Dugin è davvero ideologo di Putin? Sì, no, perché

Dugin è davvero ideologo di Putin?
Dugin e Putin: quale ruolo? | Nastri di San Giorgio e memorie sovietiche | © Chervovrv

Aleksandr Dugin è davvero l’ideologo di Vladimir Putin? Dopo l’attentato del 20 agosto a Mosca, è una delle domande più ricorrenti. Un’analisi della posizione di Dugin all’interno del regime russo, sulla base delle sue lezioni all’Università di Mosca. Il primo libro che seminò la dottrina di Dugin nei comandi militari. Perché in Europa e in Italia la figura di Dugin è spesso sminuita.


Una delle domande che sembra preoccupare di più, intorno all’attentato in cui il 20 agosto ha perso la vita a Mosca Dar’ja Aleksandrovna Dugina – e di cui avrebbe dovuto essere vittima anche suo padre, il politologo Aleksandr Gel’evič Dugin – è se Dugin sia davvero l’ideologo di Putin. C’è molta curiosità anche su chi e perché abbia organizzato ed eseguito l’attentato. Su questa domanda si affastellano le ipotesi più iperboliche. Il risultato delle fulminee indagini dei servizi segreti russi non convince: i servizi segreti, in Russia, sono dietro quasi ogni cosa e possono farci credere quello che vogliono. Tralasciamo la questione, finché non avremo elementi più certi, se ne arriveranno, e concentriamoci sul ruolo di Aleksandr Dugin all’interno del regime russo.

Precisiamo intanto che Dar’ja Dugina non era estranea all’attività del padre, non passava di lì per caso. Lavorava per il suo centro studi e diffondeva le sue stesse idee. Ammiratrice del filosofo Platone, si era data lo pseudonimo di «Dar’ja Platonova.» Con questa identità sosteneva ad alta voce, come giornalista, la guerra in Ucraina e la narrativa del regime russo. Sarebbe sempre meglio che nessuno morisse in guerra o in un attentato. Dar’ja Dugina, però, non era una qualunque «ragazza innocente,» come l’ha pubblicamente compianta Papa Bergoglio il 24 agosto. Ancora una volta, il Papa ha fatto da cassa di risonanza alla propaganda del Cremlino.

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Dugin «ideologo» di Putin, espressione colorita ma con una verità

Vediamo chi è Aleksandr Dugin. I media italiani lo definiscono ideologo di Putin, quelli inglesi lo indicano come cervello di Putin, quelli tedeschi suggeritore del presidente russo. Sono definizioni che si sono imposte nel linguaggio giornalistico, non devono essere prese alla lettera, ma in esse si trova una verità. In questi giorni si sono lette voci che hanno affermato, altre che hanno negato l’influenza di Dugin sul presidente russo. Si sono alternati giudizi contrastanti, espressi anche da commentatori bene informati sulla Russia, in Italia e fuori.

In Italia, in particolare, ci si concentra piuttosto sui rapporti di Dugin con le destre estreme, per far dimenticare ogni relazione con le sinistre – che lo seguono con pari entusiasmo, anche se non lo dichiarano a viso aperto. Il ruolo di Dugin viene spesso sminuito. Da una parte, per non evidenziare le sue molte relazioni con la politica italiana; dall’altra, per non macchiare di estremismo il velo immacolato della Russia antiamericana e «antimperialista.» Sono classificazioni superate e superficiali, lo so, ma in Italia si parla ancora così.

Nessuno di questi giudizi sul politologo russo è utile, se chi li formula non ha studiato il lavoro di Aleksandr Gel’evič Dugin sulle opere di Aleksandr Gel’evič Dugin. Non è per forza un male, non conoscere il pensiero di un filosofo da fonti di prima mano. Per collocare sul suo scenario un certo personaggio della storia o della cultura, non sempre si può leggere tutto ciò che ha scritto. Si cercano sintesi e fonti indirette che riportino i dati essenziali. Ciò vale in particolare se il personaggio non è considerato così rilevante da meritare uno studio più diretto.

