Italia e Russia: perché dialogare non serve

Auto Lada prodotta in Unione sovietica su licenza italiana | © Mark Kamalov
Kazan, riva del Volga, auto «Lada» prodotta in Unione sovietica su licenza italiana | © Mark Kamalov

Con toni appena più sfumati del suo vice Salvini, anche Giuseppe Conte, durante la conferenza stampa congiunta tenutasi a Mosca fra il capo del Governo italiano e il presidente russo, sembrava parlare più in difesa degli interessi russi che di quelli italiani. Dialogare ha senso se si fissano obiettivi da raggiungere: in caso contrario, significa arrendersi alla supremazia del più forte. 


 

Dalla conferenza stampa congiunta tenutasi ieri a Mosca fra il capo del Governo italiano Giuseppe Conte e il presidente russo Vladimir Vladimirovič Putin riprendo tre elementi: l’uso insistente della parola dialogo sulle crisi internazionali, alcune incongruenze non immediatamente evidenti e i rapporti economici tra i due Paesi. Come di consueto, ho ascoltato la conferenza integralmente due volte, una in italiano e una in russo (meno male, perché sulla qualità della traduzione italiana degli interventi russi tacere è bello).

Nella soluzione delle crisi internazionali il dialogo deve prevalere, chi osa dubitarne? Chiunque senta la parola dialogo applaude d’istinto. Dialogare, però, ha senso se si fissano obiettivi da raggiungere, se le parti sono disposte a qualche concessione per realizzare tale obiettivo e sanno che subiranno conseguenze, qualora l’obiettivo non venga raggiunto. Senza questi presupposti, di fronte a un conflitto, il dialogo ha tre risultati rovinosi: serve a legittimare interlocutori inguardabili, prolunga all’infinito il conflitto e comporta l’accettazione di fatto della supremazia del più forte. Dialogare con un regime dittatoriale, come sta avvenendo, ad esempio, con l’Arabia saudita, significa legittimarne le brutalità; dialogare con un Paese che ha compiuto un clamoroso atto di guerra in Europa, come la Russia in Ucraina, significa legittimare lo status quo e piegarsi alla logica dell’aggressore.

I governanti autoritari non cadono quando si dialoga con loro, anzi, generalmente si rafforzano. Cadono quando perdono il consenso dei loro popoli o della loro cerchia di potere. Allora può avere senso dialogare, quando sono indeboliti, con l’obiettivo di destituirli con il minor danno possibile per le popolazioni. Se si vuole dialogare con un Paese che ha violato il diritto internazionale, questo deve dare almeno segno di voler cessare la violazione. L’obiettivo del dialogo, allora, è trovare la soluzione migliore possibile.

Giuseppe Conte, dinanzi a Putin, ha parlato di dialogo sulla Siria, aggiungendo la necessità di una «soluzione politica sostenibile.» Sappiamo tutti cosa si intende, quando a Mosca si parla così: la piena restaurazione della dittatura di Bashar al-Asad, incuranti dei movimenti della Primavera araba del 2011 e delle decine di migliaia di torturati e uccisi nelle carceri dure di Damasco. E’ esattamente la visione di Putin sulla Siria. Il presidente russo la sta attuando con le armi e con il tacito consenso dell’Occidente, a cui di immischiarsi nelle questioni di diritti umani non importa più nulla, e con il placet della Chiesa, storica sostenitrice degli al-Asad. L’unico dialogo possibile, sulla Siria, dovrebbe puntare alla destituzione di al-Asad, ma questo obiettivo non esiste più. Il dialogo, perciò, è diventato una legittimazione delle parti e la conferma a tempo indeterminato dell’abominevole regime siriano.

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Sull’Ucraina, Conte afferma che «non c’è alternativa agli accordi di Minsk» e che l’Italia vuole «persuadere gli altri partner europei che la soluzione è nel dialogo» e non nelle sanzioni, che vanno rimosse. Dialogare oggi con la Russia sull’Ucraina togliendo le sanzioni, però, significherebbe accettare lo stato di fatto che Mosca ha realizzato annettendo militarmente la Crimea e destabilizzando l’Ucraina orientale. Mosca non ha mai dato segno di voler far cessare questo stato di cose. Putin, sul terreno ucraino, non è minimamente intenzionato a fare concessioni.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Ed eccoci all’incongruenza. Non ha senso affermare, come ha fatto ripetutamente Conte, che «bisogna trovare soluzioni politiche nel dialogo» e contemporaneamente chiedere la cancellazione delle sanzioni. Le sanzioni sono parte di una soluzione politica, non un ostacolo al dialogo. Nessuna parte di un conflitto dialoga seriamente verso un obiettivo, se non è sottoposta alla spada di Damocle di qualche conseguenza, in caso di mancata realizzazione dell’obiettivo stesso. Se togliessimo le sanzioni e cominciassimo a dialogare sull’Ucraina nei modi in cui auspica il capo del Governo italiano, il dialogo si tradurrebbe, anche in Ucraina, nella legittimazione del più forte, come in Siria, non nel ripristino del diritto.

