Referendum italiano: un azzardo internazionale

Limoni | © TwilightArtPictures
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Il 4 dicembre i cittadini italiani sono chiamati a decidere sulle modifiche costituzionali proposte dal Governo. La consultazione ha conseguenze sul già debole ruolo internazionale dell’Italia, tra orientamenti più europeisti e altri marcatamente filorussi. Una tappa su un percorso partito dalla Moldova, passato in Bulgaria e che giungerà alle votazioni in Francia e Germania.


 

Le modifiche proposte sono, essenzialmente, le seguenti:

  • Una delle due camere del Parlamento, il Senato, viene riorganizzata in modo quasi analogo al Bundesrat tedesco; il numero dei senatori passa da 315 a 100; il procedimento legislativo si svolgerà principalmente nella Camera dei deputati, il Senato si comporrà di rappresentanti dei Governi regionali e deciderà su questioni di interesse locale ed europeo;
  • Le Province vengono abolite. Le loro funzioni vengono assunte in parte dal Senato e in parte da Regioni e Comuni. Per il resto i Comuni possono associarsi in enti di area vasta, somiglianti ai Landkreis tedeschi; le grandi città metropolitane avranno un proprio status;
  • Il rapporto tra il Governo centrale e i Consigli regionali muta verso un più severo controllo da parte dello Stato centrale sulle amministrazioni delle Regioni; il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) viene abolito, le sue funzioni sono già svolte da altri organi e consessi.

Altre modifiche servono all’attuazione di questi scopi principali, pertanto non richiedono di essere esposte qui nel dettaglio.

Che la riforma possa rendere più celeri ed economicamente efficienti i bizantini processi decisionali della Repubblica dei limoni fioriti di Goethe, non è cosa automatica. Chi vuole impedire che una legge venga promulgata, perché lede gli interessi della sua corporazione, riuscirà in questo intento, in un modo o nell’altro, anche dopo la riforma del procedimento legislativo: a Roma l’inventiva non manca. Se i nuovi enti locali si dimostreranno più economici delle vecchie Province, dipenderà dal modo in cui gli uomini li amministreranno. La cattiva gestione delle Regioni è stata causata da consiglieri regionali che sono stati eletti per nome e cognome dai cittadini: le elezioni regionali, infatti, avvengono ancora con il sistema delle preferenze nominali. Finché i cittadini non voteranno uomini migliori, corruzione e crimine organizzato permarranno. La possibilità che le modifiche della Costituzione producano effetti dipende più dalle condotte umane, che dalla sostanza delle modifiche stesse.

Uno dei rimproveri più forti mossi ai sostenitori della riforma concerne il timore del sorgere di un regime autoritario. Dopo l’entrata in vigore della riforma costituzionale, il Governo dovrebbe acquisire maggiore capacità di azione ed essere in grado di muoversi in modo analogo a quelli di altri Paesi europei, cosa che attualmente non accade. Per sé, l’intenzione è buona. Il rafforzamento dell’esecutivo, tuttavia, serve a poco, se la qualità dei provvedimenti del Governo resta lamentevole. Che le nuove norme possano aprire le porte a una dittatura sembra, come argomento contrario, sinceramente esagerato. I dittatori ignorano lo Stato di diritto e conquistano il potere senza badare agli articoli costituzionali. Gli organi di controllo della Repubblica, tra i quali la Corte costituzionale e il Capo dello Stato, mantengono le loro funzioni di sorveglianza. L’Italia resta una democrazia occidentale. La prima parte della Costituzione, nella quale sono fissati i principi, non viene modificata. Tutto ciò per quanto riguarda gli aspetti interni.

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Il referendum italiano ha acquisito un notevole significato geopolitico. E’ una novità, per un Paese che da decenni si trascina ai margini degli accadimenti internazionali. Tre punti, sotto questo profilo, mi sembrano importanti.

