Terminologia fiscale: tassa, tributo, imposta…

Dichiarazione fiscale | © Kelly Sikkema
Dichiarazione fiscale | © Kelly Sikkema

La terminologia tributaria è facile oggetto di confusione. Nel tradurre, quanto si tratta di fiscalità, di economia pubblica e di argomenti tecnico-amministrativi, è necessario saper distinguere. Il significato di tributo, tassa e imposta. Ancora oggi si sentono definire impropriamente tassa il canone del telefono, il costo dell’acqua potabile o le spese di tenuta di un conto corrente bancario.


Ecco un aspetto di terminologia sul quale è frequente fare confusione. Nel linguaggio comune, particolarmente le espressioni imposta e tassa sono usate quasi come sinonimi. Nel tradurre, però, soprattutto se il testo tratta di fiscalità, di economia pubblica o di argomenti tecnico-amministrativi, è necessario saper distinguere. Vediamo alcune fondamentali differenze.

Iniziamo dal concetto generale di tributo, termine-mantello che indica collettivamente le somme di denaro (o più raramente, quantità di beni in natura) dovute dal cittadino allo Stato per coprire le spese generali dello Stato stesso o per riceverne specifiche prestazioni. I tributi, perciò, comprendono sia le imposte sia le tasse: rappresentano l’insieme di ciò che il cittadino versa allo Stato (tributi erariali) o alle sue articolazioni locali (tributi locali), nelle forme più diverse.

Imposta è quel tributo versato allo Stato senza precisa relazione con un servizio erogato: copre perciò le spese cosiddette indivisibili. Si tratta tipicamente di un importo variabile, calcolato in base al reddito o al patrimonio. Per questo vi è una «imposta sul reddito» e non una tassa sul reddito, una «imposta sugli immobili» e non una tassa sugli immobili.

Si distingue, oltre a molte altre classificazioni, tra imposte dirette e imposte indirette. Le prime vengono elevate direttamente sui redditi o sui patrimoni dei soggetti passivi d’imposta (i contribuenti), le seconde intervengono al momento della vendita o del consumo di un bene. L’esempio più noto di queste ultime è l’«imposta sul valore aggiunto» (IVA), ma vi sono anche le cosiddette accise, elevate sui consumi energetici.

L’aggettivo indirette si riferisce al fatto che il soggetto passivo di queste imposte le versa tramite un altro soggetto (l’IVA attraverso il negoziante dal quale acquistiamo un bene, le accise attraverso, ad esempio, le società che ci forniscono l’energia elettrica o il gas), ma indica soprattutto la natura di queste imposte, calcolate in base a indici indiretti di capacità contributiva (appunto, i consumi). Il denaro incassato dal soggetto attivo delle imposte (lo Stato) viene utilizzato per coprire le spese generali della macchina statale, senza che sorga una specifica obbligazione a prestare uno o più servizi precisi.

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Diversa è invece la tassa, che è legata all’erogazione di specifici servizi da parte dello Stato o di un suo ente, pertanto copre spese dette divisibili. Per questo motivo si parla di «tassa per la raccolta dei rifiuti,» di tasse per la frequenza delle scuole pubbliche o per l’utilizzo di altre funzioni amministrative e giurisdizionali, o ancora per l’occupazione del suolo pubblico.

Ancora oggi si sente spesso definire impropriamente tassa il canone del telefono o l’importo pagato per il consumo dell’acqua potabile. L’errore è molto diffuso anche nella Svizzera italiana, dove nei documenti viene tradotto impropriamente con tassa il tedesco Gebühr. L’errore ha ragioni storiche: i servizi telefonici, l’acquedotto e l’energia un tempo erano forniti da enti pubblici, perciò, nell’immaginario collettivo, il prezzo di queste forniture veniva associato a un tributo. Se già allora il termine tassa era inadeguato, trattandosi di un normale prezzo di fornitura, lo è ancor di più oggi, poiché i gestori dei servizi telefonici ed energetici sono ormai largamente privatizzati. Nella quasi totalità dei casi, pertanto, le somme di denaro dovute per queste forniture sono dei normali corrispettivi di diritto privato.

Accade di sentir definire tassa anche le spese fisse di tenuta di un conto corrente bancario. In questo caso, le spese richieste dalla banca vanno ben distinte dall’imposta (solitamente di bollo) alla quale molti Stati assoggettano i titolari di conti bancari. Per queste situazioni – così come per le somme fisse previste per certi contratti telefonici forfetari, le cosiddette «tariffe flat» – si può utilizzare il termine «canone,» che in diritto designa una somma versata a fronte di un diritto reale di godimento (ad esempio: canone di locazione). Questo termine si è ormai diffuso anche nel linguaggio comune, restando pienamente accettabile, pur essendosi esteso rispetto al significato proprio e originale.

Un’ultima distinzione va fatta per i contributi, che non devono essere confusi con i tributi. A fianco di altri utilizzi meno frequenti, ad esempio in ambito consortile, questo termine designa per solito il tributo versato a enti di Stato per la previdenza sociale e per ottenere le prestazioni di vecchiaia e per superstiti.

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Da notare, infine, che queste distinzioni sono tipiche dei Paesi di diritto continentale, eredi del diritto romano. Traducendo documenti provenienti, ad esempio, da Paesi di Common Law (la quasi totalità dei Paesi anglosassoni ed ex colonie inglesi), occorrerà scegliere con cura la traduzione, in base a un’attenta analisi del contesto.

(Articolo pubblicato in originale il 28.5.2013, ripubblicato con aggiornamenti il 15.4.2019)

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