Caso SeaWatch, domande e risposte

Migrazioni: domande e risposte sul caso SeaWatch
Timone | © Joseph Barrientos

Le cose che si dicono poco sull’ultimo caso SeaWatch, perché non servono alla propaganda. Le analisi circolate in questi giorni servono a mostrare bandiera: io sto di qua, io sto di là. Le norme sottolineano la necessità di cooperazione fra Stati coinvolti. L’Italia avrebbe enormi possibilità per lanciare una riforma della legislazione internazionale sulle migrazioni. Avrebbe bisogno di uomini preparati,


Ci sono cose che si dicono poco, perché non sono funzionali alla propaganda dei pro e dei contro. Vediamole. La premessa: lo Stato è quella cosa che amministra una popolazione su un territorio. Per questo motivo, deve controllare le frontiere, da solo o insieme ad altri (Ue). Chi crede che le frontiere vadano aperte a chiunque, anzi non debbano esistere, smetta di leggere qui: capire ciò che è successo al largo di Lampedusa presuppone un lettore adulto.

1. – «L’Italia non può chiudere i porti a chi salva i naufraghi.» La finalità delle norme sul salvataggio è: se navi e persone si trovano in difficoltà in mare, altre navi che transitano nei paraggi devono prestar loro assistenza. I cittadini stranieri recuperati dalle tante SeaWatch, però, non sono naufraghi qualunque; neppure le imbarcazioni delle ONG sono navi di passaggio. Da una parte, non ci sono persone naufragate per incidente, ma organizzazioni criminali che causano deliberatamente il naufragio caricando passeggeri su imbarcazioni evidentemente destinate alla rovina. Anche gli occupanti di tali precarie imbarcazioni sono perfettamente consapevoli del loro destino, pagano per fare quei viaggi. Dall’altra parte, vi sono navi inviate esplicitamente allo scopo di recuperare le persone che finiscono in acqua come esito delle attività criminali dei passatori. L’elemento soggettivo, da entrambe le parti, è diverso da quello implicito nella norma.

Se si leggono (ripeto: se si leggono) il Codice della navigazione italiano (artt. 490 e 498), la Convenzione UNCLOS (art. 98 cpv. 1 e sgg.) e la Convenzione SAR sulla ricerca e salvataggio in mare, non si trova né che il porto di destinazione di persone salvate in mare debba essere «il più vicino» né tanto meno che vi sia un «obbligo» di acconsentire all’attracco. La Convenzione SAR pone l’accento sulla collaborazione fra Stati coinvolti (art. 3.1. sgg.), nel rispetto delle norme degli Stati stessi sull’accesso al loro territorio e alle acque territoriali (art. 3.1.2.). Pare evidente che nel caso SeaWatch e in altri simili tale collaborazione sia stata pressoché inesistente, non solo, ma che la SeaWatch non l’abbia neppure cercata, dirigendo direttamente su Lampedusa.

Dalla lettura delle norme risulta evidente che sono scritte per salvare naufraghi vittime di incidenti e casi fortuiti sporadici. Si continua invece a invocarle per regolare flussi migratori costanti e fenomeni criminali organizzati e dolosi, che il legislatore neppure conosceva, al momento della scrittura dei trattati, e se ne deducono obblighi secondo una discutibile interpretazione analogica. Quali sono, allora, le norme da applicare? Non ci sono. Bisognerebbe scriverle, nessuno lo fa.

La norma che regola l’approdo al porto più vicino per navi in difficoltà quando non vi è pericolo di vita per gli occupanti, come nel caso SeaWatch, si trova nelle Direttive IMO del 2004, che codificano il precedente diritto consuetudinario. Queste affermano esplicitamente, all’art. 3.12.: «Quando una nave [in difficoltà] chiede rifugio, lo Stato costiero non ha l’obbligo di acconsentire.» L’assistenza obbligatoria si può prestare anche senza far avvicinare la nave al territorio (l’Italia ha sempre adempiuto tale obbligo). Sarà un caso, ma questa disposizione non viene mai citata.

