Attenti al foro competente, con i clienti esteri!

Consultazione | © Ivan Isak
Consultazione | © Ivan Isak

Un quesito comparso in Rete attira l’attenzione su un aspetto molto importante dei contratti fra traduttori e clienti. La scelta del foro competente e della legge che regola il contratto può cambiare i destini di una eventuale controversia. Serve particolare attenzione, soprattutto se il cliente si trova in un Paese non appartenente all’Unione europea. Alcune indicazioni pratiche.


 

Sto per concludere un contratto di traduzione con una società estera. Nella prima bozza di contratto che mi avevano inoltrato, c’era scritto che il foro competente era quello della loro città. Ho chiesto che il foro competente fosse nel mio Paese e mi hanno mandato una nuova bozza, in cui compare il foro competente della mia città, ma la legge applicabile sul contratto resta quella del loro Stato. E’ possibile? E’ meglio scegliere legge applicabile e foro sempre nel proprio Paese?

Prima di rispondere occorre ricordare la distinzione tra foro competente e diritto prevalente (o legge applicabile) sul contratto. Il diritto prevalente designa la legge sulla quale si fonda il contratto. Non è per forza la legge del Paese in cui ci si trova o di quello in cui risiede una delle parti del contratto. Può essere scelta liberamente, quasi ovunque. Può anche accadere che parti residenti in due Stati diversi ritengano di stipulare un contratto secondo la legge di un Paese terzo, evitando così di avvantaggiare l’una o l’altra parte. Durante la Guerra fredda, quando il mondo era rigidamente diviso fra Paesi a economia socialista e Paesi capitalisti, poteva accadere che i contratti fra soggetti di Stati appartenenti alle due sfere geopolitiche fossero regolati, ad esempio, dal diritto svizzero, scelto dai contraenti per la sua terzietà e per la neutralità del Paese.

Diverso è il foro competente: designa il giudice (ossia la sede del Tribunale) a cui le parti intendono affidare (devolvere) la risoluzione di controversie che sorgano da quel contratto o vi siano connesse. Il nostro lettore presenta una situazione teoricamente possibile: nel suo caso, il giudice di un Paese A dovrebbe decidere su una controversia contrattuale secondo la legge di un Paese B. Il foro competente può trovarsi in uno Stato diverso (ad esempio, Italia) da quello del diritto applicabile (ad esempio, Germania). Questa costellazione, tuttavia, andrebbe evitata: l’effetto è che il Tribunale deve giudicare secondo un ordinamento che è estraneo alle sue abitudini. Le incognite aumentano. Nella pratica, è sempre bene che il foro competente si trovi nello stesso Paese del diritto applicabile.

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Per il traduttore è normalmente bene insistere affinché il contratto preveda la prevalenza di legge e foro competente del proprio Paese. Questa regola conosce delle eccezioni. In Italia, ad esempio, i tempi della giustizia civile sono molto lunghi. Un decreto ingiuntivo di pagamento, che a determinate condizioni si può emettere anche verso un cliente estero, si ottiene abbastanza rapidamente, ma presenta dei termini di scadenza più estesi di analoghi provvedimenti emessi in altri Paesi. La situazione peggiora se si deve radicare un procedimento più complesso, ad esempio per un caso di responsabilità civile professionale.

Il traduttore, rispetto ad altri operatori economici, si trova in una posizione di vantaggio culturale: conosce molto bene la lingua dei Paesi esteri con i quali lavora e normalmente vi ha buoni contatti professionali. Potrebbe avere convenienza a radicare un eventuale procedimento in un foro estero, più efficiente. Bisogna sempre ricordare, però, che seguire una causa in una lingua straniera può essere difficile anche per un traduttore professionista, se non avvezzo alle questioni giudiziarie. Inoltre, una causa estera può comportare costi superiori a quelli di un procedimento promosso vicino a casa, con il proprio legale di fiducia. La differenza, poi, non è solo pratica: una causa vinta secondo la legge di un Paese può essere persa secondo la legge di un altro. La scelta dev’essere valutata con molta attenzione.

