Ultime risposte sull’ambasciatore francese

Parigi | © Bruno Abatti
Parigi | © Bruno Abatti

La risposta ad alcuni interessanti quesiti giunti dai lettori dopo il richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese in Italia. Perché sulle vicende correlate non vi è coerenza fra voto al Parlamento europeo e dichiarazioni pubbliche? Precisazioni sulla questione del gasdotto. E’ improbabile che l’Italia esca formalmente dall’Unione europea e dalla NATO, ma non è necessario che succeda, perché Roma cambi campo.


Rispondo ad alcuni interessanti quesiti giunti dai lettori a seguito dell’articolo sul richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese in Italia (>qui). Preciso ancora che non mi occupo di politica interna italiana e nemmeno di quella di altri Paesi, se non per quanto influisca su rapporti internazionali. Domande concernenti atti nazionali di uomini o partiti politici restano perciò senza risposta, grazie per la comprensione.

Matteo Salvini si dice oppositore di Maduro, in Venezuela, ma i parlamentari della Lega hanno votato in senso di fatto contrario al loro leader, perché? – Salvini sa molto bene che apparire direttamente o indirettamente sostenitori di Maduro, in questi giorni, è dannoso sul piano della comunicazione. Inoltre, il suo partito si colloca su un fronte ideologicamente opposto a quello di Maduro (se di ideologia si può parlare). Pubblicamente, perciò, il capo della Lega si pronuncia contro il regime venezuelano. Intanto, però, i suoi parlamentari, che decidono premendo materialmente i bottoni in aula, fanno il contrario, astenendosi dal voto e ottenendo quindi il risultato voluto da Mosca. Per scoprirlo bisogna scaricare i nomi dei deputati e fare il controllo incrociato dei voti. Quanti ne hanno il tempo e la pazienza? Lo stesso è accaduto l’altro ieri alla Camera dei deputati italiana, che ha tentato, con un provvedimento-tampone, di porre rimedio alla situazione: il partito di Salvini questa volta ha votato a favore, ma il provvedimento ammorbidisce il contrasto fra l’Italia e l’Europa sul Venezuela solo a parole. Letto in dettaglio, non modifica sostanzialmente l’allineamento di Roma alla posizione di Mosca (tanto che, insieme alla Lega, lo ha votato anche la sinistra più estrema), ma quanti approfondiscono oltre le dichiarazioni di facciata? Mi è capitato di scrivere che quello rappresentato dai media e da molti politici è un mondo parallelo, diverso da quello reale. Queste votazioni sul Venezuela ne sono una prova lampante. Il risultato è che l’opinione pubblica si forma sulla realtà parallela, non sui fatti.

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Nelle ore successive, la Francia ha parzialmente riconsiderato il disaccordo espresso sul secondo gasdotto Russia-Germania. Cambia qualcosa? E’ opportuno o no, costruire questo gasdotto? – La costruzione del gasdotto è in corso e nessuno si attendeva che si fermasse con una dichiarazione: ciò che importa è il segnale lanciato dalla Francia a Mosca, e ha funzionato. La Francia è tornata sulla sua decisione, ma ha fatto una dichiarazione pubblica sottolineando che il suo rinnovato consenso all’opera è legato a «garanzie sull’Ucraina,» cioè sul ruolo della Russia. Più chiaro di così non si può: chi ha avuto orecchi per intendere, ha inteso.

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L’opportunità o meno di costruire il gasdotto non può essere discussa qui. Coinvolge molti aspetti, in particolare il conflitto tra Russia e Ucraina e le preoccupazioni di altri Paesi dell’Est sulla maggior forza di ricatto che Mosca guadagna sull’Europa intera. Salvo sviluppi drammatici, come lo scoppio di un conflitto armato o altre gravi decisioni, è difficile che la costruzione del gasdotto possa essere fermata. Va ricordato che il ricatto energetico funziona in entrambi i casi: l’Europa è ricattabile se dipende troppo dal gas russo, ma lo è anche se non ha energia a sufficienza. La costruzione di grandi opere infrastrutturali, destinate a produrre effetti nel tempo, dovrebbe restare indipendente dalle questioni politiche del momento, ma non si può semplificare la questione in poche battute.

