Israele e Palestina: terminologia e breve storia

I termini usati nel parlare di Israele e Palestina
Netiv HaAsara, confine israelo-palestinese | © Cole Keister

Il significato dei termini che usiamo quando parliamo del conflitto arabo-israeliano ha molto da dirci, sulle circostanze di una contrapposizione che sembra non finire mai. Il senso delle parole viene spesso oscurato dalla fretta della cronaca. Cosa significa Palestina nella sua accezione storica, ma anche sionismo e diaspora. La relazione con la persecuzione degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.


Quando si parla e si scrive del conflitto israelo-palestinese si utilizzano termini il cui senso viene spesso travolto dalla fretta della cronaca. Il significato delle parole, in realtà, ha molto da dirci, sulle circostanze di un conflitto che sembra non finire mai.

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Chiediamoci innanzitutto cos’è la Palestina. Nel suo significato storico, questo termine non corrisponde al senso che gli diamo comunemente. Ormai lo associamo solo alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania. Palestina è, in verità, tutto il territorio che oggi comprende sia lo Stato di Israele sia i territori palestinesi. In questo senso, anche gli israeliani sono un popolo palestinese. Durante la dominazione degli inglesi, che dalla fine della Prima guerra mondiale ebbero in assegnazione questa porzione di Medio oriente, il termine Palestina indicava anche la Transgiordania, ossia il territorio dell’odierno Regno di Giordania.

Non è chiaro in che modo in Palestina, dopo la perdita di influenza degli Egizi a partire dal dodicesimo secolo prima di Cristo, si sia insediata una forma di Stato ebraico, e non si è certi che le stirpi che abitavano quella regione formassero effettivamente un’unità statale. Le scoperte archeologiche contraddicono in molti punti il racconto della Bibbia, che è la fonte principale di storia della Palestina. L’immigrazione di ebrei verso la Palestina dall’Egitto (Esodo), descritta nella Bibbia nel secondo libro di Mosè, è controversa, se la si legge guardando ai risultati delle ricerche storiche e archeologiche.

Un regno ebraico poté svilupparsi in questa regione e prosperò sino alla Diaspora (fuga, dispersione) ebraica, iniziata dopo la conquista della Palestina da parte dell’Impero romano e la repressione delle rivolte degli israeliti contro i conquistatori. Data-chiave di questi eventi è il 70 dopo Cristo, anno in cui i Romani distrussero il tempio di Israele. Seguirono sei secoli di cristianizzazione della Palestina, prevalentemente secondo la tradizione greca, sotto il dominio dell’Impero romano d’oriente.

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Perché oggi in Palestina vive un popolo arabo mussulmano? L’islamizzazione della regione iniziò nel settimo secolo dopo Cristo, quando Gerusalemme fu conquistata dal califfo Omar. La situazione si volse poi, in parte e per breve tempo, in favore del cristianesimo, con le Crociate intorno all’anno Mille. Nel sedicesimo secolo la Palestina cadde però sotto il dominio dell’Impero ottomano. Da quel momento e sino all’inizio del Novecento è stata nuovamente terra di osservanza mussulmana.

Due termini ricorrenti, quando si parla di questi eventi, sono sionismo e sionisti. I sionisti sono quegli ebrei, inizialmente molto minoritari, favorevoli al progetto politico di ricostruire uno Stato ebraico nei territori che nei millenni prima di Cristo, sino alla distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Romani e prima dell’islamizzazione, erano già stati abitati da israeliti: ossia, proprio in Palestina, nel significato storico di questa espressione.

Il sionismo ha una lunga storia, ma ha assunto la sua accezione moderna alla fine dell’Ottocento. Per questo motivo non ha un diretto legame con la Shoah, la persecuzione e lo sterminio degli ebrei in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, il tragico destino di così tanti ebrei, trucidati o deportati, convinse molti, anche i meno orientati in senso nazionalista, ad aderire all’idea sionista. Questi fatti contribuirono in modo determinante alla fondazione dello Stato di Israele in Palestina, avvenuta nel 1948. Che fare, però, con la popolazione araba mussulmana che secoli addietro si era stanziata esattamente in quella terra?

Proprio questo è il punto da cui origina il conflitto. Alla fondazione dello Stato di Israele, gli arabi di Palestina e gli Stati arabi della regione reagirono immediatamente a propria difesa. Secondo il piano di spartizione predisposto dall’ONU, la Palestina avrebbe dovuto essere suddivisa in due Stati, uno ebraico e uno arabo. Il piano fu respinto dai Paesi arabi e dall’ala ebraica nazionalista, ma fu accettato dalla maggioranza dei Paesi dell’ONU e dagli ebrei più moderati. Lo Stato di Israele fu costituito e trovò subito un ampio riconoscimento internazionale. Alla fondazione di uno Stato arabo di Palestina univocamente riconosciuto come tale, però, non si è giunti ancora oggi.

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I termini palestinese e Palestina indicano ormai, nel linguaggio comune, solo la popolazione che vive nei territori che inizialmente erano stati attribuiti dall’ONU allo Stato arabo di Palestina, mai realmente costituito. Nel frattempo, dopo innumerevoli conflitti, controverse campagne d’insediamento e spostamenti di confini, questi territori hanno mutato molto la loro forma, rispetto al piano di spartizione originale, restringendosi alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania.

Entrambi i popoli, ebrei e arabi palestinesi, hanno fondati argomenti storici per pretendere di vivere in Palestina. Purtroppo non si vede fine al conflitto che li oppone, alimentato da entrambe le parti da una buona dose di cinismo e dal ruolo determinante della religione.

(Articolo pubblicato in originale il 30.7.2014, ripubblicato con aggiornamenti il 23.7.2019)

3 commenti

  1. Aggiungerei che lo Stato di Israele è in torto per il diritto internazionale, anche per il “solo” fatto che una risoluzione dell’Onu gli imporrebbe di ritirarsi dai territori occupati con la guerra del 1967.

    • Vero, si tratta della risoluzione 242 del 1967. Preciso solo che questa risoluzione, per sua natura giuridica, non ha valore vincolante, perciò non impone, ma raccomanda. Ho volutamente evitato di fare una disamina dettagliata degli eventi dal 1948 in poi, poiché l’articolo avrebbe sconfinato dal tema e dallo spazio disponibile. Grazie e saluti. LL

  2. Un’analisi lucida e chiarissima, caro Luca. Purtroppo la prevaricazione di carattere militare è dominante, mentre la riflessione e il dialogo non riescono a trovare spazio.

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