Notre-Dame: l’identità che non deve farci paura

Fuoco | © Ricardo Gomez Angel
Fuoco | © Ricardo Gomez Angel

La parola «identità» è stata usata nel peggiore dei modi, ma ciò non deve impedirci di pronunciarla, quando ci serve. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di tutto il nostro patrimonio. Gli interventi sull’incendio di Parigi diffusi da alcuni celebri autori suscitano vergogna. La libertà d’espressione non c’entra: ci sono dei criteri, per determinare chi ha titolo di scrivere di fronte a milioni di persone, e chi no.


Non cito il nome dei due personaggi pubblici italiani secondo i quali l’incendio della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi sarebbe poca cosa, rispetto ai migranti morti in mare. Non voglio contribuire, neppure in negativo, alla loro notorietà. Pur non nominandoli, credo che non sia giusto ignorarli: pubblicano per le maggiori case editrici, sono regolari ospiti delle principali reti televisive, fanno opinione nell’area di lingua italiana e non solo. Non sono gli unici a essersi pronunciati così, ma sono quelli più in vista.

Ho un metro di giudizio preciso, per misurare la relazione tra l’incendio di una cattedrale e i migranti in mare: l’opera del dottor Albert Schweitzer, Premio Nobel per la pace 1952. Teologo e filosofo protestante, già adulto decise di laurearsi anche in medicina e di trasferirsi in Africa, nella foresta del Gabon, dove costruì un ospedale, ancora esistente. Eresse le prime baracche con le sue stesse mani. Schweitzer era anche un celebre organista e autore di ricerche sulla musica di Johann Sebastian Bach, considerate ancora oggi pietre miliari della musicologia.

Per raccogliere fondi e finanziare il suo ospedale, il dottor Schweitzer tornava regolarmente in Europa e teneva concerti d’organo. Si esercitava, in Africa, tra un’operazione e l’altra, suonando un pianoforte opportunamente modificato, regalatogli da amici e installato nell’ospedale. Negli anni Trenta incise i primissimi, gracchianti dischi di musica di Bach. Ho più di un ricordo personale, legato al dottor Schweitzer. Una delle sue incisioni si trovava fra i dischi di mia mamma: fu quel disco che mi fece appassionare, fin da bambino, al suono dell’organo. Quando, ormai molti anni fa, scrivevo come inviato per la principale rivista italiana dedicata alla musica d’organo, uno dei miei lavori fu un reportage sul dottor Schweitzer. Andai a Gunsbach, il suo paese, dove potei anche intervistare la sua ultima infermiera, allora ancora vivente. Ho letto quasi tutti i libri di Albert Schweitzer, parte in tedesco e parte in francese. Da buon alsaziano, era bilingue e scriveva piuttosto piacevolmente in entrambe.

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Se il dottor Schweitzer in Europa avesse trovato macerie e chiese incendiate, se non fosse esistita la musica da suonare, non avrebbe potuto tenere i concerti d’organo con i quali finanziava il suo ospedale e curava gli africani. L’azione del dottor Schweitzer ci insegna che noi europei abbiamo bisogno del nostro patrimonio culturale e materiale, se vogliamo aiutare gli altri a sollevarsi dalle loro miserie. L’ospedale del dottor Schweitzer non era gratuito: ogni malato ricambiava le cure con ciò che poteva, foss’anche una gallina del suo pollaio o un po’ di verdura del suo orto, che venivano utilizzati nelle cucine dell’ospedale. La finalità, più che economica, era educativa: l’ospedale ti guarisce dalla malattia, ma anche tu devi metterci il tuo, nella misura in cui puoi.

Ho imparato, studiando il dottor Schweitzer, a diffidare del solidarismo da parata secondo cui noi dovremmo impoverirci per essere più vicini ai poveri, anziché dar loro gli strumenti per crescere e raggiungerci sul cammino di sviluppo che abbiamo avuto il vantaggio di compiere per primi; ho capito che se si dà un aiuto, chi lo riceve deve fare anch’egli la sua parte, dinanzi a chi gli tende la mano. C’erano, nel pensiero del dottor Schweitzer, gli elementi tipici del pensiero protestante, che mette al centro la responsabilità individuale. Nella parte cattolica d’Europa lo si fa solo a parole, purtroppo.

L’architettura delle cattedrali non è un arido seguito di numeri: quella medievale, in particolare, poggia su proporzioni ispirate a canoni religiosi. Il dato religioso diventava strutturale, manifestandosi nelle proporzioni e nelle forme. Nella pittura religiosa, non c’è un solo tratto che non sia motivato teologicamente, ad esempio gli occhi di certe Madonne che (fateci caso) sembra che vi guardino sempre, da qualunque parte osserviate il quadro, a significare la costante protezione materna di Maria sull’Uomo. Quando Johann Sebastian Bach scriveva la sua musica sui testi dei canti liturgici, faceva teologia in musica: no, non è un melenso misticismo sonoro. Fu proprio il dottor Schweitzer a svelare, con anni di ricerche, la corrispondenza oggettiva e costante tra le formule musicali usate da Bach e i concetti della teologia luterana. L’architettura delle cattedrali, i fondamenti della pittura, la musica, l’innologia sono pensiero cristiano che si fa struttura.

