Sui migranti respinti ai porti italiani

Relitto | © Abraham Wiebe
Relitto | © Abraham Wiebe

Considerazioni sul caso di queste ore: una nave carica di migranti chiede l’attracco a un porto italiano. Il nuovo Governo di Roma rifiuta. La vicenda ha anche un risvolto umanitario, ma non la si chiarisce sin quando non si individua il punto di controversia. Anche la questione delle acque territoriali, delle zone di competenza per i salvataggi e delle catene di comando ha importanza relativa.


 

L’Italia è obbligata a soccorrere chi si trova in difficoltà in mare, sia per il proprio diritto interno (Codice della navigazione) sia per il diritto internazionale, che obbliga chiunque a prestare soccorso quando vi sia pericolo di perdita dell’imbarcazione stessa o di vite umane.

Per quale ragione, allora, rifiuta l’attracco? Tralasciamo la presa di posizione politica interna, che qui non interessa. Dimentichiamo anche la diatriba con Malta, sebbene la sua condotta non sia sempre convincente. L’isola ha delle ragioni, se rifiuta nuovi sbarchi. Meno comprensibile è che rifiuti di dare assistenza anche a una nave a cui potrebbe fornire semplice supporto medico o materiale, senza farne sbarcare gli occupanti, per poi lasciarla proseguire per altre destinazioni. Anche l’assistenza a bordo, infatti, in questo caso è stata prestata da navi giunte dalla più lontana Italia. Nel complesso, il contributo di Malta risulterebbe comunque poco rilevante, per ragioni dimensionali. Va evitato anche l’uso di terminologie che scaldano il cuore ma non servono a chiarire il caso («disperati,» «naufraghi,» «accoglienza»). La vicenda ha anche un risvolto umanitario, ma non la si inquadra sin quando non si individua il punto di controversia. Anche la questione delle acque territoriali, delle zone di competenza per i salvataggi e delle catene di comando ha importanza relativa.

 

Il punto dirimente

Punto chiave è lo stato di fatto e di diritto della nave Aquarius e dei suoi occupanti, circa 600 cittadini stranieri, presumibilmente senza titolo di ingresso in territorio europeo e solo in parte aventi diritto all’asilo politico o alla protezione umanitaria. Aquarius non è in pericolo di perdita, è efficiente e governata da una nota organizzazione umanitaria internazionale. Stando alle informazioni disponibili, Aquarius ha raccolto i suoi 600 passeggeri al largo delle coste libiche, mandati al naufragio da trafficanti senza scrupoli, i quali lanciano in mare imbarcazioni precarie, caricandovi anche donne, bambini e minori non accompagnati, sapendo che vi sono organizzazioni europee che giungono al largo della Libia e li prelevano per traghettarli in Europa.

Il sospetto è che tra le organizzazioni non governative e i trafficanti di persone vi sia una tacita complicità: i trafficanti lanciano persone in mare al largo della Libia, le ONG le «salvano» e le traghettano in Europa. Il confine è molto sottile: da una parte vi è una lodevole attività di salvataggio, dall’altra vi è un concorso nella commissione di reati di traffico di esseri umani e immigrazione clandestina, in continuità con le organizzazioni criminali che poi gestiscono i flussi di persone in arrivo sulle coste italiane. La ripetitività dei fatti che avvengono al largo delle coste libiche fa propendere molti per la seconda ipotesi. Le operazioni di autentico soccorso in mare dovrebbero essere, di loro natura, sporadiche, causate da eventi straordinari (tempeste, collisioni, guasti tecnici gravi): la frequenza e le circostanze dei fatti che si ripetono nel mare della Libia suggeriscono piuttosto l’esistenza di un disegno criminoso.

