Cinque perché l’Italia vuole servire la Russia

Mosca, Piazza Rossa, Mausoleo di Lenin | © Luca Lovisolo
Mosca, Piazza Rossa, Mausoleo di Lenin | © Luca Lovisolo

Perché agli italiani interessa così tanto asservirsi a un Paese come la Russia? Molti sostengono Mosca in modo totale, acritico e urlato, disprezzando apertamente l’Occidente. L’Italia è, per il Cremlino, un terreno ideale di conquista. Come si è giunti alla rete di relazioni che non esita a mettere in gioco la posizione raggiunta dall’Italia in Occidente, pur di dichiarare fedeltà a Mosca.


 

Tra le domande più frequenti che giungono, ogni volta che scrivo sulla crescente influenza russa in Italia e sulla tendenza italiana ad asservirsi a Mosca, vi è questa: perché agli italiani, ai cittadini come ai partiti politici e alle imprese, interessa così tanto assoggettarsi a un Paese come la Russia? In questo spazio non è possibile dare una risposta articolata, ma si possono sintetizzare in modo sufficientemente esaustivo alcuni perché di questa crescente inclinazione della Penisola verso est.

Vi sono ragioni storiche e culturali molto antiche, unite a una certa affinità che si registra fra l’indole italiana, particolarmente quella meridionale, e taluni tratti della mentalità russa. Qui mi concentro, però, sugli aspetti di più stretta attualità. Perché vi sono tanti italiani disposti a mettere in gioco il non disprezzabile agio raggiunto dal loro Paese nel mondo occidentale e nell’Alleanza atlantica, pur di mostrare fedeltà incrollabile a Mosca? Perché vi è un’intera macchina mediatica che persegue ostinatamente questo obiettivo, alla quale oggi coopera nientemeno che la Radiotelevisione nazionale, guidata da un uomo devotissimo a Mosca, insistentemente voluto in quella carica da uno dei Partiti di governo?

 

1. I cittadini

Presso una larga parte di cittadinanza più semplice, Russia è tutt’oggi sinonimo di Unione sovietica e, soprattutto, di comunismo. In Rete vi sono numerosi profili di giornalisti e altre categorie di cittadini italiani filorussi, ma anche di russi trasferitisi in Italia, che parlano di Russia. Seguire questi profili e analizzare i commenti lasciati dai lettori permette di capire che tanti, tantissimi italiani vedono ancora nell’Unione sovietica e nella società socialista un modello da replicare, a cui guardare con nostalgia, sebbene non vi abbiano mai vissuto, anche per ragioni anagrafiche, dove il dato è disponibile. Non è un metodo scientifico, ma leggere questi commenti mette in luce una folta rappresentanza di italiani che hanno della Russia un’immagine idealizzata, filtrata dal credo politico personale e da qualche giornale di propaganda.

Il loro livello d’istruzione è basso, lo si desume dalle formulazioni usate e dalle carenze di argomentazione storica e politica, ma fanno massa. In tanti mostrano di non conoscere né i principali fatti che hanno causato la caduta dell’Unione sovietica, ad esempio, né i dati essenziali della sua storia; altri rilanciano come verità assolute argomentazioni complottiste che si potrebbero smontare leggendo qualunque libro di testo delle scuole superiori. Chiunque tenti di indurre questi commentatori a un ragionamento fondato, si accorge che è impossibile: la loro difesa della Russia è totale, acritica e urlata, come il disprezzo per l’Occidente e per gli Stati uniti. Compare, così, il pendant alla nostalgia per l’Unione sovietica: l’antiamericanismo.

L’incapacità di analisi impedisce a questi nostalgici di intendere che la Russia di Putin ha abbandonato il corso comunista e oggi agisce secondo una linea nazionalista, seguendo il predicato di politologi e filosofi che sviluppano una narrazione dai tratti apertamente fascisti (per una volta, l’uso di questa parola non è fuori luogo). Ciò riscalda gli animi di un’altra categoria di italiani appassionati sostenitori di Mosca: coloro che si riconoscono nei movimenti nazionalisti e di estrema destra.

Totalmente disinteressati al passato comunista e meno attenti all’antiamericanismo, questi sacerdoti del culto russo sono affascinati dai toni sciovinisti e autoritari dell’amministrazione Putin; per loro, Mosca è il punto di riferimento per scardinare l’Unione europea: distruggere l’Ue, a loro dire, restituirebbe dignità agli Stati nazionali. Non si rendono conto che un’Italia fuori dall’Unione europea non guadagnerebbe alcuna sovranità: finirebbe, appunto, all’ombra del Cremlino, ma proprio questo è, per questa categoria di adulatori di Mosca, l’obiettivo da raggiungere.

