Quando per il mondo è «genocidio»

Filo spinato | © Mitrija
Filo spinato | © Mitrija

Nella Giornata della memoria per le vittime dell’Olocausto, così come nella Giornata del ricordo per le vittime delle foibe e in altre analoghe ricorrenze, si utilizza ripetutamente il termine genocidio. Vediamo qual è il significato esatto di questa espressione nelle relazioni internazionali. Perché alcuni fatti storici, sebbene suscitino riprovazione per la loro efferata violenza, non sono riconosciuti come genocidi.


Cosa significa genocidio e quando è corretto usare questa parola nel designare fatti storici come le «pulizie etniche» o le persecuzioni religiose? Si definisce così, tra tanti eventi tragici, anche l’uccisione di appartenenti all’etnia armena – le stime giungono tra il milione e mezzo e i due milioni di morti – compiuta dai turchi (allora ottomani) negli anni intorno alla fine della Prima guerra mondiale. La definizione, però, è tutt’oggi controversa. Non vi sono dubbi, invece, sull’uso della definizione genocidio per lo sterminio degli ebrei (Shoà) attuato dai nazisti e dai regimi loro affini.

La parola genocidio indica l’uccisione metodica di un gruppo etnico, religioso o razziale: l’espressione nasce dall’unione di genos (stirpe) e –cidio, a significare la soppressione di individui uniti da qualche tratto etnico o culturale comune. Proprio sul genocidio armeno è sorta una lunga controversia, sull’uso di questa parola, ma non è il solo caso di disaccordo. Nel 2015 ha suscitato disapprovazione la sentenza della Corte internazionale di giustizia che non ha riconosciuto come genocidio i fatti avvenuti durante la guerra tra Serbia e Croazia, dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Com’è possibile non qualificare come genocidio le inaudite uccisioni, torture e violenze commesse durante quel conflitto?

Anche nel diritto internazionale, come in quello nazionale, le parole devono avere un significato preciso: l’esattezza e il mantenimento nel tempo del loro significato (la cosiddetta normofilassi) è essenziale per l’applicazione delle norme e per la certezza del diritto, anche se il senso giuridico di questi termini può differenziarsi dall’accezione che hanno nel linguaggio di tutti i giorni. Se vogliamo comprendere il contenuto della parola genocidio nel diritto e nelle relazioni internazionali, bisogna cercarlo nelle norme che lo definiscono. In particolare, nella Convenzione delle Nazioni unite sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio del 9 dicembre 1948.

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All’articolo 2 della Convenzione il genocidio è definito in questo modo: «[…] Per genocidio si  intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»

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Anche il genocidio si compone in due elementi, quello oggettivo e quello soggettivo. Perché vi sia genocidio, è necessario che siano presenti entrambi. L’elemento oggettivo è dato dall’esistenza dei fatti elencati dettagliatamente nella norma: deve essere accaduta l’uccisione o la lesione grave all’integrità di membri di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, etc. L’elemento soggettivo, invece, considera l’intenzione per la quale questi atti sono stati commessi. Per riconoscere l’esistenza di un genocidio non basta che siano avvenuti i fatti oggettivi, ma che siano stati compiuti con «l’intenzione di distruggere in tutto o in parte» un gruppo etnico. Non vi è genocidio, perciò, se l’uccisione o le lesioni gravi a danno di un popolo vengono compiute indistintamente o sporadicamente: si deve riconoscere la precisa volontà di sopprimere totalmente o parzialmente una razza, un’etnia, una nazionalità o gli individui che professano una certa religione.

Mentre è relativamente più semplice ricostruire i fatti storici, è più difficile distinguere se coloro che li hanno commessi abbiano agito effettivamente con l’intento di distruggere un popolo, oppure se tali atti, per quanto riprovevoli, non siano dovuti a un progetto criminale rivolto al popolo nel suo insieme. In questo caso si parlerebbe di omicidio, anche di omicidio di massa, ma non di genocidio. La Turchia, ad esempio, contesta per l’appunto l’esistenza dell’elemento soggettivo, nel genocidio armeno. Non è possibile negare che centinaia di migliaia di individui di etnia armena siano stati soppressi, ma, secondo la Turchia, queste soppressioni non sarebbero avvenute con la volontà di distruggere gli armeni in quanto popolo, ma per difesa da singoli gruppi che si ribellavano al dominatore turco e per varie altre motivazioni.