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I cittadini stranieri che si lanciano in questi viaggi, inoltre, sono normalmente consapevoli sia del rischio che corrono sia che stanno tentando di accedere illegalmente al territorio europeo. Coloro che tentano questa strada perché perseguitati, e che pertanto hanno diritto alla protezione ai sensi delle norme internazionali o nazionali applicabili, si mischiano ad altri, statisticamente in maggioranza, che migrano per ragioni economiche, abusando della normativa sul diritto d’asilo. Hanno perciò un diverso status giuridico e vanno trattati diversamente. Secondo il principio generale di buona fede, chi abusa di una legge ne perde i benefici. Diventa difficile concepire tutto ciò come una normale attività di salvataggio di naufraghi vittime di intemperie o altri eventi eccezionali.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Gli occupanti della nave Aquarius non sono vittime di un imprevisto. Sia i passeggeri sia soprattutto i conduttori della nave sapevano molto bene di agire, se non nell’illegalità, in una zona pericolosamente grigia del diritto del mare e del diritto migratorio. Hanno accettato consapevolmente il rischio di essere respinti, giunti alle coste europee. Questo elemento soggettivo non può essere tralasciato, dalla valutazione di queste fattispecie. C’è differenza, tra chi accetta consapevolmente un rischio e chi è vittima di un caso fortuito. Ciò non significa che ora gli occupanti di Aquarius debbano essere lasciati morire di fame, ma nemmeno che si debba difendere la loro condotta a ogni costo. Tentare di accedere senza presupposti al territorio di uno Stato, violandone le frontiere in malafede, pur con tutta la comprensione umana per la situazione, resta pur sempre illegale, fatte salve le eccezioni previste, alle quali però bisogna dimostrare di aver titolo.

Si fa in fretta ad addebitare «disumanità» e ogni altra attitudine malevola agli europei e allo Stato di diritto. La disumanità sta ben a monte: la presenza, tra gli occupanti di Aquarius e di altre imbarcazioni in situazioni analoghe, di persone deboli, donne incinte e minori non accompagnati è un disgustoso ricatto morale a cui sia i trafficanti di uomini sia le stesse ONG umanitarie pongono di fronte i Governi: volete mettere a repentaglio la vita di ragazzini, bambini, donne gravide?

In questa situazione, i doveri umanitari di assistenza agli occupanti di una nave confliggono con il dovere giuridico di non rendersi complici di un abominevole traffico di esseri umani. Per giunta, i passeggeri delle navi come Aquarius sono ben consapevoli di essere oggetto di tale traffico, poiché hanno pagato laute somme di denaro, per farsi trasportare. Sanno anche di trovarsi in una situazione soggettiva di illegalità verso i Paesi in cui tentano l’approdo senza titoli. La via d’uscita da questo conflitto non è banale e non può essere cercata in battibecchi da strapaese.

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Cosa si può fare?

Poco. La nave è in buone condizioni, si può offrire aiuto medico e alimentare in mare, cosa che l’Italia sembra aver fatto, inviando due navi militari in soccorso. Tuttavia, è difficile che la nave possa tornare in Libia, poiché il Paese non è considerato sicuro. Gli occupanti rischiano di finire in centri di accoglienza o carceri che non rispettano i più elementari standard umanitari. Ai cittadini stranieri presenti sull’imbarcazione dovrà comunque essere portato aiuto e il loro status giuridico andrà verificato caso per caso.

Quanto al giudizio sulla condotta italiana, va visto nel quadro più ampio dei rapporti fra Italia e Libia. Questo episodio sottolinea ancora una volta l’importanza di un’intesa fra Roma e Tripoli per il governo dei flussi migratori. Interessante notare le dichiarazioni che un funzionario della Guardia costiera libica ha rilasciato al quotidiano italiano Corriere della sera: il funzionario saluta la chiusura dei porti italiani, perché, afferma, a ingrossare i flussi di persone che attraversano la Libia da sud a nord, nelle mani delle organizzazioni criminali di passatori, è proprio la consapevolezza che dalle coste libiche si giunge facilmente in Italia, «salvati» dalle navi delle ONG che raccolgono i «naufraghi» gettati in acqua dai gommoni.

