Vespa e Al Bano a Mosca: macché Russia…

Mosca, stazione metro Majakovskaja | © Leonid Andronov

Mosca, stazione metro Majakovskaja | © Leonid Andronov

 

Dopo la cartina di Limes (dettagli >qui), il programma realizzato da Bruno Vespa e Al Bano da Mosca, andato in onda su RAI1 il 15 gennaio in prima serata, è un’altra brutta pagina scritta dai media italiani in materia di attualità internazionale. Non si tratta, qui, di essere «a favore» o «contro» qualcosa: si tratta di identificare quale genere di prodotto editoriale la RAI abbia offerto agli ascoltatori. Nelle intenzioni, la serata doveva presentare «il vero volto della Russia di oggi,» così dichiarava negli anteprima il noto giornalista italiano che l’ha ideata e condotta. L’appuntamento era ineludibile.

Vespa e Al Bano, nei grandiosi saloni del Cremlino, non parlano degli artisti che vi lavorarono, ma raccontano le gesta del Presidente russo Vladimir V. Putin. Poi i due escono e si fermano in contemplazione dinanzi al busto di Stalin, coperto di fiori, nei viali del Cremlino, poi al Mausoleo di Lenin: tutto senza una neppur minima contestualizzazione storica che ricordi ciò che quei due personaggi sono stati in realtà. Poi, Vespa e Al Bano alla Majakovskaja, la stazione della metropolitana in cui Stalin tenne un celebre discorso il 7 novembre 1941, dopo quello del giorno precedente proprio al Mausoleo di Lenin. Nella Russia di Putin, in questo momento, è in atto una vigorosa riabilitazione del mito staliniano, che tende a far dimenticare le atrocità di quel periodo, riconosciute e condannate persino da colui che ne fu successore indiretto, Nikita S. Chruščёv. Unendo questi dati – per chi li conosce – il pellegrinaggio di Bruno Vespa e Al Bano sui luoghi di Stalin prende un altro aspetto.

Poi le interviste agli imprenditori italiani a Mosca, che lamentano l’effetto delle sanzioni, senza che il giornalista Vespa dica una parola sul perché le sanzioni sono state comminate. Dagli hotel esclusivi ai ristoranti, sino all’energia: questi imprenditori del lusso italiano e dei grandi numeri sono quelli che si piegavano sotto le tavole degli oligarchi, creati dalla disordinata transizione economica di Michail Gorbačëv e poi ingrassati dalla debolezza di Boris El’cin, e raccoglievano le briciole dei guadagni che dopo la caduta del comunismo quegli oligarchi realizzavano con metodi sui quali tacere è bello. Una classe imprenditoriale, di italiani e di locali, che non ha più nulla di russo: insieme ai nuovi ricchi delle metropoli si è gettata su ciò che di peggio l’occidente aveva da offrire ai Paesi dell’est dopo la caduta del regime, dai gipponi alle Jacuzzi. Какая Россия! – Macché Russia!

La Russia ha un retroterra storico e culturale straordinario: il soft power della sua cultura millenaria basterebbe a soverchiare il fracasso degli Stati uniti e di molti Paesi occidentali (da questo punto di vista, le uniche che potrebbero farle concorrenza sarebbero l’Italia e la Francia). Non ha bisogno di mandare militari senza mostrine in Crimea e nel Donbass calpestando i più elementari principi di convivenza (ecco perché ci sono le sanzioni, per inciso); non ha bisogno né di fare discorsi dissennati nelle sedi internazionali né di pagare giornalisti e media prezzolati per rifarsi il trucco, non ha bisogno delle sparate di Vladimir Žirinovskij: se vuole recuperare il ruolo di grande potenza, può farlo senza sparare un colpo e in ambiti ben più nobili dell’asfissiante militarismo attuale. Basta che resti se stessa e porti un po’ di pazienza. Le conseguenze di settant’anni di regime non passano in fretta e, del resto, quello non glielo abbiamo inflitto noi.

