Polonia – Unione europea: scontro che ci riguarda

Polonia - Unione europea: lo scontro costituzionale e culturale
Varsavia, Palazzo della cultura e della scienza | © Valik Černeckyj

La controversia Polonia – Unione europea sulla prevalenza del diritto europeo su quello nazionale riguarda tutti. La questione culturale: anche l’Unione europea ha le sue colpe, nella tensione degli ultimi anni. Il ruolo di Mosca e le prospettive di una Polonia fuori dall’Unione. L’indipendenza dei giudici dalla politica è un caposaldo dello Stato di diritto. La questione della difesa europea comune.


La Corte costituzionale della Polonia ha dichiarato incompatibili con la Costituzione polacca elementi essenziali dei trattati europei e ha affermato che i giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea avrebbero agito fuori dalle loro competenze. Si tratta di una decisione senza precedenti. Si legge che altri tribunali costituzionali europei, in particolare quello tedesco, ma anche la Corte costituzionale italiana, avrebbero emesso in passato sentenze analoghe. Non è vero: le decisioni citate concernono casi specifici di conflitto tra il diritto europeo e quello nazionale, inoltre non mettono in discussione la competenza dei giudici della Corte europea; la sentenza polacca colpisce il principio generale di diritto secondo cui la giurisdizione europea prevale su quelle nazionali, e dichiara i giudici dell’Unione non competenti a decidere. Giuridicamente, c’è una differenza enorme.

La prevalenza del diritto europeo su quello nazionale è un principio accettato da ogni Stato membro all’atto della sua adesione all’Unione europea. Dichiarare anticostituzionale tale principio e parti dei trattati europei significa, per logica giuridica stringente, dichiarare l’uscita della Polonia dall’Unione europea. Il governo polacco afferma di non volere il recesso del Paese dall’Unione, ma nei fatti pone in essere da tempo provvedimenti che vanno in tale direzione.

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La sentenza polacca ha una chiara marca politica e viene da un Paese che utilizza la giustizia, in particolare la Corte costituzionale, per attuare le volontà del potere esecutivo e legislativo, come tutti gli Stati autoritari. Lo scontro fra Unione europea e Polonia perdura da anni, proprio su questo punto: la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario è un caposaldo dello Stato di diritto. Non è ammesso nell’Unione europea chi non lo riconosce. Sull’accaduto si possono fare alcune rapide considerazioni.

Polonia – Unione europea: Bruxelles non è senza colpe

L’Unione europea non è priva di colpe. Nei confronti della Polonia, ma anche dell’Ungheria, l’Ue si è concentrata su questioni controverse. E’ parso per lungo tempo che l’unica preoccupazione dell’Unione fossero i diritti delle coppie omosessuali e le quote di migranti. Sono questioni importanti per se stesse, ma sono accessorie alla questione generale, che è costituzionale: se cade l’incastellatura costituzionale, come sta succedendo, cade anche tutto il resto.

Dietro la questione costituzionale ve ne è una culturale e storica. I governi conservatori dell’Est criticano l’idea europea di società come modernista e contraria ai valori della tradizione cristiana. Insistere sulla questione omosessuale in un Paese dominato dalla Chiesa cattolica più retrograda, parlare di migranti africani a popolazioni rimaste chiuse per decenni dentro una dittatura claustrofobica, ha offerto al governo sovranista di Varsavia (e a quello di Budapest) uno strumento ideale per squalificare l’Unione, additandola come entità che pretende di incidere in ambiti morali e identitari che non le sono propri.

Sugli abitanti delle campagne e sulle fasce sociali meno istruite, in tutto l’Est Europa post-comunista, queste argomentazioni hanno una presa enorme, generalmente sottovalutata in Occidente. Sono gli stessi temi professati dall’eurasiatismo e cavalcati in Russia dal regime di Vladimir Putin, sebbene la Polonia sia divisa dalla Russia da una secolare diffidenza.

