Traduttori e «caso Foodora:» cosa ci insegna

Uomo lavora al computer di notte | © Muhammad Raufan Yusup
Uomo lavora al computer di notte | © Muhammad Raufan Yusup

La recente vicenda dei fattorini che consegnano vivande nota come «caso Foodora» e le similitudini con il settore della traduzione. Il profilo dei fattorini presenta molte analogie con quello dei traduttori che lavorano nella fascia più bassa di mercato. Alcune idee per ricercare possibili soluzioni. Cosa e come cambiare: scenari per guardare avanti.


 

Come avevo fatto nei mesi scorsi, con un seminario in cui presentavo le possibili analogie fra il mondo della traduzione e un caso che aveva coinvolto la nota compagnia aerea Ryanair, prendo spunto qui dalla recente vicenda dei fattorini che consegnano vivande in bicicletta o motorino, nota come «caso Foodora.» La questione riguarda molte attività della cosiddetta economia della condivisione o, per gli anglofili, sharing economy e talvolta gig economy (lett. economia dei lavoretti). Le due espressioni non sono del tutto coincidenti, ma identificano un complesso di opportunità e problemi analoghi.

Anche questa volta intendo indagare le similitudini fra questo caso e il settore della traduzione. Il «caso Foodora» ha occupato per qualche tempo le pagine dei giornali italiani, in conseguenza delle azioni di rivendicazione dei fattorini e di un successivo sviluppo giudiziario. Le analogie con il mondo dei traduttori sono molte e illuminanti. L’intento, qui, è di chiarire la posizione dei traduttori nel nuovo contesto economico e contribuire a indicare delle soluzioni al disagio crescente particolarmente fra le fasce più basse e giovani di operatori del settore.

E’ necessaria una premessa sul significato del termine traduttore, oggi ambivalente. E’ noto che il mercato della traduzione è ormai articolato in due segmenti. Vi è un segmento più elevato ed esigente, nel quale i traduttori percepiscono compensi analoghi a quelli di ogni altro professionista. Questo segmento è generalmente inaccessibile e persino ignoto ai traduttori con i retroterra più omologati e che non abbiano altre competenze che quella linguistico-traduttiva. Vi è poi il segmento più basso, più vicino alle prestazioni di servizio che alle professioni: ruota generalmente intorno alle lingue più inflazionate e a testi meno impegnativi, è contraddistinto da una minore profilazione degli operatori e da fatturati generalmente inadeguati alle attese di un laureato. L’uso del termine traduttore in questo articolo è riferito ai portatori di questo profilo. La premessa è necessaria, poiché il termine si applica a entrambe le categorie, sebbene si tratti ormai di due attività profondamente diverse per requisiti formativi, responsabilità, riconoscimento economico e sociale.

 

Gli elementi determinanti del «caso Foodora»

Le azioni di protesta dei fattorini poggiavano in sintesi su questi rilievi:

Compensi bassissimi, che non consentono di conseguire un utile adeguato al mantenimento di un lavoratore autonomo: i fattorini, in aggiunta, lavorano con mezzi propri, subendone i costi di consumo, usura e manutenzione.

Eccessiva flessibilità e variabilità del lavoro, che rende difficile o impossibile pianificare un utile mensile, soprattutto considerando i bassi compensi.

Stretta dipendenza dalle piattaforme automatiche di distribuzione del lavoro e di valutazione delle prestazioni svolte, che assegnano gli incarichi ai singoli fattorini in base ad algoritmi, con continua pressione psicologica per aggiudicarsi gli incarichi disponibili.

Il profilo dei fattorini è pressoché analogo a quello di molti traduttori, in particolare quelli che lavorano per le agenzie. A queste ultime si è aggiunta, negli ultimi anni, una pletora di portali Internet che raccolgono nominativi di professionisti dei settori più diversi, anche del settore linguistico, operando come mere piattaforme di contatto fra domanda e offerta. Se vi sono agenzie che mantengono un certo profilo qualitativo, si osserva che altre si avvicinano sempre più al modello dei portali, talvolta rinunciando addirittura ad avere una sede fisica aperta al pubblico. Vediamo, allora, le analogie.