La prospettiva globale. Tutti i Paesi – davvero tutti i Paesi – abbisognano di riforme. Nessuno Stato è davvero pronto per le sfide dell’economia e della società globalizzate. L’Italia ha necessità di riforme più di altri. L’argomento con il quale la maggioranza degli italiani giustificava sinora la cattiva situazione della Penisola suonava più o meno cosi: il Paese, certo, deve essere riformato, ma i «politici» non vogliono farlo. Ora si presenta ai cittadini stessi l’opportunità di dimostrare che sono pronti a mettersi in gioco. Se gli elettori respingono questa riforma, per il resto del mondo ciò significa che il popolo ha interessi prevalenti per il mantenimento dello status quo, e che in fondo non è così insoddisfatto per i malanni del suo Paese. Questo è il messaggio che passerà, in caso di rifiuto della riforma, indipendentemente dai contenuti della riforma stessa. Chi ripresenterà piani di riforma e quando? Cosa sarà delle altre riforme, ad esempio quella della giustizia e quella del fisco? L’Italia è un Paese relativamente piccolo, con un sonnolento mercato interno, bisognoso di investimenti internazionali e di mercati di esportazione. Ci si può credere o no, ma gli investitori internazionali attendono risposte concrete a queste domande. Non è questione di propaganda.

Le relazioni interne europee. Il giovane ed egocentrico Capo del Governo italiano ha commesso un errore simile a quello del suo collega inglese, David Cameron. Ha puntato su un referendum la cui portata può essere valutata correttamente solo da una limitata parte di elettori. Se la sua proposta di riforma viene respinta, ad attendere Renzi c’è la stessa disonorevole ritirata toccata al suo coetaneo di Londra. Un altro fallimento dei quarantenni. L’Europa, il 4 dicembre, vivrà ancora un caso di democrazia stocastica: l’esito della votazione sarà deciso dalla casualità e sulla base di fattori estranei all’oggetto, in un contesto di grossolana manipolazione del consenso. Chi potrebbe salire al potere dopo Renzi, a Roma? La possibilità che possano imporsi forze che, al falso grido Make Italy great again, rimettano in discussione il rapporto dell’Italia con l’Unione europea e la zona euro, è concreta. Un messaggio di questo tipo, oggi, troverebbe favorevole accoglienza presso fasce non trascurabili di popolazione. Le conseguenze non sono prevedibili.

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Il ruolo della Russia. L’importanza del referendum italiano per Vladimir V. Putin può essere colta solo se si è introdotti nella visione del mondo del Presidente russo. A Mosca non si sono mai avvistati così tanti politici e capipartito italiani come negli ultimi mesi, tutti provenienti dalle fila della campagna per il «no» al referendum. Se questi esponenti politici, come altri loro colleghi occidentali antieuropei, vengano sostenuti dalla Russia economicamente, non si può provare. Che a Mosca essi abbiano udienza presso intellettuali, parlamentari e membri di Governo di alto rango, che vengano loro offerte tribune comiziali presso importanti media e agenzie di stampa nazionali russe, è un fatto. Tutti questi raggruppamenti italiani ed europei, siano essi di sinistra, destra, estrema sinistra o destra, populisti o non importa cosa, hanno in comune un intento: puntano all’indebolimento o scioglimento dell’Unione europea e dell’euro, a favore di un contemporaneo avvicinamento dei loro Paesi a Mosca e all’Unione eurasiatica. Tutti i partiti della campagna del «no» in Italia sostengono, con diverse sfumature, questa medesima tesi. Un tale stato di cose si rispecchia fedelmente ogni giorno nei media russi: leader di partiti italiani che finora hanno raccolto percentuali minime e novellini della politica privi di formazione vengono elevati, nei notiziari di Mosca, a candidati a capo del Governo o a portatori delle speranze dell’Italia nel nuovo ordine mondiale. Se Renzi cade, Putin punterà su questi uomini: incauti arrivisti della politica italiana che non riconoscono i rischi di tali loro condotte, per insufficienza di istruzione.

In Europa, le votazioni diventano sempre più delle scelte di campo tra il mantenimento dell’autodeterminazione dei nostri Paesi all’interno dell’Unione europea e la rinuncia all’Unione europea, a favore dell’attrazione, come satelliti deboli e isolati, nell’orbita della Russia. Gli elettori non decidono tra un candidato presidente e un altro, fra il partito A e il partito B, a favore o contro una riforma costituzionale. Decidono, nei fatti, il campo geopolitico al quale il loro Paese apparterrà a lungo termine. Se si colloca il referendum italiano nella prospettiva europea, si riconosce che esso, cronologicamente, è in realtà il primo grande appuntamento elettorale nell’Europa occidentale con questo chiaro sfondo geopolitico. La stessa fattispecie si è osservata alcune settimane or sono durante le elezioni in Moldova e in Bulgaria. Dietro alle maschere scolorite dei simboli tradizionali di partito, vi erano dei candidati apertamente schierati come filorussi o filoeuropei. I filorussi, dotati di stabili connessioni con Mosca, hanno vinto. Il referendum italiano è un’altra puntata di questa serie: dietro al «no» ci sono i filorussi, dietro al «sì» i filoeuropei. La prossima, maggiore tappa di questo percorso saranno le elezioni presidenziali in Francia, nel 2017. La signora Le Pen e i suoi colleghi di partito sono ospiti fissi in Russia. Che il partito dell’estrema destra francese abbia ricevuto prestiti di denaro da Mosca è dimostrato. Il partito stesso ha dovuto ammettere i suoi legami con fonti di finanziamento russe.