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2. – «Bisogna sbarcare i migranti in un Paese sicuro» – Questo obbligo si desume da un principio generale, sacrosanto, del diritto umanitario. I naufraghi, però, non devono stabilirsi a vita nel Paese in cui approdano. Devono toccare terra, essere rifocillati e se necessario sottoposti a prime cure, per poi tornare rapidamente ai loro luoghi di provenienza. Eventualmente, devono poter fare richiesta di asilo, perciò il Paese di approdo deve aver aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Tutto ciò può essere senz’altro difficile in Paesi gravemente disastrati, come la Libia in questo momento, ma è ben possibile, ad esempio, in Tunisia, Egitto o Algeria. Se però si applica la convezione sul salvataggio non ai normali naufragi, ma a flussi di persone che naufragano dolosamente per farsi salvare e portare illegalmente in Europa, gli elementi descrittivi della norma non significano più nulla.

L'Italia vista dalla Svizzera nei sei mesi più delicati della sua storia recente
«L’Italia vista da fuori» – Il libro di Luca Lovisolo sull’Italia

Sul significato di «Paese sicuro» si potrebbero scrivere interi libri. Ogni Stato ha la sua lista, diversa dagli altri. L’Unione europea tenta da anni di compilare un elenco unitario. La lista potrebbe anche allungarsi, visti i progressi economici e sociali di molti Stati in via di sviluppo. Vi sono frazioni politiche, interessate a favorire la migrazione disordinata, che affossano irresponsabilmente ogni tentativo di razionalizzare elenchi e criteri di riconoscimento dei Paesi sicuri.

3. – «La comandante (e non «capitana») Carola (che in tedesco si pronuncia Caróla, non Càrola) Rackete ha agito in stato di necessità.» – Sebbene fossero in condizioni disagiate, gli occupanti della SeaWatch non erano in «pericolo attuale di danno grave alla persona […] non altrimenti evitabile» (art. 54 CP Italia) che giustificherebbe la disubbidienza alla legge o a un ordine d’autorità. Questo dato di fatto è confermato dalla decisione di pochi giorni prima della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che ha escluso un intervento urgente per imporre all’Italia di far sbarcare gli occupanti della SeaWatch, non vedendo alcun pregiudizio irreparabile per la loro vita e salute. D’altra parte, i più deboli fra gli occupanti erano già stati sbarcati da mezzi di soccorso italiani.

Non era difficile prevedere che il ricorso alla Corte europea avrebbe prodotto questo esito: i consulenti di SeaWatch che lo hanno depositato hanno dimostrato un notevole grado di ingenuità e hanno incassato un clamoroso autogol. Dopo una tale pronuncia, era improbabile che un giudice riconoscesse lo stato di necessità, come causa di giustificazione per la condotta della comandante Rackete, quando addirittura la Corte europea dei diritti dell’Uomo afferma la non sussistenza di tale presupposto. Infatti, e già per il rotto della cuffia, il Giudice delle indagini preliminari di Agrigento ha riconosciuto alla comandante una causa di giustificazione non per stato di necessità ex art. 54 CP, ma per compimento di un dovere, ex art. 51 CP (su questo provvedimento e altri aggiornamenti >qui).

L’art. 54 CP precisa inoltre che il pericolo «non deve essere volontariamente causato» da chi chiede di essere giustificato. E’ difficile non vedere che la giovane Rackete ha temporeggiato per 17 giorni, zigzagando in mare senza meta, per entrare in acque italiane, senza neppur valutare altre possibilità di approdo. Si potrebbe contestarle con qualche successo che la sua condotta, dopo aver tratto dalle acque i 42 occupanti, abbia in realtà contribuito, poi, a esporli a pericolo, menandoli per giorni in mare aperto. Vero che altri Stati avrebbero forse rifiutato anch’essi l’approdo, ma, per giustificarsi, la comandante Rackete dovrebbe dimostrare di aver almeno provato a chiedere di accostare a Malta, a Tunisi o altrove. Non lo ha fatto. [In un’intervista rilasciata dopo l’uscita di questo articolo alla rete tedesca ARD, la comandante ha affermato di aver informato via mail a Malta e Francia, ma di non aver avuto risposta. Non ha però contattato altri Stati dell’area.]

