
Perché Ceuta non è una crisi migratoria, ma un altro pezzo di sicurezza europea che cade e svela l’insufficienza delle difese continentali. I fatti e la loro collocazione: davvero l’esclusione di Ceuta dallo Spazio Schengen rimuove il problema? Perché questi eventi non possono essere sfruttati per la propaganda politica tra partiti. Gli scenari di sicurezza mutano, ma le capacità di contrastare le minacce restano inadeguate.
Gli eventi di Ceuta, l’exclave spagnola sulle coste africane, si possono inquadrare in questo modo.
Circa 70’000 stranieri non identificati hanno raggiunto Ceuta, un numero paragonabile a quello degli abitanti stanziali della città. È errato definire il fatto come crisi migratoria e i suoi protagonisti come migranti; è corretto affermare, invece, che è avvenuto abusando delle norme internazionali sullo status dei rifugiati, in particolare della Convenzione di Ginevra (1951) e delle disposizioni europee in materia migratoria, da essa derivanti.
Il fatto è un’aggressione organizzata alla sicurezza e alla sovranità di uno Stato, in questo caso la Spagna; per questi motivi, il caso Ceuta, oltre a non essere una crisi migratoria, non è questione che si possa dibattere fra visioni «di destra» o «di sinistra,» come accaduto particolarmente in Italia. La Spagna, da parte sua, si è mostrata incapace di controllare una frontiera sulla quale esercita responsabilità per sé e per l’intera zona Schengen. Che Ceuta sia oggetto di un protocollo specifico (Prot. 2) del Trattato di Schengen, in forza del quale la città è esclusa dalla libera circolazione, può rallentare o ridurre lo sversamento di stranieri senza titolo verso il Continente, ma non rimuove il problema nella sua sostanza.
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Perché Ceuta non è una crisi migratoria: il coordinamento
L’aggressione è stata coordinata attraverso le comuni piattaforme Internet. Migliaia di cittadini marocchini e di altre nazionalità sono stati trasportati verso la frontiera, anche su vistosi mezzi pesanti. La polizia marocchina non è intervenuta. Si discute se i servizi informativi spagnoli abbiano rilevato i preparativi e se ne abbiano riferito al governo spagnolo che poi non ha agito. Poco rileva: in ambedue i casi, la protezione della frontiera non ha funzionato.
A seguito dei fatti, Meta ha chiuso quantità di profili e gruppi Facebook utilizzati per organizzare il movimento di massa verso Ceuta; altri, però, restano attivi e promettono già ora nuove azioni analoghe a breve termine. Non vi sono, a oggi, prove dirette che attestino chi abbia organizzato l’operazione Ceuta; essa, però, è analoga a quelle con le quali la Russia induce quantità di cittadini mediorientali a muovere verso la Russia stessa e la Bielorussia, per poi aggredire le frontiere della Polonia e degli Stati baltici, ormai da anni, simulando finte crisi migratorie analoghe a Ceuta. Quegli Stati, però, sono più attrezzati a contrastare tali flussi illeciti.
Non rileva, però, sapere chi sia il regista dei fatti di Ceuta: con i mezzi moderni e con la non disinteressata cooperazione dei passatori, una simile aggressione confinaria può essere organizzata a costi risibili a partire da qualunque luogo e da chiunque, anche da attori non statali. Il punto è la capacità degli Stati di proteggere il confine rispetto al riprodursi di simili eventi.
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E se tra gli approdati a Ceuta ci fossero veri migranti?
Non si può escludere che fra gli stranieri senza titolo giunti a Ceuta vi fossero persone convinte in buona fede di richiedere asilo o cercare un posto di lavoro in Europa. Poco importa: lo straniero che ritiene di avere i presupposti per avvalersi delle norme sui rifugiati, o per ottenere un permesso di soggiorno per motivi economici, non deve aggregarsi a masse incontrollate di individui che accedono illegalmente al territorio di uno Stato. Si presenterà in frontiera quando le condizioni permettono la corretta gestione del suo fascicolo.