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La difesa comune europea e la posizione polacca verso la Russia

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sulla strategia russa in Europa

L’Unione europea si trova a un bivio della sua storia su un elemento essenziale per la sicurezza dei cittadini: la necessità di costruire una difesa militare comune, fattasi urgente con l’impossibilità sopravvenuta di conservare la fiducia per troppo tempo riposta nell’alleanza con gli Stati uniti d’America. Sin dal momento della sua adesione alla NATO e all’Unione europea, la Polonia ha sempre mantenuto una relazione diretta e privilegiata con gli Stati uniti, in funzione anti-russa. Sul legame con gli Stati uniti oggi più nessuno può contare, in Europa. Da sola, anche la Polonia, come tutti gli altri Stati dell’Unione, non ha alcuna possibilità realistica di profilarsi come potenza militare autonoma.

Jarosław Kaczyński, capo del partito al governo in Polonia e vero decisore politico del Paese, sembra non rendersi conto che la Polonia, se lascia l’Unione europea, cade il giorno dopo là dove non vuole, nelle braccia del Cremlino. Si dice che i cittadini polacchi sarebbero a grande maggioranza favorevoli alla permanenza del loro Paese nell’Unione europea. Il governo, però, controlla tutti i media pubblici del Paese. Può indirizzare l’opinione pubblica dove vuole e rendere il risultato di un eventuale referendum più incerto di quanto gli ottimisti credano.

I giuristi polacchi e molti cittadini sono ben consapevoli della deriva presa dal loro Paese. Il problema è che in una società dove i media sono controllati da Chiesa e governo, la popolazione, tolte le minoranze più attente, segue ciò che le dicono le TV e i religiosi. La lunga repressione subita dalla Chiesa durante la dittatura comunista non ha ridotto l’influenza del clero: tornata a galla dopo la fine del regime, la Chiesa cattolica ha scoperto di avere conservato una presa fortissima sulla popolazione, per il ruolo di rifugio e custodia dei valori tradizionali messi in discussione dall’ideologia marxista-leninista.

Polonia, Unione europea e storia recente

Con politiche assistenziali, molte delle quali, per paradosso, finanziate proprio da fondi europei, il governo di Varsavia conquista il voto delle fasce di popolazione che beneficiano di aiuti sociali: è in questo modo, che il partito conservatore e sovranista >PiS Prawo i Sprawiedliwość («diritto ed equità») salì al potere nel 2015, esercitando da quel momento un rigido controllo sui media, sugli organi di giustizia e persino sui libri di storia, in stretta sintonia con la Chiesa cattolica più conservatrice. In una campagna referendaria per l’uscita della Polonia dall’Ue, non vi è dubbio, infine, che la Russia utilizzerebbe tutti gli strumenti di influenza a sua disposizione per sostenere il sì.

Legga anche: Trinità polacca: le elezioni del 2015 in Polonia e la vittoria del PiS

Nei fatti, i governanti polacchi pensano di spingere verso una riforma dell’Unione europea, sostenuti da altri partiti sovranisti e populisti di alcuni Stati membri. L’intento è trasformarla in un’unione economica e doganale, togliendole il ruolo di integrazione politica. Ciò renderebbe l’Unione europea inutile ai suoi scopi. Dietro a queste proposte vi sono politici impreparati, incapaci di misurare le dimensioni e le conseguenze delle loro azioni.

Ci si deve augurare che l’Unione europea contrasti la decisione della Corte costituzionale polacca, almeno bloccando l’erogazione di ulteriori fondi a Varsavia. La decisione della Corte polacca ha lo stesso valore sostanziale di una dichiarazione di recesso dall’Unione secondo l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, quello utilizzato dal Regno unito per la Brexit. L’Europa può rinunciare a uno Stato, ma non ai suoi principi fondanti.

Se i polacchi votano a maggioranza un partito che smentisce secoli di storia del loro Paese e lancia la Polonia in grembo alla Russia, è una loro decisione. E’ triste, però, vedere un Paese con un così grandioso passato abbandonato in mano a politici che sembrano non riconoscere la realtà, per impreparazione, bigottismo e smania di potere.