Cos’era, allora, lo spettacolo visto in TV da quasi tre milioni e mezzo di spettatori? Un programma sul belcanto italiano e la sua ricezione in Russia? Al Bano, con la sua voce stentorea, sempre uguale, che si cimenta con arie d’opera delle quali non sembra all’altezza, nelle sale del Teatro Bol’šoj, umiliando la secolare e ineguagliata storia artistica di quel luogo, non ha nulla a che vedere con la cultura. Se questa è l’intenzione, si chiamano tenori e soprani lirici. Ancor meno servono allo scopo gli ormai sbiaditi duetti del cantante pugliese con la sua ex moglie, o quelli con una cantante russa, non una qualunque: una deputata al Parlamento per Edinaja Rossija, come evidenziavano i sottotitoli (il partito di Vladimir Putin, ma questo i sottotitoli non lo dicevano). Albano che contrappunta con il coro dell’Armata russa (e non più rossa, come qualche giornale ha scritto) e intona il Pater noster gregoriano in una cattedrale ortodossa (!) non dice nulla né sulla straordinaria tradizione corale di quel Paese né sulla sua storia religiosa. Confonde ulteriormente le poche idee già confuse che frullano nella testa del pubblico in materia.

Era un programma dedicato alle bellezze di Mosca, all’attualità della Russia? Quella che si è vista non era la Russia e non era Mosca, se non in misura infinitesimale: era una delle tante metropoli, ormai tutte uguali, della moda e del consumo. Poteva essere Parigi, Roma o New York, non fa differenza. Una rappresentazione della Russia di oggi, da trasmettere in prima serata sulla prima rete televisiva di uno dei principali Paesi europei, produrrebbe un altro risultato, se fatta con intenzioni serie. Era una promozione per una nuova trasmissione televisiva in cui Al Bano torna a fianco della sua perduta signora? Non serve andare fino a Mosca, se questo è l’obiettivo.

Il programma allineava un quasi ininterrotto seguito di messaggi subliminali, disseminati nelle due ore di una trasmissione che era, nella sostanza, un reportage politico non dichiarato, rivestito di un abito pop invero assai sottile. Sia chiaro: se qualcuno vuole sostenere una tesi politica, quale essa sia, deve essere libero di farlo. Il mito di Stalin viene rinverdito, nella Russia di oggi? Si faccia la camminata alla Majakovskaja, ma si dica anche cosa sono stati i gulag, le purghe, le deportazioni staliniane, o almeno si evitino i toni elegiaci e ridanciani, dinanzi alle tragiche pagine di Storia che Stalin ha firmato. Gli imprenditori soffrono per le sanzioni? Qualcuno spieghi anche perché queste sanzioni esistono – poiché è spiegabile con alto grado di oggettività – e dica per quali e quanti russi, negli undici fusi orari della Federazione e nella stessa Mosca, gli hotel di lusso, i ristoranti di lusso, i grandi magazzini di lusso significano realmente qualcosa, nella vita quotidiana.

Se la cartina «sbagliata» di Limes era uscita su un giornale letto da cerchie ristrette, all’interno delle quali molti potevano smascherare la non involontaria «svista» (come infatti è successo), il programma televisivo di Bruno Vespa e Al Bano puntava alla massa, a coloro che si fanno emozionare dagli acuti di un cantante a fine carriera e dalle paillette che svolazzano in locali a cinque stelle. Quanti telespettatori si sono accorti che quella non era un’innocente passeggiata per le vie di Mosca, tra belle donne e piatti succulenti? La televisione punta ai grandi numeri e, si sa, numeri significa consenso. E’ un modo di usare la comunicazione e i media profondamente disonesto, questo, che cavalca la disinformazione per orientarlo, il consenso. Sarebbe utile sapere qualcosa in più sui finanziatori di questo prodotto TV: anche in questo caso, premettere alla trasmissione i loghi delle aziende che l’hanno resa possibile sarebbe stato un gradito contributo alla comprensione del perché una rete televisiva nazionale si presti a simili tragicomiche parate.