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Dugin e Putin: giudizi formulati su conoscenze indirette

Il libro di Luca Lovisolo
sulla strategia russa in Europa

Questo metodo può causare un circolo vizioso, però. Non si studia a fondo un personaggio perché lo si crede irrilevante, e, poiché non lo si studia a fondo, si continua a credere che sia irrilevante. Soprattutto su figure che polarizzano l’attenzione, poi, possono diffondersi narrazioni che vengono riprese tali quali all’infinito, senza chiedersi se corrispondano davvero al profilo della persona.

E’ ciò che sembra sia successo con Aleksandr Dugin. Che lo si consideri o no l’ideologo di Putin, tutti o quasi ne parlano sulla base di conoscenze indirette o frettolose. Solo dopo quasi un giorno dall’attentato di Mosca, si sono letti i primi interventi che situavano Dugin dimostrando di conoscere i contenuti di almeno una sua pubblicazione. Mi riferisco al libro «Основы геополитики – геополитическое будущее России» («Le basi della geopolitica: il futuro geopolitico della Russia»).

In questo libro del 1997 – di seicento pagine – un Dugin trentacinquenne riportava già le idee sull’ordine internazionale che predica oggi. Grazie a questo testo, la visione di Dugin, figlio di un ufficiale e dotato di molte entrature nei comandi dell’esercito, è arrivata negli ambienti militari. Secondo molte fonti il suo libro è stato imposto come lettura d’obbligo nell’Accademia dello Stato maggiore. Che ciò sia vero o no, nell’apparato russo postsovietico il pensiero di Dugin ha incontrato un terreno ben disposto verso visioni nazionaliste e antioccidentali, e vi si è radicato.

Oggi, quel libro di Dugin è superato dalla Quarta teoria politica, il collettore di tutto il suo lavoro di ricerca. La teoria ha preso questo nome perché, come dice Dugin stesso, si pone oltre le tre dottrine classiche (liberismo, comunismo e fascismo). Anche sulla Quarta teoria, Dugin ha scritto un libro, ma è una sorta di Bignami utile appena a farsene un’idea.

Dugin è davvero l’ideologo di Putin? Evitare le sottovalutazioni

Nellagosto del 2020 fui invitato in audizione alla Commissione esteri della Camera dei deputati italiana (>video dell’audizione). Sottolineai dinanzi ai parlamentari il ruolo di Aleksandr Dugin e della sua Quarta teoria politica nelle attività di influenza condotte dalla Russia nei Paesi occidentali. Mi fu risposto che il politologo russo non è degno di particolare attenzione, perché estremista e poco influente. E’ una sottovalutazione molto frequente.

Mai convinto da chi accantona Dugin come un personaggio folcloristico, ho cercato e studiato la registrazione dei seminari in cui fonda la sua Quarta teoria. La spiega in un corso di dodici incontri, per circa 25 ore complessive, tenuti all’Università di Mosca tra il 2011 e il 2013. Vi partecipa un ristretto numero di uditori. Nella presentazione sono coinvolti gli studenti e altri docenti. I corsi di Dugin disponibili in video sono molti. Quelli sulla Quarta teoria, però, contengono l’essenza del suo lavoro di ricerca, per ciò che interessa a noi.

Si devono ascoltare a spezzoni, per approfondire tutti i riferimenti storici e filosofici che il politologo inserisce senza risparmio nelle sue lezioni. E’ un lavoro lungo e pesante. E’ l’unico, però, che permette di comprendere – sulla base dei contenuti, non di sentenze trancianti – la posizione di Dugin sullo scenario russo. La sua relazione con la politica estera del Cremlino è manifesta dal 2007 in poi, anno-simbolo in cui Putin intervenne alla Conferenza internazionale di Monaco di Baviera sulla sicurezza. Lì, il presidente annunciò il cambio di paradigma nelle relazioni internazionali della Russia.

Dugini ideologo di Putin, gli argomenti di chi lo nega

Chi nega l’influenza di Aleksandr Dugin sul Cremlino afferma, spesso, che la politica di Putin nasce non dalle sue tesi, ma da quelle di alcuni pensatori dell’eurasiatismo classico (o eurasismo). Vengono citati da più parti, in Italia e fuori, Konstantin Nikolaevič Leont’ev, Nikolaj Sergeevič Trubeckoj, ma anche Nikolaj Stepanovič Gumilëv e altri. L’eurasiatismo, in estrema sintesi, vede nella Russia uno spazio eurasiatico a sé, che deve opporsi al progresso e all’influenza dell’Occidente.