Tra gli approdati vi erano poi numerosi minori, utilizzati in quantità e senza alcuno scrupolo dai passatori anche per l’operazione Ceuta.
Fonti spagnole segnalano che i dati delle videocamere hanno permesso di riconoscere, tra gli approdati a Ceuta, persone appartenenti a organizzazioni terroristiche. Che tale dato sia confermato o no in questo caso specifico ha poca importanza: un movimento di massa di tali proporzioni è un’occasione ideale per far giungere in Europa malintenzionati o farvi rientrare soggetti già espulsi in precedenza per cattiva condotta.
Il caso Ceuta non è chiuso. Le organizzazioni umanitarie e i media internazionali che hanno inviato cronisti sul posto riferiscono di migliaia di stranieri che si aggirano ancora per la città, senza meta e senza dimora, altri ammassati sulle spiagge, in gran parte marocchini, non intenzionati a rientrare. I giornalisti della rete tedesca Welt hanno osservato più volte che la polizia spagnola ha cessato di ricondurli alla frontiera. Le autorità di Ceuta, da parte loro, dipingono un quadro molto meno ottimistico di quello diffuso dal governo centrale spagnolo.
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Perché Ceuta non è una crisi migratoria: le considerazioni
Gran parte degli stranieri giunti a Ceuta è rientrata: cosa sarebbe accaduto, se il Marocco avesse deciso di non cooperare e non riceverli? Fra di essi vi erano anche cittadini di Paesi africani subsahariani e del Sud est asiatico. Come sono giunti in Marocco e a quale titolo vi si trattenevano?
Il Marocco rifiuta ora di ricevere quei cittadini respinti dalla Spagna. Sul piano formale ne ha il diritto; sul piano materiale, però, quei cittadini, prima di violare la frontiera spagnola, si trovavano in territorio marocchino e le guardie di confine in uscita non hanno impedito loro di muovere senza documenti verso la Spagna. Rebus sic stantibus, il Marocco non può dirsi del tutto estranea al loro destino.
Le recenti modifiche al diritto migratorio europeo introducono la possibilità di rinviare i richiedenti asilo verso centri di accoglienza in Stati terzi. Il caso Ceuta e l’atteggiamento del Marocco provano che coinvolgere altri Paesi nella gestione dei flussi mette nelle mani di tali Paesi armi di ricatto potentissime. Se, come già fece a suo tempo la Turchia, uno Stato terzo decide di non cooperare, può utilizzare l’invio di migliaia di stranieri verso le frontiere europee come leva per ottenere denaro o altri ingiusti vantaggi.
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L’errore di prospettiva sulle norme
I governi europei continuano a eludere il problema: il diritto migratorio è una piramide di priorità legislative al cui vertice si trovano la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato e la definizione di «rifugiato» in essa codificata. La norma fu scritta nel 1947 e adottata nel 1951, con lo scopo di risolvere specifiche esigenze di protezione dei reduci della Seconda guerra mondiale in Europa; nel 1967 la sua applicazione fu globalizzata senza modifiche sostanziali (altri dettagli in >questa analisi).
Sin quando le migrazioni erano fenomeni marginali, la norma ha funzionato. Da quando i flussi sono cresciuti, la definizione di rifugiato fissata nella Convenzione di Ginevra e le disposizioni esecutive che ne discendono prestano il fianco ad abusi non più tollerabili. In particolare, la Convenzione ignora le conseguenze sulla sicurezza causate dalla trasformazione dei flussi migratori da fenomeno individuale a fenomeno di massa. I flussi di persone che si muovono sfruttando la Convenzione smettono così di essere migranti, per diventare strumenti di pressione politica e securitaria.
Rivedere la Convenzione di Ginevra, o uscirne unilateralmente almeno per un certo tempo, dinanzi agli sviluppi attuali, richiede capacità di proposta politica, oltre al coraggio di contrastare gli interessi ormai radicatisi intorno ai flussi incontrollati di stranieri. Per questi motivi, i già pochi politici che sostengono l’esigenza di rivedere la Convenzione vengono zittiti; il problema, così, resta irrisolto alla radice. È appena il caso di ricordare che una tale situazione danneggia anche i veri bisognosi di protezione.