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Concludendo: per riformare la Costituzione, in Italia, non è obbligatorio un referendum. Ci si sarebbe attesi da Parlamento e Governo il coraggio necessario per approvare le riforme che ritenevano necessarie, attuarle nel più breve tempo possibile e assumersene una chiara responsabilità. Tutto il contrario. Come già avvenuto per la Brexit, anche in Italia un Capo di governo asceso troppo rapidamente ha affidato questioni di notevole importanza interna e di portata geopolitica difficilmente valutabile alla decisione dei cittadini, la cui opinione si formerà in gran parte secondo criteri estranei all’oggetto della votazione. L’attività di manipolazione del consenso tramite i social media è in pieno svolgimento. L’esito del referendum suscita apprensione in Italia e fuori.

I capi dei Governi possono dimettersi e scomparire dalla scena politica. I Paesi rovinati dal malgoverno restano dove sono. I loro cittadini dovranno convivere per generazioni con le conseguenze di strategie fallimentari. Non potranno neppure lamentarsene, perché, con il voto, avranno messo «democraticamente» il sigillo sul proprio destino. | >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore)

 

10 commenti

  1. Finalmente un’analisi lucida, completa e obiettiva della situazione. È un peccato non trovarne del genere sui giornali italiani. Importante e inedita, per quanto mi riguarda, la rivelazione delle frequenti visite in Russia di aspiranti scalatori della nostra scena politica: sinceramente lo ignoravo.

    • Grazie. Le notizie sui politici italiani in Russia vanno cercate nei media russi. Quelle che arrivano in Italia sono molto parziali. Neppure gli organi ufficiali dei partiti ed esponenti politici italiani interessati ne riferiscono con completezza. Ciò conferma, indirettamente, che le attività che vanno a svolgere a Mosca non sono sempre convenienti da pubblicizzare, altrimenti non esiterebbero a farne strombazzo. Ultimamente, la notizia che un noto leader di partito italiano si trovasse a Mosca ha avuto una certa diffusione perché il medesimo è stato fermato dalla Polizia nel centro della capitale russa, intento a svolgervi attività di propaganda non autorizzate. Il fermo è durato pochissimo, poiché interventi da alte sfere locali hanno immediatamente risolto il qui pro quo. Nondimeno, l’episodio ha reso inevitabile la pubblicità del viaggio moscovita di quel personaggio, che poche ore prima aveva rilasciato un’ampia e ossequiosa intervista a un ideologo russo vicino al Governo e distintosi per le sue posizioni di nazionalismo estremo. La maggior parte delle escursioni russe di politici italiani, però, tutti appartenenti a una ben precisa linea programmatica, ancorché di partiti e orientamenti diversi, passa in sordina, soprattutto per chi non si addentra nei media in lingua russa. Lo stesso accade, ad esempio, con le frequentissime visite in Russia della galassia (politica e familiare) ruotante intorno al Front National francese. Una nota esponente di quel movimento è stata recentemente protagonista di un agiografico siparietto con dei parlamentari russi, comprendente uno scambio di bottiglie di vino francese contro bottiglie di vino della Crimea (non a caso, evidentemente). Cordiali saluti. LL