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E’ giusto riferirsi a questa dottrina: è ben presente nella politica estera della Russia. I nomi che ho citato vengono talvolta ripresi anche nei discorsi di Vladimir Putin. I pensatori dell’eurasiatismo, però, hanno un problema: sono tutti morti. Da inizio Novecento, l’eurasiatismo cominciò a spegnersi, accantonato dal comunismo sovietico. Affermare che Putin si ispiri a quei lontani pensatori significa presupporre che Putin stesso, o qualcuno del suo entourage, sia in grado di elaborare, a partire dalle loro opere, una politica estera per la Russia di oggi.

Putin non ha le basi per compiere questo lavoro e non le ha nessuno dei suoi uomini. Le ha, però, Aleksandr Dugin. La sua opera, e in particolare la Quarta teoria politica, è l’anello di congiunzione tra l’eurasiatismo classico e la Russia di oggi. Intorno a Putin ci sono altri politologi, come Dmitrij Vjačeslavovič Sùslov, o Gleb Olegovič Pavlòvskij, quest’ultimo poi passato tra i critici del regime. Nessuno di questi, però, ha la capacità sintetica di Dugin.

Il lavoro di Aleksandr Dugin: eurasiatismo e «mondo russo»

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capire gli avvenimenti del mondo

Dugin è stato in grado di costruire una dottrina che riparte dal vecchio eurasiatismo, lo attualizza, molto a modo suo, e indica gli strumenti per realizzarlo in un russkij mir – un «mondo russo» attuale e idealizzato, esteso ben oltre i confini della Russia. Nel «mondo russo» di Dugin non c’è posto per i diritti umani, considerati un’imposizione del pensiero unico occidentale. Non vi è luogo per il liberismo e, in sintesi, per tutti gli elementi tipici della società aperta occidentale.

Il neo-eurasiatismo di Dugin si allarga all’intera Europa. A suo dire, tutto il nostro continente deve ripararsi sotto l’ala della Russia, per sottrarsi alle influenze nefaste di Stati uniti e Paesi anglosassoni, portatori del liberismo sociale ed economico.

La visione di Dugin si alimenta di riferimenti che muovono dalla filosofia greca delle origini sino ad Heidegger; dagli studi di Carl Schmitt alla sociologia di Immanuel Wallerstein, ma la lista è troppo lunga per essere riportata qui. Vi si nota un chiaro fondamento populista, esaltato dallo stesso Dugin. Si riferisce spesso alle culture popolari e alla religione come custodi della tradizione.

Studiare la Quarta teoria di Dugin permette anche di collocare la politica estera russa all’interno di precise coordinate globali. Ad esempio, la relazione della Russia con i movimenti populisti europei e la posizione del populismo religioso di Papa Bergoglio. Quest’ultimo, mutatis mutandis, ha in comune con Dugin la concezione di «popolo» e la visione del rapporto tra politica e religione (tratto più estesamente questo aspetto in >questa analisi).

Dugin e Putin si sono incontrati, ci deve interessare?

Ma se Dugin è davvero l’ideologo di Putin, ed esercita una tale influenza sul regime russo, avrà incontrato Putin, quando e quante volte? Nei suoi seminari, Dugin parla di suoi incontri al Cremlino. Immaginiamo pure che non siano veri, o che si tratti di eventi poco rilevanti. Facciamo ricerca, non cronaca rosa, perciò il quesito non è «quando e se Dugin abbia visto Putin.» Dobbiamo chiederci se e quanto le azioni che la Russia compie in politica internazionale corrispondano alle tesi di Aleksandr Dugin.

La risposta è sì, vi corrispondono senza scarti e nei loro fondamenti. Dugin è un filosofo, estremizza e a volte eccede; Putin è un politico, taglia i rami più estremi e adatta il messaggio alla bisogna. Il tronco, però, è l’opera di Dugin. La corrispondenza è ancor più chiara a partire dal 2014, anno d’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Questa corrisponde in pieno, non solo nella sua concretezza geografica, alla costruzione del russkij mir, del «mondo russo» vagheggiato da Dugin ben prima che Putin muovesse le leve dei carri armati verso la Crimea.

