Polonia, migranti: sei cose da sapere

Polonia, migranti: cosa succede con i migranti
Polonia e migranti, cosa succede: sei punti chiave (Filo spinato | © Markus Spiske)

Polonia, migranti: cosa succede alla frontiera con la Bielorussia, dove migliaia di persone originarie del Medioriente premono per entrare in Europa. Lo scontro non è fra Polonia e Bielorussia, ma tra Russia e Occidente. I migranti versano somme di denaro ingenti, convinti da campagne di disinformazione che promettono facile ingresso in Europa. Le differenze con i fatti del 2015. L’inadeguatezza delle posizioni dell’Unione europea.


Sulla vicenda delle migliaia di cittadini mediorientali senza titolo d’ingresso che si ammassano alla frontiera tra Bielorussia e Polonia, vi sono alcuni elementi sui quali richiamare l’attenzione, per collocare i fatti. Riguardano sia la Polonia sia la Bielorussia, che è in realtà il centro degli eventi, con il decisivo apporto della vicina Russia.

Il flusso di cittadini in maggioranza iracheni, in parte afghani e siriani, che preme sulla frontiera polacca è diverso da quello che nel 2015 giunse in Germania, in fuga dalla Siria. I migranti di allora giunsero in Europa di loro iniziativa, sapendo dove andavano. Quelli attuali arrivano a Minsk convinti da campagne di disinformazione diffuse su Facebook, dalle quali apprendono che dalla Bielorussia sarebbe facile passare in Unione europea.

Come arrivano alla frontiera e cosa fanno

I migranti pagano alcune migliaia di euro, secondo le informazioni raccolte da giornalisti tedeschi e francesi che hanno potuto interrogarli. Volano su compagnie aeree compiacenti che gestiscono voli appositi, dall’Iraq e da altri Paesi della regione. Arrivati a Minsk via Istanbul – fatto che apre uno spiraglio sulla complicità della Turchia – i migranti ricevono un visto di permanenza di breve termine. Alcuni sarebbero stati trovati in possesso di improbabili permessi di soggiorno come studenti.

Da Minsk, utilizzando taxi e altri mezzi, i migranti vengono portati alla frontiera con la Polonia. Superano il confine bielorusso e si installano nella terra di nessuno tra i due Paesi. Da quel momento, le guardie di frontiera bielorusse non permettono loro di tornare indietro. I migranti, usando pale, cesoie e con altre azioni di forza, tentano di abbattere il confine fisico con la Polonia, formato da reti di filo spinato.

Il canale televisivo Nastojaščee Vremja, canale europeo di lingua russa, ha diffuso immagini di migranti che abbattono alberi, servendosi di asce, e con i tronchi così ricavati tentano di abbattere l’infrastruttura di confine. Sentiti dai numerosi giornalisti presenti sul posto, fin quando la Polonia non ha vietato l’accesso ai media alla zona di frontiera, tutti affermavano di voler recarsi in Germania, per cercarvi opportunità economiche.

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Sono richiedenti asilo?

Questo quadro fattuale non ha nulla a che vedere con la richiesta di asilo politico. Si tratta di un flusso di persone organizzato che il regime bielorusso di Aljaksandr Lukašėnka utilizza per mettere sotto pressione l’Unione europea, lavorando in stretto contatto con Mosca. I media di Stato della Russia si sono rapidamente impossessati della vicenda, persino invertendo l’usuale narrativa contro le migrazioni, per accusare l’Europa di disumanità.

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Il regime di Lukašėnka critica la Polonia, poiché questa tenta di rimandare i migranti verso Minsk, accusandola di non rispettare gli obblighi umanitari. Dimentica, però, che la stessa Bielorussia ha firmato la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati. Se i cittadini mediorientali che giungono in Bielorussia fossero davvero richiedenti asilo, la Bielorussia dovrebbe permettere loro di depositare una domanda di protezione sul suo territorio, non stampare sul loro passaporto un visto di pochi giorni e spedirli in Polonia.

Non si tratta, perciò, di fuggiaschi aventi una reale prospettiva di ottenere asilo politico perché perseguitati. Si tratta, piuttosto, di persone che trovano e versano migliaia di euro per pagare viaggi e passatori verso l’Europa; individui e famiglie intere che si lasciano illudere da sconosciuti e da campagne sui social network che questa procedura permetterebbe loro di giungere in Europa, e precisamente in Germania. Dalle immagini riprese sul posto emergono persone curate e ben vestite, che non corrispondono alla retorica dei «disperati» diffusa in queste ore dai media italiani.

