Ancora un’intervista in Russia…

Mosca, Piazza Rossa, Museo di Stato | © Luca Lovisolo
Mosca, Piazza Rossa, Museo di Stato | © Luca Lovisolo

Salvini, lo conferma lui stesso, è il primo componente del nuovo Governo italiano a incontrare ufficialmente il Governo russo. Ancora una volta, stranamente, il Ministro dell’interno precede quello degli esteri. Afferma di sentirsi più sicuro a Mosca che in Italia, dimenticando di essere lui, il ministro che ha la responsabilità della sicurezza nel suo Paese. Un’intervista che offre un fulmineo quadro del nostro tempo.


Le dichiarazioni del Ministro italiano degli affari interni, Matteo Salvini, che purtroppo mi interessano, poiché rilasciate all’estero, ieri, in una lunga conferenza stampa tenutasi a Mosca. Ho ascoltato il video integrale. La conferenza-intervista è un avvilente ritratto del nostro tempo.

Salvini, lo conferma lui stesso, è il primo componente del nuovo Governo italiano a incontrare ufficialmente il Governo russo. Ancora una volta, stranamente, il Ministro dell’interno precede il Ministro degli esteri e il capo del Governo, che saranno a Mosca rispettivamente a settembre e a ottobre.

La passione di Salvini per la Russia, dove «c’è un Governo che fa gli interessi del popolo» (quando parlo con i miei contatti russi mi raccontano un’altra storia, ma forse sono tutte eccezioni) è sottolineata enfaticamente anche dalla moderatrice, Alina Alexandrova, che ricorda la foto di Salvini, sulla Piazza Rossa, che indossa la maglietta con il ritratto di Putin. Questa volta non si riesce a capire se in privato i due si diano del tu. Pubblicamente, l’intervistatrice, che parla un buon italiano, gli dà del lei (o del voi, quando parla in russo).

Salvini si profonde in mille complimenti per l’organizzazione dei Mondiali, sull’immagine di «freschezza, efficienza e sicurezza» trasmessa dalla Russia. Dice di «sentirsi più sicuro nella metropolitana di Mosca che in quelle italiane:» dimentica di essere lui, il ministro che ha la responsabilità della sicurezza interna nel suo Paese, non ne esce bene. Da parte mia posso confermare che il senso di sicurezza che si prova in centro a Mosca e nella sua metropolitana è effettivamente superiore a quello che si avverte oggi in una Milano, ma io non sono il Ministro dell’interno.

Salvini loda le «buone pratiche» dei funzionari della sicurezza russi, promettendo scambi di informazioni su terrorismo islamico, contrasto all’immigrazione clandestina e lotta alle mafie, arrivando a ipotizzare pattuglie miste tra forze dell’ordine italiane e forze dell’ordine russe. Non si capisce come queste pattuglie potrebbero funzionare concretamente e dove sarebbero dispiegate. L’idea, poi, di collaborare con la Russia sulla sicurezza cibernetica sposta la conferenza nel regno del surrealismo, sapendo che proprio la Russia è riconosciuta come una delle maggiori minacce alla sicurezza di Internet e uno dei più attivi diffusori di notizie falsificate a fini politici e di orientamento dell’opinione pubblica occidentale.

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Le sanzioni alla Russia sono inutili e dannose per l’Italia, secondo Salvini, ed è legittimo, anzi persino banale, che la Russia torni al G7. Il Ministro afferma che le sanzioni fanno perdere all’Italia 7 milioni di euro al giorno, ma non dice che in realtà l’interscambio totale tra Russia e Italia è aumentato, nonostante le sanzioni (sulla questione sanzioni tornerò, alcune chicche meritano una trattazione separata). Il ministro non parla di come questa posizione italiana sulle sanzioni si concili con l’annessione della Crimea e il sostegno dato dalla Russia ai separatisti dell’Ucraina orientale.

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Incurante di ciò, Salvini, come aveva già fatto tempo fa il capo del Governo italiano, Giuseppe Conte, promette che entro fine anno si impegnerà per far riaprire le linee di credito della Banca europea degli investimenti a favore delle piccole e medie imprese russe (sì, quelle russe), linee di credito chiuse dopo i fatti di Crimea. Le sanzioni, secondo Salvini, non servono a niente: meglio dialogare, come si è fatto con Kim Jong-un. L’incontro fra Trump e Putin è un «ottimo punto di partenza.»