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4 risposte

  1. Caro Lovisolo, la società polacca, come quella degli altri paesi dell’Europa orientale che appartennero al fu impero sovietico, è pochissimo conosciuta in Italia e sarebbe utilissimo se Lei ce ne parlasse.

    La Polonia è un paesi di grande storia e di grande cultura, e appare incredibile che politicamente vada oggi alla deriva, condotta come Lei ben dice da una combinazione politico-confessionale così retriva e ottusa. Eppure un politico polacco, liberale, Tusk, è stato nientemeno che il Presidente del Consiglio Europeo: ma qual è il suo seguito? Dove il suo partito può trovare alleati? Che forza reale hanno?

    Ho l’impressione che anche in Polonia (come non solo in altri paesi dell’Europa orientale, ma in certa misura anche negli Stati Uniti) molto dipenda dal divario culturale fra le capitali, o grandi città con tradizioni di studi e di élite intellettuali, e le campagne, troppo lontane da tutto questo e rimaste molto arretrate anche dopo l’affrancamento dal comunismo. E’ così?

    Grazie sin d’ora delle sue spiegazioni, e alla prossima

    1. Gentile Delfiol,

      Il fatto che un polacco sia stato presidente del Consiglio europeo, mentre il suo Paese sbanda verso l’autoritarismo, è una delle tante contraddizioni delle società dell’Est. Donald Tusk guida la «Coalizione civica:» nel 2015 questa formazione ha registrato clamorose perdite, proprio presso quelle fasce di popolazione di campagna e socialmente svantaggiate (anche nelle periferie urbane) che il partito attualmente al governo ha conquistato con aiuti sociali e argomentazioni populisitiche.

      Lo si vede bene anche in Italia e altri Paesi: i partiti europeisti e sostenitori dello Stato di diritto si arroccano su posizioni elitarie, incomprensibili per molte parti della popolazione. Sembrano incapaci di risolvere alcune problematiche sociali, mentre fanno battaglie per sé legittime a favore di minoranze o per principi astrattamente apprezzabili, lasciando però senza risposte concrete la maggioranza della popolazione. Aprono così la strada a chi propone soluzioni semplici, che in realtà sono un alibi per l’autoritarismo. A tutto si aggiunge il ruolo della Chiesa, molto più forte di quanto lo sia in Italia, dove l’ingerenza dei vescovi è già ai limiti. Il partito di Tusk è in crescita, ma lo è anche quello attualmente al governo: non meraviglia, perché, come spiego nell’articolo, i media pubblici e la Chiesa sono tutti favorevoli alla linea governativa.

      Lei tocca il punto, quando afferma che una causa di molti mali dell’Est Europa è la divergenza di sviluppo tra città e campagne. Tra i tanti, è uno dei peggiori fallimenti dei regimi comunisti e delle economie pianificate, non aver saputo attivare uno scambio proficuo fra aree urbane e aree rurali. Nelle economie libere dell’Occidente, la migliore interazione, stimolata dagli scambi economici e personali, ha permesso di raggiungere una sostanziale equivalenza di tenore di vita, opportunità di istruzione e possibilità di sviluppo tra città e campagne. In molti Paesi dell’Est, aree urbane e zone rurali restano due circuiti sociali, economici e culturali, talvolta persino linguistici, ben distinti (spiego meglio in >questo articolo, riferito alla Russia, ma gli stessi argomenti valgono per molte realtà dell’Est). E’ anche uno dei grandi errori di noi occidentali, non tenere conto a sufficienza di questa realtà, quando analizziamo ciò che accade a Est. Cerco, da parte mia, di spiegare queste cose, vorrei fare di più, ma i mezzi e tempo a mia disposizione sono quelli che sono. Questi argomenti, in generale piuttosto scomodi in un Paese come l’Italia, non trovano udienza nei media, bisogna arrangiarsi come si può (e, del resto, è meglio così). Grazie e cordiali saluti. LL

