Autocertificare una traduzione: quando si può

Archivio cartaceo | © Samuel Zeller
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Ha senso autocertificare una traduzione, nei Paesi in cui non esiste la figura del «traduttore giurato?» Sì, può avere senso, in precisi contesti. La risposta a un interessante quesito posto in un gruppo di discussione da una traduttrice alla quale un cliente ha richiesto di autocertificare la conformità della traduzione svolta. Come comportarsi?


 

Per comprendere quando può essere sensato autocertificare una traduzione è necessario conoscere una delle principali classificazioni dei rapporti giuridici, la distinzione tra diritto pubblico e diritto privato. In breve: sono di diritto pubblico i rapporti fra cittadino e Stato. In questi, il cittadino è subordinato allo Stato, che determina regole normalmente cogenti (tutti siamo tenuti a rispettare un limite di velocità, ad esempio). Il diritto pubblico serve interessi pubblici (l’amministrazione dello Stato, la giustizia, la salute della popolazione…). Benché non si possa escludere che un organo dello Stato instauri anche rapporti di diritto privato, eccezione che non ci riguarda qui, i soggetti dei rapporti di diritto pubblico sono lo Stato, da una parte, e i cittadini, dall’altra; i rapporti di diritto privato, invece, si costituiscono tra cittadini – persone fisiche o giuridiche – e sono in larga misura fondati sui principi di dispositività e parità tra le parti, cioè sulla libera scelta di assumersi degli obblighi con dei propri pari. Non possiamo scegliere se rispettare o no un limite di velocità (norma di diritto pubblico), ma possiamo scegliere se firmare o no un contratto, che è un rapporto di diritto privato: siamo obbligati ad attenerci a tale contratto solo dal momento in cui ne abbiamo volontariamente negoziato e accettato le condizioni con la controparte (pacta servanda sunt).

Quando una traduzione deve essere utilizzata come atto di fede pubblica, rientra nella sfera del diritto pubblico e pertanto risponde a un pubblico interesse. Se una traduzione viene usata in un procedimento giudiziario, tale interesse è la tutela del corretto esercizio della giustizia, che sarebbe pregiudicato da una traduzione infedele. Le traduzioni di un documento di identità, di un diploma di laurea o di un documento di immatricolazione di un autoveicolo servono anch’esse a fini pubblici: avere certezza dell’identità o del titolo di studio di una persona, sapere a chi appartiene un autoveicolo. L’efficacia dichiarativa, cosiddetta erga omnes, dei pubblici registri permette a tutti noi, salve le dovute riserve per la protezione dei dati personali, di essere certi dei dati anagrafici delle persone con le quali abbiamo a che fare, attraverso la carta d’identità, di sapere se il nostro medico è effettivamente laureato in medicina o di risalire al proprietario di un automezzo coinvolto in un incidente stradale.

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Gli agenti coinvolti in questi rapporti – siano essi ufficiali di stato civile, periti esperti, funzionari di giustizia – sono tenuti a particolari condotte e a un giuramento di fedeltà, poiché il loro operato risponde a un interesse della collettività. Lo stesso vale per i traduttori, quando sono chiamati a tradurre atti che assumono valore di fede pubblica. Ogni Paese regola diversamente questa materia, come noto. In Italia vi è l’istituto dell’asseverazione; in Svizzera vi sono disposizioni cantonali specifiche; in altri Paesi il traduttore presta un giuramento generale, una volta per tutte, dinanzi a un’apposita autorità, e da quel momento può certificare le traduzioni apponendovi un proprio timbro, simile a quello dei notai. Altro istituto è la legalizzazione, che non riguarda direttamente la traduzione, ma certifica l’autenticità dell’origine del documento (questo adempimento è stato molto semplificato grazie alla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961, che ha sostituito la legalizzazione con l’apposizione della cosiddetta «apostille dell’Aja»).

La ratio di queste diverse procedure è sempre la stessa: se la traduzione serve a scopi probatori o dichiarativi pubblici, una semplice autocertificazione non produce effetti giuridici. Chi traduce deve prestare un giuramento – generale o speciale per ciascun atto, a dipendenza dei Paesi – dinanzi a un’autorità a ciò designata, dichiarandosi consapevole del suo ruolo e delle conseguenze di uno svolgimento infedele dell’incarico ricevuto. Non è così per le traduzioni di documenti riguardanti rapporti di diritto privato. Per questo motivo, per citare un caso, non è necessario asseverare la traduzione di un contratto (a meno che, ad esempio, la traduzione non serva in un procedimento giudiziario nel quale tale contratto debba essere acquisito agli atti e perciò entri in un contesto di diritto pubblico).