Si può avere compassione per queste persone manipolate, ma con misura. Per quanto appaia cinico, si deve riconoscere che una parte di responsabilità è anche loro. Senza controllare la veridicità delle informazioni che ricevono, versano somme ingenti e si imbarcano su aerei che li portano verso Paesi che non conoscono e dei quali ignorano le leggi, inseguendo le loro illusioni.

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Polonia, migranti: cosa succede se l’asilo è un pretesto

Come sempre, a fare le spese di queste distorsioni sono i veri perseguitati e aventi diritto a protezione. I rappresentanti delle organizzazioni umanitarie, intervistati in questi giorni dai media internazionali, sembrano incapaci di considerare gli aspetti politici e giuridici della questione. Ripetono il disco rotto dell’accoglienza e del principio di non respingimento. Questi principi, però, pur molto nobili, non sono stati scritti per gestire migliaia di persone che tentano di forzare una frontiera, per giunta pilotate da un Paese confinante. In fondo, affermava una rappresentate di Amnesty International, sentita da un giornalista di France24, sarebbe poca cosa, far entrare in Europa le persone che si trovano alla frontiera, per consentire loro di depositare una domanda d’asilo.

Tale posizione, però, si scontra con due evidenze. La prima, che la grande maggioranza, se non la totalità di quelle persone non ha i presupposti per richiedere protezione. La seconda, che quelle persone hanno mostrato di possedere somme di denaro considerevoli, relativamente al tenore di vita dei loro Paesi. Permettere loro di passare significa affermare il principio che chi può pagare i voli organizzati dai passatori, e usa la forza per varcare la frontiera, ottiene accesso all’Europa, mentre chi sverna nell’indigenza africana e asiatica vale meno e resta là.

Inoltre, far entrare in Polonia questi migranti e permettere loro di chiedere asilo vorrebbe dire assistere a ciò che mille volte si è visto anche in Italia: appena riescono, i migranti sfuggono al controllo delle autorità e cercano di raggiungere il Centro Europa. Il loro scopo non è richiedere protezione, se non come pretesto per trattenersi in Europa: sono consapevoli di non averne i presupposti. Il loro fine è la migrazione economica, lo affermano loro stessi. Le norme a tutela dei rifugiati non sono state scritte per questo.

Gli arrivi stanno continuando

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E’ vero che in questo momento alla frontiera con la Polonia si trovano alcune migliaia di migranti. Più di 4000, però, sono già arrivati in Germania negli scorsi mesi e altri stanno continuando ad affluire in Bielorussia dal Medioriente. La Bielorussia ha annunciato un aumento dei voli.

Il regime di Minsk spiega l’intensificarsi dei collegamenti con quelle regioni del mondo dicendo che le compagnie aeree del Paese devono trovare nuove direttrici e nuovi mercati, a causa del blocco imposto ai voli in Europa dopo il dirottamento di un aereo europeo da parte delle autorità bielorusse, nel maggio scorso (ne parlo >qui).

Le immagini diffuse dagli stessi migranti e riprese dai pochi media di lingua russa liberi mostrano quantità crescenti di cittadini mediorientali accampati nelle vie e nei parchi di Minsk, in attesa di proseguire verso la frontiera con l’Europa. Del tutto analoga la situazione nell’aeroporto della capitale bielorussa, dove sono state riprese folle di migranti che dormono e si aggirano nell’aerostazione. Andrej Savinych, presidente della Commissione affari esteri del parlamento bielorusso, si è detto felice che tante persone trovino attraente la Bielorussia e la sua cultura, tanto da raggiungerla in tale quantità.

Dobbiamo «costruire un muro?»

Altrettanto fuori luogo è chi continua a ripetere che «l’Europa non deve costruire muri,» spesso evocando, con una distonia sempre più assordante, l’immagine del Muro di Berlino. Nelle settimane scorse, alcuni Stati membri hanno chiesto all’Unione europea di rafforzare le frontiere dell’Unione verso est, proprio per contrastare i fenomeni di sfruttamento della migrazione clandestina a fini di guerra ibrida. L’Ue, nella persona della Commissaria agli affari interni Ylva Johansson, ha risposto nel peggiore dei modi possibili: «l’Unione europea non finanzia la costruzione di muri di confine.»