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4. – «Non si possono riportare i migranti in Libia» – Vero, ma gli occupanti della SeaWatch non sono libici. Come in casi precedenti, si scoprirà che provengono in maggioranza da Paesi dove non esistono condizioni che garantiscono il diritto d’asilo. La Convenzione SAR stabilisce all’articolo 5.3.3. cpv. 8 che, in caso di soccorso, devono essere informate le autorità consolari interessate, perciò anche quelle dei Paesi d’origine delle persone tratte in salvo. Tali Paesi dovrebbero essere i primi interessati a cooperare al recupero dei propri cittadini. E’ stato fatto?

5. – «La Tunisia non è un Paese sicuro perché non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati» – Non è vero. La Tunisia ha ratificato la Convenzione il 24 ottobre 1957. E’ possibile che la Tunisia non abbia un sistema di visti per ragioni umanitarie, che è cosa diversa dallo status di rifugiato. Non controllo neppure, perché la questione è poco rilevante: è probabile, infatti, che gli occupanti della SeaWatch non abbiano diritto alla protezione umanitaria nemmeno in Italia. E’ vero che la Tunisia tende a respingere gli sbarchi. Recentemente, alla Tunisia, sono state concesse condizioni di favore per l’esportazione dei suoi prodotti agricoli verso l’Europa. In cambio, si sarebbe potuta esigere da Tunisi l’adozione di misure concrete di cooperazione nella gestione delle migrazioni. Visibilmente, non è stato fatto.

6. – «Tra gli occupanti della SeaWatch potrebbero esserci persone che hanno veramente diritto all’asilo» – Tragicamente vero. Gli Stati, però, si stanno stufando di gestire macchine amministrative costosissime per accertare il diritto all’asilo su decine di migliaia di richiedenti, per scoprire che solo una minima parte ha i presupposti. Tutti gli altri non possono neppure essere rimpatriati, se non in piccolissimo numero, per mille motivi, e si trasformano in altrettanto ingestibili bombe a orologeria sociali. Siamo sempre più vicini al momento in cui le porte saranno chiuse per tutti, anche per gli aventi diritto, con buona pace della Convenzione di Ginevra. Chi ha a cuore la sorte dei veri richiedenti asilo dovrebbe essere il primo a pretendere che tutte le SeaWatch della terra smettano le loro missioni.

7. – «Non si può dimostrare che le ONG siano d’accordo con i trafficanti di esseri umani» – Vero. Per imputare il concorso nella commissione di un reato bisogna dimostrare l’esistenza di accordi fra i soggetti attivi. Difficilmente si troverà una comunicazione esplicita tra ONG e criminali. E’ un fatto oggettivo, però, che l’attività delle ONG dinanzi alle coste libiche, anche se svolta in buona fede, rappresenta la continuazione fattuale delle azioni dei passatori, quale che sia l’elemento soggettivo in capo ai responsabili delle ONG. Qual è la disposizione penale da applicare, allora, per inquadrare e sanzionare questa particolare fattispecie? Bisognerebbe scriverla, nessuno lo fa.

8. – «L’Europa non collabora, bisogna cambiare il trattato di Dublino.» – Non solo «questo governo,» ma governi italiani di molti partiti, «e specialmente tutti» [cit.: Giorgio Gaber], hanno firmato per anni clausole del Trattato di Dublino manifestamente contrarie all’interesse dell’Italia; partiti che ieri votavano contro ogni modifica del trattato, oggi ne chiedono ipocritamente la riforma. Il Ministro degli interni italiano non partecipa alle riunioni dei suoi colleghi europei. L’Europa ha molti difetti, ma l’Italia, se vota contro se stessa e si assenta alle riunioni, perde il diritto di lamentarsene.

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In questi giorni, sul caso SeaWatch, si è letto di tutto. Di rado le analisi toccano i punti chiave. Servono a mostrare bandiera: io sto di qua, io sto di là. I giornalisti devono obbedire alle linee dei loro giornali; professori, scrittori e commentatori vari devono mostrare fedeltà al pensiero dominante dei salotti culturali, per non perdere le amicizie che contano; l’opinione pubblica segue a pecora gli uni o gli altri, ignorando che dire di sì a una SeaWatch significa accettare che tutta la disoccupazione e il disagio sociale africani si riversino in Europa.