  2. Salve Luca,

    Per cambiare la Costituzione è obbligatorio il referendum se il parlamento non approva la riforma con la maggioranza qualificata. Questo per impedire che il governo di turno cambi a piacimento la Costituzione. Detto questo, se c’è un Paese che non è immobile è proprio l’Italia, dove sono più di vent’anni che si fanno riforme: leggi elettorali, mutamenti dei poteri di sindaci e presidenti di Regione, Province elettive già abolite e soprattutto tanta «flessibilità» sul lavoro che ha abolito l’art. 18 senza abolirlo. Poi l’impoverimento dovuto al raddoppio dei prezzi con l’avvento dell’euro e infine la crisi, che sta per compiere 10 anni e che non si risolverà portando l’IVA al 25% nel 2018 per rispettare gli assurdi parametri dell’euro.
    Concordo con lei sull’eccessiva vicinanza alla Russia, anche del Movimento 5 Stelle cui sono iscritto (ma non sono un troll!), che è più trasparente degli altri ma che nondimeno mi lascia perplesso su questo punto. L’attività della Russia citata anche nella «Relazione sulla comunicazione strategica dell’Ue per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi» esisterà pure, ma a me non sembra che la propaganda pro-Europa sia da meno, solo che avviene in modo più sottile. Ad esempio, ogni volta che c’è un voto democratico in un Paese i media si preoccupano di come reagiranno «i mercati,» ovviamente una decisione contraria a quella dei governi è sempre preoccupante per investitori ecc.
    Il voler mettere il referendum italiano sullo sfondo geopolitico (per quanto possa esistere), non è anch’esso formare un’opinione «secondo criteri estranei all’oggetto della votazione?»
    Caro Luca, nel tempo ho purtroppo visto la differenza di punti di vista che ci separa, tuttavia continuo a leggerla perché penso che i suoi ragionamenti siano un’ottima disciplina mentale (per dirla così). Spero che pubblicherà il mio commento, che ho cercato di sintetizzare al massimo. Cordiali saluti.

    • Buonasera Fausto,

      Non vedo ragione per la quale non dovrei pubblicare il Suo commento e nemmeno perché le differenze di punti di vista debbano essere introdotte da un «purtroppo.» L’unico problema, nel Suo commento, se vogliamo trovarne uno, è il mischiarvi cose diverse. Così, alla fine, rende difficile comprendersi. Rispondo nell’ordine.

      L’art. 138 Cost. IT non prevede l’obbligo del referendum, per le modifiche costituzionali: prevede la possibilità di esso, per fermare sul nascere la promulgazione di leggi costituzionali e di modifica della Costituzione qualora approvate dalle Camere con la maggioranza assoluta, anziché con la maggioranza qualificata dei 2/3. In questo caso, il referendum si celebra se «[…] entro tre mesi dalla loro pubblicazione [delle leggi], ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.» L’obiettivo è quello che dice Lei, ma la procedura è diversa e il referendum non è confermativo, ma inibisce, se richiesto, la promulgazione del provvedimento. Le modifiche costituzionali proposte dal Governo potevano perciò essere approvate anche senza il passaggio referendario.

      Vero che in Italia sono già mutate molte cose, fortunatamente. Tutto resta troppo lento, macchinoso e asservito a interessi di soggetti estranei al processo di legislazione. Molto resta da fare. Quanto alle Province, è vero che erano già state abolite, ma, proprio a seguito di ciò, era necessario un riordinamento costituzionale dell’articolazione amministrativa del territorio, non è un aspetto centrale della riforma. La modifica della legge sul lavoro non ha rilievo costituzionale, è frutto del normale iter legislativo, è stata approvata a maggioranza e se non piace chiunque può cambiarla, a patto di conseguire nuovamente la necessaria maggioranza. Quanto agli aspetti economici, ai problemi legati alla fase introduttiva dell’euro e dei parametri europei, sono materie sulle quali o non si può più fare nulla, o si deve intervenire nel merito specificamente. Il presupposto è che l’Italia abbia la forza e il prestigio per porre in Europa le questioni che le interessano. Forse è su quest’ultimo punto che bisogna lavorare, e non poco, anche sul piano della credibilità e capacità personali di coloro che negoziano.