Il Muro di Berlino fu costruito da una dittatura, quella della Germania est, per impedire ai cittadini di fuggire dai suoi rigori. Costruire un’efficace frontiera dell’Unione europea a Est non significa imprigionare i cittadini europei. Significa fermare il regime della Bielorussia e tutti i governi autoritari che ci circondano e cercano di restare in sella ricattando l’Occidente con i flussi migratori pilotati. Ieri, dopo un incontro con altri leader europei, anche l’esitante signora Merkel ha accennato alla necessità di rafforzare la frontiera. E’, ormai, una questione di credibilità degli Stati membri e della stessa Unione.

Sia chiaro: il regime di Lukašėnka dall’Europa vuole soldi, per non mandare migranti, come li volle la Turchia allo stesso scopo. Nel 2016, la signora Merkel scavalcò addirittura le decisioni europee, pur di versare a Erdoğan il denaro che chiedeva per non lasciar passare altri migranti verso la Germania. Oggi la storia si ripete: per chi avesse ancora dei dubbi, il Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che l’Unione europea dovrebbe versare aiuti alla Bielorussia, come alla Turchia, affinché questa trattenga i migranti sul suo territorio.

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Polonia, migranti e scontro con l’Europa sullo Stato di diritto

Si è molto criticato il governo polacco, con molte ragioni, per il suo atteggiamento verso l’Unione europea. Questa volta i fatti danno ragione al governo di Varsavia, quando dice che il flusso di migranti è un atto di guerra ibrida. L’Europa contesta alla Polonia il mancato rispetto dei principi dello Stato di diritto in materia di giustizia: fa bene a insistere su questo capitolo. Si contraddice, però, quando nega alla stessa Polonia e ad altri Stati membri di confine i contributi per rafforzare le infrastrutture di frontiera.

Legga anche: Polonia – Unione europea, lo scontro che ci riguarda

Anche il controllo del territorio, infatti, è un caposaldo dello Stato di diritto. Si può discutere, poi, sulla concessione di visti d’ingresso umanitari a persone che abbiano titolo alla protezione. Se rinuncia al controllo fisico del confine, però, lo Stato rinuncia alla sua funzione di protezione della popolazione e amministrazione del territorio, che è un elemento essenziale della sua esistenza.

Tra gli Stati dell’Unione europea i confini sono caduti perché esistono accordi specifici. La frontiera esterna dell’Unione garantisce tutti, e non può essere oggetto di mercanteggio ideologico, perché è un dato di diritto pubblico.

Le reazioni interne in Polonia

Nemmeno Donald Tusk, già presidente del Consiglio europeo e capo di una coalizione polacca europeista, si è espresso a favore dell’ingresso dei migranti che premono sulle frontiere del suo Paese. Anzi, ha ipotizzato l’attivazione delle clausole di solidarietà della NATO in caso di aggressione a uno Stato membro, in particolare dell’articolo 4, che prevede consultazioni fra gli Stati alleati quando uno di essi ritenga che la propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza siano in pericolo (>qui Tusk e >qui il testo del trattato).

Il partito al governo, l’euroscettico PiS («Diritto ed equità»), non perde questa occasione per accentuare i toni nazionalisti e cogliere i fatti in corso a vantaggio della retorica di partito. Sa che gran parte della popolazione, fuori dai gruppi sociali più aperti delle grandi città, guarda con diffidenza alle migrazioni. I sondaggi sembrano dargli ragione: i consensi verso il partito, cattolico e conservatore, salgono di nuovo, dall’inizio degli eventi alla frontiera bielorussa. L’obiettivo di chi alimenta lo scontro con l’Europa è raggiunto.

Ciò che viene dipinto come uno scontro fra Polonia e Bielorussia è, in realtà, una pagina dello scontro fra Russia e Occidente. Una guerra di destabilizzazione condotta con mezzi atipici e ben funzionante: è chiaro come il sole, per chi conosce il retroterra di questi eventi; per politici e presenzialisti di varia specie, invece, è più facile ripetere sino alla nausea i ritornelli sull’accoglienza e sui muri, anche quando le situazioni di fatto parlano di tutt’altro.