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Nel caso della ex-Jugoslavia, la Corte internazionale di giustizia non ha rinvenuto l’elemento soggettivo, ossia l’intenzionalità specifica di distruggere un gruppo etnico. Pertanto, ha riconosciuto la gravità dei fatti accaduti, ma non ha potuto qualificarli come genocidio. Sentenze come questa suscitano spesso accese reazioni pubbliche, perché sembrano urtare il senso comune. Questa decisione non significa, però, che la Corte internazionale di giustizia abbia negato le atroci violenze avvenute nella ex-Jugoslavia: la sentenza si limita ad accertare che questi fatti non rientrano nella definizione di genocidio data dalla norma internazionale, perciò non possono essere applicate le sanzioni previste dalla norma stessa.

Per questi motivi, la parola genocidio non può essere usata per indicare qualunque omicidio di massa. Dove non vi è la certezza che i fatti e le intenzioni di coloro che li hanno commessi corrispondano alla definizione data dalla norma, si usano generalmente altri termini, ad esempio: sterminio, eccidio o strage. La parola genocidio si porta dietro un preciso significato giuridico e un pesante bagaglio simbolico che possono avere conseguenze sui rapporti diplomatici. La corretta scelta delle parole, in questi, casi è essenziale.

Bisogna sempre distinguere il giudizio giuridico sui fatti da quello storico. Se esiste una norma internazionale, è necessario che sia applicata secondo un principio di tassatività, cioè solo in quelle situazioni che corrispondono effettivamente agli elementi descritti nella norma stessa. Il giudizio storico, come le valutazioni umanitarie e morali, poggiano su altre considerazioni, al punto che vi è chi si chiede se sia opportuno definire in una norma dei fatti così tragici, che per loro natura possono presentarsi in modo tanto diverso, nella Storia.

E’ difficile far rientrare in una definizione strettamente normativa tragedie immani, delle quali purtroppo la Storia ci offre molti esempi, come l’annientamento di interi popoli, di gruppi etnici o religiosi. In taluni casi l’applicazione della norma può suscitare sconcerto e persino produrre effetti contrari a quelli voluti, lasciando spazio a disparità nel trattamento delle vittime e nella punizione dei responsabili.

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2 commenti

  1. Salve Luca,
    Ma se l’Onu o comunque gran parte dei paesi del mondo riconoscesse il genocidio, quali sarebbero le conseguenze materiali per la Turchia? Pesanti riparazioni verso l’Armenia? E il commento del Papa, non potrebbe mettere a rischio la comunità cristiane? Grazie.

    • Luca Lovisolo

      Esiste innanzitutto un problema di forma: nessuno Stato gradisce essere additato come colpevole di un genocidio, di fronte alla comunità internazionale. Vi è poi la questione, cui Lei accenna, delle riparazioni. L’Armenia potrebbe formulare richieste di vario genere, dalla restituzione delle proprietà alla ridefinizione dei confini tra i due Stati (oggi, importanti porzioni di territorio storicamente armeno, tra cui il celebre Monte Ararat, sono assegnate alla Turchia). Le persone responsabili del genocidio non potrebbero più, evidentemente, essere portate alla sbarra, ma lo Stato turco verosimilmente sì, sia in sede bilaterale sia in sede internazionale, poiché successore dell’Impero ottomano. Le violazioni ai diritti umani di tale gravità, inoltre, non sono soggette a prescrizione. L’Armenia potrebbe avanzare richieste indipendentemente dal riconoscimento internazionale del genocidio, ma è chiaro che un tale riconoscimento aggraverebbe pesantemente la posizione della Turchia, che interviene ogni volta per contrastare questa interpretazione dei fatti. Infine, il riconoscimento del genocidio contraddice la narrazione degli eventi che la Turchia fa al proprio interno, ed è conseguente che cerchi di contenerne la diffusione. Quanto alla scelta del Papa di esprimersi così apertamente, ricordiamo quanto accaduto con Pio XII. Ai tempi della dittatura nazista scelse la linea morbida, nelle dichiarazioni pubbliche. Ciò lo ha esposto alla critica della Storia per non aver levato la sua voce contro i crimini avverso gli Ebrei (va anche ricordato, però, che fu protagonista di numerosi episodi di salvataggio, la sua posizione non fu sempre adeguatamente valutata dalla storiografia successiva). Papa Francesco sembra aver scelto una linea più schietta, che va letta non solo nello specifico del genocidio armeno, ma in tutto l’attuale, difficile quadro mediorientale. Non credo che sia stata una scelta facile. La Storia saprà dire se sarà servita a evitare altre tragedie. Cordiali saluti.

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