Termine «crudeltà» e traduzione giuridica

Il significato giuridico del termine crudeltà
Urlo | © Cristian Newman

Accade piuttosto spesso che i giudici, anche di fronte a omicidi che suscitano scalpore nell’opinione pubblica per la loro efferatezza, non riconoscano l’aggravante della crudeltà. Per un traduttore, o per chiunque scriva e legga testi in materia, l’uso della parola crudeltà richiede cautele, quando si tratta di diritto penale italiano. Il ruolo spesso negativo dei media e le indicazioni per il lavoro di traduzione.


Ritorna periodicamente, sui media italiani, il dibattito sulla cosiddetta «aggravante della crudeltà.» Accade piuttosto spesso che i giudici, anche di fronte a omicidi che suscitano scalpore nell’opinione pubblica per la loro efferatezza, non riconoscano tale aggravante. Qualche anno fa, in particolare, fece sensazione che la Corte di cassazione non riconobbe tale aggravante nella condotta dell’autore di un noto, tristissimo fatto di cronaca, noto come «caso Parolisi.»

Vediamo perché per un traduttore, o per chiunque scriva e legga testi in materia, l’uso della parola crudeltà richiede cautele, quando si tratta di diritto penale italiano e, in particolare, del reato di omicidio. Queste considerazioni non riguardano solo chi traduce strettamente atti giudiziari, ma chiunque tratti articoli di giornale o altri generi di testo concernenti queste tristi fattispecie. Restiamo nell’esempio del processo appena citato, che offre un caso di scuola.

In fatto, il reo, in un bosco del Centro Italia, aveva inferto oltre trenta coltellate alla sua giovane moglie, causandone la morte.

In diritto, l’aggravante di crudeltà nella commissione dell’omicidio è prevista in Italia dal punto 4 dell’articolo 61 del Codice penale. Con sentenza del 30.04.2014 nr. 18136, la prima sezione della Cassazione penale statuiva che il configurarsi della crudeltà richiede un cosiddetto quid pluris, ossia una condotta che vada oltre il processo causale che porta alla morte della vittima.

Spieghiamoci meglio: le coltellate inferte dal reo alla povera moglie costituiscono il processo che ne ha causato il decesso. Se, oltre a ciò, l’omicida avesse posto in essere altri atti eccedenti questa condotta – ad esempio, mentre inferiva le coltellate avesse appiccato il fuoco al corpo della donna ancora in vita o avesse sottoposto la sventurata ad altra violenza, distinta dalle coltellate, finalizzata ad accrescerne la sofferenza – allora vi sarebbe stata, nella condotta dell’omicida, la circostanza aggravante dell’agire con crudeltà.

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Nella condotta, pur gravissima e riprovevole, dell’omicida, non vi è questo presupposto. L’omicidio è avvenuto per effetto delle sole coltellate e l’uomo non ha compiuto altri atti, oltre a colpire con il pugnale, destinati ad aggravare ulteriormente i patimenti della poveretta.

Per questi motivi, la Corte italiana di cassazione aveva rinviato la sentenza al grado precedente, affinché venisse riformata di conseguenza e sia ricalcolata la pena a carico del condannato senza tenere conto della circostanza aggravante della crudeltà, poiché nella condotta del reo non vi erano gli elementi costitutivi necessari.

Quali indicazioni trarre, per il lavoro di traduzione? Come abbiamo visto, la parola crudeltà ha un significato giuridico esatto, precisato, come per molti altri termini, da una o più decisioni di Cassazione. Se anche il testo nella lingua d’origine utilizza un termine che può essere tradotto, secondo normali considerazioni linguistiche, con crudeltà, prima di utilizzare questa parola nel testo di destinazione in italiano per l’Italia è necessario accertare che anche nell’ordinamento da cui proviene il testo sorgente la crudeltà corrisponda alla fattispecie così chiaramente circoscritta dalla suprema corte italiana.

Parlo esplicitamente di ordinamento e non di lingua. Determinante, infatti, è il significato che la parola in questione ha per l’ordinamento, non il suo senso comune linguistico. Per accertarlo, il testo sorgente dev’essere analizzato con cura sotto il profilo giuridico. Il testo di destinazione, in conseguenza, deve essere formulato in modo da non generare equivoci.

Il Codice penale svizzero in versione italiana, ad esempio, a differenza di quello italiano, in riferimento al reato di omicidio (art. 111) non utilizza il termine crudeltà. La legislazione svizzera distingue però tra omicidio e assassinio, quest’ultimo «se il colpevole ha agito con particolare mancanza di scrupoli, segnatamente con movente, scopo o modalità particolarmente perversi […]» (art. 112). Ciò non deve far pensare che l’omicidio con l’aggravante della crudeltà, per l’ordinamento italiano, corrisponda automaticamente all’assassinio del diritto svizzero. Determinanti sono, in questi casi sottili, gli orientamenti giurisprudenziali, che andranno ponderati con attenzione caso per caso.

