Fabrizio de André martoriato dalla TV

La serata di commemorazione della RAI per Fabrizio de André
Genova | © Claudio Meirana

Fabrizio de André non significa solo belle canzoni: è stato protagonista di una stagione culturale unica. E’ un pezzo di storia recente italiana anche per la sua vicenda personale. Nulla del suo spessore si è ritrovato nello spettacolo televisivo che doveva rendergli omaggio. Chi si aspettava una tranquilla serata nel ricordo di De André ha assistito invece a una triste metafora dell’Italia di oggi.


Lo spettacolo che la prima rete televisiva italiana RAI 1 ha dedicato sabato 16 novembre al cantante Fabrizio de André mi aveva convinto a passare una serata guardando un canale TV, anziché un vecchio film sovietico o un’ennesima puntata de L’ispettore Derrick pubblicata su YouTube da qualche tenace appassionato tedesco sfidando le norme sulla proprietà intellettuale. Al termine dello spettacolo, sono andato a letto pensando che avrei fatto meglio a riguardarmi per la centesima volta il film Mosca non crede alle lacrime.

Fabrizio de André non ha solo scritto e cantato belle canzoni: è stato protagonista di una stagione culturale unica per l’Italia, dal boom economico degli anni Sessanta sino agli inizi degli Ottanta. Nelle sue canzoni c’è un mondo: la Canzone dell’amore perduto è la parafrasi di un adagio di Georg Philip Telemann, autore tedesco settecentesco, contemporaneo di Johann Sebastian Bach; in Un ottico si sente l’eco dei recitativi liturgici sardi; i riferimenti letterari, linguistici e folclorici sono ovunque, nella sua opera, e non si limitano alla sua nativa Genova. De André è un pezzo di storia recente anche per la sua vicenda personale, segnata dal sequestro che lo tenne recluso tra i monti della Sardegna per quattro mesi, insieme a Dori Ghezzi, tra l’agosto e il dicembre 1979, iscrivendo la coppia nel triste elenco delle vittime di rapimento di quella stagione italiana.

Nulla di questo spessore si è ritrovato nello spettacolo televisivo che doveva rendere omaggio all’artista. Cantanti apparsi in evidente difficoltà vocale, difettanti di un numero sufficiente di prove o palesemente fuori stile per le canzoni di De André; le uniche eccezioni sono state, forse, Paola Turci e Massimo Ranieri, sebbene quest’ultimo sembri ormai lontano dai fulgori di un tempo.

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Passi per l’omaggio a Dori Ghezzi, compagna di una vita di De André, ma non la caduta di stile di un’ormai ottantacinquenne Ornella Vanoni: non riuscendo a vedere il gobbo su cui doveva leggere le parole di Bocca di rosa, si è fermata dopo poche battute come se fosse sul palco dell’oratorio, protestando in diretta: «Non vedo un ca[..]o!» Un tempo in RAI si pretendeva dalle Gemelle Kessler che indossassero le calzemaglia, durante i balletti, e si esagerava; ora sembra che si debordi sul lato opposto. Anche sorvolando sull’eleganza dell’esclamazione… una storica rappresentante della canzone leggera italiana non canta a memoria Bocca di rosa?

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Possibile, poi, che per leggere i testi di De André non si potesse chiamare qualche giovane diplomato delle scuole di teatro italiane che sapesse fare di meglio di ciò che si è sentito? L’orchestra, ben più professionale, oscurava spesso i cantanti, che sembravano mascherare con finti falsetti l’incapacità di coprire le regioni più estreme, nei gravi e negli acuti, ormai compromesse. L’intonazione, poi, pare diventata una chimera, oggi.

Si sarebbe preferito risentire le canzoni di De André vedendo spezzoni dei suoi tanti concerti dal vivo, certamente ben presenti negli archivi RAI, inframmezzati da una presentazione discreta e professionale, qualche memoria di chi lo aveva conosciuto e nulla più. Anche i momenti di riempimento risultavano insopportabili: eccesso di superlativi, incensamenti reciproci e finte emotività che hanno grattugiato sul tutto un crescente e fastidioso velo d’ipocrisia. De André è un modello scomodo, per i cantanti di oggi: quei pochi istanti di canto che si sono potuti ascoltare dalla sua voce grazie alle registrazioni, durante la trasmissione, sono suonati come condanna impietosa per tutti i queruli protagonisti della rievocazione.

Ha peggiorato il quadro la coincidenza della serata con la morte, poche ore prima, di un celeberrimo regista televisivo italiano, Antonello Falqui, firmatario di indimenticati varietà dagli anni Sessanta in poi. Quelli della mia età se li ricordano, i varietà di Antonello Falqui: il sabato si faceva eccezione alla regola del «dopo Carosello tutti a nanna» e si poteva guardare la tivù fino a tardi (che allora significava le dieci di sera o poco oltre). I numeri dello spettacolo si susseguivano sullo schermo, non ti accorgevi che il tempo passava; quando arrivava l’ultimo siparietto, capivi che la serata stava finendo e ti dispiaceva, perché i cantanti avevano cantato bene delle belle canzoni, i comici ti avevano fatto ridere, i dicitori ti avevano avvinto con la loro arte. Di quegli spettacoli ci sono monologhi di Walter Chiari, scenette di Raimondo Vianello e Gianni Agus, sketch di Renato Pozzetto e Aurelio Ponzoni (Cochi e Renato) che ricordo ancora oggi, a distanza di più di quarant’anni, e certamente siamo in tanti a ricordarli.

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Da allora è stato un decrescendo continuo, per il venir meno dei protagonisti, per il precipitare della qualità della scuola, per la rincorsa agli ascolti costi quel che costi. La presentatrice della trasmissione dedicata a De André, sabato sera, forse la meno peggio del cast, ha rivolto un breve ricordo ad Antonello Falqui. In quel contesto, con quello stringato coccodrillo sembrava quasi che dicesse: meno male che quelli bravi sono crepati, se ci fossero ancora loro, mica ci lascerebbero lavorare, qui. Sabato, chi si aspettava una tranquilla serata nel ricordo di Fabrizio de André e di tre decenni irripetibili di storia recente italiana, legati indissolubilmente alle sue canzoni, ha assistito invece a una triste metafora dell’Italia di oggi: vecchi che non si schiodano dal cadreghino, cultura ridotta a memoria e mediocrità assunta a nuovo paradigma, giovani leve fuori dal gioco. La prossima volta ditemelo prima, spengo la TV e di De André metto su un disco.

2 commenti

  1. Luca, mi conferma che io ho fatto bene a spegnere la Tv in anticipo per andare a dormire. Ho avuto presto una cattiva impressione e ho riprovato a tornare sul programma un paio di volte, solo per confermare la delusione. Che peccato.

    • Un’occasione persa, non solo sotto il profilo musicale. Quando si trattano personaggi come De André, si potrebbero cogliere mille spunti di approfondimento culturale, storico, sociale. Sono certo che si sarebbe potuta realizzare una serata molto migliore, usando con un po’ d’intelligenza gli archivi RAI e lasciando a casa certi tromboni, senza uscire dal perimetro dell’intrattenimento. E’ stato sprecato tutto.

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