Tradurre un libro a pagamento in percentuale?

Tradurre un libro a pagamento in percentuale sul prezzo di copertina
Postazione di lavoro | © Luke Chesser

Tradurre un libro a pagamento in percentuale sulle copie vendute è una pratica diffusa, anche su alcune piattaforme Internet. Il caso più noto è quello della statunitense Babelcube. Questa forma di collaborazione non è di principio illecita o pregiudizievole, ma richiede attenzione per alcuni aspetti. Tre questioni che possono aiutare a evitare delusioni.


Sul funzionamento di Babelcube hanno scritto dettagliati contributi le traduttrici Stefania Marinoni (>qui), Debora Serrentino (>qui) e Alessia Simoni (>qui). Per gli aspetti più pratici dell’uso di queste piattaforme rimando ai loro contributi, che non abbisognano di integrazioni. Molti traduttori, soprattutto i meno esperti del mercato, si lasciano attrarre dalla prospettiva di tradurre un libro senza compenso fisso, nell’attesa di recuperare il valore del lavoro grazie alle vendite dell’opera tradotta. In questo articolo mi soffermo su tre questioni utili a giudicare con maggiore distacco le piattaforme che offrono questa opportunità ed evitare possibili delusioni.

Legga anche: Autopubblicare una traduzione, come non violare i diritti d’autore
  • E’ illegale o disonesto proporre traduzioni pagate a percentuale, o royalty?
  • Come trattare i diritti d’autore sulla traduzione, in questi casi?
  • Quali concrete possibilità legali ha il traduttore di ricevere le proprie spettanze e ottenere l’adempimento di tutte le obbligazioni del contratto per via giudiziale, qualora gli amministratori della piattaforma non adempiano spontaneamente?

Tradurre un libro su provvigione: è legale?

Tradurre un libro a pagamento calcolato in percentuale del prezzo di copertina sulle vendite non è illegale e chi lo propone non è per forza un disonesto. Questo metodo di calcolo del compenso è utilizzato anche da editori riconosciuti, talvolta combinato con un corrispettivo fisso, a cartella o forfetario, a cui si aggiunge una royalty per copia venduta (venduta, si badi, non stampata).

Luca Lovisolo, Tredici passi verso il lavoro di traduttore
«Tredici passi verso il lavoro di
traduttore» – La guida di Luca Lovisolo

Poco trasparente, spesso ai limiti dell’ingannevole, è invece il modo in cui talune piattaforme presentano questo meccanismo di lavoro ai traduttori. Sono rarissimi, i libri che vendono un numero di copie sufficiente per conseguire in tempi ragionevoli un guadagno proporzionato al lavoro svolto per tradurli. Le possibilità di incappare in un bestseller sono infinitesimali e puramente casuali. Gli autori di maggior successo non aspettano le piattaforme Internet, per tradurre i loro libri: agguerriti editori e agenti letterari se ne accaparrano tempestivamente l’esclusiva.

Peggio ancora se a occuparsi della diffusione del libro tradotto dev’essere il traduttore stesso, come propongono alcuni operatori. Per vendere un libro non basta caricarlo su Amazon e diffonderne la conoscenza presso amici e parenti. Bisogna svolgere attività di promozione che richiedono professionalità e investimenti.

Non tutte le piattaforme si preoccupano di informare correttamente il traduttore su questi punti. Lasciano generalmente intendere che il successo dell’opera tradotta sarà sempre sufficiente a retribuire il lavoro di traduzione. Non è così. Vendere poche centinaia di copie in un anno, di taluni autori o titoli, può essere un traguardo difficile da raggiungere anche per un editore affermato.

Tradurre un libro: i diritti d’autore del traduttore

I diritti d’autore sulla traduzione dovrebbero restare in capo al traduttore. Non è questo il caso, ad esempio, del contratto Babelcube, nel quale i diritti sulla traduzione si trasferiscono all’autore del testo originale, inclusi i diritti morali. Quest’ultima annotazione è particolarmente insidiosa. I diritti d’autore si distinguono in diritti morali e diritti patrimoniali. Tra i diritti morali del traduttore vi è quello di paternità della traduzione: da questo discendono alcune prerogative del traduttore, come la facoltà di ottenere il ritiro dell’opera tradotta dal mercato, se ne venisse fatto un uso difforme dalle sue volontà; la facoltà di esigere che la traduzione non venga modificata o snaturata; il diritto di dichiararsi pubblicamente autore della traduzione (ad esempio inserendola in un proprio curriculum o portfolio pubblico in Rete).