Nemmeno la Chiesa ricorda mai l’unica cosa che bisognerebbe fare: lavorare in Africa per risolvere le cause dei flussi migratori. Basterebbe meno di ciò che si pensa. Buone campagne di informazione, che inducessero i giovani africani a non cedere alle lusinghe dei passatori, eviterebbero già molti naufragi. Si possono sostenere progetti già esistenti per creare opportunità immediate (sì, immediate) per coloro che pensano di trovare l’oro in Europa, mentre potrebbero avviare attività commerciali o artigianali nel loro Paese. L’elenco delle possibilità può continuare. I dati UNHCR confermano che i veri profughi (a oggi circa 70 milioni), realmente costretti a fuggire, non arrivano in Europa se non in minima parte, perché tendono ad allontanarsi il meno possibile dai loro Paesi. E’ lì che bisogna intervenire, ma ciò non porterà mai la visibilità mediatica e politica assicurata dallo scontro tra fazioni sugli sbarchi.

In conclusione: il Ministro degli interni italiano, quando dichiara che l’Italia ha diritto di vietare l’accesso ai suoi porti, ha ragione e afferma un principio che troppi suoi predecessori hanno calpestato. Non si mostra in grado, però, di discutere soluzioni con i colleghi in Europa, dove i suoi guizzi retorici non funzionano e serve, invece, consapevolezza istituzionale. Chi afferma che la legislazione internazionale obbliga al salvataggio dei naufraghi dice una verità incontestabile, ma solo parziale, poiché le norme sul salvataggio non sono state concepite per le situazioni a cui assistiamo oggi. Norme specifiche o sono insufficienti o non esistono e nessuno le sta scrivendo.

Nessuna norma, infine, obbliga gli Stati a consentire l’approdo, neppure alle navi in difficoltà, ma solo a prestare assistenza. Le norme sottolineano la necessità di cooperazione fra Stati coinvolti, ma questa manca. La comandante Rackete e l’organizzazione SeaWatch hanno commesso errori e ingenuità. Si deve apprezzare il loro slancio umanitario, ma giovani come Carola Rackete, fatta oggetto di inaccettabili insulti e incaute tifoserie, andrebbero guidati a concretizzare il loro lodevole altruismo in modo più maturo. Continuando così, non solo non contribuiscono al migliore destino del loro prossimo, ma si espongono al sospetto di agire per cieca infatuazione.

L’Italia avrebbe enormi possibilità, esperienze e credito politico per lanciare una riforma della legislazione internazionale ed europea su tutta la materia delle migrazioni. Avrebbe bisogno di uomini intelligenti e preparati, ma gli italiani votano a rappresentarli disoccupati, bulli di periferia e azzeccagarbugli delle vecchie ideologie.

Gli italiani sbagliano, ma per anni si sono sentiti snobisticamente tacciare di razzismo, ogni qualvolta facevano osservare che il mancato controllo dei flussi migratori causava problemi quotidiani, oggettivi e crescenti. Problemi che non hanno nulla a che fare con il razzismo, ma che ne diventano rapidamente il terreno di coltura.

14 commenti

  1. Claudia Calogero

    Grazie per questa analisi chiara e precisa.

  2. D’arcordissimo con Lei su tutta la linea, ma non credo sarà facile cambiare gli accordi di Dublino a favore dell’Italia. Il nuovo presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha già esordito dicendo che bisogna rivederli, speriamo che per una volta riusciamo ad avere voce in capitolo.