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Se le fattispecie non corrispondono, anziché il termine crudeltà se ne potrà usare un altro equivalente, ad esempio efferatezza, che non rimanda a quella precisa definizione normativa. Non si dovrà cadere nella tentazione di usare tout court il termine alternativo più generico, per timore di esporsi: la parola dev’essere scelta con attenzione, poiché un linguaggio errato ha conseguenze giuridiche sia con l’uso sia con il non-uso di un termine specifico.

Tutto ciò non significa che la condotta di un condannato come quello che abbiamo citato, che ha commesso uno dei reati più odiosi, sopprimendo la giovane moglie e madre di sua figlia, dopo la sentenza di Cassazione debba essere considerata socialmente meno riprovevole. Compito del Tribunale è accertare se la condotta del reo corrisponda alla fattispecie descritta dalla norma. Il terzo grado di giudizio, in particolare, ha una funzione specifica, detta di nomofilassi: deve far sì che le norme non si annacquino con interpretazioni analogiche o altre deviazioni esegetiche dal loro dettato. In ciò, l’uso rigoroso del linguaggio ha un’importanza essenziale, poiché, in diritto, il linguaggio ha funzione costitutiva, non di mera comunicazione.

E’ chiaro che questa decisione della Cassazione italiana, se non adeguatamente spiegata, può suscitare perplessità. Questo caso offre un buon esempio dell’uso poco responsabile della forza comunicativa dei media. Molti giornali e programmi TV italiani, infatti, anziché spiegare ai loro lettori e ascoltatori i motivi di tali decisioni, insistono sul comprensibile senso di rifiuto emotivo che esse provocano presso l’opinione pubblica, nell’intento di accrescere i loro ascolti e i numeri di copie vendute, cavalcando lo scandalo.

La precisione della norma penale e della sua interpretazione tutela tutti noi dall’arbitrio dei giudici, anche se certe decisioni, se non pienamente comprese nella loro tecnicità, possono apparire contrarie al senso comune. Vale, qui, il principio fondante del diritto penale: nulla poena sine lege. Nessuno di noi può essere condannato per un fatto non precisamente descritto dalla norma penale, secondo criteri di tassatività e sufficiente determinatezza.

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Nel caso che abbiamo riportato qui come esempio, la Cassazione ha accertato che la condotta del reo, benché abominevole, non corrisponde a quella descritta dalla norma che regola l’aggravante di crudeltà e alle interpretazioni statuite dalla Corte stessa. Non ha perciò potuto far altro che correggere l’esito dei due gradi di giudizio precedenti, svolgendo appieno la sua funzione nomofilattica, nel mantenere costanti i criteri di applicazione della norma. Ha inoltre tutelato i diritti del colpevole, che non deve essere condannato a pene superiori a quelle previste per i fatti effettivamente commessi. In questo, nulla rilevano le pur comprensibili reazioni emotive suscitate dalla gravità dell’evento.

Questo caso chiarisce ulteriormente come sia essenziale, nella traduzione giuridica, la piena consapevolezza del significato giuridico dei termini, senza fermarsi al loro senso comune o al loro riscontro presso l’opinione pubblica e i parlanti non qualificati. Fonti del linguaggio giuridico, anche per una corretta traduzione, sono la norma e la sua interpretazione statuita dai giudici.

(Articolo pubblicato in originale il 18.2.2015, ripubblicato con aggiornamenti il 24.9.2019)

4 commenti

  1. maria antonietta

    Articolo molto ben scritto, chiaro, asciutto, esaustivo.

  2. Salve Luca,

    Nelle questiono giuridiche ho ascoltato spesso Marco Travaglio che, forse per rendere chiara al pubblico la spiegazione, affermava che la Cassazione non entra nel merito, ma nella forma. Questo mi sembra confermato dal fatto che la Cassazione non è l’ultima parola, come sembrerebbe dai famosi «tre gradi di giudizio,» ma annulla la sentenza di appello (ad es. perché non sono stati considerati certi indizi) e impone un nuovo processo appunto d’appello.

    E’ corretta questa distinzione?

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno Fausto, è vero che il terzo grado non da un giudizio nel merito (non torna, perciò, sui fatti) ma non è corretto dire che giudica nella forma. Il terzo grado da un cosiddetto «giudizio di legittimità:» verifica la corretta applicazione del principio di diritto sul quale è costruita una norma, affinché essa sia applicata con uniformità e correttezza. Ciò vale sia per le norme sostanziali sia per quelle di procedura. Il caso citato è un buon esempio. La Cassazione ha richiamato i giudici al rispetto del principio di diritto che sottostà all’aggravante di crudeltà, termine che, come abbiamo visto, non va letto in senso meramente linguistico, ma nella sua precisa valenza normativa. Il terzo grado, poi, è effettivamente l’ultimo grado di giudizio, almeno nazionale. Può decidere di rinviare il procedimento al grado precedente, ma questo non ne altera la posizione gerarchica. Saluti. LL

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