Guarda con attenzione alla Russia, infine, il mondo cattolico italiano più conservatore, numericamente molto rilevante, fra i credenti. Vede nella Russia un baluardo a difesa della famiglia tradizionale, particolarmente per quanto riguarda la divisione di ruoli fra uomo e donna. Dimentica che nel passato sovietico la donna si emancipò molto prima che in Occidente. E’ indiscutibile, però, che nella Russia di oggi la diversità dei ruoli è rimasta più evidente e che alcuni tratti dello stile educativo russo corrispondono assai bene all’idea cattolica di famiglia. Infine, la chiusura del regime russo verso l’omosessualità e ogni rivendicazione della comunità LGBT suscita le simpatie di molti italiani ed europei delle correnti religiose più conservatrici.

Legga anche:  L'Oriente si muove e si consolida

 

2. Gli imprenditori

Non torno a parlare delle sanzioni, poiché l’ho già fatto altrove (>qui). L’interesse degli imprenditori italiani verso la Russia va oltre il pur importante aspetto economico. Le imprese italiane, fatte poche eccezioni, faticano a imporsi nei Paesi a economia matura, come gli Stati uniti o Paesi europei come la Germania o il Regno unito. Non hanno una cultura moderna di mercato, non sanno usare gli strumenti del marketing, particolarmente i più recenti, non sono abituate a pensare in termini schiettamente mercantili. Gli imprenditori e commercianti italiani, per vendere, hanno bisogno di quel «capitalismo di relazione» che contraddistingue il fare impresa nel loro Paese, dove prodotti e servizi non vengono proposti, scelti e comprati sulla base di principi di mercato, ma attraverso reti di relazioni personali; oppure si buttano su affari assicurati da saldi legami con la politica.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Nella Russia di oggi, gli imprenditori italiani trovano esattamente questo ambiente di lavoro, lo stesso di casa loro, moltiplicato per gli undici fusi orari del territorio russo. D’altra parte, è innegabile la passione dei russi verso i sapori, i beni di alta gamma e lo stile di vita italiani. Sin dagli anni Novanta, oligarchi russi dalle disponibilità economiche pressoché illimitate e salde relazioni con gli uffici governativi più influenti rappresentano i partner ideali per le imprese italiane del lusso, ma anche per migliaia di piccole e medie imprese che si affidano a intermediari dai pochi scrupoli. Non hanno bisogno di andare in Russia a cercare mercato e clienti, come dovrebbero fare per entrare in Germania o negli USA: sono i russi che arrivano, propongono affari, comprano e pagano. Senza farsi troppe domande, gli imprenditori italiani sono stati ben contenti di vedere la loro quota di export verso Mosca crescere talvolta fino al 100% della loro cifra d’affari complessiva, ignari delle più elementari cautele.

Per questi motivi, nelle organizzazioni industriali e imprenditoriali italiane la Russia avrà sempre un alleato di ferro, non solo per i volumi realizzati, ma per la strettissima affinità tra le due culture d’impresa, se le si può chiamare così. Per gli italiani conta che il denaro in cassa tintinni sempre. Le riserve politiche, la questione ucraina, i rischi per il loro Paese e per l’Europa non importano: quanti imprenditori d’Italia ho sentito, intervistati sull’attualità interna russa, dimostrare la più totale disinformazione, o non riuscire ad aprir bocca, benché il mercato russo rappresentasse una parte cospicua dei loro guadagni.

Vi sono altri Paesi europei che realizzano grandi volumi di esportazione verso la Russia, in particolare la Germania. Una borghesia imprenditoriale più colta e illuminata, però, ha impedito che in quei Paesi si raggiungessero gli eccessi di dipendenza che si registrano in Italia. Quando furono comminate le sanzioni economiche contro la Russia per i fatti dell’Ucraina, affiancate al calo del prezzo del petrolio e al peggioramento generale della capacità ricettiva del mercato russo, gli altri Paesi furono più pronti ad affrontare il nuovo e sfavorevole scenario; le imprese italiane piagnucolano ancora oggi. Hanno iniziato solo di recente a differenziare i loro mercati, costrette dalle circostanze. Si spera che abbiano imparato la lezione, ma il loro obiettivo resta riconquistare i favori dei russi, così vicini per mentalità e modo di fare affari.

 

3. I politici

Per attuare il proprio progetto di egemonia in Occidente, la Russia ha cercato nei diversi Paesi l’appoggio di politici dai profili personali piuttosto simili tra loro. Scarsa esperienza concreta di governo, pur se talvolta contraddistinti da una lunga presenza sullo scenario pubblico dei loro Paesi; posizioni contrarie all’Unione europea e generalmente «antisistema» in ogni modo possibile, sotto forma di rivolta populista contro le élite oppure di separatismo regionale; acceso nazionalismo; livello di cultura personale basso o molto basso, che li rende facilmente pilotabili con poche e semplici argomentazioni; partiti e movimenti che aspirano ad accrescere la loro influenza e le loro percentuali di elettori, perché appena nati o poco significativi.