    • Non credo che la possibilità di modificare gli accordi di Dublino dipenda in primo luogo dai vertici europei. E’ determinante l’atteggiamento dell’Italia. L’ultima riforma del Regolamento europeo che attua gli accordi di Dublino è del 2013, quando il fenomeno migratorio aveva già le dimensioni di oggi, anzi molto peggio. Ancora in quella circostanza e per tutti i trent’anni precedenti (gli accordi furono siglati nel 1990), l’Italia ha firmato allegramente clausole a proprio sfavore, per mano di governi di ogni orientamento politico, ma tutti egualmente distratti, per usare un eufemismo. Ora, gli altri Stati si chiedono perché l’Italia, che fino a pochi anni fa ha firmato di tutto, improvvisamente voglia cambiare il regolamento, mentre il numero di sbarchi, almeno numericamente, sta calando. Non riesco a farne una colpa all’Europa, visto l’atteggiamento dell’Italia. Roma, dagli anni Novanta in poi, manifestando un disprezzo inqualificabile per le istituzioni europee, ha mandato in Europa (tranne le solite, irrilevanti eccezioni) cantanti sfiatate, attricette, politici diventati proverbiali per le loro amenità e ogni sorta di dilettante allo sbaraglio. Paga oggi, su Dublino e su molti altri capitoli, l’incapacità di quella generazione di rappresentanti di tutelare gli interessi del Paese. Non si è capito che la giurisdizione nazionale ormai è ben poco efficace, specialmente su materie che sono internazionali di natura loro, come la migrazione. A quanto pare si continua così, con ministri che non partecipano alle riunioni e sbottano ogni cinque minuti contro i partner europei, quando dovrebbero sedersi al tavolo insieme agli altri e trovare soluzioni comuni. Altre farse come quella degli accordi di Dublino, temo, sono alle viste. Cordiali saluti. LL

  3. Patrizia Tagliaferri

    Lucidissima, obiettiva analisi. Concordo e sottoscrivo pienamente.

  4. Mi stupisce questo articolo: da una parte un’attenta e minuziosa analisi del diritto del mare e dei requisiti di rifugiato, dall’altra una semplicistica soluzione dei problemi dell’Africa e di come convincere chi, magari dopo due anni di siccità, faccia miglior cosa a starsene nel proprio territorio. Mi stupisce, perché solitamente apprezzo molto i suoi articoli. Suggerirei di guardare la vicenda Sea Watch, non solo sotto l’aspetto giuridico o nell’ottica dei rapporti politici fra stati, ma anche come atto di testimonianza e protesta in un contesto in cui i linguaggi di alcuni politici e di alcuni giornali hanno assonanze sempre più riconducibili a periodi «neri.» Basti pensare che le ONG sono ormai considerate e trattate peggio della mafia e ci si dimentica in fretta delle «tragedie del mare» a cui abbiamo assistito attoniti e scandalizzati. Inoltre, parlare di come fermare e/o regolare il flusso migratorio africano e risolvere i problemi di un continente così grande e vario, penso sia impresa ardua e comunque richieda una trattazione assai più approfondita. Grazie comunque per lo stile e lo stimolo che ricevo dai suoi articoli.

    • Ho scritto che i problemi dell’Africa vanno risolti in Africa. Ciò non è affatto semplicistico. Per chi ha voglia, c’è lavoro all’infinito. La siccità non è l’unico problema dell’Africa e non tocca tutto il continente. Anche volendo concentrarsi sulle conseguenze del cambiamento climatico, credere che i problemi di quelle popolazioni si possano risolvere facendole arrivare in Europa è irresponsabile, oltre che inefficace, anche se soddisfa il nostro bisogno di santità (mentre stiamo con i piedi al caldo). Le azioni di protesta vanno bene a diciott’anni. La protesta è di chi non sa cosa fare, come il bambino che piange quando si sente superato da qualcosa di più grande di lui. L’adulto sa, anche se spesso dimentica, che la soluzione dei problemi passa dalla competenza, dalla conoscenza delle regole, dalla credibilità per cambiarle se necessario (non di violarle, troppo comodo) e dall’azione ragionata, non dagli atti dimostrativi.

      Tutto ciò che sta accadendo non ha nulla a che vedere con periodi «neri,» cioè con il fascismo o altre ideologie. L’azione della SeaWatch e persino l’ordinanza che ha disposto la scriminante del compimento di un dovere per la comandante della nave e che di fatto rende lo Stato impotente rispetto al controllo del territorio, non sono meno ideologiche, se si vuole abbassare il livello dell’analisi allo scontro ideologico. Sono espressione di una visione in cui gli Stati cadono e vengono sostituiti dalla dittatura planetaria delle classi subalterne, per i marxisti, o dalla teocrazia, per il cristianesimo e per l’islam. Tre ideologie che su questo punto si assomigliano molto più di quanto vorrebbero, accomunate come sono dal disprezzo per lo Stato di diritto e per le sue garanzie. Queste chiedono il rispetto di regole, anche se a volte possono apparire difficili da capire. Calpestarle con le «proteste» è, forse proprio questa, la peggior forma di semplicismo. Tirare in ballo le ideologie, di fronte a un caso come SeaWatch, è la miglior dimostrazione della malafede dei tanti che sbraitano sui diritti degli africani, ma in realtà non guardano oltre i confini del villaggio di Peppone e Don Camillo.