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13 commenti

  1. Salve Luca,

    Devo dire che una cosa simile, in un paese come l’Italia, sempre stato vicino agli Stati uniti, mi fa chiedere quali grandi manovre si stiano svolgendo in Italia. Nostalgie dell’URSS? O forse sono sempre le manovre della Guerra fredda, in un Paese dalla posizione strategica come il nostro. Certo che elogiare (o suggerire l’elogio di) Stalin è proprio il colmo. Siamo passati da «La lunga notte del comunismo» (vecchio programma RAI ) al sole del… putinismo.

    • Luca Lovisolo dice:

      Buongiorno Fausto,

      E’ molto imbarazzante, a prescindere da ogni opinione personale. Di Bruno Vespa, tra l’altro, chi ha la mia età ricorda molto bene la collocazione politica e confessionale durante la cosiddetta «prima Repubblica.» Non accade solo sulla RAI e solo in Italia, anche se la Penisola brilla in interpretazioni generose, diciamo così, del ruolo della Russia di oggi. Non amo le dietrologie, ma guardando a Vespa e ad altri giornalisti che si espongono sino al ridicolo, pur di realizzare prodotti così adulanti (e anche malconfezionati dal mero punto di vista tecnico), è difficile non pensare che siano spinti da interessi fortissimi, economici o personali, di fronte ai quali accettano anche di mettere in discussione la reputazione conquistata in un’intera carriera. Se per il cantante Al Bano posso attribuire la miopia alla non brillantissima base culturale della persona, nel caso di Bruno Vespa abbiamo a che fare con un giornalista al quale le categorie di giudizio non dovrebbero mancare. Sul perché succedano queste cose, tempo fa ho risposto a un quesito analogo, >qui. Cordiali saluti. LL

  2. Christine Clover dice:

    Non conosco Al Bano e all’inizio pensavo che fosse solo troppo giovane per ricordarsi degli avvenimenti di quegli anni, ma è nato nel 1942! Ha vissuto per anni come un cieco o un sordo? Per anni ci sono stati due «mondi,» il «mondo libero» e il “blocco sovietico.” E il Terzo mondo stava da qualche parte tra i due. E’ stata una realtà brutta ma inevitabile, nessuno nato prima degli anni Ottanta può dimenticarla. Benché sia passato, le conseguenze si vedono ancora in Russia e in tutti i Paesi dell’Europa dell’est. Che atto irresponsabile! Grazie mille per questo contributo, come sempre ho imparato qualcosa di nuovo (comunque triste).

  3. Non hanno detto il perché delle sanzioni? Proprio perché le sanzioni non stanno in piedi! Perché se si sviscerasse il vero motivo, sarebbe troppo imbarazzante per l’Occidente! Sarebbe un po’ come ricordare le false prove delle armi di distruzione di massa, usate per invadere l’Iraq! Vi emozionate per l’autodeterminazione della Scozia e della Catalogna, esultate per il Kosovo… Ma la Crimea no, lei non può!

    • Luca Lovisolo dice:

      Pubblico il Suo commento perché dimostra in che modo faccia presa, con successo, un’informazione volutamente distorta, come quella offerta dal programma televisivo qui discusso e da molti altri media. Sono certo della Sua buona fede, perciò, nulla di personale: il Suo commento, però, è un insieme di luoghi comuni. Iraq, Scozia, Catalogna, Kosovo e Crimea sono situazioni geograficamente, storicamente e giuridicamente molto diverse fra loro. Accomunarle dimostra solo che non si hanno criteri di giudizio sufficientemente solidi. Si potrebbe, tutt’al più, fare un’analisi comparata tra due o tre di esse, che darebbe pur sempre parecchio filo da torcere, per le profonde diversità che dividono le varie situazioni che Lei cita. Eppure si scrivono commenti pubblici su una materia che forse non si conosce a sufficienza, convinti sinceramente di contribuire al dibattito, ma in realtà fondandosi su pregiudizi e, soprattutto, su ciò che frettolosamente si legge sui giornali o si sente alla TV. Poiché, sull’insieme di una popolazione, la maggioranza si comporta così, per mancanza di tempo o perché esperta del proprio lavoro e meno di altro, e con lo stesso criterio sceglie anche cosa comprare e cosa votare, ecco spiegato il modo in cui l’informazione e i media orientano il consenso, in tutte le sue declinazioni. Grazie e cordiali saluti.

