MES: Perché l’Italia gioca una partita pericolosa

Il dibattito sull'utilizzo del MES
Salvagente | © Andrew Buchanan

Torniamo su alcuni aspetti economici delle misure europee di aiuto per la crisi del Coronavirus. Senza entrare nella polemica interna italiana, alcune risposte alle questioni più frequenti che si pongono in questi giorni. La partita pericolosa dell’Italia tra Europa, Russia e Cina. La condotta incoerente di alcuni partiti italiani nel Parlamento europeo aumenta la confusione sulle reali intenzioni di Roma.


Senza entrare nella polemica interna italiana, può essere utile analizzare brevemente alcune questioni che emergono in questi giorni nella Penisola intorno all’uso del Meccanismo europeo di stabilità, o MES, per combattere i costi causati dalla crisi sanitaria. Come noto, l’ultimo Eurogruppo del 9 aprile (>approfondimento) ha proposto che una linea di credito del MES possa essere utilizzata a condizioni molto facilitate, limitatamente alle spese sanitarie. Le proposte, dovranno ora essere ratificate dal vertice dei capi di Stato e di governo del 23 aprile, che tuttavia difficilmente potrà prendere una decisione definitiva, per la grande complessità delle misure allo studio.

Ricordiamo il principio di funzionamento del MES: Il Meccanismo europeo di stabilità è un fondo comune, potremmo definirlo un «salvadanaio,» nel quale gli Stati della zona euro versano ciascuno una propria quota. Il denaro raccolto serve a erogare prestiti a Paesi euro che si trovassero in seria difficoltà, poiché la grave crisi di un solo Stato comprometterebbe anche gli altri. Il denaro del MES, perciò, è un accantonamento di tutti a tutela di tutti: la quota italiana tutela anche gli altri e le quote degli altri tutelano anche l’Italia, secondo un principio solidaristico. Per questo motivo, il denaro del MES può essere utilizzato solo con il consenso di tutti e per scopi definiti insieme.

Per lo stesso motivo, è nel falso chi afferma che «l’Europa deve farci usare i nostri soldi del MES» o che «è assurdo che dobbiamo chiedere il permesso per usare i nostri soldi.» Sempre che ciò fosse giuridicamente possibile, se oggi uno o più Stati ritirassero le quote versate, il MES si indebolirebbe o cesserebbe di esistere proprio quando ve ne è più bisogno, cioè in presenza di una crisi grave.

Alcune risposte alle questioni più ricorrenti

Utilizzare il MES significherebbe contrarre un debito. – E’ vero, ma anche emettere titoli di Stato o eventuali titoli europei (Eurobond o altre denominazioni) significa contrarre un debito. In questi giorni, alcuni esperti non politicamente neutri tentano di sostenere che l’emissione di titoli di Stato europei non costituirebbe debito, mentre l’utilizzo del MES sì. Non è così, anche se la forza mediatica con la quale viene proposta questa tesi convince molti ascoltatori della sua verità. Si tratta di due forme di debito diverse, ma sempre di debito.

L’impiego del MES è connesso condizioni molto gravose – In condizioni normali sì, ed è giusto così, per la natura emergenziale e solidaristica di questo fondo comune: è denaro di tutti. La crisi del Coronavirus ha però indotto le autorità monetarie europee a portare queste condizioni al minimo, in modo da renderle sopportabili anche per i Paesi più deboli, se il denaro preso a prestito viene utilizzato per sostenere il settore sanitario.

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Le condizioni di impiego del MES potrebbero cambiare in corso di finanziamento – Alcuni giuristi ritengono che le condizioni potrebbero cambiare, in caso di radicali mutamenti rispetto alle condizioni di partenza. E’ vero, inoltre, che la formulazione utilizzata nella proposta dell’Eurogruppo potrebbe essere interpretata in questo senso. In risposta a queste obiezioni, bisogna tenere conto di tre cose: 1) il testo uscito dall’Eurogruppo è una proposta che dovrà essere precisata e ratificata dal vertice dei capi di Stato e di governo, perciò si potrà parlare solo quando il testo sarà definitivo; 2) al di là della lettera, la ratio della linea di credito sanitaria del MES è chiara, un’interpretazione tassativa della disposizione senza tenere conto del suo spirito risulterebbe quanto meno in malafede.

