro l’Europa.
Il prevalere del Partito democratico alle elezioni di metà mandato negli Stati uniti suscita entusiasmi: prima di lasciarsene rapire, è bene ricordare quali sono le poste in gioco per noi oggi, rispetto alla condotta internazionale dell’amministrazione statunitense.
La guerra in Ucraina è questione aperta e riguarda l’intera Europa, anche se a molta parte di politica e media piace accantonarla. L’amministrazione di Joe Biden aveva dato più garanzie verbali e fornito più aiuti, ma si era tenuta ben al di sotto di un supporto operativo capace di cambiare le sorti del conflitto in favore dell’Ucraina e dell’Europa.
Non era stata la prima: le arrampicate sui vetri, in politica estera, sul lato democratico, erano cominciate con Barack Obama. I tempi di John Fitzgerald Kennedy sono lontani. Le elezioni cambiano la maggioranza in Parlamento ma non l’esecutivo. Trump rimane al timone; si pone, piuttosto, la questione di quanto il legislativo riuscirà a contenere in concreto gli eccessi del presidente.
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Elezioni di metà mandato: cosa cambia negli Stati uniti e per l’Europa
A ciò si aggiunga che è sempre più difficile, anche negli Stati uniti, individuare figure di spicco capaci di afferrare con uno sguardo gli intrecci delle relazioni internazionali, come le si trovava ancora negli anni di Ronald Reagan e George Bush padre.
Su entrambi i lati del Parlamento si impongono figure capaci di comunicare in Internet, informate su singole questioni puntuali, ma di scarsissima intelligenza sintetica. Di fronte a scenari complessi non riescono a dedurre giudizi logici e si rifugiano nelle formule della retorica. Nel Partito democratico si rafforza una corrente estremista che non è migliore dell’ala più oltranzista del partito di Trump, quanto a concretezza.
Sulle molte questioni mediorientali, in particolare, i rappresentanti dell’estrema sinistra USA tengono posizioni che lasciano aperti molti interrogativi, sulla loro capacità di afferrare la posta in gioco a quelle latitudini, non solo per gli Stati uniti ma per tutto l’Occidente. Proprio lo scenario mediorientale, tra Iran, Yemen e Palestina è l’altro banco di prova sul quale la Washington del dopo elezioni di metà mandato è attesa ad agire consapevole delle sfide esistenti, anche rispetto all’Europa.
Terzo tavolo aperto è proprio quello dei rapporti con l’Europa. Il ritiro degli Stati uniti dall’impegno della difesa europea è un dato di fatto, segnato dal disinteresse di Trump per le questioni della sicurezza continentale e dalla riduzione di uomini e mezzi statunitensi nel Continente, che sta avvenendo in gran parte dietro le quinte. Le rassicurazioni di generali e funzionati NATO non convincono, se non sono coperte da una coerente volontà politica.
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Il ruolo della NATO, la questione Starlink e il Medioriente
I recenti fatti in Ucraina hanno rivelato che un’intera infrastruttura Internet di proprietà privata, essenziale anche per la difesa europea, oltre che per l’economia civile, può essere rallentata e persino disattivata dagli Stati uniti senza consultarne gli utenti e pagatori in Europa. A settimane dall’accaduto, non è ancora chiaro chi abbia premuto il pulsante che ha ridotto l’operatività di Starshield per l’Ucraina e potrebbe fare lo stesso domani per noi.
L’Europa sta correndo ai ripari, dinanzi all’erraticità degli Stati uniti, ma ci vorrà tempo. La lealtà di Washington resterà necessaria ancora per anni, almeno su taluni capitoli di sicurezza. Quando Trump e il suo inamidato ministro della difesa Pete Hegseth affermano che l’Iran non deve costruire l’arma nucleare, indicano un problema reale per tutti e soprattutto per l’Europa. Il nostro continente si trova nel raggio di gittata dei missili balistici iraniani, anche se ciò sembra interessare poco a chi orienta il dibattito pubblico.
Sinora l’Europa ha delegato la propria protezione dalle minacce incombenti da Est e Sud a Stati uniti e a Israele. La difesa è garanzia della sovranità; perciò, come la sovranità, anche la difesa deve essere indipendente e originaria, cioè deve essere guidata da linee di comando indipendenti che originano solo dagli Stati interessati.