  2. Cortese Signor Lovisolo,

    L’Unione Europea è nata dall’evoluzione dei principi e delle azioni voluti dai “padri fondatori” – anni cinquanta – che non consistevano solo in una mera integrazione economica bensì nella creazione di una “federazione” (Schuman) indispensabile per il mantenimento della pace e della sicurezza. Nel corso degli anni, per costituire un’Unione, gli Stati membri hanno dovuto limitare la propria sovranità attribuendo alle istituzioni comunitarie il potere di prendere decisioni per gli Stati che ne fanno parte (Trattato di Maastricht) in base al principio della sussidiarietà volto a salvaguardare l’ambito di competenza statale contro ogni ingerenza europea che non sia necessaria. Premesso quanto sopra, sorge il dubbio che Nazioni come la Polonia siano entrate a far parte dell’Unione Europea più per ricevere aiuti finanziari ed economici che non per spirito di cooperazione politica, di sicurezza e salvaguardia dello Stato di diritto probabilmente perché, almeno per i primi due aspetti, possono contare su fonti dell’area sovietica.

    1. Buongiorno,

      E’ vero che l’Unione (prima Comunità) europea è nata per gli scopi che Lei ricorda e che non potrebbe raggiungerli, se diventasse una mera unione doganale o di mercato, come taluni vorrebbero. Non credo che sia del tutto corretto, però, affermare che gli Stati membri abbiano dovuto limitare la loro sovranità. Una limitazione di sovranità si ha quando essa è soggetta a entità più forti e non controllabili, ad esempio l’influenza di uno Stato estero. Ritengo più giusto affermare che gli Stati membri condividono la loro sovranità all’interno dell’Unione. Ogni Stato dell’Unione, infatti, contribuisce a determinare gli indirizzi dell’Unione stessa attraverso le diverse istituzioni consiliari e i cittadini votano un parlamento europeo comune. Le parti di sovranità che gli Stati passano all’Unione, pertanto, non sono limitate da un potere esterno, ma sono gestite in condivisione con gli altri Stati.

      Senz’altro la leva economica ha giocato un ruolo importante, nella formazione della volontà di aderire all’Unione europea, presso tutti gli Stati che erano membri dell’Unione sovietica e del Patto di Varsavia. Credo sia ingeneroso, però, ridurre alla motivazione economica la loro aspirazione ad aggregarsi agli organismi occidentali. Ricordo piuttosto bene quegli anni. La volontà dei Paesi dell’Est di liberarsi dal regime comunista e dal giogo sovietico era fortissima, e non aveva solo ragioni economiche. Per quanto riguarda la Polonia, in particolare, una storia di secolari scontri e diffidenze la divide dalla Russia. Benché l’Unione sovietica fosse formata da 15 repubbliche, per tutti i Paesi confinanti rappresentò sempre la prosecuzione della storica egemonia della Russia nella regione. Unirsi all’Unione europea e alla NATO significò innanzitutto, per i Paesi dell’Europa orientale, dare un taglio netto per liberarsi dalla perdurante e paternalistica invadenza russa.

      Le difficoltà che si registrano oggi con alcuni Paesi dell’Est, rispetto alla loro integrazione europea, sono dovute piuttosto alle scelte fatte successivamente, in particolare da governi e popoli forse non sempre maturi per il confronto con la società occidentale. Dal Dopoguerra in poi, l’Europa occidentale ha compiuto un cammino di trasformazione sociale, oltre che economica, dal quale gli Stati sovietici e del Patto di Varsavia sono rimasti esclusi. Come spiego anche nell’articolo e nell’altro commento qui sopra, il successo dei partiti populisti e antieuropei si deve agli squilibri lasciati da decenni di dittatura, su molti fronti. Avendo conosciuto e vissuto da vicino quegli anni di passaggio, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, non credo che gli sviluppi successivi si lascino ridurre a facili equazioni, spesso formulate in base a criteri occidentali, non sempre applicabili a quelle realtà. Cordiali saluti. LL

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