Soprattutto per chi inizia oggi e per talune lingue, come l’italiano, il valore di mercato della traduzione non permette più al traduttore di fatturare a sufficienza per vivere e contrastare i costi di un’attività autonoma (acquisto e aggiornamento dell’infrastruttura informatica, aggiornamento professionale etc.). Inoltre, i flussi di lavoro sono irregolari: in certa misura, ciò è comune a tutte le professioni, ma il traduttore non guadagna a sufficienza, oggi, per compensare i periodi di minor lavoro.

E’ sempre più frequente, soprattutto presso le agenzie maggiori, che gli incarichi di traduzione vengano distribuiti non più telefonando o scrivendo al singolo traduttore, ma installando il materiale su piattaforme su cui il primo traduttore che accede scarica il lavoro e lo svolge, essendo pressoché indifferente, in questa fascia di mercato, se l’incarico venga eseguito dall’uno o dall’altro collaboratore dell’agenzia. Ciò causa nel traduttore un continuo stress nel verificare gli incarichi che vengono caricati sulla piattaforma, limitando la sua libertà di gestione del tempo. Anche nei momenti in cui non riceve lavori, di fatto non può dedicarsi appieno ad altre eventuali attività. Deve costantemente rispondere alle notifiche della piattaforma, per accorgersi magari che l’incarico non corrisponde al suo profilo o è già stato accettato da altri. Se rifiuta un certo numero di incarichi di fila, il traduttore teme di perdere la possibilità di essere ricontattato in futuro.

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Lo scorso 11 aprile, una sentenza giuslavoristica pronunciata a Torino ha respinto la domanda dei fattorini di Foodora di essere riconosciuti lavoratori subordinati. I soccombenti hanno annunciato appello, si vedranno gli esiti dei prossimi gradi di giudizio. Vi è stato un successivo intervento politico, che non mette conto analizzare qui, a cui l’azienda sembra aver risposto costruttivamente. Tutto richiama l’attenzione sul fatto che i rapporti di lavoro dell’economia della condivisione lasciano aperti molti interrogativi ai quali non è possibile dare risposta applicando le categorie consolidate del diritto del lavoro, in particolare la distinzione fra lavoratore autonomo e lavoratore subordinato.

 

Professione o «lavoretto?»

Si tratta ora di dirimere un’altra controversia: se l’attività del traduttore sia classificabile come appartenente all’economia della condivisione, o economia dei lavoretti: si può prevedere che ai traduttori non piacerà, ma, nella fascia di mercato più bassa, la risposta non può che essere affermativa. E’ una conseguenza dell’evoluzione tecnologica e della crescente divaricazione del mercato, della quale ho detto più sopra. La spiegazione è nei fondamentali:

Come i taxisti di Uber, i fattorini di Foodora o i proprietari che affittano stanze con AirB&B, i traduttori della fascia più bassa lavorano su un mercato in cui la persona che presta l’opera è sostanzialmente indifferente e facilmente sostituibile, perché non contraddistinta da elevati profili di specializzazione: a ciò hanno contribuito non poco il livellamento dei percorsi di formazione e l’introduzione degli strumenti di traduzione assistita. Questi ultimi, in particolare, aiutano a rendere ininfluenti le conoscenze del singolo, distribuendo fra i colleghi glossari e memorie di traduzione. Trasformano così in patrimonio comune, senza alcuna compensazione, ciò che un tempo costituiva un valore aggiunto del singolo.

Gli incarichi sono spesso incostanti, non raggiungono la regolarità necessaria per adempiere il presupposto della professionalità civilisticamente intesa, ossia la «non occasionalità» della prestazione che trasforma un’attività saltuaria in un’impresa o professione.

Come gli altri partecipanti all’economia dei lavoretti, anche i traduttori non conseguono utili ragionevolmente pianificabili e adeguati. Le molte statistiche disponibili confermano che nell’economia della condivisione realizza guadagni regolari non chi presta concretamente l’opera lavorativa, ma l’intermediario che la organizza: le piattaforme Uber, Foodora, AirB&B o, nel caso dei traduttori, le agenzie. Un dipendente che siede nell’ufficio di Uber o di un’agenzia di traduzione guadagna uno stipendio adeguato e regolare; il taxista o il traduttore che svolgono la concreta attività oggetto dell’impresa non riescono a realizzare un utile che assommi a uno stipendio, particolarmente se commisurato alle aspettative di un laureato. E’ vero che il traduttore può lavorare teoricamente per infinite agenzie, ma il numero di clienti che può acquisire si scontra con il limite dato dalla possibilità concreta di gestirli. 