Negli ordinamenti europei continentali, i diritti morali sono inalienabili: un contratto che ne preveda la cessione è nullo. Al contrario, negli ordinamenti di Common Law (vigenti nella quasi totalità dei Paesi di lingua inglese) i diritti morali possono essere ceduti. Per il traduttore, ciò significa che l’autore o l’editore del libro potrebbero vietargli di citare la traduzione sul proprio sito Internet, oppure che il traduttore potrebbe non riuscire a esigere il ritiro dell’opera tradotta, se qualcuno decidesse di modificarla in modo da snaturarne la qualità, o ne facesse un uso lesivo dell’onorabilità del traduttore.

Se, ad esempio, il libro tradotto venisse utilizzato in una campagna politica o sociale i cui valori il traduttore non condivide, potrebbe non ottenere il ritiro della traduzione. Lo stesso vale se l’autore dovesse rivelarsi una persona socialmente abietta o prendesse a fare qualunque uso scorretto o inopportuno del testo tradotto, coinvolgendo di fatto il nome del traduttore nelle sue condotte.

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L’autore, infine, potrebbe ritirare in qualunque momento il suo titolo dal mercato, togliendo così al traduttore la fonte di guadagno proveniente dalle vendite. Per questa eventualità, i contratti delle piattaforme dovrebbero sempre prevedere qualche forma di indennizzo per il traduttore.

Tradurre un libro a pagamento in percentuale: che fare in caso di inadempimenti

Come agire, poi, se la piattaforma Internet non adempie spontaneamente le proprie obbligazioni contrattuali, che vanno dal versamento al traduttore delle percentuali concordate sulle vendite al rispetto delle diverse clausole contrattuali? Le azioni legali per ottenere un’esecuzione forzata sono tanto più difficili e costose quanto più esotico è il foro a cui si devono devolvere.

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Il contratto Babelcube, ad esempio, elegge il foro esclusivo per la risoluzione di ogni controversia nello Stato del Delaware (USA): in caso di inadempimenti è dinanzi ai giudici di quello Stato, che il traduttore dovrà rappresentare le sue ragioni. Si possono facilmente immaginare le difficoltà di una tale azione. Da evitare, anche se apparentemente allettante, l’arbitrato internazionale, più semplice nella procedura ma più oneroso nei costi, soprattutto in certi Paesi. Il foro competente dovrebbe sempre essere nel Paese del traduttore o in Paesi con i quali esistano solidi accordi di assistenza giudiziaria e riconoscimento reciproco delle sentenze.

Lo stesso deve dirsi del diritto prevalente, cioè dell’ordinamento nazionale secondo il quale viene stipulato il contratto. Se il contratto proposto dalla piattaforma prevede diversamente, vi sono poche speranze di ottenerne la modifica. Finché tutto va bene, non ci sono problemi; in caso di difficoltà nei pagamenti o nell’adempimento di altre previsioni contrattuali, il traduttore potrebbe vedersi costretto a rinunciare a chiamare in giudizio la controparte, poiché i costi e i disagi dell’azione sarebbero insostenibili.

In conclusione: tradurre un libro «pagati a percentuale» non è illegale, ma le rosee prospettive vantate dal marketing delle piattaforme che offrono questa opportunità non corrispondono sempre alla realtà del mercato. Inoltre, è necessario valutare con attenzione il contratto che esse propongono e le concrete possibilità di difesa giudiziale per il traduttore, in caso di inadempimenti.

(Articolo pubblicato in originale il 27.10.2016, ripubblicato con aggiornamenti il 6.9.2021)

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10 risposte

  1. Grazie mille per il contributo. Dai commenti apparsi su alcuni social, mi sono resa conto che molto spesso chi ha tradotto libri per Babelcube non si è preoccupato di leggere il contratto o l’ha letto e non l’ha capito. Nel secondo caso questa spiegazione molto chiara, non può lasciare alcun dubbio.

  2. Ancora una volta un post davvero interessante, e che arriva proprio al momento giusto. Come sempre ricco di indicazioni utili ed estremamente equilibrate. Grazie mille!

