Respinta l’iniziativa «per l’autodeterminazione»

Montagne svizzere | © Eberhard Grossgasteiger
Montagne svizzere | © Eberhard Grossgasteiger

L’iniziativa di domenica 25 novembre ha fatto notizia anche fuori dalla Svizzera. Respinta una modifica della Costituzione federale per introdurvi un’esplicita prevalenza del diritto svizzero sul diritto internazionale. La questione della prevalenza del diritto internazionale su quello interno è delicatissima. Non è sempre possibile indicare una gerarchia univoca di norme.


 

Ha fatto notizia anche fuori dalla Svizzera l’iniziativa che domenica 25 novembre ha chiesto ai cittadini elvetici di approvare la modifica di quattro articoli della Costituzione federale, per introdurvi un’esplicita prevalenza del diritto svizzero sul diritto dei trattati internazionali. La proposta è stata respinta da due terzi della popolazione e in tutti i Cantoni. In quanto iniziativa di riforma costituzionale, per essere accettata avrebbe richiesto la cosiddetta maggioranza di popolo e cantoni, perciò non la sola maggioranza dei votanti su base nazionale, ma anche il voto favorevole nella maggioranza dei 26 Cantoni della Confederazione.

Lanciata da ambienti politici già noti per controverse proposte sul rapporto della Svizzera con l’Unione europea e le organizzazioni internazionali, l’iniziativa avrebbe imposto il ritiro della Confederazione dalle convenzioni internazionali che avessero prevalso su disposizioni di legge svizzere, in caso di conflitto tra norme non diversamente risolubile. Per convincere i votanti ad approvarla, i promotori l’hanno definita in modo netto, sebbene non esattamente corrispondente al suo contenuto: «Il diritto svizzero anziché i giudici stranieri, iniziativa per l’autodeterminazione.» Ciò ha dato la stura, nei giornali stranieri, a interpretazioni non sempre rispondenti alla realtà di questa consultazione.

In particolare, non è stato un voto «contro l’Unione europea» e nemmeno una Swissexit, come si è letto dalle penne di alcuni commentatori poco attenti. La Svizzera non fa parte dell’Unione europea, alla quale è però legata da stretti accordi commerciali e di cooperazione, tra i quali l’accordo di Schengen. Il riferimento ai giudici stranieri era mirato piuttosto alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, organo del Consiglio d’Europa (non dell’Ue), di cui la Svizzera invece è Stato membro. Della Corte fanno parte anche giudici svizzeri: su questo punto, lo slogan no ai giudici stranieri è stato facile da smontare, per gli oppositori. L’iniziativa intendeva affermare la prevalenza generale della giurisdizione svizzera su quella internazionale. Se approvata, l’esito avrebbe comportato conseguenze di non poco conto.

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Evito di addentrarmi sulla battaglia interna fra partiti, per concentrarmi sugli aspetti più generali, ben più interessanti. La Svizzera, vista e vissuta dall’interno, è piuttosto diversa da come ce la si immagina guardandola da fuori. La Confederazione nacque in opposizione ai grandi imperi bassomedievali che si contendevano il controllo dei passaggi alpini. Lo spirito è tutt’oggi quello di un Paese che tende a rimarcare la propria alterità rispetto ai vicini, dei quali acquisisce molti elementi di cultura, a partire dalle lingue.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Con tutto ciò, la Svizzera non è affatto un Paese chiuso, come spesso lo dipinge la voce comune. Gli svizzeri sanno benissimo che senza una regolata cooperazione con i loro vicini (in particolare, oggi, con l’Unione europea) e con il resto del mondo, il loro Paese non avrebbe raggiunto il benessere che lo contraddistingue. Lo si dimentica spesso, ma, in epoche non troppo lontane, anche dalla Svizzera si è emigrati per povertà: se oggi la Confederazione offre ai suoi cittadini un benessere e una stabilità invidiabili, ciò si deve in molta misura alla saggezza con la quale Berna, negli ultimi cento anni, ha saputo orchestrare i suoi rapporti internazionali, trovando sempre un equilibrio tra cooperazione e difesa della specialità elvetica.

La questione della prevalenza del diritto internazionale su quello nazionale è delicatissima, non preoccupa solo gli svizzeri e ha una causa oggettiva: il mondo attraversa una fase di transizione senza precedenti storici, nella quale il diritto dei singoli Paesi non è più sufficiente a regolare molti aspetti dei rapporti sociali. D’altra parte, il diritto internazionale moderno è una disciplina giovane e si presta ancora a molte elusioni. E’ affidato alla volontà degli Stati, se assoggettarvisi o meno, mancando un vero potere coercitivo internazionale. In base al principio del Superiorem non recognosco, infatti, gli Stati non accettano imposizioni da soggetti superiori: devono, naturalmente, attenersi ai trattati internazionali che firmano e agli statuti delle organizzazioni internazionali di cui fanno parte, ma possono sempre uscire dai trattati e dalle istituzioni, o non entrarvi. Lo sta facendo il Regno unito, uscendo dall’Unione europea; gli Stati uniti sono entrati e usciti più volte da agenzie ONU che a loro dire non rispettavano i loro interessi, così come hanno disdetto la loro partecipazione all’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, sottraendosi così agli obblighi derivanti.

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Rispetto al diritto internazionale, non è sempre possibile indicare una gerarchia univoca di norme, così come si fa nel diritto interno. Vi sono teorie e modi di procedere diversi, non è raro che anche i giuristi esprimano, sul punto, valutazioni divergenti. Certo è che, oggi, affermare in modo indistinto la prevalenza del diritto nazionale sui trattati internazionali causerebbe difficoltà di relazione tra Paesi e organizzazioni internazionali in molti ambiti: dai diritti umani all’ecologia, dai rapporti economici alla cooperazione di giustizia e polizia.

Su un numero crescente di materie è necessario, oggi, trovare una mediazione con altri Stati. Una dichiarazione di prevalenza generalizzata del diritto di un Paese sulle norme internazionali non è un buon punto di partenza, per negoziare posizioni comuni che devono servire l’interesse di tutti. Il popolo svizzero, d’altra parte, ha già la possibilità di votare sui trattati internazionali che incidono a livello costituzionale, poiché devono essere sottoposti a referendum obbligatorio.

Nel voto di domenica, gli iniziativisti non sono riusciti a motivare la popolazione oltre la loro area di partito. Molti fattori hanno contribuito a questo risultato, secondo gli osservatori. Il quesito aveva un contenuto molto tecnico, forse non chiaro per tutti nelle sue implicazioni. L’iniziativa è rimasta legata al partito che se ne è fatto promotore, senza sconfiggere la diffidenza degli altri campi. La proposta presentava alcuni punti in comune con il processo di uscita del Regno unito dall’Unione europea, sebbene non avesse nulla a che fare con l’Unione. Inizialmente, la Svizzera ha guardato con interesse alla Brexit, immaginando che i rapporti che sarebbero nati fra Londra e Bruxelles dopo l’uscita dall’Unione potessero costituire un modello anche per Berna. Questa corrente di pensiero sembra indebolirsi sempre più, di fronte alle difficoltà della Brexit e alla constatazione che isolarsi, per il Regno unito, si sta traducendo non in un riguadagno, ma in una perdita sostanziale di sovranità.

Non si può escludere che ciò che sta accadendo in queste settimane tra Londra e Bruxelles abbia contribuito a ricordare agli svizzeri che isolarsi dalla comunità internazionale non significa per forza avere maggiore potere di autodeterminazione, in un mondo complesso come quello di oggi.

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