Trump, Facebook, Twitter: perché non è censura

L'oscuramento di Donald Trump
Microfoni | © Jonathan Farber

Il 6 gennaio i profili di Donald Trump sulle reti di socializzazione sono stati bloccati e sono stati disattivati interi siti a lui fedeli. Molti hanno gridato alla censura. Per analizzare la vicenda non bastano luoghi comuni o principi generali. La libertà di espressione non è mai illimitata. La differenza tra diritto pubblico e diritto privato. Una vicenda che ha messo in luce molte inadeguatezze.


Nel contesto dell’assalto del 6 gennaio al parlamento degli Stati uniti i profili di Donald Trump sulle reti di socializzazione sono stati bloccati; nelle ore successive sono stati disattivati interi siti utilizzati da estremisti e seguaci del presidente. Da molte parti si è gridato alla censura. Ne è nato un dibattito che si può riassumere in due punti: se la chiusura dei profili di Donald Trump e degli altri canali a lui fedeli sia stata una limitazione ingiustificata della libertà di espressione; se sia giusto che imprese private come Facebook o Twitter si arroghino tale enorme potere. Non è possibile rispondere a queste domande con luoghi comuni o con principi generali facilmente condivisibili, ma non sempre adeguati a decidere i casi specifici.

Per capirci dobbiamo ricordare che tutti noi, quando utilizziamo Facebook, Instagram e simili, siamo soggetti a due normative: a quella di diritto pubblico – cioè alla legge dello Stato – e a quella di diritto privato, cioè al regolamento di utilizzo della piattaforma. Quest’ultimo lo accettiamo nel momento in cui ci iscriviamo, di solito barrando una casellina.

Cominciamo dalla legge dello Stato. Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (o «libertà di espressione») non è illimitato. La restrizione che si ricorda più spesso è quella imposta dal reato di diffamazione, che punisce chi pubblica contenuti offensivi. Vi è anche un’altra limitazione, però: non si devono diffondere messaggi che compromettano l’ordine pubblico. Nel Codice penale si trovano, in Italia, il reato di «Diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico;» in Svizzera, quelli di «Pubblica intimidazione» o di «Pubblica istigazione a un crimine o alla violenza.» Sono solo esempi per dire che il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero può essere in conflitto con altri interessi degni di protezione: la legge, in questi casi, limita il diritto del singolo di esprimersi e tutela la collettività.

La questione del «primo emendamento» della costituzione USA

Si è letto da molte parti che il divieto imposto a Trump di usare i profili Internet avrebbe violato il primo emendamento della costituzione degli Stati uniti, che sancisce anche la libertà di espressione. La questione non si risolve con una battuta. Randall Kennedy, docente di diritto dell’Università di Harvard, intervistato dal >New York Times, ricorda che il primo emendamento tutela la libertà di espressione rispetto alla censura da parte di organi dello Stato, ma non nei contesti privati. In questo, la legislazione degli Stati uniti si differenzia da quella europea: in Europa, i diritti costituzionali fondamentali devono essere garantiti anche nei rapporti privati; negli Stati uniti, no, tanto che i partiti politici, ancora alla fine degli anni Quaranta del Novecento, poterono escludere dalle elezioni persone di colore. In quanto associazioni di diritto privato, infatti, non erano tenuti al rispetto dei principi di non discriminazione razziale sanciti dalla Costituzione. I partiti ebbero il dovere di rispettare i fondamenti costituzionali solo quando sentenze specifiche riconobbero che essi, pur essendo enti privati, svolgono una funzione pubblica.

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Per questo motivo, negli Stati uniti, Facebook, Twitter e le altre reti possono escludere chi vogliono, senza curarsi del principio costituzionale di libertà di espressione. In ogni caso, anche negli USA la libertà di espressione sancita dal primo emendamento non è illimitata: numerose sentenze statali e federali stabiliscono ad esempio che incitare a compiere atti illegali (Advocacy of illegal action) o diffondere informazioni intese a compromettere in modo manifesto e immediato l’ordine pubblico (Fighting words) non rientra nella libertà di espressione (una buona raccolta in: Legal Information Institute, US Constitution, First Amendment; >Cornell Law School).

Donald Trump ha utilizzato la sua libertà di espressione per incitare alla rivolta costituzionale: gli assalitori si sono mossi seguendo i suoi messaggi in Internet e hanno cessato le violenze solo quando lui ha diffuso un video in cui diceva loro di tornare a casa. Il nesso causale tra i due fatti è difficile da negare e non è limitato a quell’episodio. E’ piuttosto improbabile che Trump avrebbe potuto appellarsi al diritto costituzionale di libertà di espressione, quand’anche fosse stato applicabile. Lo stesso può dirsi per tutti gli altri profili disattivati da altre piattaforme, usati per diffondere falsità deliranti e coordinare l’attacco del 6 gennaio.

