Nave Diciotti: epilogo di un’odissea

Ruota del timone | © Maximilian Weisbecker
Ruota del timone | © Maximilian Weisbecker

La vicenda giudiziaria seguirà il suo corso, quella di politica interna italiana qui non interessa. Alcuni punti che restano sospesi, mentre il caso si avvia alla conclusione. Cento cittadini stranieri presenti sulla Diciotti sono stati «ridistribuiti» alla Conferenza episcopale italiana, che però non è uno Stato. Le sfide sono quelle di sempre, gli strumenti per affrontarle anche, basterebbe usarli con efficacia.


Sul caso Diciotti si potrebbe scrivere un libro. Non lo farò. La vicenda giudiziaria seguirà il suo corso, quella di politica interna italiana non mi interessa. Riassumo, senza pretesa di completezza, alcuni punti che restano sospesi, mentre il caso volge al tramonto: la provenienza degli stranieri presenti sulla nave, l’intervento della Chiesa e il ruolo dell’Unione europea.

In base alle informazioni note, i cittadini stranieri giunti sulla nave sarebbero in larga misura eritrei. L’Eritrea è uno Stato in cui vigono condizioni di repressione proibitive. Per questo motivo la quasi totalità dei cittadini eritrei che chiedono asilo, in Italia, qui in Svizzera o altrove, lo ottiene subito, perché ne ha reale diritto. Nella maggioranza dei casi è vero il contrario: ad approdare sono cittadini che non possono ottenere l’asilo e tentano di entrare in Europa abusando delle norme rispettive, e qui la severità è d’obbligo.

Il diritto d’asilo deve essere accertato con una pratica specifica, ma, normalmente, già in base al Paese di provenienza è possibile capire se lo straniero può ragionevolmente aspirare allo status di rifugiato. La situazione soggettiva degli occupanti della Diciotti andrà verificata, non mancano precedenti di persone provenienti da altre aree del Corno d’Africa che si sono spacciate per eritree facendo leva sulla somiglianza dei tratti somatici che accomuna quelle popolazioni. Certamente, però, la possibilità che gli occupanti della nave avessero davvero titolo alla protezione era fin da subito chiaramente molto elevata. Prendendo proprio quei cittadini, per imbastire una contesa, il Governo italiano ha mostrato leggerezza e impreparazione, a monte di ogni altra considerazione.

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Su un altro piano, resta da chiarire come quei cittadini stranieri siano giunti a bordo della Diciotti. Al momento, su quanto accaduto al largo di Lampedusa, in particolare sul ruolo di Malta, vi sono solo ricostruzioni giornalistiche. L’accertamento dei fatti richiede analisi più approfondite, tuttora in corso. Tutto ciò premesso, gli occupanti della Diciotti erano in numero relativamente esiguo, per la provenienza erano prevedibilmente titolati in maggioranza a ricevere asilo e si trovavano già su una nave militare italiana. Farli scendere senza clamori e indirizzarli ai centri di accoglienza non avrebbe dato fastidio a nessuno e avrebbe evitato il montare di una ridda di questioni giuridiche, umanitarie e diplomatiche del tutto sproporzionata al caso. Il problema dei flussi migratori, che esiste, ha dimensioni tali per cui un caso come Diciotti non influenza le questioni maggiori. Si deve poter risolvere con intelligenza senza affogare in un bicchier d’acqua.

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Sull’intervento della Chiesa, due questioni. Secondo il Governo italiano, cento cittadini stranieri presenti sulla Diciotti sono stati «ridistribuiti» alla Conferenza episcopale italiana, che però non è uno Stato. La CEI non è né la Santa sede né lo Stato della Città del Vaticano, che hanno soggettività giuridiche proprie e distinte dalla Repubblica italiana. La CEI è l’organo di governo della Chiesa italiana. I migranti saranno perciò distribuiti sul territorio italiano, faranno richiesta d’asilo all’Italia e da questa riceveranno gli aiuti e le garanzie previste. Vivranno poi in strutture di ospitalità, parrocchie o conventi della Chiesa, come già avviene per molti altri migranti. Perciò, questi cento occupanti della Diciotti sono sbarcati in Italia, a tutti gli effetti giuridici e fattuali.