Una difesa su base nazionale, oggi, è in gran parte superata. Il concetto di indipendenza e originarietà della difesa deve perciò svilupparsi all’interno dell’Unione europea o, quanto meno, in un congiunto di Stati che condividano valori fondamentali e interessi geopolitici. Non sarà più possibile far dipendere la nostra sicurezza da stanze dei bottoni site a Washington, chiunque vi regnerà.
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Elezioni di metà mandato: la difesa dell’Europa
Si assiste da tempo all’intensificarsi di attacchi contro l’Europa, definiti spesso come «guerra ibrida.» La natura di queste azioni è sempre più vicina alla guerra vera e propria. Si può discutere, semmai, sull’intensità dell’aggressione o sulla sua classificazione come atto di guerra o di terrorismo. Quando, a causa di attacchi informatici simultanei in più Paesi europei, tonnellate di cibo avariato devono essere smaltite, un deposito di sangue da trasfusione rischia di andare perduto, decine di aerei devono atterrare per un falso allarme-bomba, si ha a che fare con prove generali di atti ostili concreti, intesi a compromettere la capacità di reazione di uno Stato in un contesto bellico.
Non si possono sminuire questi eventi vedendovi il solo danno e economico o reputazionale per le imprese coinvolte e la minaccia alla sicurezza alimentare. È irresponsabile, ostinarsi a tacere che questi episodi mirano a destabilizzare le società occidentali nell’interesse di attori esterni, dalla Russia in giù. Siamo ormai ben oltre l’intento di nuocere a singole realtà sociali ed economiche. In questo scenario aggravato, non è saggio illudersi che un cambio di scenario elettorale riporti gli Stati uniti al ruolo che ricoprivano prima di Trump. L’Europa dovrà proseguire sul cammino della difesa autonoma continentale, per affrontare queste sfide in piena autonomia.
Questa non è che una piccola sintesi delle questioni aperte, destinata ad ammonire contro eccessivi entusiasmi rispetto ai risultati elettorali di metà mandato negli Stati uniti. Prima di rallegrarsi, è bene stare a guardare come i nuovi equilibri governativi a Washington incideranno in concreto sui diversi fascicoli.
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Alcuni aspetti di politica interna statunitense dalle ricadute europee
Lasciando ad altri il dettaglio della politica interna statunitense, se ne possono considerare qui due aspetti, perché concernono anche l’Europa. L’infausto imporsi della galassia MAGA e di Donald Trump è stato una risposta a problemi lasciati incancrenire per decenni: una retorica idealista che ha ignorato la realtà deteriorata dall’immigrazione incontrollata; l’ideologizzazione estrema dell’istruzione; politiche economiche che hanno acuito le diseguaglianze e ridotto le opportunità. Si sono sfocati, se non disprezzati, l’impegno e il merito individuali, un tempo chiave del successo nella società statunitense; si sono imposti, in loro vece, privilegi nati da una malintesa tutela delle minoranze.
Sono gli stessi fenomeni che hanno comportato la recente avanzata dell’estrema destra in Germania e stanno già producendo lo stesso esito in Francia, Italia e altri Paesi europei. Chi guiderà gli Stati uniti in futuro, a qualunque partito apparterrà, dovrà dimostrare di aver capito la lezione.
Secondo aspetto da osservare è l’alleanza della politica sinora definita «progressista» o liberal – secondo il gergo statunitense – con le religioni. Oltre a un noto senatore musulmano, tra i nuovi eletti negli Stati uniti vi sono anche pastori di chiese cristiane scesi in politica. È difficile spiegare questo arretramento verso visioni di società che si credevano superate, in particolare per quanto riguarda il ruolo sociale della donna e la separazione tra Stato e Chiese.
Un tempo, emancipazione femminile e laicità dello Stato erano cavallo di battaglia di correnti politiche oggi pronte a sostenere candidati che esse medesime, pochi anni fa, avrebbero giudicato incompatibili con i loro valori fondanti. Occorre osservare come agiranno ora in concreto i nuovi eletti.