Nelle fasce di mercato più basse, perciò, l’attività del traduttore ha ormai tutte le caratteristiche oggettive dell’economia dei lavoretti, a prescindere dalla valutazione soggettiva che si può fare della natura dell’attività in sé. Gli elementi elencati poco sopra valgono per tutte le imprese della gig economy, anzi: questo è il modello di business sul quale questa nuova branca dell’economia si regge. Pagare di più il lavoro di autisti, fattorini e simili manderebbe tali imprese fuori mercato, perché avvicinerebbe i loro prezzi a quelli degli operatori professionali (taxisti, corrieri, albergatori tradizionali), di cui però non potrebbero eguagliare le prestazioni.

Infine: oltre agli intermediari, chi guadagna, dall’economia dei lavoretti, è l’utente finale, che ottiene servizi a prezzi bassissimi, spesso irrealistici. Corse in taxi a prezzi stracciati, consegna di cibo a domicilio a costo bagatellare… traduzioni a tariffe da prefisso telefonico. Il cliente è corresponsabile di questa involuzione: accetta, pagando così poco, il rischio di ricevere una prestazione di scarsa qualità o persino pericolosa per la sua incolumità, come nel caso dei taxisti improvvisati, di cui nessuno verifica a fondo le attitudini e i presupposti tecnico-amministrativi per trasportare estranei sulla propria automobile privata.

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E’ sbagliato, che ci sia chi guadagna qualche soldo trasformandosi in taxista occasionale, consegnando cibi a domicilio, affittando stanze vuote di casa propria, oppure facendo ogni tanto qualche traduzione non impegnativa? No, certamente, purché ciò avvenga rispettando i requisiti di legge. E’ illecito, che agenzie e intermediari lucrino su queste attività? Nemmeno questo. Lavori simili, però, un tempo erano attività accessorie, svolte da studenti in cerca di piccoli guadagni o da casalinghe che «arrotondavano» un’entrata principale. L’anomalia, oggi, è che questi lavoretti siano diventati attività principali e sfiorino persino la sfera delle professioni. Proprio le piattaforme, quando convincono gli aderenti a trasformarsi in taxisti dilettanti, fattorini o traduttori, giocano su questo equivoco: attraggono aderenti presentando loro i vantaggi di una vera attività lavorativa, autogestita in piena libertà di orario, da casa propria.

Lo stesso può dirsi del settore della traduzione, che usa sempre più spesso, nella fascia bassa, gli stessi modelli di organizzazione della gig economy. Nessuna di queste attività, nella normalità dei casi, garantirà altro se non un’entrata minima e variabile a tal punto da non potersi considerare una piena occupazione autonoma. Non avrà neppure i requisiti del lavoro subordinato, però, e la sentenza di Torino sul «caso Foodora» ne è la dimostrazione giudiziale.

 

Scenari per guardare avanti

Vi sono alcune direttrici sulle quali è possibile ricercare soluzioni.

Nelle fasce più basse di mercato, fra traduttore e agenzia nasce una subordinazione di fatto, sebbene questa non possa essere sussunta alle categorie tradizionali della dottrina giuslavoristica. Non vi è vincolo di orario e subordinazione alle direttive di un datore di lavoro, ma se il traduttore deve restare attaccato al computer o al cellulare per verificare l’entrata di incarichi; se è di fatto costretto ad accettare tutti i lavori, o quasi, alle condizioni e ai tempi dettati dall’agenzia, è difficile parlare di una vera libera professione. Particolarmente le agenzie che installano gli incarichi su piattaforme automatiche, delegano al traduttore un lavoro di gestione che dovrebbe essere svolto da propri impiegati. Il costo così risparmiato si converte in maggior utile per l’agenzia e in un vantaggio di minor prezzo per il cliente finale, ma non risulta che accresca l’utile del traduttore, anche se ne aumenta lo stress e le attività tecniche da svolgere per eseguire il lavoro.