      L’interesse di alcune forze politiche italiane (non solo quella che cita Lei) verso la Russia è noto solo in parte in Italia. Risponde a interessi di bottega, soddisfa vanità personali e protagonismi che i russi sanno sfruttare a meraviglia per i loro scopi, facilitati dalla grave impreparazione tecnica e culturale degli ingenui interessati. Lei loda la maggiore trasparenza del movimento al quale è iscritto: nel merito devo osservare che vengo a sapere delle attività in Russia di questo movimento solo grazie a contatti sul posto e alla mia regolare frequentazione dei media di Mosca. Posso sbagliare, ma non ne trovo notizia sui blog del medesimo Movimento, almeno non in misura corrispondente alla realtà. Su questo punto, almeno, in materia di trasparenza forse anche i Suoi amici hanno progressi da fare. Tutti si scagliano contro i «poteri forti,» ma prima o poi i poteri forti servono e magari ci si sceglie i più sbagliati. E’ un peccato, perché l’idea della democrazia partecipativa, incarnata da molte formazioni analoghe in Europa, era partita bene e conteneva germi interessanti.

      Che i risultati delle elezioni comportino preoccupazioni per i mercati a volte è esagerato, questo è vero, ma non dimentichiamo che dalla fiducia dei «cattivi» mercati dipendono posti di lavoro e benessere. Poi ci sono anche le distorsioni e le malversazioni del sistema economico e di quello finanziario, ma queste vanno combattute con gli strumenti adeguati, senza buttare il bambino insieme all’acqua sporca.

      La propaganda russa contro l’Unione europea e l’Occidente è molto grave, è un problema serio e sottovalutato, ha una strategia precisa attuata scientificamente senza risparmio di risorse e non esita a usare strumenti contrari al diritto nazionale e internazionale, come il finanziamento illecito a partiti politici o il condizionamento di media e movimenti d’opinione in forme talvolta celate dietro un alone di legittimità. Penso, ad esempio, ai rapporti tra grandi gruppi russi e la proprietà di influenti testate giornalistiche europee, tutti da verificare; oppure: a che interessi risponde, che un noto gruppo gasifero russo sponsorizzi vistosamente squadre di calcio europee? Si può misurare la dimensione e la perversa raffinatezza delle condotte russe solo se si conosce tutto il quadro. Non è cosa da tutti. Purtroppo, la maggior parte delle persone ne è ignara, nella vita si occupa, comprensibilmente, di tutt’altro e se glielo si dice fa spallucce. Aggiungo che se gli italiani sapessero cosa sta veramente succedendo in Russia e capissero ciò che si dice nei media di Mosca (quelli veri, non quelli in inglese, controllati dal Governo anche quelli, ma addolciti per non inquietarci troppo), non avrebbero dubbi sul contesto internazionale in cui si inserisce il loro referendum. Forse eviterebbero di scannarsi sul numero di parlamentari o sul CNEL e prenderebbero le cose più sul serio. La Russia è una potenza straniera che sta pesantemente condizionando il consenso in Paesi che non sono legati ad essa in alcun modo, e che Mosca intende attrarre nella propria orbita per mere ragioni di potere. Se anche esistesse, nei Paesi europei, una propaganda pro-Europa, come la chiama Lei, questa si eserciterebbe verso un’Unione di cui gli Stati membri fanno parte per libera scelta, ne condividono gli indirizzi in un Parlamento e in istituzioni comuni e, per giunta, come si è visto, possono anche uscirne, se vogliono. Le due situazioni non sono assimilabili.

      La prospettiva geopolitica del referendum italiano esiste, non è un elemento estraneo, pochi la analizzano perché è più redditizio concentrarsi sulle zuffe da pollaio tra fautori del sì o del no. A mio giudizio, essa soverchia il significato della riforma per la politica interna italiana. Le riforme, se approvate, potranno ancora essere modificate o rettificate, se sarà il caso. Cambiano aspetti tecnici, senza intervenire sui principi. Un mutamento di scenario geopolitico, come quello che potrebbe prodursi se si imponessero forze che promuovono l’allontanamento dell’Italia dall’Unione europea, è destinato invece a cambiare durevolmente, almeno per qualche generazione, il sistema di valori e le prospettive di sviluppo del Paese. I promotori di un tale cambiamento se ne pentirebbero amaramente, e il prezzo della loro imbecillità sarebbe pagato ancor più caro dai loro figli. E’ la ragione per la quale su certe materie non si dovrebbero indire referendum. Non si tratta di «togliere il potere al popolo,» ma di capacità di apprezzare fino in fondo le conseguenze delle proprie scelte. In questo caso, non basta capire tecnicamente quali aspetti della Costituzione vengono modificati, ma di considerare tutto il contesto, non solo in senso assoluto, ma anche relativamente al periodo storico che stiamo attraversando. A queste condizioni, che la maggioranza decisiva degli elettori voti in base a un «mi piace / non mi piace» è la conseguenza inevitabile. Anche un buon livello di istruzione non aiuta per forza: decifrare certe connessioni richiede tempo e una competenza tecnica specifica che non ci si può attendere da chi fa altre professioni, a prescindere dal livello di formazione. Purtroppo, la votazione, a queste condizioni, è un pericoloso terno al lotto, lanciato per mero egocentrismo e bisogno di narcisistiche conferme sociali.