«Le sanzioni non sono un fine ma uno strumento, e vanno superate al più presto» ha sottolineato Conte, dicendo con solennità sacerdotale una banalità da chierichetto, rivelatrice, però, di una posizione precisa. Dicendo che le sanzioni sono uno strumento e aggiungendo che ne auspica la rapida cancellazione, il capo del Governo italiano dichiara di rinunciare alla finalità di tale strumento, far cessare l’occupazione russa in Ucraina: prendiamo atto che la Russia si è impossessata con le armi di parte dell’Ucraina. Legittimiamo lo status quo, accettiamo la legge del più forte e piantiamola con tutte queste storie. Accettiamo che la stessa Russia possa continuare così e altri Stati prendano esempio. Chi urla, comanda.

Quando, nel 2003, gli Stati uniti e una coalizione internazionale invasero l’Iraq, denunciando la presenza poi mai accertata di armi di distruzione di massa e applicando il principio della «guerra preventiva» coniato da un mai abbastanza deprecato George Bush figlio, crearono un precedente pericolosissimo: furono avvisati, ma non ascoltarono. Per l’invasione dell’Iraq, gli Stati uniti e i loro alleati non subirono sanzioni.

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Nel 2014, la Russia, in Crimea, per la prima volta in Europa dal 1939, anno d’inizio della seconda Guerra mondiale, ha fatto la stessa cosa: accampando ragioni inesistenti, si è impossessata di territori ucraini utili per ragioni geostrategiche e per alimentare il consenso interno. Quando lo si interroga sul punto, Putin risponde più meno sempre allo stesso modo: «Se gli Stati uniti hanno potuto imporsi in Iraq e nessuno li ha sanzionati, perché io non potrei prendermi la Crimea?» Le due situazioni non sono del tutto identiche, ma sono sufficientemente simili per creare un precedente dialetticamente difficile da contrastare.

Oggi Putin sfrutta appieno quel precedente e lo cita ogni volta, con un sorriso sarcastico, dietro i suoi occhietti furbi: glielo ha offerto su un piatto d’argento proprio l’Occidente che lo critica. In più, la Russia ha organizzato in Crimea un referendum per l’annessione che è una presa in giro per ogni persona di buon senso, ma Putin e i suoi tifosi lo propongono al mondo come sanatoria all’invasione: è la volontà del popolo! Gli Stati uniti andavano sanzionati per l’invasione dell’Iraq, così come deve essere sanzionata la Russia per l’aggressione all’Ucraina. Chi oggi va a Mosca a sostenere la cancellazione delle sanzioni, si piega all’astuzia di Putin, che si sta prendendo gioco dell’Occidente con i giocattoli che noi stessi gli abbiamo messo in mano.

Sulle relazioni economiche tra Russia e Italia sorge un’altra ipocrisia: l’interscambio tra i due Paesi è aumentato sensibilmente, nonostante le sanzioni. Lo hanno paradossalmente dichiarato Conte e Putin stessi, durante i loro interventi, e lo confermano tutte le statistiche. Le sanzioni più fastidiose per la Russia non sono quelle economiche, infatti, ma quelle che toccano gli oligarchi vicini a Putin. Il presidente russo non è un uomo solo al comando, anche se così sembra: è espressione di un sistema di potere economico-politico costituito da persone ben precise, che lo tengono dov’è. Le sanzioni limitano queste persone nell’agire: non ottengono più i visti per viaggiare nei Paesi dove hanno i loro business, i loro capitali all’estero vengono congelati, subiscono varie altre restrizioni. Molti di questi uomini di Putin si stanno organizzando per sopravvivere lo stesso, ma i loro affari restano pesantemente ostacolati dalle sanzioni.

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Questo è il motivo per cui Putin, anche attraverso i suoi sostenitori governativi italiani, insiste affinché le sanzioni alla Russia siano rimosse. Sa che se non riesce a far togliere gli ostacoli agli affari degli uomini che lo sostengono al Cremlino, lui e il suo sistema di potere cadono, non c’è consenso pubblico o riforma costituzionale che lo salvino.

Le sanzioni che colpiscono maggiormente l’Europa sono quelle che la Russia ha ingiunto in risposta a quelle che toccano Putin e i suoi scherani. Data la crescita dell’interscambio economico, però, non sembra che le sanzioni decise da Mosca causino inconvenienti così gravi. In più, durante la visita di Conte a Mosca sono stati firmati ben tredici nuovi accordi di cooperazione tra importanti imprese italiane e russe. Lo scalpitare dei nuovi governanti italiani riguarda la cancellazione delle sanzioni internazionali contro gli amici di Putin ed è motivato da asservimento politico, non da preoccupazioni economiche per le imprese della Penisola.

Con toni appena più sfumati del suo vice Salvini qualche giorno fa, anche Conte, a Mosca, ieri sembrava parlare più in difesa degli interessi russi che di quelli italiani. D’altra parte, vista la crescita delle relazioni economiche, turistiche e culturali fra i due Paesi, gli interessi italiani in Russia non sembrano abbisognare di così ardenti sollecitudini.

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