      • Leonardo dice:

        Complimenti per il preambolo. Potrebbe adesso spiegare al signor Mauro e a tutti noi qual è la differenza geografica, storica e giuridica tra Scozia, Catalogna e Crimea per quanto concerne il principio di autodeterminazione? Perché questo dovrebbe applicarsi ai primi due casi e non al terzo? La ringrazio per la disponibilità.

      • Luca Lovisolo dice:

        Buongiorno Leonardo,

        Il principio di autodeterminazione dei popoli è tra i più citati, nei casi di separatismo, normalmente sottolineando solo i diritti della parte secessionista. Si tralascia sempre di citare anche il principio dell’integrità territoriale e si individua un nesso automatico tra autodeterminazione e secessione: noi siamo un popolo > abbiamo diritto di autodeterminarci > perciò separiamo il nostro territorio dallo Stato in cui ci troviamo e fondiamo un nuovo Stato. Questa sequenza è logica all’apparenza e impatta nella comunicazione, ma è zoppa. In brevità: qualunque popolo ha diritto di autodeterminarsi, purché presenti caratteristiche di specificità, ma non può dimenticare né i diritti dello Stato e del popolo con cui sino a quel momento ha condiviso la sua storia né l’interesse generale della stabilità globale. Per questi motivi, le secessioni per autodeterminazione devono avvenire con il consenso di tutte le parti coinvolte e secondo norme condivise. La comunità internazionale, pertanto, riconosce la nascita di un nuovo Stato per secessione solo se tale secessione è avvenuta seguendo procedure che i popoli coinvolti hanno consensualmente stabilito e accettato. E’ già successo più volte, anche in tempi recenti (esempio: Sudan, 2011), e nessuno ha avuto nulla da ridire. A ciò si aggiunga che non è nell’interesse della comunità globale (cioè di tutti noi) che il numero di Stati e micro-Stati si moltiplichi a dismisura, poiché ciò non contribuisce alla stabilità internazionale, la cui tutela è il bene a cui tendono le istituzioni internazionali come presupposto per la salvaguardia della pace mondiale. L’autodeterminazione di un popolo si può esprimere in molti modi, anche diversi dalla secessione: ad esempio attraverso una concessione di maggiore autonomia dallo Stato centrale o di una diversa rappresentatività nelle sue istituzioni, che soddisfi, da una parte, le specificità di una comunità, ma permetta di mantenere l’integrità territoriale degli Stati esistenti e con ciò la ragionevole stabilità delle relazioni globali. E’ sufficiente dire questo per comprendere che catalani, kossovari, scozzesi e crimeani hanno tutti diritto di autodeterminarsi, ma ciascuno ha una diversa vicenda storica, un diverso rapporto con lo Stato centrale e diverse basi legali nazionali e internazionali che li legano. Ciò rende impossibile fare facili paralleli. I referendum di secessione, in particolare, devono avvenire in condizioni di trasparenza, non in territori occupati o nei quali non sia stato possibile svolgere ordinate campagne referendarie ed esprimere il voto con verificabile libertà. Gli unici casi in cui è ammessa una secessione unilaterale sono quelli in cui un territorio è oggetto di occupazione militare, governo coloniale o insanabili discriminazioni razziali e religiose da parte dello Stato centrale. Qui non posso dire di più, ma in questi tre articoli (>qui, da leggere in ordine cronologico) spiego alcune differenze e in particolare la situazione spagnolo-catalana, che Le fornirà elementi per interpretare anche le altre. Non parlo invece del Kosovo, sul quale tornerò più avanti nel contesto del lavoro che sto facendo sull’Ucraina, ma le fornisco un solo dato, che non è sufficiente ma dice molto: il processo di indipendenza del Kosovo, che certamente è discusso, si è svolto in un contesto di violenze interetniche indicibili con lo Stato centrale serbo. Per conoscenza diretta posso confermare che una situazione di simile gravità non era neppure lontanamente presente tra Crimea e Ucraina, tra le quali certamente esistevano dissensi politico-amministrativi sulla gestione dell’autonomia, ma non vi erano confrontazioni etniche o militari. Si aggiunga poi che il Kosovo era già parte della Serbia, mentre la Crimea era stata regalata dalla stessa Russia all’Ucraina nel 1954 e la Russia ha ripetutamente riconosciuto i confini dell’Ucraina includenti la Crimea, persino nel Trattato di Budapest del 1994, con il quale Mosca si faceva garante dell’integrità territoriale ucraina. Si è giunti così al paradosso che una potenza garante dell’integrità di uno Stato vicino si rende essa stessa responsabile del suo smembramento. A queste condizioni, il referendum organizzato dai russi per attestare l’annessione, in una Crimea già occupata dalle loro truppe, non può essere preso sul serio: legga i nomi degli osservatori internazionali invitati da Mosca a controllarlo e scoprirà molte sorprese (non vi furono, infatti, osservatori espressi dalle istituzioni riconosciute allo scopo dalla comunità internazionale). Il gioco contrapposto fra i principi di autodeterminazione, integrità territoriale e secessione è uno dei temi più appassionanti e importanti del diritto internazionale. E’ molto spiacevole che venga così spesso banalizzato a fini di propaganda. Sono in gioco i valori fondanti della convivenza pacifica internazionale, oltre al benessere delle comunità interessate. Cordiali saluti. LL