I regolamenti delle piattaforme Internet

Veniamo ora al diritto privato, cioè al regolamento interno delle piattaforme Internet. Tutti noi, quando apriamo un profilo su Internet, compiamo un atto dispositivo, cioè ci sottoponiamo per nostra volontà al contratto che regola l’utilizzo del sito. I regolamenti delle piattaforme vietano la diffusione di messaggi diffamatori, di odio e incitazione alla violenza. Chi non rispetta questa disposizione viola il contratto e perde i diritti che ne derivano: viene perciò ammonito o escluso («bannato») dalla piattaforma in applicazione del suo regolamento, ben prima che intervenga la legge dello Stato.

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I motivi che hanno indotto Facebook, Twitter e altri a escludere Donald Trump dalle loro pagine possono essere molti, oltre all’evidente violazione del regolamento. Di fronte all’aggravarsi degli eventi, le piattaforme potevano essere oggetto di cause legali da parte dei danneggiati civili e dei parenti delle vittime, per essersi fatte strumento di diffusione dei messaggi che incoraggiavano e coordinavano l’assalto al parlamento. Il cosiddetto «paragrafo 230» delle disposizioni USA sulla comunicazione (1996) afferma che i social network non possono essere chiamati a rispondere per i contenuti pubblicati dai loro utenti, ma questo principio non vale illimitatamente ed è sempre più contestato. Non è questo il luogo per approfondire se tali cause potrebbero avere successo, ma non sono impensabili.

Inoltre, negli Stati uniti gli imprenditori sanno che la loro prosperità dipende dalla libertà economica del loro Paese. In altri Paesi, dove il contesto imprenditoriale è meno maturo, di fronte all’ascesa di un regime autoritario gli imprenditori correrebbero con il cappello in mano per asservirsi al dittatore e ottenerne commesse di Stato. Negli USA, dove la libertà d’impresa è radicata nella cultura collettiva come parte delle libertà civili, di fronte alla concreta possibilità che l’ordine costituzionale venisse capovolto dalla rivolta al Campidoglio le imprese hanno agito per impedirla, per quanto in loro potere. Nello stesso senso va letta la notizia che numerosi partecipanti all’assalto, identificati grazie alle telecamere, sono stati licenziati dai loro datori di lavoro.

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Nel caso specifico degli eventi del 6 gennaio, bannando Trump e i suoi sodali le piattaforme Internet hanno difeso se stesse da possibili conseguenze legali e dalla caduta dell’ordine costituzionale liberale che permette loro di esistere.

La libertà di espressione di Trump

Anche se zittito da Facebook, Twitter e altri, Trump non ha subito un pregiudizio totale della sua libertà di espressione. In quanto capo dello Stato avrebbe potuto convocare senza difficoltà una conferenza stampa ed essere ascoltato dai media del suo Paese e del mondo intero. In questo caso, però, i suoi messaggi sarebbero passati al vaglio delle redazioni, che non avrebbero diffuso falsità e incitamenti alla rivolta: Trump è già stato silenziato una volta a novembre, persino dalle reti televisive a lui più fedeli, quando una sua conferenza stampa è stata interrotta perché il presidente affermava che il risultato elettorale era stato alterato da brogli, notizia manifestamente falsa.

Nei media tradizionali, le notizie pubblicate vengono elaborate da parte di giornalisti che devono verificarle secondo standard imposti dalla legge e dalla deontologia professionale; inoltre, vi è il controllo del direttore della testata, che risponde in solido con il giornalista per responsabilità oggettiva, se vengono pubblicati contenuti inadeguati. Nelle piattaforme Internet questa responsabilizzazione manca e vi sarebbe difficilmente realizzabile in questa forma. Qualcuno ha auspicato che il controllo sui contenuti dei social network sia esercitato dallo Stato: questa soluzione configurerebbe davvero una nuova forma di censura e sarebbe inadeguata. Come accade nei giornali, in una società aperta la responsabilità dei contenuti ricade su chi li pubblica o ne approva la diffusione: al giudice si ricorre, semmai, in caso di controversie ex post.

I gestori delle piattaforme Internet hanno molti strumenti, tecnici e umani, per filtrare i contenuti e intervenire sul modo in cui vengono proposti ai loro utenti. Tali strumenti devono essere usati in modo coerente e perfezionati, anche per evitare cancellazioni inopportune e falsi positivi. C’è da augurarsi che gli eventi del 6 gennaio inducano le grandi aziende della Rete a smettere di tollerare la diffusione di false notizie e messaggi contrari a ogni etica, da qualunque fonte provengano, pur di incrementare i loro introiti.

