Sui migranti respinti ai porti italiani

Relitto | © Abraham Wiebe
Relitto | © Abraham Wiebe

Considerazioni sui casi di queste ore: navi cariche di migranti chiedono attracco ai porti italiani. Il nuovo Governo di Roma rifiuta. La vicenda ha anche un risvolto umanitario, ma non la si chiarisce sin quando non si individua il punto di controversia. Anche la questione delle acque territoriali, delle zone di competenza per i salvataggi e delle catene di comando ha importanza relativa.


 

L’Italia è tenuta a soccorrere chi si trova in difficoltà in mare, sia per il proprio diritto interno (Codice della navigazione, artt. 489, 490) sia per il diritto internazionale (convenzioni UNCLOS art. 89 e «di Amburgo» o SAR), che obbligano a prestare soccorso quando vi sia pericolo di perdita dell’imbarcazione o di vite umane.

Per quale ragione, allora, rifiuta gli attracchi? Tralasciamo la presa di posizione politica interna, che qui non interessa. Dimentichiamo anche la diatriba con Malta, sebbene la sua condotta non sia sempre convincente. L’isola ha delle ragioni, se rifiuta nuovi sbarchi. Meno comprensibile è che esiti a dare assistenza anche a navi a cui potrebbe fornire semplice supporto medico o materiale, senza farne sbarcare gli occupanti. Anche l’assistenza a bordo, infatti, almeno nel caso Aquarius, è stata prestata da navi giunte dalla più lontana Italia. Nel complesso, il contributo di Malta risulterebbe comunque poco rilevante, per ragioni dimensionali. Va evitato anche l’uso di termini che scaldano il cuore ma non servono a chiarire il caso («disperati,» «naufraghi,» «accoglienza»). La vicenda ha anche un risvolto umanitario, ma non la si inquadra sin quando non si individua il punto di controversia. Anche la questione delle acque territoriali, delle zone di competenza per i salvataggi e delle catene di comando ha importanza relativa.

 

Il punto dirimente

Punto chiave è lo stato di fatto e di diritto delle navi come Aquarius e dei loro occupanti, cittadini stranieri presumibilmente senza titolo di ingresso in territorio europeo e solo in parte aventi diritto all’asilo politico o alla protezione umanitaria. Normalmente tali navi non sono in pericolo di perdita, sono efficienti e governate da organizzazioni umanitarie internazionali. Possono, al più, essere sovraccariche (ma il sovraccarico dipende da una decisione consapevole del comandante). Raccolgono i loro passeggeri al largo delle coste libiche, individui mandati al naufragio da trafficanti senza scrupoli che lanciano in mare, su barconi precari, anche donne, bambini e minori non accompagnati, sapendo che vi sono organizzazioni europee che giungono in quelle acque e li prelevano per traghettarli in Europa con navi sicure.

Non si tratta, perciò, di veri e propri naufraghi, ma di persone che vengono deliberatamente mandate al largo su barche non in grado di tenere il mare. I cittadini stranieri che si lanciano in queste avventure, inoltre, sono generalmente consapevoli sia del rischio che corrono sia che stanno tentando di accedere illegalmente al territorio europeo. Provengono molto spesso da Paesi africani nei quali non vi sono crisi generalizzate o gravi emergenze umanitarie. Vedono e non impediscono che sui gommoni vengano caricati anche minori e donne incinte. Coloro che tentano questa strada perché perseguitati o provenienti da aree di crisi, e che pertanto hanno diritto alla protezione ai sensi delle norme internazionali o nazionali applicabili, si mischiano ad altri, statisticamente in larga maggioranza, che si spostano per ragioni economiche, abusando della normativa sul diritto d’asilo. Inoltre, vi è il sospetto che tra alcune organizzazioni non governative e i trafficanti di persone sorga una tacita complicità: i trafficanti lanciano persone in mare al largo della Libia, le ONG le «salvano» e le traghettano in Europa.