Non sarebbe insensato che le agenzie più attente riconoscessero ai traduttori, in queste fasce di mercato, un compenso fisso di base, indipendente dal compenso per i singoli incarichi. Oggi il traduttore si annuncia alle agenzie e fa salti di gioia se gli viene solennemente comunicato di «essere stato inserito nella banca dati di collaboratori.» Tutto finisce lì, però. Pur senza arrivare a un rapporto di lavoro subordinato, inserire il traduttore nella banca dati dovrebbe, per l’agenzia, rappresentare un investimento e comportare l’assunzione di un pur piccolo rischio d’impresa, sotto forma di un compenso fisso di base che retribuisca la disponibilità del traduttore a rispondere alle sue chiamate. A ciò, poi, si aggiungeranno i compensi per i singoli lavori.

Starà alla capacità organizzativa dell’agenzia valorizzare al meglio le persone su cui investe. D’altra parte, ciò permetterebbe al traduttore di limitare il numero di agenzie con cui lavorare, evitandogli quelle situazioni all’origine di tante frustrazioni per cui in certi periodi dell’anno deve rifiutare richieste in eccesso, mentre in altri registra sottoccupazione.

Per quanto riguarda l’infrastruttura, il vantaggio realizzato dall’utilizzo di software di traduzione assistita ricade oggi in gran parte sull’agenzia e sul cliente finale. Il costo di questi strumenti, sempre più elevato, resta però a carico del traduttore, con il bizzarro esito che il traduttore investe su propri strumenti di lavoro, mentre i frutti di tale investimento vanno a beneficio prevalente dell’intermediario e del cliente finale. Non risulta, infatti, che l’arrivo dei software di traduzione abbia causato un aumento significativo dei fatturati dei traduttori, mentre ha ridotto sensibilmente i costi per i clienti finali. Un equilibrato rapporto di lavoro fra agenzia e traduttore dovrebbe prevedere un contributo per le licenze e per la manutenzione della sua infrastruttura informatica.

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Spesso, all’origine di questi mali vi sono i traduttori stessi. Soprattutto i più giovani andrebbero sensibilizzati a non perdere tempo con iscrizioni a portali Internet o con candidature presso agenzie che non offrono opportunità di crescita. Svolgere traduzioni a pochi cent a parola, sperando che su questa base possa svilupparsi una vera professione, rischia di restare un’illusione. Mentre occupa le sue giornate facendo traduzioni non redditizie, il traduttore normalmente non ha tempo e risorse per affinare le proprie competenze e ricercare opportunità migliori. Si ritrova prigioniero di utili mensili a due zeri dopo imposte, che lo costringono però a ritmi di lavoro insopportabili e gli tolgono ogni possibilità di crescita. Non tutti ne sono consapevoli.

 

Cosa e come cambiare?

Donna al PC | © Andrew Neel
Donna al PC | © Andrew Neel

La strada verso un’evoluzione possibile non è l’intervento legislativo e nemmeno lo sono l’improbabile costituzione di ordini professionali o altre forme di difesa corporativa, poiché non intervengono sui fondamentali del problema. Le dinamiche di mercato devono essere sfruttate e orientate in senso virtuoso, non alterate da privilegi o dalla proliferazione dei paletti legislativi. Oltre al fatto che è sempre meglio lasciare agli operatori economici l’onere di autoregolarsi, i traduttori lavorano frequentemente con agenzie di molti Paesi diversi. I provvedimenti legislativi e altre difese nazionali sono quanto di più inadatto vi sia alla loro situazione.

Potrebbe essere una buona missione delle associazioni di categoria, che più facilmente riescono ad allearsi sul piano globale, studiare nuovi modelli di cooperazione con le agenzie nelle fasce di mercato più basse e sensibilizzare gli operatori sull’inadeguatezza della situazione attuale, che in alcune realtà, già oggi, non è più sostenibile. Molto lavoro andrebbe fatto anche sul piano della formazione. Soprattutto per chi si laurea oggi, pare ormai che i percorsi di studio più omologati non bastino più, da soli, ad aprire la strada verso i segmenti di mercato più qualificati, dove si può praticare un’autentica libera professione. Conosciamo, però, le violente resistenze corporative che si registrano nell’ambiente accademico, ogni volta che si tocca il tema dei contenuti della formazione. Su questo fronte, purtroppo, sembra esservi poco da sperare.