Infine, 3) qualunque finanziamento, come qualunque contratto, può subire risoluzioni o modifiche anche unilaterali rebus sic stantibus, se le condizioni presenti al momento della sua stipulazione si alterano gravemente o se le parti non adempiono le loro obbligazioni. Una quota di rischio è sempre presente, ma se le parti si comportano correttamente e si instaura un clima di fiducia reciproca, anche in caso di eventi gravi è possibile gestire adeguatamente il rapporto. Ancora una volta, è fondamentale l’abilità dei negoziatori e il grado di fiducia che si instaura fra gli Stati, che – ricordiamolo – non sono entità astratte, sono fatti di persone. La qualità delle persone che gli Stati mandano avanti è, in queste circostanze, più importante che mai.

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Il timore della vendita all’estero di imprese

Secondo alcune argomentazioni, usare il MES causerebbe la svendita di imprese italiane a gruppi esteri. Sarebbe utile che coloro i quali sostengono questa tesi spiegassero in dettaglio il nesso causale tra i due eventi, secondo loro. E’ vero che uno Stato fortemente indebitato può essere indotto dai creditori a cedere patrimonio infrastrutturale pubblico a terzi; è altrettanto vero che le imprese operanti in un contesto economico e politico incerto indeboliscono il loro valore azionario e diventano facile preda di speculatori. I sostenitori di questa tesi fanno spesso riferimento alla Grecia, sottoposta alle pesanti condizioni dei creditori internazionali. Bisogna tenere conto, anche qui, di alcuni elementi.

Al momento della crisi di alcuni anni fa, lo Stato greco esercitava ancora, su alcuni capitoli infrastrutturali, un controllo piuttosto anomalo e origine di cattiva gestione; la situazione italiana non è rosea, ma non è paragonabile. Inoltre, il fatto che imprese di capitale italiano vengano acquisite da operatori esteri non è solo dovuto alla debolezza del sistema-Paese, ma anche ad arretratezza infrastrutturale e all’inadeguatezza della dirigenza industriale della Penisola. Appena una società acquisisce una certa dimensione, gli imprenditori nazionali non hanno più gli strumenti intellettuali per gestirla nel confronto globale: a questo punto, l’impresa o fallisce o viene ripresa da proprietari e dirigenti dotati di tale capacità, normalmente da fuori d’Italia, che poi ne spostano la sede in luoghi tecnicamente e amministrativamente più competitivi.

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Per questi motivi, non sembra esserci un nesso causale diretto ed esclusivo tra l’uso del MES e il passaggio di imprese italiane in mani di gruppi esteri, in questo contesto. Per quanto riguarda le imprese pubbliche o di importanza strategica, sempre che i fautori di tale tesi si riferiscano a queste, non sembrano esserci motivi di particolare preoccupazione, in relazione specifica con il MES in questa circostanza: bisogna anche ricordare che il MES, come già detto, sarebbe erogato a condizioni molto facilitate, neppur paragonabili a casi analoghi precedenti, anche nel confronto con altre istituzioni finanziarie internazionali.

Conclusioni

Se il governo italiano riterrà o meno di servirsi del MES, è una decisione politica che non è mio compito valutare. Posso solo osservare che su un capitolo di tale importanza è più utile un confronto su fatti e numeri, mentre è dannosa ogni presa di posizione fondata su strategie di mera comunicazione, da parte di personaggi che non sempre danno l’impressione di avere essi stessi le idee chiare su ciò di cui parlano. Si sono udite, in queste ore, posizioni espresse anche da economisti, nelle quali, purtroppo, prevale la presa di parte ideologica, sempre che di ideologia si possa parlare.

Nei giorni scorsi, nel Parlamento europeo è accaduto un fatto degno di nota. Uno dei partiti più accesamente contrari all’utilizzo del MES e favorevole ai cosiddetti Eurobond ha votato contro un emendamento che avrebbe inserito in una mozione sugli aiuti europei per la crisi Coronavirus un paragrafo che richiedeva proprio la messa in comune del debito degli Stati. Ha votato, perciò, contro i suoi stessi proclami. Non bisogna dare troppa importanza a questo fatto, sul piano sostanziale. La mozione è un documento d’indirizzo, senza potere cogente, e conferma comunque le decisioni sin qui prese.

Il fatto, però, è interessante dal punto di vista del metodo: non è la prima volta che taluni partiti sostengono a gran voce una tesi di fronte al pubblico, ma poi, in Parlamento europeo, votano in modo contrario, forse consapevoli che difficilmente la popolazione va a spulciare i voti delle sedute di Strasburgo. Era già accaduto, per citare due esempi, con la risoluzione per il riconoscimento di Juan Guaidó in opposizione a Nicoás Maduro in Venezuela e per la costituzione di una commissione speciale Ue che avrebbe dovuto indagare sull’influenza russa sui processi democratici europei. In entrambi i casi, le formazioni politiche in questione dichiaravano in pubblico una posizione democratica ed europeista, ma nei fatti votavano per salvaguardare gli interessi della Russia o a sostegno di regimi autoritari.