Legga anche:  «Le incredibili avventure degli italiani in Russia»

La distinzione tra destra e sinistra è, per il Cremlino, priva di importanza: conta il contenuto di ribellione allo status quo e la capacità di minare l’unità europea. Mosca ha messo a disposizione di questi movimenti relazioni e know-how politico, nel caso di un noto movimento francese è stato possibile dimostrare anche cospicui flussi di denaro. Nell’Italia di oggi, Mosca può contare sull’unico Paese occidentale con non un solo, ma ben due partiti che assicurano esplicitamente fedeltà agli interessi russi e costituiscono insieme, caso unico in Occidente, una maggioranza di governo.

Anche sul piano personale, oltre che su quello dei loro partiti, i governanti protagonisti di questa stagione italiana hanno costruito le loro fortune sull’orientamento filorusso, attraendo così i voti delle categorie di cui si è detto ai punti 1. e 2. Sarebbe stato difficile immaginare un’ascesa così abbagliante, per questi uomini, senza questo elemento tipico della loro narrazione. Sanno che se distolgono lo sguardo da Mosca rischiano di perdere gran parte della loro influenza e dei loro successi, oltre a qualche non irrilevante consulente nei circoli del Cremlino.

 

4. I giornalisti

Deceduti i grandi nomi del giornalismo italiano del Dopoguerra, nati anagraficamente nel primo terzo del Novecento, a fine secolo l’Italia si è ritrovata con una pletora di operatori dei media di qualità neppur avvicinabile a quella dei loro augusti predecessori e rigidamente organizzata secondo la fedeltà ai partiti, alla Chiesa e a vari gruppi d’interesse. La caduta del Muro di Berlino, prima, e la fine della stagione di Silvio Berlusconi, poi, hanno lasciato innumerevoli cadaveri di giornalisti incapaci di reimpiegarsi in un mondo in cui avevano perso narrazioni e finanziatori di riferimento.

L’avvento di Putin e poi la crisi ucraina hanno riprofilato la Russia come attore internazionale divisivo, in cerca di comunicatori che diffondessero in Occidente la visione russa del mondo. Mosca, così, ha ridato speranza a un’intera fascia di giornalisti rimasti orfani delle vecchie contrapposizioni. Tra i giornalisti italiani sostenitori del Cremlino si trovano redattori dagli orientamenti più diversi, ancora una volta la distinzione non rileva. Hanno ritrovato una linea politica a cui asservirsi: anche qui, importa la possibilità di tornare protagonisti, banalmente, lavorare. La capillare rete di media russi e filorussi in Italia e nel mondo offre opportunità di lavoro e contatti, genera pubblico e lettori tra i cittadini di cui al punto 1., trova inserzionisti fra gli imprenditori di cui al punto 2.

Compito di questi giornalisti è spezzare la narrazione secondo cui l’Occidente è un luogo di libertà e benessere, per sostituirla con gli stessi Leitmotiv che imperano nei media russi: l’Occidente è decaduto e corrotto, la Russia è faro di civiltà e baluardo di valori per il resto d’Europa e del mondo; non l’Unione europea, non l’alleanza con gli Stati uniti, ma il legame con la Russia, è il solo in grado di garantire un futuro radioso ai popoli d’Europa, da Lisbona a Vladivostok; l’ordine internazionale nato dopo la seconda Guerra mondiale deve essere superato e il diritto internazionale, codificato nel Dopoguerra per riordinare i rapporti fra Stati e prevenire nuovi conflitti, «è un bluff.» Non è una citazione a caso, l’ho sentito dire con le mie orecchie al direttore di quella che vorrebbe essere la principale rivista italiana di politica internazionale, giornalista filorusso di ferro, durante una conferenza tenuta a Milano in uno dei principali centri studi italiani di relazioni internazionali.

 

5. Gli intellettuali

In schiacciante maggioranza, gli intellettuali italiani dal Dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino sono stati tali perché sostenevano partiti di area comunista e socialista; la restante quota, del tutto minoritaria, faceva capo alla Chiesa cattolica, che disponeva però di una macchina culturale propria. Il dato non ha bisogno di essere confermato da esperienze personali, ma ne cito ugualmente un paio, per dare un po’ di colore. Frequentavo assiduamente gli ambienti culturali della Torino degli anni Ottanta: qual era l’appartenenza di partito che costituiva il presupposto per accedere ai milieu della cultura si capiva dai quotidiani portati ostentatamente sotto il braccio di relatori di convegni, organizzatori di concerti, giornalisti, compositori, scrittori.