Non è chiaro se sia stata la Chiesa a offrire questa soluzione o se il Governo, bisognoso di una via d’uscita da una situazione fattasi insostenibile, abbia contattato gli organi ecclesiastici. Non è questione di poco conto, ma il dato è ignoto. In un’intervista uscita questa mattina sul quotidiano italiano Il Corriere della Sera, alla domanda diretta del giornalista che chiedeva da chi fosse partita l’iniziativa, il presidente della Conferenza episcopale, Mons. Gualtiero Bassetti, non ha voluto rispondere. E’ fuor di dubbio che l’intervento della Chiesa ha permesso al Governo italiano di far sbarcare in Italia il maggior numero di occupanti della Diciotti, cosa che aveva giurato di non voler fare, ma senza mostrarsi in grado di trovare altre soluzioni. Lo sbarco, così, è stato venduto, invero piuttosto goffamente, come operazione svolta dalla Chiesa. Qualcuno ci crederà, non tutti, ma che importa. Ciò che conta è l’apparenza, chi vuoi che sottilizzi in punta di diritto.

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La seconda questione sulla Chiesa è più generale. Si vorrebbe finalmente sapere con quale Chiesa cattolica si ha a che fare. La Chiesa che in Italia è intervenuta per i migranti della Diciotti è teoricamente la stessa che in Polonia e Ungheria è strumento organico di potere per i governi conservatori di Orbán e Morawiecki (esile controfigura di Jarosław Kaczyński), che rifiutano ogni ridistribuzione di migranti, Chiesa che non nasconde propensioni antisemite e nazionaliste; quando dico «strumento organico» mi riferisco al fatto che in quei Paesi la Chiesa svolge un ruolo politico ancora più forte di quello che esercitò nell’Italia del secondo Dopoguerra.

E’ la stessa Chiesa che in Siria sostiene da quasi cinquant’anni il regime degli al-Asad, che di migranti è uno dei più grandi generatori dopo la seconda Guerra mondiale. Come si conciliano con l’accoglienza i vescovi, fraticelli e suorine di Siria che tempestano la Rete di interviste a sostegno di al-Assad; i vescovi polacchi e ungheresi che si guardano bene dal prendere le distanze dai loro governi, di cui, anzi, sono felici stampelle? Come ripagherà il Governo italiano la Chiesa, per avergli disinnescato una bomba di 100 richiedenti asilo con altissima probabilità di essere veramente tali, che stava per scoppiare in mano a un ministro troppo focoso per quel ruolo, permettendogli di mascherare con il nome della CEI un’operazione che in realtà è tutta italiana, e tacendo sui particolari quando richiesta? La questione umanitaria e giuridica, per quei cento, è risolta. Bene, certamente la Chiesa ha molti meriti anche in altre realtà umanitarie: da questa vicenda, però, esce mostrando tutte le sue contraddizioni.

Infine, la questione europea. A un’analisi superficiale, meraviglia che nessuno Stato Ue (tranne l’Irlanda) abbia accettato occupanti della Diciotti. Ripeto cose che ho già scritto in interventi precedenti, perciò stringo. L’Italia chiede la ridistribuzione su altri Paesi Ue, regolata dagli accordi di Dublino. Gli accordi di Dublino esistono da quasi trent’anni e sono stati più volte modificati: l’Italia ha sempre firmato di tutto, anche clausole a sé apertamente sfavorevoli. I suoi rappresentanti, impreparati e pasticcioni, sono stati assenteisti, distratti, incapaci di commisurare le conseguenze pratiche degli atti che firmavano.

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No, non si tratta di questo o quel governo o partito: in trent’anni l’atteggiamento è sempre stato lo stesso. Finché l’Italia continuerà a considerare ciò che si decide all’estero come una fastidiosa formalità, «tanto poi facciamo quel che ci pare» o più o meno, finché non manderà in Europa persone capaci, provenienti da una scuola che formi diplomatici e funzionari con una reale preparazione internazionale, continuerà così. I pochi italiani di valore in Ue sono rimasti casi esotici e isolati. Ultimamente, poi, per sopperire alle mancanze di idee, ci si mette con ricatti e dichiarazioni bambinesche.

Certo, sarebbe stato bello che qualcuno in più si fosse fatto carico dei cittadini stranieri arrivati sulla Diciotti. Ma oggi, quando da Roma qualcuno telefona a Berlino, Parigi o Madrid per chiedere condivisione di impegni, chi lo prende più sul serio? L’Italia non è più sola, aveva trionfato il Governo italiano a fine giugno. Aspettiamo i fatti, si era detto. Eccoli, i fatti. Come costruire una bomba e autodistruggersi in dieci lezioni, ma anche meno.

Le sfide sono quelle di sempre, gli strumenti per affrontarle anche, non c’è da inventarsi niente, basterebbe usarli con efficacia. E’ qui che casca l’asino.

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