Legga anche: Polonia, elezioni 2015: la vittoria del PiS, euroscettico e cattolico conservatore

Altra vittima di ciò che sta accadendo al confine tra Polonia e Bielorussia è il diritto umanitario internazionale. Norme ispirate a nobili principi, scritte decenni or sono, quando il mondo era molto diverso – la Convenzione di Ginevra entrò in vigore nel 1951 – sono diventate strumenti con i quali i peggiori autocrati del pianeta si rafforzano sui loro troni pomposi.

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4 risposte

  1. Non mi pare che sia possibile escludere che almeno alcuni tra i migranti fermi tra Bielorussia e Polonia abbiano i requisiti per richiedere asilo politico; non capisco come si possa affermare il contrario. E’ chiara la strumentalità – criminale – del regime bielorusso nel creare questa crisi sperando di averne un tornaconto economico. Resta la priorità di assicurare la sopravvivenza alle persone ingannate dal governo bielorusso, attraverso il loro accoglimento sul territorio dell’Unione.
    Mi domando se anche la Russia non potrebbe / dovrebbe accogliere una parte di questi migranti, considerando che anche per i migranti la Russia potrebbe essere intressante come paese di destinazione.

    1. Grazie per le Sue considerazioni. Concordo che fra la ressa di coloro che premono alla frontiera polacca potrebbero esserci persone aventi diritto d’asilo. Per questo, nell’articolo, scrivo che le prime vittime di queste situazioni estreme sono i veri titolati a protezione. Non è possibile far beneficiare dei diritti conferiti dallo status di rifugiato chi arriva in frontiera pagando, per giunta di propria volontà, criminali che trafficano uomini, e sfonda il confine a bastonate. Inoltre, tutti i migranti interrogati in Polonia affermano di essere giunti fin lì perché captati da campagne sui social network che promettono loro opportunità economiche. Se si permettesse di far domanda d’asilo addirittura a chi dichiara esplicitamente di essere partito per ragioni economiche, si legalizzerebbe la malafede e si contraddirebbe uno dei capisaldi su cui poggia il diritto umanitario, la distinzione tra rifugiato e migrante economico.

      L’anno scorso, la Grecia, in una situazione simile con la vicina Turchia, sospese per un mese l’applicazione della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati, perché il flusso alle frontiere si era fatto ingestibile. Sta accadendo di nuovo, poiché la Polonia ha promulgato in questi giorni un provvedimento che autorizza il respingimento alla frontiera, superando il divieto imposto dalla stessa Convenzione, sospendendola di fatto almeno in parte. Si possono criticare queste decisioni, ma in frangenti simili non vi è alternativa, salvo accettare che l’intero armamentario del diritto umanitario internazionale sia solo un pretesto per far passare chiunque e con qualunque motivazione. Le norme in vigore non sono più adatte alle condizioni di oggi. Sin quando politici e organizzazioni umanitarie non sapranno guardare oltre il loro astratto idealismo, nessuna riforma sarà possibile e il diritto umanitario finirà col morire di fronte all’impossibilità di gestire le moderne correnti migratorie e di arginare gli abusi. Coloro che sono interessati al destino dei rifugiati sinceramente, non solo per manifesto ideologico, dovrebbero essere i primi a chiedere più rigore alle frontiere, nell’interesse di coloro che hanno reale esigenza d’asilo.

      La sopravvivenza delle persone attualmente assiepate alla frontiera polacca non si garantisce solo consentendo loro l’ingresso nell’Unione europea, che significherebbe legalizzare per fatto concludente condotte inaccettabili, come la forzatura dei confini e l’uso di passatori criminali. Quelle persone devono essere rimpatriate, a spese del governo bielorusso, certamente non delle istituzioni europee. Sia la Russia sia la Bielorussia hanno firmato la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati: dovrebbero e potrebbero consentire a quelle persone, se ne hanno i presupposti, di porre domanda d’asilo sul loro territorio. Non lo fanno e i migranti non lo chiedono, perché vogliono andare in Germania per ragioni economiche. Questo è un altro elemento che impedisce di prendere sul serio sia Russia e Bielorussia, sia gli stessi migranti, per quanta pena susciti la loro situazione. Cordiali saluti. LL

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