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Anche in questo caso, non è difficile osservare che la crociata contro il MES, che sarebbe invece lo strumento di aiuto più immediatamente attivabile, e l’insistenza a favore degli Eurobond, che restano uno strumento ipotetico e futuro anche dal punto di vista meramente operativo, sembrano destinate piuttosto a rallentare i processi decisionali, a creare confusione e a trasmettere ai cittadini la sensazione che le istituzioni dell’Unione europea non siano in grado di agire in modo rapido ed efficace, in questo frangente. Questo messaggio corrisponde esattamente alla linea adottata da Mosca nella gestione propagandistica, sin qui purtroppo molto efficace, della crisi del Coronavirus.

L’Italia, da parte sua, sta giocando una partita pericolosissima. Sta tentando manifestamente di avanzare pretese in Europa minacciando di allontanarsene, a favore di una sua aggregazione a Russia e Cina, se non ottenesse ciò che vuole. I motti di questa roulette russa sono: «L’Europa non può fare a meno dell’Italia, perché è inserita nella filiera industriale tedesca; nessuno permetterà mai che l’Italia se ne vada; se l’Italia non ottiene ciò che vuole, farà da sola» e altri escamotage di comunicazione simili.

E’ vero che l’Europa subirebbe un grave colpo, se l’Italia ne uscisse. Non si scherza con il fuoco, però: non tutti sono sufficientemente attrezzati per capirlo, dentro e fuori la Penisola. Ci sono parti di opinione pubblica europea, anche presso la famosa «filiera industriale tedesca,» che potrebbero accarezzare l’idea di acquistare da fornitori italiani prodotti di livello tecnologico europeo ma a prezzi argentini, se l’Italia uscisse dall’euro e dall’Ue. Sarebbe un disastro per tutti, ma, se Roma insiste in questo tiro alla fune, il quadro interno di altri Stati Ue, già fortemente influenzato da partiti estremisti filorussi incapaci di ponderare le conseguenze dei loro slogan, potrebbe volgere a sfavore. Quali saranno gli esiti della crisi del Coronavirus sulle prossime elezioni nei Paesi europei, non possiamo saperlo.

Quali sorprese possano rivelare votazioni e referendum, particolarmente in un momento in cui gli elettori sono consegnati quasi senza difese alla propaganda delle potenze autoritarie, l’abbiamo già visto con la Brexit. La partita europea non è una scommessa da bar.


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6 commenti

  1. Donatella Chiostri

    Lei è un benefattore, ogni suo articolo mi permette di capire un po’ di più e anche, non sempre, di confermare alcune mie intuizioni.

  2. Grazie Luca, articolo molto interessante (e preoccupante!).

  3. Buongiorno,

    Può per caso fornire eventuali link ai risultati delle votazioni che, secondo quanto dice, manifestano intenzioni reali diverse da quelle manifestate a parole? Davide

    • Buongiorno,

      Le votazioni si trovano sul sito del Parlamento europeo (https://www.europarl.europa.eu/portal/it). Questo link però non è sufficiente, ed è per questo che non indico riferimenti nel testo. Per analizzare le votazioni è necessario individuare il provvedimento e, se necessario, gli emendamenti in questione, che vengono votati separatamente. Poiché, come noto, i gruppi parlamentari in Parlamento non corrispondono ai partiti nazionali degli Stati membri, è necessario poi analizzare nominativamente ogni votazione e ricollegare i nomi degli eurodeputati votanti alla formazione nazionale di appartenenza. Solo così si riesce a capire chi ha votato cosa (nel caso del Venezuela, ad esempio, l’eurodeputato italiano Mario Borghezio votò diversamente dagli altri leghisti). Anche a causa di questa complessità, i risultati delle votazioni nel Parlamento europeo si prestano ad aggirare le dichiarazioni pubbliche dei capipartito, i quali sanno bene che ben pochi cittadini hanno tempo e modo di fare verifiche così complesse. Una maggiore intuitività nella pubblicazione dei documenti parlamentari e nell’uso del sito rispettivo sarebbero molto desiderabili. Cordiali saluti. LL

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