      • Ma proprio per questo è superficiale citare le sanzioni. Lei sa per cosa sono state comminate? C’è la certezza che i «militari russi senza mostrine» siano davvero «militari russi senza mostrine?» E degli ucraini del battaglione Azov, degli stermini di russofoni avremmo voluto sentire? Penso di no. Lo stesso potremmo dire degli interventi degli americani a finanziare l’ISIS, sono probabilissimi (poiché affermato da organi istituzionali americani), ma lì non vedo sanzioni. Che superficialità… i media mainstream penso che battano tutti su «Putin cattivo» e altre amenità. Ma come dice Lei per altri motivi, la realtà è più complessa. Sono d’accordo che la Russia debba essere apprezzata perché differente da questo occidente, ma in un mondo che vuole scivolare di nuovo in «blocchi» contrapposti (e non per colpa della Russia, si abbia l’onestà di ammetterlo), forse far vedere che la Russia non è tanto differente da noi può solo aiutare a stemperare la tensione. A me Al bano non piace, sia chiaro, ma è indubbio che noi con la Russia facciamo affari, e che le sanzioni se non stanno in piedi come dice il commentatore, sicuro servono a poco e ledono più noi che loro.

      • Luca Lovisolo dice:

        Buonasera Andrea,

        Le sanzioni alla Russia sono state comminate poiché Mosca, con un intervento militare, ha annesso a sé territori di un altro Stato. Un atto di tale gravità, per quanto gravi siano le altre situazioni che Lei cita, non si verificava in Europa dalla seconda Guerra mondiale. Questo dovrebbe interessarci e preoccuparci. La presenza di militari russi senza identificazioni nella Crimea e nelle altre regioni dell’Ucraina orientale è certa, perché è stata confermata dalla stessa Russia, per la manifesta impossibilità sopravvenuta di sostenere il contrario. Più volte Putin ha riconosciuto l’intervento di forze russe, anche nell’ultima conferenza stampa di fine d’anno, se ha avuto occasione di ascoltarla integralmente, in cui ha confermato espressamente la presenza di militari russi in missione non ufficiale in quei territori. L’argomento, perciò, non è in discussione. Conoscendo la situazione sul terreno, posso rassicurarla: in Ucraina orientale non vi sono stati «stermini di russofoni.» Vi sono stati, come mi confermano amici e contatti sul posto, ingenti danni materiali e perdite umane a quattro cifre fra tutta la popolazione, a causa degli attacchi dei separatisti, delle attività di difesa dell’esercito ucraino e dei vari battaglioni di estremisti (Lei ne cita uno, ma non dimentichiamo i tanti volontari, anche italiani ed europei, che sono andati a rischiare scriteriatamente la vita per uccidere laggiù, su entrambi i fronti), con tutto ciò che fa triste corollario a un conflitto che non aveva alcuna ragion