A seguito di quel fatto, Dugin scrisse un libro: «Ucraina – la mia guerra.» Vi si leggono tutte le argomentazioni che si sentiranno nei discorsi e negli articoli usciti a nome di Putin in materia. Contro gli ucraini, Dugin si espresse già allora in modo violento, incitando apertamente a uccidere. Le sue parole erano troppo estreme per il Cremlino, in quel momento, e Dugin fu allontanato dall’università. Oggi, l’uccisione degli ucraini è tragedia quotidiana, per mano dell’esercito di Mosca.

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La coincidenza tra la visione di Dugin e la politica estera russa è lampante vieppiù oggi. Si ascoltino i discorsi di Putin che hanno introdotto la ripresa su larga scala dei combattimenti in Ucraina il 24 febbraio di quest’anno. Per questo, Dugin è l’ideologo di Putin?

Cervello, suggeritore, ideologo di Putin – come definire Dugin?

La fine dell'Unione sovietica
Il racconto in video della fine dell’URSS – di Luca Lovisolo

L’influenza di Dugin sulla condotta internazionale della Russia non si può negare, anche se il filosofo non avesse mai incontrato Putin. Se non si vuole chiamarlo ideologo, cervello o suggeritore del presidente russo, si può definirlo così: Dugin è il compagno di banco che ha studiato e passa agli altri di nascosto le striscioline di carta arrotolate con le soluzioni del compito in classe. Conoscere il pensiero di Dugin, le sue opere-chiave, è come rubare il libro dal quale Putin e i suoi ministri copiano la loro politica: garantisco che funziona.

Se non si lavora sulle fonti di prima mano, queste relazioni tra Dugin e il regime russo non si vedono. Ciò non significa che le informazioni di seconda mano, sulle quali lavora la maggioranza di coloro che ne scrivono, siano sbagliate. Per loro natura non possono restituire l’intera portata del personaggio. Per questo motivo, studiosi e giornalisti che negano l’influenza di Aleksandr Dugin sul regime di Vladimir Putin non sono per forza degli impreparati. Utilizzano le fonti più accessibili e giungono in buona fede a conclusioni conseguenti. Altri, invece, sono influenzati da prevenzioni politiche.

Se Dugin ha un ruolo tanto importante, perché è obiettivo così facile di un attentato, non è protetto da una scorta? Se Dugin è l’ideologo di Putin… si muove per Mosca e per il mondo come un cittadino qualunque? Sì, perché Dugin studia, suda e si dà da fare, corre a destra e a manca, ma in Russia Dugin è trattato come un «povero diavolo.» Non viene ammesso alla cerchia ristretta intorno a Putin, perché è troppo istruito e imprevedibile. Sentite parlare Putin, o uno qualunque dei suoi uomini, poi ascoltate una lezione di Dugin. Avrete l’immagine plastica di questa incompatibilità (parlo delle lezioni vere di Dugin, quelle che teneva all’università, non delle interviste alla TV italiana o delle conferenze che tiene in Europa).

Dugin: da suggeritore a impiegato del regime di Putin

Putin ammalia Dugin dipingendogli il miraggio sfocato delle stanze del potere. Dugin, novello Fantozzi al cospetto del Megadirettore Arcangelo, si piega ai voleri della Megaditta, nella speranza di avere anche lui, un giorno, l’ufficio ai piani alti e la poltrona di pelle umana. La Megaditta, però, vuole un impiegato fedele che lavora in un sottoscala, non un nuovo membro del consiglio di amministrazione, per giunta facile agli estremismi, che romperebbe l’equilibrio della mediocritas tecnocratica di cui vivono i činovniki, i funzionari russi, da Putin in giù.

L’automobile di Dugin, la Toyota esplosa uccidendo sua figlia, non è neppure avvicinabile ai SUV e alle limousine con autista e scorta su cui scorrazzano gli oligarchi e i politici di prima grandezza. In Russia, Dugin non ha la notorietà di un politico di rilievo, nonostante il suo indaffararsi; non conduce programmi sulle televisioni maggiori, trasmette le sue rubriche e i suoi seminari sulla TV privata di un oligarca ultraconservatore cristiano e su un canale Internet all’apparenza piuttosto artigianale.