  3. Io il contratto l’ho letto per intero, ho storto il naso sul discorso della cessione intera dei diritti, ma avevo fatto i miei conti, pur se campati in aria, ed ho accettato. Verissimo quanto scritto, è impossibile guadagnare con le sole royalty, ma per chi non ha mai tradotto un libro è almeno un modo per fare curriculum, che è richiesto spesso e volentieri, basta limitarsi a testi non troppo lunghi, così il danno è limitato. Tuttavia, debbo spezzare una lancia in favore di Babelcube: rendicontano in maniera precisa e pagano altrettanto. Almeno per questo non occorre far ricorso al tribunale dello Stato del Delaware.

    1. Grazie per aver portato la Sua esperienza. Ho qualche riserva sull’utilità di questo meccanismo per tradurre libri a fini di curriculum, poiché queste piattaforme non hanno lo stesso prestigio di un editore e non dispongono degli stessi filtri qualitativi. Per una piattaforma Internet può tradurre quasi chiunque, e questo è un fatto notorio, cosa che può ridurre molto il peso di una traduzione a fini di curriculum professionale. E’ un modo per mostrare ciò che si sa fare, questo sì, pur sapendo che la traduzione non attraverserà i processi di revisione e messa a punto che subirebbe in una normale casa editrice. Concordo sul fatto che Babelcube è di gran lunga l’iniziativa più organizzata del genere e, a detta di chi ci ha lavorato, sembra corretta. Se non si deve ricorrere al giudice straniero sarà tanto meglio, ma chi accetta il contratto deve sapere che questa eventualità esiste e che in molti casi questo svantaggio può rendere i suoi diritti praticamente indifendibili, in caso di problemi. Ho colto Babelcube come esempio, ma di piattaforme simili ce ne sono diverse. Il mio intervento è stato stimolato proprio da un’iniziativa emula, ma ben più casalinga, che suscitava notevoli perplessità anche dal punto di vista della solidità imprenditoriale, e non è la sola in Rete. Cordiali saluti. LL

  4. Grazie per l’articolo e anche per gli interessanti rimandi. Non è stato esaminato il caso dell’autore che si autopubblica (e che quindi autopubblica anche la traduzione) e si autopromuove (con l’aiuto o no del traduttore): il caso unisce i vantaggi di Babelcube ma il guadagno è molto maggiore perché non ci sono intermediari (parlo per esperienza diretta!). Effettivamente non so dal punto di vista legale o di diritti d’autore come può funzionare…
    Non mi vergogno del fatto che ho tradotto e ancora traduco libri per Babelcube: l’alternativa della casa editrice per mia esperienza è impraticabile… Ho tentato di proporre la mia collaborazione a diverse case editrici, di proporre libri di autori ancora non tradotti e i cui diritti sono liberi… Solo una delle case editrici interpellate è stata abbastanza efficiente da farmi sapere che non era interessata, gli altri non hanno nemmeno risposto!

    1. Grazie per il Suo contributo. Tradurre attraverso Babelcube o simili non è certamente una vergogna! Lo scopo di questo intervento è rendere attenti verso la discrepanza che esiste tra le promesse di queste piattaforme e la realtà del mercato e dei rapporti giuridici, della quale sembrano non tenere sempre conto adeguatamente nella loro affabulante comunicazione, con il rischio di indurre i traduttori a investire settimane o mesi in un lavoro che non vedranno poi proporzionalmente ripagato dalle vendite. Poi vi è certamente chi ritiene conveniente o interessante per sé, per i motivi più diversi, utilizzare questi servizi, con la consapevolezza delle loro opportunità e dei loro limiti. Il caso dell’autore o traduttore che si autopubblica non era oggetto di questo articolo. Lo tratto in >questo contributo. Cordiali saluti. LL

  5. Non sono contraria al concetto di essere pagata in base alle vendite (la mia altra attività è tutta pagata a provvigioni, e del resto le CE come guadagnano?) né all’aspetto di promozione, che anzi avevo anche cominciato con entusiasmo, ma non è gestibile se non si sa quando il libro va online. Onestamente resta poco più che l’aspetto di esperienza, da mettere nel cv, e uno a prova della propria qualità può banalmente dare la traduzione insieme al testo originale. Del resto ho visto traduzioni di grandi CE talmente raccapriccianti, che mi sembra difficile dire che aver lavorato anche per Babelcube piuttosto che per altri sia di per sé indicatore di qualità in un senso o nell’altro. Comunque, una volta chiusi gli impegni presi, non credo ci investirò più molto tempo, l’idea era anche buona, ma secondo me non hanno saputo gestirla in modo professionale.

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