d’essere. Per quanto la Crimea e le regioni di Lugansk e Donec’k serbassero alcune ruggini con Kiev, si può stare certi che non sarebbe mai scoppiato uno scontro armato, se non vi fosse stata l’ingerenza di Mosca. Le sanzioni hanno molti limiti, sono d’accordo, ma non è poi così vero che non funzionano. Se si guarda a ciò che sta accadendo in queste settimane dietro le quinte degli accordi di Minsk, si notano vari segnali: l’atteggiamento della Russia sul dossier ucraino sta cambiando, e la causa è la grave difficoltà economica di Mosca, che si trasforma in minaccia per i dirigenti attuali. Certo, la causa principale è il calo del prezzo del petrolio, ma il blocco dell’interscambio con l’Europa ha il suo peso, su operatori già in difficoltà. Non vi è dubbio che le sanzioni danneggino anche i Paesi come l’Italia, che con la Russia hanno uno scambio intenso. Sono, però, lacrime tardive, quelle degli imprenditori che piangono perdite a causa delle sanzioni. E’ da una decina d’anni, o almeno dal celebre discorso di Putin alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza del 2007, che la Russia ha assunto una linea di collisione con l’Occidente. Il rischio geopolitico che pendeva come una spada di Damocle sulle esportazioni verso la Russia era ben riconoscibile ormai da anni, per chi ha voluto vederlo. Anziché cautelarsi e diversificare i loro mercati, molte imprese hanno continuato a realizzare in Russia quote rilevanti del loro export, attratte dalle liquidità illimitate degli oligarchi e nuovi ricchi, ignorando dolosamente o colposamente il rischio. All’arrivo delle sanzioni, quegli imprenditori hanno subìto danni che una più attenta osservazione degli sviluppi geopolitici avrebbe aiutato a prevenire, ma si sa, su queste cose la Gazzetta dello sport non dice nulla. Le sanzioni possono essere antipatiche, ma ricordiamo una cosa: sono lo strumento inventato dalla comunità internazionale per evitare di reagire alle violazioni del diritto internazionale con le armi. In poche parole: le sanzioni sono l’alternativa alla guerra. In altri tempi, di fronte a un simile intervento a gamba tesa della Russia in Ucraina e nel Donbass, con ogni probabilità saremmo già caduti in un conflitto armato paneuropeo. Le sanzioni fanno soffrire i bilanci, è vero, fanno effetto lentamente, a volte non funzionano, ma costano pur sempre meno di una guerra. Cordiali saluti. LL

  4. Non ho visto la trasmissione, ma mi è bastato il promo (che lasciava abbondantemente presagirne il contenuto) per decidere di non vederla. Complimenti vivissimi per il suo articolo.

  5. Maria Luisa dice:

    Non ho visto la trasmissione, ma già lasciava presagire che fosse destinata all’«italiano medio» 🙂

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