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Perché Ceuta non è una crisi migratoria: frontiere e sicurezza
È inutile chiedersi quanto senso abbiano le pretese di sospendere la Spagna dal trattato di Schengen o di introdurre controlli alle frontiere interne europee, come richiesto da Italia, Francia e alcune altre voci; del pari, è inutile scandalizzarsi della fretta mostrata dal capo del governo spagnolo nel dichiarare chiusa l’emergenza e ritirarsi in vacanza. Altrettanto fuori luogo è citare la regolarizzazione in massa di migranti approvata di recente dalla Spagna, poiché il caso Ceuta non è una crisi migratoria, è una questione di sicurezza e ordine pubblico. Queste prese di posizione provengono da leader politici di orientamenti diversi, accomunati però dall’incapacità di inquadrare i fatti di Ceuta per ciò che sono: una seria e sistemica minaccia alla sicurezza, non un evento da sfruttare a fini di propaganda interna, non importa di quale parte politica.
Non vi sono solo i flussi incontrollati di stranieri. Nei giorni scorsi, un drone caricato di esplosivo è stato rinvenuto sul territorio dell’aeroporto di Lipsia. Poco dopo, sempre in Germania, per ben sei volte droni non identificati hanno sorvolato un’importante base dell’esercito tedesco: nessuno è riuscito a prevenire questi eventi e nemmeno a identificare e abbattere i velivoli; altre intrusioni di droni ostili si registrano in Romania.
Un anno fa, una ventina di droni russi violò lo spazio aereo europeo in Polonia: si fecero molte promesse, ma la difesa europea e NATO resta incapace di contrastare queste minacce in modo efficiente. È poco utile sapere chi ci sia all’origine di simili aggressioni: è indispensabile essere in grado di difendersene, da qualunque parte provengano. L’esperto tedesco di sicurezza Nico Lange fa notare che la Germania, dopo un anno e più di discussioni e proponimenti, non ha ancora installato neppure i sensori che costituiscono l’infrastruttura di una rete di rilevazione antidrone.
Le aggressioni alla sicurezza europea sono quotidiane, tenute sottotraccia da governi e media. Flussi di stranieri organizzati alle frontiere, attacchi informatici, disinformazione organizzata, droni non identificati che veleggiano indisturbati su strutture civili e militari del Continente. A ogni evento si constata l’insufficienza delle misure di contrasto, seguono grandi progetti e lunghi discorsi, ma nulla di concreto avviene all’altezza della minaccia.
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La questione sicurezza si aggrava, le azioni restano insufficienti
Nel frattempo, le scorte di munizioni difensive rispetto agli attacchi missilistici sono ai minimi per tutti: per l’Ucraina, per l’Europa e per gli Stati uniti. Resteranno insufficienti per anni, a causa delle politiche dissennate di disinvestimento nella difesa decise nei decenni passati. L’amministrazione Trump ha gravi responsabilità, in questa congiuntura, ma le sbandate del presidente USA non devono nascondere l’inazione dei governi europei, più pronti ad assecondare politiche di comodo che a valutare con competenza scenari di pericolo concreto per il Continente che erano già ben visibili decenni or sono.
Anche per gli eventi di Ceuta, tra le tante parole spese, nessuno, ancora una volta, ha fatto riferimento alla causa radicale: la necessità di riformare o revocare del tutto la Convenzione di Ginevra, una norma internazionale scritta ottant’anni or sono e non più adatta a regolare i flussi odierni. La denuncia di tale normativa e la sua sostituzione con disposizioni adeguate ai tempi è indispensabile; sono indispensabili anche le misure di rafforzamento della difesa europea rispetto alle minacce belliche poste da nuovi sistemi d’arma e dal moltiplicarsi di attori ostili verso il nostro continente.
Intanto, governi e dirigenti tacciono, balbettano, s’azzuffano tra loro su questioni irrilevanti. I nuovi scenari di minaccia richiedono una forza e una capacità di azione che tutti sanno di non avere.




