Voto europeo: Italia, Germania e Grecia

I risultati delle elezioni europee in Germania, Italia e Grecia
Bruxelles | © Aurelien Romain

Cosa è successo in tre Paesi nei quali il voto europeo ha avuto esiti che suggeriscono considerazioni particolari. In Grecia, Alexis Tsipras è crollato anche se ha mostrato intelligenza e lungimiranza, pur commettendo errori. In Germania il Partito socialdemocratico scivola con tutta la sua storia sotto i Verdi. In Italia, l’esito presenta un profilo diverso dagli altri Paesi, su entrambi i fronti.


Lasciando ad altri il discutibile privilegio di commentare la politica interna, il voto europeo impone alcune considerazioni più generali, almeno su alcune vicende.

Grecia

Alexis Tsipras è crollato. Ciò testimonia quanto avari siano gli elettori nel premiare intelligenza e lungimiranza. Tsipras ha commesso errori, ma, quando salì al governo, durante la gravissima crisi economica che tutti ricordiamo, capì che non c’era alternativa a mantenere la Grecia nell’euro e nell’Ue (>approfondimento). Consapevole che i sacrifici richiesti gli sarebbero costati il consenso, smise i proclami irrealistici, si liberò di un ministro delle finanze che ancora oggi non riesce a farsi prendere sul serio nemmeno come presenzialista televisivo e attuò l’unica politica possibile, fatta di lacrime, fatica, sudore e sangue. La Grecia non è del tutto risanata, ma i risultati ci sono.

Gli elettori, però, non hanno gradito, dimenticandosi che la crisi economica in cui versava il Paese era dovuta a due generazioni di governanti disastrosi liberamente eletti dal popolo. Quest’ultimo, perciò, può addebitare largamente a se stesso la colpa di quello sfacelo e della fatica necessaria per uscirne, ma è noto che gli elettori hanno la memoria corta.

Più recentemente, Tsipras ha firmato con la confinante Macedonia del nord un sudato accordo che ha posto fine a un lungo contenzioso toponimico e permette l’adesione della Macedonia stessa alla NATO e all’Unione europea. E’ un contributo essenziale alla stabilizzazione dell’area balcanica. La Grecia ne beneficerà a lungo: l’accordo è valso ai capi di governo dei due Paesi il plauso internazionale. Si sa, questi sofismi fanno poco effetto sull’elettore, anche se eliminano potenziali di conflitto e contribuiscono a quella pace durevole alla quale forse ci siamo troppo abituati, dalla fine della Seconda guerra mondiale, per apprezzarla ancora. La consolazione di Tsipras – che, come dice Marta Ottaviani >qui, è stato europeista suo malgrado – è che in Grecia hanno vinto i partiti europeisti, sul terreno preparato da lui.

Germania

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Il Partito socialdemocratico è scivolato sotto i Verdi. Un politico italiano piuttosto distratto ha detto, qualche settimana fa, che senza l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le conquiste sociali promosse dai partiti socialisti e socialdemocratici. Ebbene, la storia della socialdemocrazia tedesca iniziò tre quarti di secolo prima della fondazione dell’Unione sovietica e il primo partito unitario tedesco in quel campo fu fondato quando Lenin andava ancora in giro in braghe corte. Il Partito socialdemocratico ha dato alla Germania e all’Europa, in tempi recenti, due cancellieri memorabili: Willy Brandt e Helmut Schmidt, diversissimi tra loro ma egualmente determinanti per il loro tempo.

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Willy Brandt fu l’artefice di una delle più entusiasmanti stagioni delle relazioni internazionali del Dopoguerra, la Ostpolitik, diventata proverbiale anche nel nome. Sfidando la diffidenza USA, riuscì a distendere i rapporti con Mosca e a rendere meno grama la vita nella Germania divisa in due Stati; molti tedeschi gli sono grati ancora oggi, perché riuscì a ottenere permessi di passaggio tra Est e Ovest per le visite familiari, più di dieci anni dopo la costruzione del prima invalicabile Muro di Berlino. La Ostpolitik gli valse il Premio Nobel per la pace.