Le reazioni di Angela Merkel, Emmanuel Macron e Aleksej Naval’nyj

In molti, tra cui la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e persino il dissidente russo Aleksej Naval’nyj hanno osservato che un controllo sulla comunicazione pubblica esercitato da società private di tale potenza solleva preoccupazioni. Non si può che essere d’accordo, quando si parla di libertà di espressione nel suo senso generale: nel caso di Trump e degli eventi del 6 gennaio, però, non si tratta del diritto assoluto erga omnes di esprimere liberamente il proprio pensiero, ma del diritto soggettivo di Donald Trump di utilizzare le piattaforme Internet nel quadro del rispettivo contratto, perciò di un rapporto di diritto relativo, e di episodi e contenuti specifici. Trump e altri suoi seguaci non hanno solo detto cose sgradevoli o tendenziose, che rientrano nella libertà di espressione: hanno incitato alla rivolta e diffuso contenuti oggettivamente falsi, che è cosa diversa. Le piattaforme avevano concesso a Trump un termine per rimuovere i contenuti contestati: se lo avesse fatto, i suoi profili sarebbero stati riattivati. Il presidente, però, non ha colto questa opportunità, confermando l’intenzionalità della sua condotta.

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La gravità dei fatti del 6 gennaio ha messo in luce molte inadeguatezze. Messaggi d’odio e notizie false sono diffusi da gruppi organizzati con precise motivazioni politiche o da singoli individui in cerca di un perverso protagonismo: è illusorio credere che si possano contrastare con la logica e il convincimento. C’è da sperare che le piattaforme Internet abbiano finalmente capito che restare inerti di fronte alla diffusione di contenuti impropri sui loro siti finisce col minacciare la loro stessa esistenza. Anche la legge, di fronte ai nuovi media, rivela molti vuoti: sono necessarie norme nuove e nuovi criteri di applicazione di quelle esistenti.

Perché manca la volontà di agire

La mancanza di capacità e volontà di fermare la diffusione di false notizie e messaggi d’odio sta minando il mantenimento degli standard di libertà raggiunti in Occidente: questa pigrizia è dovuta a ragioni politiche e a interessi economici di dubbia giustificazione, ai quali si aggiunge una visione troppo ottimistica della capacità degli individui di autoregolarsi nell’uso di strumenti di comunicazione tanto potenti. Gli utenti capaci di usare responsabilmente le grandi piattaforme Internet sono forse molti meno di quelli che ci si aspettava, quando queste comparvero nelle nostre vite.

Vi è poi la questione delle complicità internazionali nella diffusione di false notizie e nell’abuso delle reti di socializzazione: una delle piattaforme soppresse in questi giorni da un server americano, usata per diffondere messaggi estremisti, è tornata accessibile sulle infrastrutture di una società a capitale russo. Le attività internazionali tese a utilizzare la Rete per influire sui risultati elettorali e minare i principi di convivenza sono note ma ancora sottovalutate.

Questa degenerazione ha molte cause, ma una delle più determinanti è la convinzione che non vi sia differenza tra il vero e il falso. Ogni opinione avrebbe perciò pari diritto di esistere. I danni di questa errata interpretazione della libertà sono già evidenti, per citare un esempio attuale, nella materia dei vaccini, dove per anni la voce di personaggi totalmente incompetenti è stata messa sullo stesso piano di quella di medici ed esperti, diffondendo paure dannose per i singoli e per la collettività. Il delirio giunge ora a mettere in discussione le istituzioni che garantiscono i nostri standard di libertà e benessere. Non si vede cosa si debba ancora attendere, dopo che l’uso improprio della libertà di espressione ha fatto traballare i secolari fondamenti democratici dell’unica superpotenza rimasta al mondo.

Distinguere tra vero e falso è generalmente possibile. Dove non lo è, le controversie devono essere condotte sulla base di giudizi e competenze, non di mere opinioni. Impedire la diffusione di falsità, messaggi di odio e istigazioni alla violenza non è censura: tutela la stessa libertà di espressione che si invoca con solennità, e spesso con ipocrisia, in quanto diritto fondamentale dell’Uomo.

2 commenti

  1. Alberto Mornacchi

    Sono pienamente d’accordo su quanto esposto nell’articolo, mi complimento per l’analisi dei fatti. Mi permetto solo di aggiungere che nel caso specifico di Donald Trump non bisogna dimenticare che nel momento in cui scriveva certi messaggi sui media era presidente degli USA, come tale aveva un ruolo pubblico e costituzionale e anche se avesse parlato a titolo privato in quel momento rappresentava la nazione. Troppo spesso mi sembra viene dimenticato che chi ha dei ruoli importanti istituzionali deve mantenere una etica idonea anche nella vita privata e nelle esternazioni del proprio pensiero.

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