E’ possibile che evolvere richieda anche un ripensamento dell’attuale modello di business su cui poggia la filiera di settore. Anche gli intermediari potrebbero riposizionarsi secondo criteri di maggiore specializzazione linguistica o settoriale, che consenta loro di organizzare meglio il lavoro dei traduttori loro collaboratori e offrire a questi più sicurezza. Non si vede una logica, dietro il modus operandi di agenzie e portali che raccolgono nelle loro banche dati centinaia, a volte migliaia di nominativi di traduttori dai profili diversissimi, ma non si impegnano concretamente a offrire una prospettiva di stabilità a nessuno di questi.

E’ nell’interesse di tutti gli operatori della filiera, anche nella fascia di mercato più bassa, in cui i clienti comprensibilmente non sono disponibili a riconoscere i compensi di un’attività professionale specializzata, che esista una categoria di operatori che vede nella traduzione una concreta opportunità di lavoro, non un lavoretto. Anche se non raggiunge i compensi della fascia più elevata, il traduttore attivo in questo segmento deve comunque essere in condizioni di realizzare un utile sufficiente per sostenere se stesso e un esercizio stabile della sua attività.

E’ vero che la richiesta di maggiori garanzie e riconoscimento per i traduttori, nelle fasce più basse, può comportare la necessità, per le agenzie, di alzare i loro prezzi. Di fronte a tale prospettiva, queste possono facilmente paventare il rischio di uscire dal mercato. Ci si può chiedere, però, quale futuro abbia un settore economico che non garantisce agli operatori effettivi, cioè ai traduttori, il conseguimento di utili adeguati e stabilità di introiti.

A uscire dal mercato sarebbero le agenzie che non riescono a vendere i propri servizi se non facendo leva sul prezzo più basso. Il loro ripiegamento potrebbe avere effetti qualitativamente positivi, sul mercato. Una competenza, in questo caso commerciale e organizzativa, si deve pur pretendere anche dai gestori delle imprese intermediarie, che oggi, nei casi più estremi, riducono il loro ruolo a un semplice incrocio di domanda e offerta al valore più basso possibile, come tante Uber e Foodora.

7 commenti

  1. Paolo Defraia

    Una narrazione ineccepibile della situazione di mercato al giorno d’oggi. Ho apprezzato molto le soluzioni proposte, ma sarebbe interessante indagare cosa possa fare ogni professionista traduttore, nel piccolo del proprio ufficio, per migliorare la situazione globale, oltre la propria. Un cordiale saluto da Amburgo.

    • In realtà, se il singolo traduttore riesce a migliorare la propria situazione, contribuisce già a migliorare quella globale. Essere consapevoli che tradurre a pochi cent a parola non è un modo per iniziare una carriera, nemmeno da neolaureati, toglierebbe il terreno da sotto i piedi a tanti operatori che prosperano su traduttori che dicono: «E’ poco, comincio così, poi migliorerò…» Non funziona così, ma questa errata convinzione alimenta un giro di intermediari a basso costo che non offrono al traduttore alcuna reale possibilità di crescita e nemmeno un’entrata per mantenersi, né presente né futura, ma intanto occupano il mercato. Non è che un esempio. Cordiali saluti e grazie per l’apprezzamento. LL