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Quando si dice che l’Europa «ha radici cristiane» si intende esattamente questo: il pensiero cristiano fatto ossatura di ciò che siamo, pensiamo, ascoltiamo e vediamo intorno a noi, nel bene e nel male, anche se non andiamo in chiesa e non ci riconosciamo nel cristianesimo come atto religioso. Qualcuno voleva iscrivere le radici cristiane dell’Europa nella sua costituzione: è bene che non ci sia riuscito. Il dato giuridico, oggi, non può che essere lo Stato laico e di diritto che ci è stato consegnato proprio dalla storia dell’Europa cristiana, dall’illuminismo in poi.

Albert Schweitzer mentre si esercita al pianoforte, nel suo ospedale
Albert Schweitzer (1875-1965) mentre si esercita al pianoforte, nel suo ospedale

In Europa, oggi, sorgono moschee e luoghi di nuovi culti. Come osservava Helmut Schmidt (1918-2015), celebre cancelliere tedesco, laico ma attento studioso della relazione tra politica e religione, è giusto così: aggiungeva, però, che in Europa non si può immaginare oggi un Duomo di Colonia musulmano o una Notre-Dame islamica. Non avrebbero il retroterra millenario in cui si è costruita la nostra identità. Lo so che la parola «identità» è ambigua ed è stata usata nei peggiori dei modi, ma ciò non deve impedirci di pronunciarla, quando ci serve. Di fronte alla Basilica di Sant’Ambrogio di Milano, a un Preludio e fuga di Bach o al Crocifisso di Giotto, possiamo usarla senza paura. Ci si può chiedere, semmai, se la Chiesa e il cristianesimo di oggi siano all’altezza di questa identità. Per questa volta, tralasciamo la questione.

Se si troveranno soluzioni per le iniquità che ancora affliggono il mondo e spingono persone a lasciare il proprio Paese per migrare verso di noi; se si troverà il modo affinché anche loro possano vivere dove nascono e spostarsi solo se lo vogliono, com’è dato a noi, quelle soluzioni saremo noi a inventarle, in Occidente. Non arriveranno né da continenti affamati e diseredati né da Paesi governati da satrapi e dittatori. Internet sta riscattando centinaia di milioni di uomini dalla povertà: l’abbiamo inventata noi, in Occidente, e oggi unisce il mondo intero; le tecnologie per salvare la Terra da un inquinamento scriteriato potremo svilupparle solo noi, perché solo noi abbiamo quel composto di libertà, prosperità e cultura che ci permette di pensare e realizzare cose mai viste. Gli altri devono occupare le loro giornate a coltivare gli orti delle loro economie di sussistenza o a sfuggire alle attenzioni di governanti liberticidi.

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Se vogliamo essere all’altezza di questo compito, senza false umiltà, abbiamo bisogno, oggi più che mai, di tutto il nostro patrimonio, come ci ha insegnato il dottor Schweitzer. Per piegarci sul più povero non ci serve povertà, ma ricchezza materiale e intellettuale; non meno sviluppo, ma più sviluppo, nella giusta direzione. Senza paure, come il dottor Schweitzer, dovremo pretendere che anche gli altri facciano la loro parte, nella misura in cui possono, che portino la loro gallina o la loro insalata alla cucina dell’ospedale che costruiremo per loro, perché mettere al centro l’Uomo significa innanzitutto metterlo dinanzi alla sua responsabilità personale.

Ho provato, leggendo gli interventi sull’incendio di Parigi diffusi dai due autori da cui sono partito, un senso di vergogna. Hanno rivelato la loro nudità, come Adamo ed Eva, che si accorsero di essere nudi, provandone vergogna, quando addentarono la mela: in questo caso, però, non se ne sono accorti gli interessati, me ne sono accorto io e ho avuto vergogna io per loro. Non è questione di divergenze d’opinione: se si pensa che l’incendio di una cattedrale vada contrapposto alle vicende dei migranti, significa che mancano le categorie di base per organizzare il pensiero.

Non credo che si verificherà, ma un effetto collaterale dell’incendio di Notre-Dame potrebbe essere che la nudità di questi figuri e dei loro simili si riveli finalmente ai loro seguaci, agli editori e ai direttori delle reti televisive. Che qualcuno stacchi la spina della macchina che tiene artificialmente in vita la loro celebrità.

La libertà d’espressione non c’entra: ci sono dei criteri, per determinare chi ha titolo di scrivere e parlare di fronte a milioni di persone, e chi no. Possono bastare tre righe, per recedere da un contratto, se si vuole, anche se c’è da pagare qualche penale. «Sia il vostro parlare sì sì, no no» (Vangelo di Matteo, 5,37). Buona Pasqua a tutti i lettori.

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