Vi sono rapporti di diritto privato, però, che richiedono un certo grado di formalità, pur non toccando la sfera pubblica, per la delicatezza della materia che regolano o l’affidabilità che devono preservare. Si pensi, ad esempio, al mondo che ruota intorno agli audit di qualità e alle norme tecniche ISO, per ricordare solo l’esempio più noto. Si tratta di direttive emesse non dal legislatore pubblico, ma da enti di normazione di diritto privato, che, tuttavia, regolano aspetti importanti della sicurezza tecnica o devono garantire la qualità di taluni prodotti dinanzi ai compratori. In alcuni casi, questi enti sono ufficialmente riconosciuti dagli Stati di appartenenza, ma ciò non li trasforma in organi legislativi. Può accadere che un giudice, in mancanza di legislazione specifica, nel pronunciare un giudizio si fondi su norme tecniche di settore, oppure che la legge dello Stato faccia riferimento a disciplinari di fonte privatistica, ma non per questo tali normative acquisiscono dignità di provvedimenti legislativi pubblici. Altri noti esempi di norme emesse da fonti privatistiche sono le direttive IATA sul trasporto aereo, compilate dalla International Air Transport Association di Montréal, gli standard interbancari internazionali e molte altre codifiche di lex mercatoria, come le norme INCOTERMS della Camera di commercio internazionale di Parigi per il trasporto internazionale delle merci.

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In questi particolari contesti può essere necessario che la traduzione di un documento sia certificata, perché riguarda qualche aspetto particolarmente delicato: il processo di produzione di un componente tecnico critico per la sicurezza degli aeromobili, ad esempio. Più volte mi è accaduto di dover autocertificare la traduzione di documenti svolta durante audit di conformità secondo norme UNI EN ISO, per citare una situazione concreta. Lo scopo per il quale si richiede al traduttore di certificare la traduzione, in questi casi, non è attestare la conformità della traduzione stessa a fini di fede pubblica, come abbiamo visto più sopra. La certificazione, qui, deve attestare che il traduttore ha svolto il proprio lavoro con la dovuta diligenza e nella piena consapevolezza della finalità e importanza del testo e dell’incarico affidatigli. La procedura resta strettamente in ambito privatistico e non ha nulla a che vedere con gli istituti dell’asseverazione o della legalizzazione.

In tali situazioni, pertanto, è adeguata l’autocertificazione prestata dal traduttore stesso. Salvo disposizioni specifiche, nulla rileva che questi sia iscritto a pubblici registri come consulente di tribunali o di altri organi dello Stato, sia un traduttore giurato o altrimenti riconosciuto nelle forme previste nei singoli Paesi. Gli interessati si riservano, naturalmente, di verificare i presupposti di qualificazione professionale del traduttore. Non per questo l’atto di autocertificazione deve essere sottovalutato o compiuto con leggerezza. Se il cliente richiede al traduttore l’autocertificazione, significa che il testo tradotto, pur essendo utilizzato in rapporti di diritto privato, riveste un certo grado di delicatezza. Una falsa autocertificazione, in questi casi, non scatena le conseguenze penali previste nei casi di falso in atto pubblico, ma può avere comunque pesanti conseguenze, proporzionali al danno cagionato dall’eventuale non conformità della traduzione.

La richiesta di autocertificare una traduzione, in conclusione, è legittima e non va confusa con le procedure di asseverazione o legalizzazione. Può intervenire quando la traduzione serve a fini di particolare importanza o formalità, purché restino nell’ambito dei rapporti di diritto privato.

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6 commenti

  1. Grazie alle utilissime informazioni che generosamente condivide con noi!

  2. Grazie mille. L’articolo è molto interessante.

  3. Bianca Maria Curti

    Quando mi chiedono traduzioni specialmente di titoli di studio per possibile impiego all’estero, in genere io aggiungo in fondo al testo tradotto un riquadro in cui dichiaro di aver eseguito la traduzione, metto il mio nome cognome n. di tessera ANITI e la data. Dico sempre ai clienti che è possibile anche asseverare se richiesto, ma per ora sono stati tutti felicemente assunti all’estero. Vorrei capire bene che differenza c’è tra la mia ‘dichiarazione’ e una ‘autocertificazione’. Mille grazie.

    • Con «autocertificazione» intendo in questo articolo una dichiarazione firmata dal traduttore, ad esempio come fa Lei. La situazione che Lei descrive, riportata anche da un’altra lettrice su un’altra piattaforma, è piuttosto delicata. Vedendo la Sua dichiarazione, il committente estero è probabilmente convinto che Lei abbia il potere certificare la traduzione a fini di fede pubblica, ma in realtà, come sappiamo, in Italia non è così. In caso di controlli possono derivarne conseguenze anche piuttosto pesanti sul piano penale. Si tratta di capire esattamente cosa voleva il committente e cosa pensava di ricevere. Ne parlerò in un prossimo articolo. Cordiali saluti. LL

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