  2. Elena Calcagno

    Ottimo articolo, preciso e ben argomentato. Aggiungerei una piccola considerazione che viene dalla mia esperienza personale, risalente ahimè ad un’epoca pre-informatica oltre che pre-Internet. La scarsa considerazione da parte del pubblico per questo lavoro è sempre esistita, e oggi come un tempo il traduttore e l’interprete non vengono percepiti come veri professionisti dai più. Questo è stato aggravato dal fatto che molti si sono improvvisati traduttori nella logica del lavoretto ben illustrata nell’articolo, abbassando da sempre i prezzi oltre ogni ragionevolezza.
    Bilingue dall’infanzia, non conto le infinite volte in cui un conoscente si presentava con malloppi da tradurre: «Tanto per te… è una cosa da niente.» Questo accadeva negli anni ‘80. Dopo una formazione in lingue e dopo aver capito come andavano le cose, ho rapidamente cambiato mestiere, anche se la traduzione rimane sempre una passione. L’avvento di Internet e il fenomeno delle agenzie ha, a mio avviso, semplicemente ampliato il fenomeno rendendolo globale e indipendente dalla zona di residenza, dalla cerchia di conoscenze e/o dalla reputazione. Così una grande opportunità si è trasformata in un enorme problema, come ben spiegato da Lei.

    • Condivido le Sue considerazioni. A quanto mi pare di capire, abbiamo età simili, perciò abbiamo assistito in prima persona all’evoluzione non felice del settore negli ultimi 30 anni. Oltre alle conseguenze che ben delinea Lei, l’esito di questo processo è stata la comparsa di un segmento di clientela che ha esigenze molto elevate e profilate, perciò non può affidarsi al circuito delle agenzie o dei traduttori come li si intende comunemente oggi. E’ una clientela disposta a pagare un traduttore quanto pagherebbe un qualunque altro consulente, ma gli chiede una combinazione di competenze e un modus operandi che i traduttori, formati in carriere di studio ormai omologate o minimamente differenziate, oggi non sono generalmente in grado di offrire. Quel segmento, perciò, viene occupato da persone che hanno altri profili professionali, ai quali affiancano un’eccellente conoscenza linguistica e capacità di scrittura. I traduttori con i profili più tipici ne restano più spesso esclusi, a meno di non sottoporsi a iter di riqualificazione professionale che non tutti possono permettersi. Grazie e cordiali saluti. LL

  3. Fiammetta Fanni

    Articolo molto interessante e ben esposto. Io ho cominciato nei primi anni ’80, senza tutti gli strumenti attuali, conoscendo il classico lavoro con dizionari cartacei, fedeli compagni di tante notti in bianco pre-consegna.
    Mi scontro quotidianamente con pregiudizi ancora presenti, riguardo alla nostra professione. Il mercato è tale per cui lavorare costantemente a tariffe adeguate alla mia formazione/competenze/esperienza è un percorso in salita. Il cliente si è abituato a tariffe bassissime, è anche capitato qualcuno che mi ha dato un incarico comunicandomi il costo a cartella, la tempistica, aggiungendo che per un Traduttore dovrebbe essere automatico tradurre, e per questo motivo non è il caso di pagare troppo. Un po’ come se andassi da un legale, dicendogli quale è la sua parcella, la tempistica, e che in fondo è la sua materia, e non può pretendere di chiedere una cifra più alta di quella decisa da me.
    Sinceramente, io non mi sento di livellare un bel niente, per una questione di dignità, serietà professionale, e sopravvivenza, anche.
    Il discorso secondo cui un modo per uscire dall’impasse è quello di presentarsi come professionista in un settore, con una grande competenza linguistica, è interessante. Ma come attuarlo concretamente ad un certo punto della propria vita? Personalmente, faccio della curiosità e del continuo aggiornamento uno stile di vita, e parallelamente al lavoro di traduttore (per molti anni, all’interno di aziende strutturate) ho coltivato altri forti interessi, che nel tempo sono diventati campi di specializzazione nella mia attività di Traduzioni. Ma questo non è ancora sufficiente. Per cui sono alla ricerca di strategie, magari comuni, forse alternative, che possano modificare nel Cliente l’idea che ha della nostra professione.

  4. [Questo commento è stato lasciato da un lettore che ha rilanciato questo articolo su una piattaforma di socializzazione. Viene riportato qui perché stimola alcune interessanti precisazioni.]