Dugin trova il suo riscatto in Occidente, e particolarmente in Italia. Qui, le televisioni non gli negano mai un invito. Per sua stessa dichiarazione, ha relazioni amichevoli con politici filorussi per i quali tesse le relazioni con Mosca. La cinghia di trasmissione tra questi politici occidentali e gli uomini del Cremlino è lui, anche grazie alla sua eccellente conoscenza delle lingue.

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Dugin non è un ideologo astratto, chiuso in biblioteca. E’ presente anche nelle operazioni che gli permettono di veder attuata la sua teoria politica, attraverso i contatti con i Paesi occidentali. Lo testimoniano innumerevoli incontri, convegni e rapporti anche pubblici. Alle molte ipotesi sulle cause del suo tentato assassinio, a mio giudizio, bisognerebbe aggiungere la possibilità che Dugin, in questo operare, abbia mosso qualche leva che non doveva toccare. Come detto, però, non facciamo correre troppo la fantasia.

Cos’è e cosa non è Aleksandr Dugin

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Questo misto di influenza politica senza riconoscimento ufficiale; di basso profilo in Russia e visibilità sui teatri occidentali; questo ora et labora tra contemplazione filosofica e azione sul campo – tutto questo è Aleksandr Dugin. La strategia internazionale della Russia e le sue azioni di influenza sui governi occidentali non sarebbero le stesse, senza il suo svolazzare di ape operosa.

Una cosa deve essere chiara, a proposito di Dugin: non è uno «scienziato pazzo» e nemmeno un «utile idiota.» Vi sono circostanze nelle quali usa espressioni iperboliche: sono quelle che arrivano più spesso al largo pubblico. Quando fa lezione, però, il suo pensiero è fondato, originale e coerente. La sua cultura e la sua capacità di argomentare sono fuori discussione, anche se gli esiti a cui giunge non si possono condividere. E’ in grado di realizzare costrutti intellettuali sintetici e coerenti, che incidono sulla realtà, mentre altri studiosi non riescono a risalire dagli affondi analitici cartesiani.

Del suo corso sulla Quarta teoria ricordo in particolare un seminario, dal titolo poco attraente: «Il Dasein e le strutture della morte.» In esso Dugin spiega la relazione tra la sua teoria politica e la concezione dell’essere di Heidegger. Si muove dal commento di Proclo al Timèo di Platone sino a Julius Evola, passando attraverso le lezioni argentine di Garcia Llorca sul Duende e tanto altro ancora. Parla a braccio per ore, senza perdere un colpo della sua logica argomentativa. Con talento innegabile, Dugin promuove e difende una concezione autoritaria dello Stato che si realizza nella Russia di Putin e nei suoi Stati vassalli, presenti e futuri.

La situazione in Occidente: sappiamo reagire?

Dugin, come ogni filosofo, non è incontestabile. La sua teoria offre tanti appigli a cui aggrapparsi, per criticarla. In Occidente, però, quasi ottant’anni dopo l’uscita de «La società aperta e i suoi nemici» di Karl Popper, di fronte all’avanzata dell’autoritarismo degli anni Duemila nessuno formula una difesa aggiornata e strutturata dei valori della democrazia e dello Stato di diritto.

Le facoltà universitarie sono impantanate in zuffe ideologiche vecchie di settant’anni. La politica occidentale si è ridotta a uno scambio di obbligazioni assistenziali. La Chiesa, di fronte alle prepotenze delle nuove dittature, conferma le sue storiche ambiguità.

Così, muore l’Occidente. Se continuiamo su questa strada, di fronte a Dugin che ci irride, dicendo che il mondo occidentale è decaduto dai suoi valori, ci toccherà dargli ragione.

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9 risposte

  1. Grazie davvero per tutto il tempo che dedica a questi approfondimenti, che trovo preziosi, soprattutto perché nessun altro ne parla. Sembra che non ci si renda conto della gravità di quello che sta succedendo, non lontano da noi. In realtà, sono fatti che ci riguardano.