Helmut Schmidt fu protagonista della seconda fase della Guerra fredda, governò la Germania nella stagione del terrorismo e costruì insieme al suo amico personale e presidente francese Valéry Giscard d’Estaing le basi per l’euro, consolidando definitivamente i rapporti franco-tedeschi. Uomo colto, dal linguaggio raffinato ma sempre chiarissimo, economista e musicista, terminata la carriera politica incise anche un disco di concerti per pianoforte e orchestra di Bach per la Deutsche Grammophon, con la Filarmonica di Amburgo. Un altro, con musiche di Mozart, lo aveva registrato per la EMI mentre era ancora cancelliere, nel pieno delle contestazioni pacifiste contro l’installazione in Germania dei missili nucleari NATO.

Fece sensazione un giorno, negli anni della divisione della Germania, quando Schmidt insistette per recarsi in Germania est in gran segreto: la notizia trapelò, si pensò a qualche clamoroso retroscena politico e il caso montò. Schmidt, in realtà, voleva solo suonare l’organo di una certa chiesa di là del Muro. Bellissime le sue pagine dedicate al valore della musica di Bach per l’identità culturale tedesca. La crisi del Partito socialdemocratico tedesco, sancita dalle elezioni europee, si porta dietro queste storie. La SPD cede il passo a un partito che agisce nello stesso campo, ma in modo più giovane e aderente ai tempi, con indiscussa bravura.

Italia

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Ho sentito giudicare «eccentrico» il risultato italiano. Preferisco definirlo in un modo che mi sembra meno ipocrita: l’esito del voto in Italia è indice di una pesante arretratezza culturale. Gli italiani hanno premiato, tralasciando le minuzie, due partiti maggiori.

Uno deve il successo principalmente alla mano pesante sulla migrazione, una questione che i predecessori avevano colposamente (o forse dolosamente) lasciato ingovernata. E’ un bene che qualcuno l’abbia presa in mano, la questione migratoria, ma le soluzioni sin qui trovate riguardano solo gli aspetti più visibili, come la riduzione drastica degli sbarchi. Ciò era necessario, nessuno Stato può tollerare che le proprie frontiere siano ridotte a un colabrodo, ma tutto si è fermato lì. L’Italia non ha intelligenze e non ha strategie per affrontare alla base le cause delle migrazioni, anzi, proprio il ministro che ha adottato la linea dura sugli sbarchi diserta poi le riunioni nelle quali i suoi omologhi europei discutono strategie comuni.

Roma non ha la credibilità internazionale necessaria per fare proposte costruttive che tocchino le questioni di fondo, quel poco che ne aveva l’ha persa con le improvvide dichiarazioni di politici non istruiti ai loro compiti. Per la popolazione va bene così, dicono i risultati.

Dall’altra parte, ha ripreso voti un partito che ha recuperato vecchie glorie della politica italiana che si credevano consegnate ai sarcofagi e ha imbarcato le tendenze più utopistiche ed estreme del suo campo politico, in altri Paesi ormai pressoché scomparse dallo scenario pubblico. In Italia, pare, la ricetta funziona ancora, incredibilmente. In quel partito convivono visioni opposte e incerte delle relazioni internazionali, per tacere delle contraddizioni di politica interna, delle quali per fortuna sono esonerato dall’obbligo di occuparmi.

Il quadro italiano che esce dalle elezioni europee è molto simile a quello di tanti Paesi latinoamericani: una «sinistra» che non riesce ad abbandonare la stretta osservanza ideologica e include la parte più sociale dei cattolici; una «destra» che di fatto è espressione dei circoli economici e della frazione più conservatrice della Chiesa. Sotto, una popolazione chiassosa che vota ora l’una ora l’altra, scegliendo chi promette più pane e più circensi.

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L’immagine, tragicomica, che mi è rimasta impressa in questi giorni è quella del Ministro degli affari interni italiano, Matteo Salvini, che saluta il successo elettorale impugnando un crocefisso. Mi ha ricordato Hugo Chávez, presidente del Venezuela, nel 2012: quando partì per l’ultimo viaggio di cure tumorali a Cuba, sapendo che forse non sarebbe tornato, indicò in Nicolás Maduro il suo successore e tirò fuori di tasca un crocefisso, baciandolo con enfasi. Salvini e Chávez si collocano su due campi ideologici opposti, ma sono uniti da due cose: dalla retorica grondante di populismo e da due popoli per i quali i simboli religiosi restano il riferimento supremo, in mancanza di quella borghesia dal solido radicamento culturale che esiste invece, ad esempio, in Germania.

Chi tiene in mano un crocefisso, in Italia come in America latina, sa di brandire un’arma di consenso potentissima, qualunque idea rappresenti. Hasta la victoria siempre.

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