In taluni casi, i contratti prevedono, in sostituzione della normale giurisdizione di Stato, la devoluzione delle controversie a un collegio arbitrale. Gli arbitri sono professionisti privati che si mettono a disposizione per risolvere controversie fra parti che non vogliono sottostare al giudice ordinario, per ragioni di rapidità o di riservatezza (il procedimento arbitrale non prevede la pubblicità). Rispetto a questa eventualità, sono necessarie alcune considerazioni. La clausola che regola la scelta dell’arbitrato (detta clausola compromissoria) deve essere formulata in modo formalmente corretto, sotto pena di nullità: deve indicare espressamente che si elegge un collegio arbitrale rinunciando al giudice ordinario; deve precisare in quale sede, Paese e secondo quale legge avverrà l’arbitrato stesso, nonché la composizione del collegio arbitrale. In alcuni Paesi vi sono enti pubblici o privati (Camere di commercio, associazioni commerciali) che si offrono come sedi di arbitrato a condizioni favorevoli. In altri casi e Paesi, però, l’arbitrato può causare costi molto elevati, poiché i professionisti che si prestano alla funzione fatturano le loro normali parcelle. Anche in questo caso, l’opzione dev’essere pesata attentamente caso per caso.

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E’ necessario, infine, tenere conto degli accordi di riconoscimento delle sentenze fra Tribunali di Stati diversi. All’interno dell’Unione europea, il riconoscimento è automatico. Pertanto, è molto più semplice, ad esempio, ottenere l’esecutività di una decisione giudiziaria emessa in un Paese in un altro Stato membro. Più complessa è la situazione con i Paesi extra Ue: con alcuni esistono accordi analoghi, con altri esistono accordi parziali, con altri ancora non ve ne sono affatto. Con gli Stati uniti, ad esempio, la questione deve essere valutata in base al tipo di procedimento e alla giurisdizione dei singoli Stati USA.

Anche un banale procedimento esecutivo per un pignoramento può diventare costoso e laborioso, se è necessario interporre una procedura di riconoscimento della sentenza del proprio Paese o, addirittura, nei casi più complessi, il rifacimento del procedimento secondo il diritto estero. In questi casi, scegliere direttamente la giurisdizione dell’altro Paese può essere un vantaggio, poiché tutto il procedimento avverrebbe nello Stato della controparte. S’impongono, però, tutte le prudenze di cui si è detto poco sopra.

In conclusione, non è possibile dare un’indicazione generale sulla scelta di foro competente e diritto prevalente, in un contratto fra traduttori e clienti. I due elementi devono certamente coincidere nello stesso ordinamento e la scelta del proprio Paese è generalmente preferibile, ma ogni caso andrà discusso in dettaglio con il proprio legale di fiducia. E’ importante, infine, formulare con esattezza la clausola di elezione di foro e diritto prevalente e, soprattutto, mai omettere questa scelta. Lasciare alle norme generali internazionali la determinazione di foro e diritto da applicare in caso di controversie è pericoloso. Le norme possono differire da Paese a Paese e la loro applicazione non sempre porta a risultati univoci. In assenza di una indicazione esplicita, è frequentissimo che tra le parti, oltre alla controversia di merito, nasca un disaccordo sulla giurisdizione, che complica e inacidisce ulteriormente i rapporti.

Mentre all’interno dell’Unione europea si può operare quasi come a casa propria, una regola generale di prudenza suggerisce di valutare con attenzione sotto questi profili, talvolta sottovalutati, le relazioni commerciali con clienti extra Ue. Spesso i traduttori lavorano con incarichi di valore assoluto piuttosto basso con Paesi anche molto lontani. Prima di decidere se accettare lavori, in queste evenienze, è bene chinarsi sul caso e analizzarne con cura i rischi, ricordando che una controversia con un cliente extraeuropeo può comportare disagi e costi difficili da sopportare.

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