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Se è vero che le norme del diritto nazionale e internazionale obbligano a soccorrere chi si trova in pericolo in mare, è altrettanto vero che tali norme non sono state pensate per situazioni-limite come quelle che si verificano ormai da anni al largo della Libia. Le operazioni di autentico soccorso in mare dovrebbero essere, di loro natura, sporadiche, causate da eventi straordinari (tempeste, collisioni, guasti tecnici gravi). La frequenza e le circostanze dei fatti che si ripetono nelle acque libiche spostano i termini della questione. Il confine è molto sottile: da una parte vi è una lodevole attività di salvataggio, dall’altra vi è un concorso nella commissione di reati di traffico di esseri umani e immigrazione clandestina, in continuità con le organizzazioni criminali che poi gestiscono i flussi di persone in arrivo sulle coste italiane. Diventa difficile vedere in tutto ciò una normale attività di salvataggio di naufraghi, vittime di intemperie o di altri eventi eccezionali, che corrisponderebbe alla ratio delle norme che impongono il soccorso in mare.

Tecnicamente, non vi è dubbio che la tutela della vita, come bene giuridico, prevale sulla tutele attuate da altri reati. Per salvare una vita in (reale) pericolo, si possono violare altre norme che tutelano beni giuridici di valore inferiore. Ciò non autorizza, però, migliaia di persone ad esporsi intenzionalmente al rischio della vita, persino pagando i passatori, per fare rotta verso l’Europa su gommoni semisgonfi, con l’intento di procurarsi un illecito ingresso sul territorio, contando sul fatto che il principio supremo di tutela della vita garantirà loro sempre il soccorso e l’impunità. Neppure si può accettare che coloro i quali hanno diritto alla protezione internazionale, perché fuggono davvero da crisi e persecuzioni, vedano gli spazi e le risorse disponibili per loro impiegati da una maggioranza schiacciante di persone che abusano dell’asilo politico e umanitario senza averne diritto, ed essendo, per giunta, consapevoli di trovarsi nell’illegalità.

 

Il conflitto e due possibili modi di approccio

Gli occupanti di navi come Aquarius non sono vittime di un imprevisto. Sia i passeggeri sia soprattutto i conduttori delle navi sanno molto bene di agire, se non nell’illegalità, in zone pericolosamente grige del diritto del mare e del diritto migratorio. I passeggeri sanno che si imbarcano su gommoni non in grado di navigare poche miglia oltre le coste africane. Sono ben consapevoli di essere oggetto di traffico illecito, poiché hanno pagato laute somme di denaro alle organizzazioni criminali, per farsi trasportare. Sanno anche di trovarsi in uno status di illegalità verso i Paesi in cui tentano l’approdo senza titoli. Accettano consapevolmente il rischio di essere respinti, giunti alle coste europee. Questi elementi soggettivi non possono essere tralasciati, nella valutazione di queste fattispecie. C’è differenza, tra chi accetta consapevolmente un rischio e chi è vittima di un incidente.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Ciò non significa che gli occupanti delle navi debbano essere lasciati morire in acqua o affamati sulle imbarcazioni che li raccolgono. In questa situazione, però, i doveri umanitari di assistenza agli occupanti di una nave entrano in conflitto con il dovere giuridico di non rendersi complici di un abominevole traffico di esseri umani e di tentativi di ingresso illecito in Europa. La via d’uscita da questo conflitto non è banale e non può essere cercata in battibecchi da strapaese.

La precedente amministrazione italiana aveva scelto di consentire che le navi cariche di persone prelevate dal mare al largo della Libia attraccassero ai porti della Penisola. Nel conflitto, pertanto, faceva prevalere le norme che impongono il soccorso, ma con ciò tacitamente incoraggiava il traffico di esseri umani e gli ingressi clandestini, pur avendo ridotto i flussi stringendo accordi con i Paesi africani. La nuova amministrazione ha invertito l’approccio: fa prevalere la protezione delle frontiere italiane (ed europee) dagli ingressi illegali, ritenendo che le norme che impongono di offrire un porto sicuro a navi che hanno occupanti in difficoltà non vadano necessariamente applicate, se tali difficoltà non sono dovute a caso fortuito, ma indotte da chi tenta consapevolmente di accedere illegalmente al territorio, tradendo così la finalità sociale della norma che obbliga a salvare gli uomini in mare. Roma lamenta inoltre l’inerzia di altri Paesi, che non prestano soccorso.