    Purtroppo di democrazia si parla quasi sempre per criticarne i limiti; e, d’altro canto, gli ordinamenti autocratici esercitano sempre un certo fascino… Magari, dovendoci vivere, in uno Stato autocratico, tutto il fascino svanirebbe e si comincerebbero ad apprezzare i pregi della democrazia. Solo che allora sarebbe troppo tardi.

    1. Grazie per il Suo commento. Concordo su tutto, ma non su un punto: tanti ammiratori degli Stati autoritari ci vivrebbero felici, se ci stessero. Lo si è visto con il fascismo e il nazismo, ma anche con quasi tutte le dittature della Storia. Le persone cominciano a capire il valore della libertà solo quando la dittatura le tocca in modo diretto, perché manda i figli in guerra o non riempie gli scaffali dei supermercati. Hitler fu sostenuto dalla quasi totalità dei tedeschi, nella prima fase di governo, quando «risolse» il problema della disoccupazione e della crisi economica del dopo ’29. Lo fece con maneggi che costeranno carissimi alle generazioni successive, ma intanto si guadagnò il sostegno della popolazione. Questo cominciò a venir meno solo quando i soldati mandati in guerra, dopo il settembre ’39, cominciarono a tornare cadaveri. Non molto diversamente andò con il fascismo italiano, mutatis mutandis. Questa, purtroppo, è la natura umana. Cordiali saluti. LL

  2. Mi ha molto interessato il suo articolo su Dugin, ma ora le scrivo per la sua ultima risposta. Cosa ha fatto davvero Hitler per uscire dallal crisi economica? Ne ha scitto lei, o mi può consigliare qualche libro? Grazie Andrea Dogliotti

    1. Buongiorno,

      Su Hitler può leggere il bellissimo e agile libro di Sebastian Haffner, tradotto in italiano con il titolo: «Hitler. Appunti per una spiegazione» (titolo originale: «Anmerkungen zu Hitler»). Resta uno dei più bei testi per conoscere quel momento storico senza orpelli ideologici, inclusi gli aspetti economici a cui Lei fa riferimento. Mi sarebbe impossibile parlarne qui. Cordiali saluti. LL

  3. Agghiacciante che Dugin sia più stimato in Italia che all’estero… E’ incredibile che gli italiani non comprendano tutte le libertà di cui godiamo in Occidente. Dai discorsi di alcuni politici io capisco questo: no ai matrimoni civili e arcobaleno e alle coppie di fatto, no ai diritti di gay e trans, no all’aborto. E di conseguenza, no alla libertà di espressione e alla società aperta. Ma gli italiani si rendono conto di conto di come la pensano quelli a cui, a detta dei sondaggi, stanno consegnando il potere?

    1. Non mi addentro nella dialettica politica interna italiana. Noto che forse proprio l’eccessiva insistenza su alcuni diritti civili, non corrispondente alla realtà vissuta, ha favorito ovunque (non solo in Italia) l’emergere, per reazione, di un conservatorismo di cui approfittano correnti di pensiero liberticide. Sono equilibri delicati nei quali bisognerebbe usare misura. Cordiali saluti. LL

      1. Questo è, a mio avviso, un aspetto centrale e, come giustamente scrive, non solo in Italia. Di certi diritti, sacrosanti e già sanciti, si fanno portavoce correnti di impronta ideologica che favoriscono il prosperare dei movimenti (e partiti) più beceri e reazionari, dei quali si farebbe volentieri a meno. Basterebbe applicare le leggi esistenti, con meno can-can.

      2. Vero. Coloro che difendono i diritti delle minoranze talvolta dimenticano che esiste un senso comune dei rapporti sociali che non si può dimenticare o distruggere, non foss’altro perché è condiviso dalla schiacciante maggioranza numerica della popolazione, per ragioni storiche, etniche o culturali. Le correnti conservatrici colgono il bisogno di sicurezza di coloro che vogliono ritrovare quel senso comune: questo bisogno non ha nulla a che vedere né con il razzismo né con l’omofobia. Va visto piuttosto sotto il profilo dell’antropologia culturale, anziché bollato dei peggiori epiteti. Questo bisogno, poi, viene sfruttato per convogliare messaggi a loro volta estremi, dalla parte opposta.

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