Dal processo di ricostruzione dello Stato libico, però, l’Italia è di fatto assente. Non ha partecipato neppure, se non in modo meramente formale, alla recente Conferenza di Parigi che ha definito importanti tappe per il consolidamento della Libia. Non è significativamente presente con truppe militari in Africa centrale e Sahel, dove invece operano militari francesi, tedeschi e di altri Paesi, per coadiuvare gli Stati della regione a controllare i flussi di persone che poi entrano in Libia e di lì giungono in Europa. Roma ha delegato ad altri la gestione di queste aree di crisi, che sono all’origine del problema migratorio. Da due anni l’Italia non è presente, non si dice con un ministro, ma nemmeno con un funzionario di alto livello, ai lavori della Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza, la più importante sede europea dove si discutono le questioni internazionali attuali, in particolare migrazioni, cooperazione allo sviluppo, sicurezza allargata e quant’altro. Il ministro ci va mezza giornata, fa mostra di sé ma non interviene nelle discussioni. Stendiamo un velo pietoso, poi, sul contributo dato dagli analisti e dai think tank italiani in materia, incapaci di scrivere dieci righe senza cadere nel linguaggio da azzeccagarbugli vanto dell’accademismo italico e in baruffe ideologiche da anni Settanta. La Storia non si ferma ad aspettarli.

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L’obiettivo è ridurre, regolare o eliminare i flussi migratori, agendo sui Paesi di provenienza. Questa è la strada che la comunità internazionale ha individuato e persegue da anni, con attività di cooperazione e sviluppo, militari e civili, registrando anche non pochi successi. Da tali attività l’Italia è sempre assente, o partecipa con profili bassissimi. Un Paese di piccole dimensioni come l’Olanda si sta muovendo in modo quantitativamente e qualitativamente molto più efficace, su questi scenari. A queste condizioni, l’Italia non può andare lontano.

L’ultimo ministro degli interni italiano prima dell’attuale, con un’azione tardiva ma efficace, ha sottoscritto accordi di cooperazione con Stati africani, allo scopo di prevenire gli sbarchi e gestire i respingimenti. Il nuovo Governo di Roma, in carica da pochi giorni, sinora si è mosso sullo scenario internazionale piuttosto goffamente. Su questa vicenda ha preso invece una decisione che ha il merito, nella sua rudezza,  di sollevare l’attenzione su situazioni nelle quali si dava per scontata la cooperazione illimitata di Roma. Per convincersene basta scorrere la rassegna stampa internazionale. Il Governo si trova ora di fronte a tre sfide. Da una parte, cooperare per trovare una soluzione per gli occupanti di Aquarius, che hanno diritto al soccorso umanitario a prescindere dal loro status giuridico individuale, che andrà poi comunque chiarito; dall’altra, cooperare più convintamente di quanto i Governi italiani abbiano fatto sinora all’eliminazione delle cause di questi flussi migratori. Ciò può comportare una consistente presenza di militari italiani nelle aree interessate, a fianco di quelli degli altri Paesi già operanti, una più efficace cooperazione internazionale sul piano economico e istituzionale, un maggior coordinamento con i partner internazionali. Infine, sul piano interno, una più decisa lotta alla criminalità che abusa dei flussi migratori e un’attenta sorveglianza sulle organizzazioni non governative. Molte svolgono attività di alto valore umanitario, ma lo status di ONG non è una patente di legalità e innocenza.

E’ vero che l’Italia è stata lasciata sola a gestire l’emergenza migratoria. D’altra parte, i Paesi che investono denaro e soldati per stabilizzare i Paesi di origine dei flussi migratori hanno atteso invano, sinora, una partecipazione adeguata dell’Italia, che si è sempre smarcata o limitata a fare il minimo possibile. Vedremo se a questa prova di forza del nuovo esecutivo italiano seguirà la necessaria intelligenza nell’affrontare la complessità della questione migratoria, che non si lascia ridurre a una rissa politica interna e deve tenere conto di requisiti umanitari non derogabili.

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