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Nessuno dei due approcci risolve il problema. Al primo va il merito di aver ridotto i flussi, al secondo quello di aver obbligato l’Unione europea a prendere atto dell’insoddisfazione dell’Italia, sin qui pressoché ignorata. La precedente strategia non riusciva a riscuotere gli altri Stati europei dalla loro indifferenza; quella attuale non ha sinora compromesso la vita degli occupanti delle navi, ma apre il problema della loro destinazione. L’eventuale ritorno in Libia solleva la questione del trattamento che sarebbe loro riservato in strutture di raccolta che non rispettano principi di umanità.

Si fa in fretta ad addebitare «disumanità» e ogni altra attitudine malevola agli europei e allo Stato di diritto. La disumanità sta ben a monte: la presenza, tra gli occupanti di Aquarius e delle altre imbarcazioni in situazioni analoghe, di persone deboli, donne incinte e minori non accompagnati è un disgustoso ricatto morale a cui i trafficanti di uomini pongono di fronte i Governi: volete mettere a repentaglio la vita di ragazzini, bambini, donne gravide? D’altra parte, non si può sempre difendere la condotta dei migranti, pur con tutta l’umana comprensione per la loro situazione. Tentare di accedere senza presupposti al territorio di uno Stato, varcandone le frontiere in malafede, resta pur sempre un illecito, fatte salve le eccezioni previste, alle quali però bisogna dimostrare di aver titolo.

 

La soluzione del conflitto

La soluzione del conflitto non è a portata di mano. Va vista su un doppio fronte: da una parte, gli accordi di Dublino, che determinano quale Stato debba trattare le domande di asilo di chi giunge in Europa; dall’altra, i rapporti fra Italia, Libia e altri Stati del Nord e Centro Africa. Gli accordi di Dublino impongono una serie di condizioni molto sfavorevoli per i Paesi della frontiera esterna dell’Unione europea. Non si può non notare, però, che l’Italia ha sottoscritto senza fiatare questi accordi, a più riprese, anche le loro successive modificazioni, fra il 2003 e il 2013. La responsabilità non è da addebitarsi a questa o quella corrente politica, poiché, in quel decennio, molti Governi diversi si sono succeduti a Roma e tutti sembrano aver agito sul fronte di Dublino con una certa disattenzione, forse più concentrati sulle dispute di politica interna.

In merito alla Libia e agli Stati africani coinvolti, gli accordi siglati dal precedente Governo italiano, con un’azione tardiva ma efficace, hanno ottenuto risultati nel prevenire gli sbarchi e gestire i respingimenti. Andrebbero conservati ed estesi. In Libia, però, l’Italia è stata di fatto assente dal processo di ricostruzione, dopo la caduta del regime di Gheddafi. Non ha partecipato neppure, se non in modo meramente formale, alla recente Conferenza di Parigi che ha definito importanti tappe per il consolidamento dello Stato libico. Non è significativamente presente con truppe militari in Africa centrale e Sahel, dove invece operano militari francesi, tedeschi e di altri Paesi, per coadiuvare gli Stati della regione a controllare i flussi di persone che poi entrano in Libia e di lì giungono in Europa. Roma ha delegato ad altri la gestione di quelle aree di crisi, che sono all’origine del problema migratorio.

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Da due anni l’Italia non è presente, non si dice con un ministro, ma nemmeno con un funzionario di alto livello, ai lavori della Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza, la più importante sede europea dove si discutono le questioni internazionali attuali, in particolare migrazioni, cooperazione allo sviluppo, sicurezza allargata e quant’altro. Il ministro ci va mezza giornata, fa mostra di sé ma non interviene nelle discussioni. Stendiamo un velo pietoso, poi, sul contributo dato dagli analisti e dai think tank italiani in materia, incapaci di scrivere dieci righe senza cadere in baruffe ideologiche da anni Settanta e nel linguaggio da azzeccagarbugli vanto dell’accademismo italico. La Storia non si ferma ad aspettarli.