      Sono lieto che Lei continui a seguirmi.
      Cordiali saluti
      Luca

  3. Francesco Toscano

    Egregio sig. Lovisolo,

    La leggo da tempo e La ringrazio per questa analisi, sia per quanto riguarda il testo centrale che il commento in risposta al lettore. Lei ha fatto luce su un aspetto, quello geopolitico, di straordinaria importanza. Grazie.

  4. La ringrazio veramente tanto del suo commento […], quasi spietato direi. […] Le scrivo da italiano esterofilo e traduttore economico-giuridico che si confronta spesso con le analisi macroeconomiche globali e che già ha constatato ripetutamente quanta attenzione ci sia verso il referendum e quanta paura faccia la Quitaly o Italexit. […] Perché mai un acuto osservatore internazionale come l’Economist […] ci viene a dire in prima pagina, a quasi una settimana dal 4 dicembre: «Why Italy should vote no to its referendum,» salvo poi rimangiarsi a metà quello che ha scritto […]?
    I fautori del «sì» sanno benissimo che se si entra nel merito hanno gioco facile a dimostrare quanto meno le buone intenzioni di una riforma che, seppur perfettibile, è l’unica che possiamo ora approvare. I fautori del «no» lo sanno altrettanto bene, e malgrado mi sforzi di convincermi del contrario, le loro argomentazioni si possono, in sintesi ricondurre a: 1) la potevate fare meglio ‘sta riforma […] 2) arriva l’uomo forte […] 3) Renzi vai casa che voglio prendere il tuo posto. No comment.

    • Buongiorno Paolo,

      Grazie per il Suo apprezzamento. Non me ne voglia se ragioni redazionali m’impongono di ridurre di molto il Suo intervento, limitandolo alle domande essenziali e, tra queste, a quelle a cui posso rispondere.
      Sul primo capoverso. Ho letto anch’io l’articolo sull’Economist. Ne ho ricavato la conferma che leggere una testata rinomata non è garanzia di trovarvi giornalisti seri e competenti. Si possono ben sostenere le ragioni del «no,» ma ciò andrebbe fatto, soprattutto da parte di un professionista e su quelle pagine, con un sufficiente livello di formazione e informazione sull’oggetto di cui si scrive. Non era il caso di quel claudicante contributo, a prescindere dall’orientamento per l’uno o l’altro fronte referendario. Sul perché della pubblicazione si potrebbero fare mille esercizi di dietrologia, ma non è il mio lavoro.
      Sul secondo capoverso: in tutta sincerità mi sono convinto che da entrambe le parti, per sostenere le loro ragioni, i protagonisti utilizzino argomenti deboli, scelti, sembra, più per ragioni di comunicazione che per stimolare una discussione sui contenuti. Se si pongono a referendum argomenti così tecnici, è quasi inevitabile. Ne sortisce una campagna fondata su ripicche personali, sbracature e questioni estranee al merito. In questo non mi sembra che i due schieramenti si differenzino molto. Se vuole conoscere una mia opinione, devo dirle di essere rimasto molto deluso dagli interventi del prof. Gustavo Zagrebelsky. Da un giurista e costituzionalista del suo calibro mi aspettavo considerazioni tecniche in grado di farmi ragionare giuridicamente sui limiti della riforma dal punto di vista di chi la rifiuta. Non è stato così e credo che sia stata una grossa perdita, nel dibatto sul merito.
      Lei mi pone un paio di altre questioni relative alla vita istituzionale italiana. Vivo all’estero anche per non essere quotidianamente nauseato da risse di portineria romane. Evito, perciò, di accodarmi ai tanti che sembrano, invece, godere nello sguazzarci. Grazie per l’attenzione e cordiali saluti. LL

  5. Paola Petrino - Torino

    La tua analisi è puntuale e coerente e scritta davvero bene. Tornerò a leggerti! Paola

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