      • Articolo che non tiene conto dell’interpretazione olistica del diritto internazionale, ottimo esercizio di stile, nulla di più

      • Ma certo, aggiungiamo anche l’interpretazione dei sogni e quella dei fondi di caffè, così alle norme giuridiche si può far dire tutto e il contrario di tutto, la pacchia di ogni dittatura. Le teorie interpretative delle norme giuridiche non sono state inventate per piegare le norme a finalità ideologiche. Quando si smetterà di elucubrare interpretazioni per far dire alle norme quel che si vuole, secondo metodi che l’Italia ha importato direttamente dall’Unione sovietica, sarà sempre troppo tardi. Siamo al punto che, se si vuole lavorare con concretezza sull’interpretazione e applicazione delle norme, bisogna leggere saggi in tedesco, perché quelli in italiano non sono che zuffe tra accademici. Ma anche basta.

  5. Marco Quaresima

    l’articolo è molto interessante nell’analisi, però a mio avviso si perde un pò nelle conclusioni. Quando dice: “Il Ministro degli interni non si mostra però in grado di discutere soluzioni con i colleghi in europa, dove serve consapevolezza istituzionale”, non tiene conto del fatto che l’atteggiamento degli stati della UE è da sempre quello di chi non vuole discutere alcuna soluzione ma solo scaricare responsabilità. La realtà è che nessuno stato vuole accogliere migranti in quanto si tratta di azioni impopolari che fanno perdere voti ovunque, per cui a tutti gli altri è sembrato molto più logico fare i furbi scaricando il problema sull’Italia. Con questi presupposti la “consapevolezza istituzionale” non ha maggiori chances di successo, perchè se non c’è a monte l’intenzione di fare qualcosa di certo non basta una maggiore professionalità a persuadere gli interlocutori. Paradossalmente, l’unica strategia possibile è quella che sta seguendo Salvini, ostacolando gli sbarchi, in modo anche plateale questo glielo concedo ma non penso che si possa fare in modo diverso, ottieni infatti il risultato di sottoporre il problema all’attenzione del mondo intero. A quel punto è plausibile che si crei una pressione mediatica a scala mondiale che costringerebbe la UE a trattare e forse si arriverebbe ad una soluzione condivisa. Ma il presupposto perchè questa strategia funzioni è che non ci siano anelli deboli, purtroppo il ventre molle formato dalla sinistra buonista e da una magistratura che forse non sempre applica le regole come dovrebbe, interrompe quella che è una azione nell’interesse di tutti

    • Come ho osservato nella risposta a un commento precedente, nel valutare l’atteggiamento europeo bisogna anche tenere conto che l’Italia ha sempre firmato clausole autolesionistiche, anche molto recentemente. Gli Stati tutelano i propri interessi e le proprie linee politiche, l’Italia non lo fa o lo fa male. Indipendentemente dal fatto che la linea degli altri Stati sia condivisibile o no, è un fatto che l’Italia ha rinunciato, e non da ieri, a rappresentare le proprie ragioni. Già dieci anni fa, era prevedibile che i flussi migratori sarebbero cresciuti vertiginosamente. Quando, nel 2011, le Primavere arabe scatenarono i maggiori arrivi, non fu un fulmine a ciel sereno. Se l’Italia avesse agito in modo previdente, avrebbe potuto difendere i propri interessi quando il problema non era ancora così acuto e gli Stati che oggi si oppongono più fortemente a una riforma di Dublino non rappresentavano ancora linee così dure, perché erano governati in modo diverso. Concordo che l’atteggiamento dell’attuale governo italiano abbia contribuito a richiamare l’attenzione, ma questo non basta. Si è alzato il polverone, ma non si riesce a fare altro, principalmente perché gli uomini sono inadeguati.

  6. Matteo Cerofolini

    Analisi perfetta. Bravissimo!

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