L’obiettivo è ridurre, regolare o eliminare i flussi migratori, agendo sui Paesi di provenienza. Questa è la strada che la comunità internazionale ha individuato e persegue da anni, con attività di sviluppo e cooperazione internazionale, operazioni militari e collaborazioni istituzionali, registrando anche non pochi successi. Da tali attività l’Italia è sempre assente, o partecipa con profili bassissimi. Un Paese di piccole dimensioni come l’Olanda si sta muovendo in modo quantitativamente e qualitativamente molto più efficace, su questi scenari. A queste condizioni, l’Italia non può andare lontano.

La nuova amministrazione italiana si trova di fronte a tre sfide, non sostanzialmente diverse dal passato. Su un fronte, trovare soluzioni per il soccorso agli occupanti delle navi che raccolgono persone al largo della Libia. Questi hanno diritto al soccorso umanitario a prescindere dal loro status giuridico individuale. Vanno trovate, però, le modalità per far sì che tale soccorso non si trasformi in un favoreggiamento delle organizzazioni criminali di passatori e di coloro che cercano di entrare illegalmente in Europa, calpestando chi ha davvero diritto all’asilo. Sull’altro fronte, Roma dovrà confermare ed estendere gli accordi già siglati con i Paesi africani, ma lavorare più convintamente di quanto i Governi italiani abbiano fatto sinora all’eliminazione delle cause di questi flussi migratori. Ciò può comportare una consistente presenza di militari italiani nelle aree interessate, a fianco di quelli degli altri Paesi già operanti (ben oltre le poche centinaia di unità che Roma intendeva mandare in Niger), una più efficace cooperazione internazionale sul piano economico e istituzionale, un maggior coordinamento con i partner internazionali.

Infine, sul piano interno, serve una più decisa lotta alla criminalità che abusa dei flussi migratori e un’attenta sorveglianza sulle organizzazioni non governative. Molte svolgono attività di alto valore umanitario, ma lo status di ONG non è una patente di legalità e innocenza. E’ vero che l’Italia è stata lasciata sola a gestire l’emergenza migratoria. D’altra parte, i Paesi che investono denaro e soldati per stabilizzare gli Stati di origine e transito dei flussi migratori hanno atteso invano, sinora, una partecipazione adeguata dell’Italia, che si è sempre smarcata o limitata a fare il minimo possibile.

Vedremo se la strategia attuata dal nuovo esecutivo italiano sarà sostenuta dalla necessaria intelligenza nell’affrontare la complessità della questione migratoria, che non si lascia ridurre a una rissa politica interna e deve coniugare il controllo del territorio con il rispetto di requisiti umanitari non derogabili.

7 commenti

  1. Ho letto con grande interesse.
    Chiaro e molto equilibrato. La ringrazio. E complimenti.

  2. Una riflessione pacata e imparziale che si limita ad analizzare i fatti senza ipocriti (e inutili) sentimentalismi nè sparate da bar sport. Peccato che sia nei giornali sia nei vari social il tono sia ben diverso, tanto che ormai ho smesso di leggerli.

  3. Valerio Fornasari

    Complimenti per la usuale chiarezza, questo articolo dovrebbe essere pubblicato obbligatoriamente su tutti i media sia informativi che «sportivi» per far aprire la mente anche ai più inossidabili bevitori di notizie. La ringrazio

  4. Una chiara analisi, oggettiva e senza troppi buonismi. Spero la leggano in molti.

    • Grazie. Infatti non vi è alcun bisogno di buonismi o cattivismi. Certamente la situazione attuale è senza precedenti, ma i fatti sono quelli che sono. La distinzione tra buoni e cattivi, che ricorda piuttosto i giochi alla guerra delle scuole elementari, diventa bandiera dei diversi gruppi d’opinione e non aiuta ad avanzare.

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