Quando tocca il tema delle migrazioni, Salvini ci azzecca, ma solo perché riferisce idee non sue: l’affondamento dei gommoni non è un naufragio ma il modus operandi delle organizzazioni criminali; bisogna costruire centri di raccolta in Africa, aiutando la Libia e i Paesi vicini a garantire diritti umani e protezione; le domande d’asilo vanno acquisite direttamente in Africa, distinguendo severamente i veri richiedenti protezione dai migranti economici, prevenendo così gli sbarchi. Qui Salvini non fa che riprendere dati di fatto e linee di condotta che la comunità internazionale afferma da anni, rispetto al problema migratorio, non sono trovate né sue né del suo partito. Appena riprende a ragionare con la sua testa, infatti, torna a scarrucolare e chiede che i porti della Libia siano dichiarati sicuri ipso facto.

E’ chiaro per tutti che questo è il primo obiettivo da raggiungere, ma la sicurezza o meno dei porti e del Paese che c’è dietro non è un dato politico, che si cambia con un decreto ministeriale: è un dato giuridico, che cambia se ci sono i presupposti. In Libia, in questo momento, non ci sono, ma si può intervenire per far cambiare la situazione. Da un ministro ci si attenderebbe l’elenco delle azioni programmate insieme all’Ue per giungere il più rapidamente possibile al risultato. Salvini, invece, recede nel complottismo e si scaglia contro «l’ipocrisia dell’Europa» dominata da «movimenti politici pagati da Soros e simili» (ha detto proprio così).

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Un’intervista che offre un fulmineo, avvilente quadro del nostro tempo, dicevo. Gli storici del futuro faticheranno a capire perché movimenti politici che avrebbero potuto dare all’Italia e all’Europa governanti di calibro ben maggiore abbiano permesso che i principi di legalità e controllo del territorio, in riferimento alle migrazioni, siano diventati esclusiva di uomini deboli e impreparati, ma che minacciano di cambiare il mondo in modo molto infausto.

Bisognerà spiegare come sia stato possibile che questi uomini, cavalcando l’unico tema sul quale le popolazioni attendevano risposte, l’insicurezza generata dalle migrazioni incontrollate, motivata o no non importa, abbiano vinto tornate elettorali in Paesi europei un tempo del tutto estranei al nazionalismo, all’incultura, alla xenofobia. Che abbiano vinto senza inventarsi nulla, ma solo facendo ciò che andava già fatto da anni e che avrebbero potuto fare anche altri che invece si sono lasciati infatuare dalla retorica sull’accoglienza, sulla «cultura del benvenuto» e sul mondo dei sogni senza frontiere. Chi poteva opporsi, ha lasciato che costoro, piccoli uomini che si muovono come bulli di periferia e parlano come rappresentanti di commercio, utilizzassero le migrazioni come grimaldello per giungere al potere, e poi riversare sul mondo il loro carico di approssimazione, avvilimento, pretesa di rivalsa.

Il ministro italiano degli affari interni promette di restaurare il senso di sicurezza riprendendo il controllo sugli ingressi illegali di stranieri. Sa benissimo che ha ragione e lo urla ai quattro venti, non ha neppure bisogno di inventarsi nulla, gli basta applicare principi elementari che altri prima di lui hanno ignorato. Intanto, però, siede allo stesso tavolo con Putin e ritiene che questi non vada sanzionato per la sua condotta internazionale; ritiene che per difendere la sicurezza di Internet ci si debba alleare proprio con la Russia, per la quale utilizzare le fake news e gli attacchi informatici è una strategia di aggressione esposta senza vergogna nelle riviste di dottrina militare; esalta i funzionari della sicurezza di un Paese autoritario, dicendosi lì più sicuro che a casa sua, come se non fosse lui stesso il primo responsabile della sicurezza del suo Paese.

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Alla fine della conferenza stampa, anche questa volta, Salvini e l’intervistatrice si baciano affettuosamente. Sarà un caso, ma non ricordo di aver mai visto altri politici profondersi in tante manifestazioni di simpatia con le giornaliste che li intervistano. Sappiamo anche chi si è dato da fare per ottenere questa conferenza-intervista, a Mosca, per Salvini, la giornalista lo ha esplicitamente ringraziato. E’ Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia e ideatore del patto di collaborazione firmato tra la Lega italiana e Edinaja Rossija, il partito di riferimento di Vladimir Putin. Questo è un dato che l’opinione pubblica italiana sembra non aver ancora acquisito del tutto: il partito che esprime il vicepresidente del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Interno è stato votato dagli italiani, ma ha stretto accordi su base privatistica con i quali si impegna ad avere riguardo per gli interessi di uno Stato estero, la Russia, e a coordinarsi con il partito dominante nel parlamento di Mosca. Ma va bene così, ai più.

Evitare che questi personaggi giungessero al potere non era impossibile. Quando gli storici lo spiegheranno, però, coloro che potevano evitarlo saranno già morti, e forse sarà persino troppo tardi. Per il momento, tocca tenerseli, e sperare in bene.

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