    Pur non condividendo la teoria della divisione del mercato in due segmenti netti, credo che l’articolo ritragga una situazione reale. Ma la soluzione proposta, ovvero convincere (non si sa come) le agenzie a riconoscere i propri collaboratori come subordinati mi sembra una resa allo status quo, un modo per sancire la divisione del mercato in due segmenti. Non è più proficuo per la categoria far sapere a tutti che uscire da una situazione di precarietà e subordinazione è possibile? Ci sarà sempre chi ci accusa di dire il falso perché non è riuscito a migliorare la propria condizione lavorativa (per incapacità, perché ha privilegiato interessi famigliari, per svariati motivi che non spetta a me giudicare). Non tutti riescono ad accedere alle fasce più alte del mercato, ma tutti hanno il diritto di sapere che quelle fasce sono accessibili anche se non si è iperspecializzati, anche se «si inizia oggi e si traduce da taluni lingue come l’italiano.» Altrimenti si finisce per fare il gioco di certe agenzie e portali online.

    • Tra i due segmenti esiste certamente una zona intermedia, popolata da traduttori che non raggiungono la fascia più alta, ma fatturano importi e hanno una regolarità di lavoro grazie a cui conseguono già utili sufficienti. Si trovano perciò a metà fra il «lavoretto» e il segmento più elevato. Scopo di questo articolo non è addentrarsi a descrivere il confine tra gli uni e gli altri, ma trattare alcuni problemi specifici della fascia più bassa. Se, qui, si fa riferimento, semplificando, alla divaricazione del mercato, lo si fa unicamente allo scopo di chiarire in quale accezione viene utilizzato il termine «traduttore» in questo specifico testo.

      Nel merito delle soluzioni proposte (che sono alcune, non escludendo certo che possano indicarsene altre). Non si tratta di trasformare i traduttori della fascia più bassa in lavoratori subordinati. Si tratta invece di individuare forme nuove di inquadramento che riconoscano quel rapporto di dipendenza di fatto che si crea fra traduttore e agenzie in questa fascia di mercato (come in ogni altra realtà dell’economia della condivisione). Un tale rapporto di lavoro, oggi, non è codificato. Da una parte vi è l’assoluta autonomia, dall’altra la piena subordinazione. Questo è il vulnus di tutti i rapporti di lavoro dell’economia della condivisione, non solo per quanto riguarda i traduttori, che in questa branca di economia ci sono scivolati lentamente ex post: forme di subordinazione di fatto che non trovano un regolamento de jure, poiché la cultura giuslavoristica sul lavoro subordinato è ferma a un quadro economico e a rapporti sociali precedenti l’innovazione tecnologica che ha causato l’esplosione di queste forme di collaborazione, un tempo del tutto marginali. E’ altrettanto chiaro, però, che non si può nemmeno parlare di piena autonomia, in questi casi.

      Infine: è evidente che tutti devono avere la possibilità di provare ad accedere alle fasce più alte di mercato e soprattutto essere informati sulla loro esistenza. Su questo, come ho anche scritto, molto si dovrebbe fare sul piano della formazione, che dovrebbe sin da subito istruire a lavorare in quel segmento, e non, come sembra fare oggi, generare laureati predestinati alle fasce più basse. Tuttavia, nell’economia di oggi vi sarà sempre, più che mai, un enorme mercato di traduzioni fatto di testi relativamente semplici e lingue più comuni. Su questo mercato, non ci si può attendere che il cliente sia pronto a pagare quanto pagherebbe un traduttore che tratta testi di alta o altissima specializzazione. Non tutti hanno il talento per giungere al segmento più alto e – aggiungo – come ben vediamo, non tutti hanno il talento per essere lavoratori totalmente autonomi e muoversi sui mercati più complessi. Inoltre, oggi è davvero difficile entrare nei segmenti più alti, con i classici titoli di studio. Un rapporto lavorativo a metà fra indipendenza e subordinazione, ancora da pensare ma che tosto o tardi dovrà pur essere codificato, non solo per il nostro settore, andrebbe incontro ai molti che non hanno i presupposti per esercitare una libera professione totalmente autonoma nei segmenti più esigenti, ma potrebbero trovare un’entrata economica ragionevole e stabile in quella fascia di mercato più bassa che oggi non è un interlocutore, poiché non garantisce stabilità. Prendere atto dell’esistenza di questo mercato non significa fare un favore alle agenzie, ma constatare una realtà che resterà presente, cercando di limitarne il più possibile le derive e convertendola in positivo. Gli strumenti e le modalità non esistono ancora. Anche per questo è necessario porre il problema. Cordiali saluti.

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