Eventuali dimissioni del Ministro degli esteri italiano contribuirebbero ad aprire gli occhi all’opinione pubblica? – Non credo che le dimissioni di un ministro (degli Esteri, poi) smuoverebbe l’opinione pubblica italiana. Visto da qui, il governo italiano si presenta formato da due componenti: una, che sembra agire in modo improvvisato, privo di ogni radicamento fattuale; l’altra, ridotta sostanzialmente al Ministro degli esteri e a quello dell’economia, rappresentata da ministri che mostrano reale competenza tecnica, ma non è chiaro quanto siano liberi di agire. E’ lo stesso quadro che si ebbe negli Stati uniti all’inizio dell’amministrazione Trump: agli uomini «antisistema» furono affiancate personalità più moderate e affidabili, ma queste ultime, una dopo l’altra, hanno dovuto abbandonare il campo, sotto la pressione della retorica e dell’improvvisazione degli altri. Se il Ministro degli esteri italiano oggi lasciasse, cadrebbe una delle poche persone sulle quali i partner dell’Italia possono fare affidamento, che quando apre bocca sa effettivamente cosa dice. Il guaio è che non si sa quanto gliela lascino aprire.

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C’è la possibilità che l’Italia abbandoni la NATO e l’Unione europea? – Formalmente, è improbabile che ciò accada a breve termine, ma non è necessario che succeda, affinché la Penisola traslochi di fatto in un diverso campo internazionale. Si guardi alla Turchia: fa ancora parte della NATO, ma oggi, nei fatti, è uno strumento della strategia di Putin in Medioriente. La NATO e l’Unione europea esistono sulla base di trattati fra Stati. I trattati sono fondamentali, ma se non sono sostenuti dalla buona fede e dalla fiducia reciproca che nasce da condotte coerenti e prevedibili, diventano carta straccia, anche se restano formalmente in vigore.

E’ la stessa strategia che sta adottando la Russia contro l’Ucraina: in quasi trent’anni dall’indipendenza, Mosca ha firmato innumerevoli trattati che riconoscono le frontiere ucraine. Tuttavia, nel 2014 ha occupato militarmente, in modo diretto o interposto, parti del territorio ucraino, e oggi le controlla di fatto. Il Cremlino sa benissimo che i trattati che aveva firmato, in questo modo, non valgono più nulla. Gli abitanti della Crimea e del Donbass una mattina si sono svegliati governati dalla Russia, punto. Poi, con le strade piene di militari russi, Mosca ha organizzato in quelle zone dei «referendum» per fingere una legittimazione popolare.

L’Italia non è esposta a un’aggressione militare, ma non ha bisogno di dichiarare l’uscita dalla NATO o di lanciare una Italexit, per aggregarsi a Mosca. Basta che cominci a comportarsi in modo non più coerente, a non meritare più la fiducia degli altri membri di queste istituzioni e a non esserne più un alleato prevedibile. Ecco che gli italiani resteranno formalmente nell’Ue e nella NATO, ma cadranno di fatto nell’orbita di Mosca, ed è molto probabile che moltissimi ne saranno felici, fin quando ciò non li toccherà sui soldi o sulla famiglia. Non è fantapolitica: ciò che sta succedendo in questi giorni, e che ho spiegato nel precedente articolo, ne è la dimostrazione evidente, se ve ne era bisogno. Quante volte, per rassicurare i loro elettori, i politici attuali hanno ripetuto: «Non vogliamo l’uscita dell’Italia dall’euro, dall’Unione europea, dalla NATO»? E’ vero, formalmente possono restare dentro tutte queste istituzioni, e vantarsene. Intanto, spostano il Paese altrove. Taglieranno i ponti, poi, fra vent’anni, quando la nuova situazione sarà ormai acquisita. Riconquistare la fiducia dei vecchi partner, allora, sarà ben difficile. Ecco perché i cambiamenti che stanno avvenendo, se continuano, avranno conseguenze a lungo termine: agiscono nel profondo, sulla fiducia nei rapporti reciproci.

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Perché, se ci sono di mezzo influenze russe, la Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, non quello in Russia? – Sono due piani diversi. Italia e Francia sono due Paesi facenti parte dell’Unione europea e della NATO: ciò richiede un elevatissimo grado di interazione e fiducia reciproca. Come spiegato sopra, il progressivo avvicinamento dell’Italia a Mosca rompe questo rapporto di fiducia.

Roma si sta facendo strumento e veicolo di influenze su Parigi da parte di uno Stato terzo e attualmente ostile. C’è un cambiamento in corso, che rischia di alterare alla base la cooperazione tra i due Paesi.

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