Legga anche:  Attacco USA in Siria: è importante il dopo

Quando, verso la metà degli anni Ottanta, cominciai a lavorare come traduttore, fui chiamato da una casa editrice di Milano. Il dirigente che mi chiamò per il colloquio, dopo poche battute informative, mi fece mezz’ora d’indottrinamento politico, tentando di capire, dalle mie risposte, da che parte stessi: forse lo delusi, perché non stavo da nessuna parte, volevo semplicemente lavorare come traduttore, ma lui, prima di tutto, aveva bisogno di sapere che tessera avevo in tasca.

Tutto ciò non esclude che nel circuito della cultura italiana, nei quarantacinque anni dopo l’ultima guerra, vi siano stati anche grandi uomini di pensiero, capaci di guardare oltre gli steccati. Ad essi l’Italia deve alcuni decenni di crescita culturale straordinaria. Poi, insieme alla progressiva scomparsa, per ragioni anagrafiche, delle figure più illuminate, la fine del comunismo in Europa ha lasciato presso gli intellettuali italiani un vuoto e un disorientamento ancor più profondo di quello sofferto dai giornalisti, forse paragonabile solo a quello seminato fra gli intellettuali sovietici. Il ritorno rumoroso della Russia di Putin sulla scena internazionale ha ridato agli intellettuali d’Italia un’ancora, una speranza che si potessero ritrovare le antiche sintonie sulle quali avevano vissuto per due generazioni, fino al 1989.

A sperare in Putin, però, oggi non sono solo gli intellettuali organici dei vecchi partiti che guardavano al marxismo-leninismo, ma anche quelli dei movimenti nazionalisti ed estremisti di destra, e non pochi cattolici, per le ragioni di cui al punto 1.

L’analisi di queste relazioni e la loro evoluzione negli ultimi trent’anni potrebbe continuare e sarebbe estremamente appassionante, ma non la si può approfondire qui. Queste note bastano, però, a disegnare l’intreccio di interessi che oggi lega saldamente l’Italia alla Russia, o meglio al suo mito come successore dell’Unione sovietica. Talvolta si tratta di impreparazione storica e d’incapacità di misurarsi con le sfide del presente; altre volte, di concreti interessi politici ed economici comuni; in tanti, tantissimi casi, di ben più miseri destini di persone che hanno perso, dal crollo dell’Unione sovietica in poi, nella lenta fine del mondo bipolare in cui si erano formate, la loro ragione di esistere come intellettuali, giornalisti, governanti o semplici attivisti politici.

Questo contesto forma, per Mosca, un terreno ideale di conquista. Ci trova uomini stanchi della libertà, che analizzano il mondo con le fruste categorie degli anni Settanta; pronti a una straordinaria sintonia con la Russia di oggi in forza dell’ammirazione coltivata in passato per l’Unione sovietica e le sue ritualità; facili da illudere che con un po’ di decisionismo autoritario sia possibile far tornare i bei tempi andati.

Oggi, ignari dei rischi, molti di quegli intellettuali, giornalisti e politici vedono nella Russia e nella cinica astuzia di Putin un’occasione per risorgere dalle loro ceneri, come fenici spelacchiate; per ritornare protagonisti in un mondo che non capiscono più. Trovano i loro uditori tra imprese incapaci di confrontarsi con i mercati più maturi e tra i cittadini meno istruiti, più rabbiosi verso la modernità.

Purtroppo, questi uomini stanchi e delusi stanno riuscendo a trascinare con sé un intero Paese nelle loro frustrazioni, anche grazie alla debolezza e codardia di coloro che dovrebbero difendere i valori dello Stato di diritto e le conquiste dell’Italia dal Dopoguerra a oggi, ma dormono sugli allori.

4 commenti

  1. Finalmente qualcuno lo dice. Sarebbe bello se i suoi articoli venissero pubblicati da giornali che muovono l’opinione pubblica.

  2. Ogni tanto rileggo i suoi vecchi articoli, con il cosiddetto senno di poi. Proprio pochi giorni fa parlavo con amici di quello che scrive nel punto 2. Da milanese trapiantato in una opulenta e laboriosa città del mitico nord-est, posso garantire ai lettori che quanto lei dice è assolutamente vero e palpabile. Lo stesso valeva, ai tempi, per il commercio con i Paesi arabi. Non occorre essere imprenditori per capire, basta osservare. Ovviamente non si può generalizzare, ma nel nord-est la mentalità diffusa è certamente lontana dall’economia di mercato. A volte, parlando con piccoli imprenditori pur dinamici e geniali, ma dal nero facile e spregiudicati, si nota che non conoscono le più elementari regole economiche, quelle che persino io – che sono un musicista – conosco. Tanti davvero credono che uscire dell’euro sarebbe un vantaggio, «perché così si può svalutare.» Da non credere. D’altra parte sono il prodotto di quelle logiche…

Commentare questo articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*