Venezuela: perché Trump non deve intervenire

Portaerei USA | © Michael Afonso
Portaerei USA | © Michael Afonso

Le ragioni per le quali un intervento militare degli Stati uniti in Venezuela dovrebbe essere evitato. Le conseguenze si possono desumere dalle posizioni dichiarate da Mosca in queste settimane. Mike Pence alla Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco di Baviera: «Prendiamo il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse.» Gli argomenti della Russia e le ricadute per gli europei.


Si paventa un intervento militare esterno in Venezuela. Se avverrà, sarà guidato dagli Stati uniti, ma non si può escludere il coinvolgimento di altri Paesi della regione. Vi sono alcune ragioni per le quali un tale intervento dovrebbe essere evitato. Riguardano in particolare la posizione della Russia e interessano da vicino gli europei.

Per ragioni geopolitiche ed economiche che ho spiegato in precedenti contributi (>qui e >qui), la Russia è al fianco del regime di Nicolás Maduro. Quando, nelle settimane scorse, Juan Guaidó, presidente eletto dell’Assemblea nazionale (parlamento) del Venezuela, ha dichiarato di assumere i poteri di capo provvisorio dello Stato, allo scopo di rimuovere il governo di Maduro e indire nuove elezioni, la Russia ha commentato il fatto in questo modo:

  • Gli Stati uniti e il mondo occidentale intendono determinare dall’esterno il destino del Venezuela. A decidere del proprio governo, però devono essere i venezuelani;
  • Gli aiuti umanitari inviati dagli USA e da altri soggetti verso il Venezuela sono in realtà uno strumento di influenza politica sul Paese;
  • Gli Stati uniti e l’Unione europea affermano che la Russia ha occupato la Crimea e il Donbass in Ucraina orientale: ora, però, gli USA vogliono fare la stessa cosa con il Venezuela; gli occidentali criticavano la Russia perché inviava grossi autocarri di aiuti umanitari in quelle regioni, dicendo che in realtà quei mezzi trasportavano armamenti, ma ora gli Stati uniti stanno facendo azioni analoghe in Venezuela.

Questa interpretazione della vicenda venezuelana viene diffusa ormai da settimane, con la consueta, perfetta sintonia, sia dai comunicati del Ministero degli esteri sia dai martellanti media di Mosca. E’ il solito composto di affermazioni superficiali o del tutto errate, ma apparentemente logiche, che contraddistingue la comunicazione russa in questi anni. Non entro qui nel merito di queste argomentazioni e nemmeno delle incredibili ingenuità che gli Stati uniti stanno commettendo sullo scenario venezuelano. Mi soffermo sulle conseguenze di un eventuale intervento militare USA nel Paese sudamericano che si possono desumere dalla posizione dichiarata dalla Russia, in particolare dall’ostentato parallelo dialettico che Mosca costruisce tra lo scenario russo-ucraino e quello statunitense-venezuelano.

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Un intervento militare degli Stati uniti in Venezuela deve essere evitato, perché, se avvenisse, è pressoché certo che la Russia lo utilizzerebbe come precedente per giustificare non solo le sue azioni in corso in Ucraina e Georgia, ma per motivarne di ulteriori. L’Occidente, e in particolare gli USA, ripeterebbero il grave errore già commesso nel 2003, con l’invasione dell’Iraq.

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Ancora oggi, quando gli si chiede conto delle azioni aggressive di Mosca verso l’Ucraina, Putin risponde citando come precedente la guerra in Iraq: se gli Stati uniti hanno potuto invadere l’Iraq restando impuniti, per allargare la loro presenza in Medioriente, perché noi russi non potremmo costruire a nostro modo una zona d’influenza in Europa? Se gli Stati uniti possono invadere il Venezuela, perché noi non potremmo fare lo stesso dove vogliamo noi? L’argomento appare dialetticamente coerente ed è facilmente spendibile presso l’opinione pubblica. L’argomentazione è falsa, ma solo agli occhi di chi conosce a fondo i teatri interessati e le logiche delle relazioni internazionali: per una parte decisiva della cittadinanza, invece, guidata da insistenti campagne mediatiche, questo argomentare è logico e conseguente.

Gli Stati uniti sono certamente consapevoli che Putin utilizzerebbe per sé un’azione militare USA in Venezuela, ma difficilmente sarà questo a fermarli. Al contrario: l’allargamento delle zone d’influenza corrisponde alla visione strategica comune di Putin e di Trump, anche se non è necessariamente condivisa da tutto il Congresso USA. L’amministrazione Trump segue una logica crudamente realista, dai tratti apertamente aggressivi. Questa visione è stata riconfermata dal recente intervento del suo vicepresidente, Mike Pence, alla Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco di Baviera: «Prendiamo il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse.» Chi applica le dottrine analitiche delle relazioni internazionali, riconosce facilmente in questa dichiarazione un’esplicita scelta di campo: la prevalenza dei rapporti di forza e interesse, rispetto a relazioni internazionali fondate su norme e valori. In ciò, la visione di Donald Trump corrisponde esattamente a quella di Vladimir Putin.

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Dietro l’apparente contrapposizione tra Mosca e Washington espressa in pubblico, appare chiaro che gli USA stiano pensando alle loro azioni in Venezuela come atto di affermazione di una nuova dottrina Monroe, ossia una non troppo tacita nuova spartizione di influenze, secondo il motto: «noi facciamo i nostri interessi in America latina, voi russi fate i vostri in Europa.» Nonostante le promesse di fedeltà degli Stati uniti all’Europa e alla NATO, reiterate ma mai del tutto convincenti, dalla salita al potere di Trump in avanti il disinteresse fattuale dell’amministrazione USA verso l’Europa non ha bisogno di essere sottolineato. E’ emerso ancora impietosamente nei giorni scorsi, proprio alla Conferenza di Monaco (>qui).

Se gli USA interverranno in Venezuela, Putin, dopo qualche protesta formale iniziale, non tarderà a cogliere al volo il potentissimo argomento dialettico che gli USA stessi gli avranno fornito con questa azione, per rafforzare la sua influenza in Europa o dove gli andrà più a genio, alla prima occasione. Dovrà poi trovare, con i nuovi governanti di Caracas, un accomodamento per gli impegni che gli incauti governi di Chávez e Maduro hanno contratto con Mosca e che preoccupano in particolare la petrolifera russa Rosneft. Anche questi interessi sono sul piatto della bilancia, nella costruzione delle nuove zone d’influenza che le grandi potenze stanno attuando nell’indifferenza generale e, soprattutto, sotterrando ogni giorno più a fondo i principi del multilateralismo codificati dalle istituzioni internazionali dopo la Seconda guerra mondiale.

L’Europa, per il Venezuela, insiste per una soluzione non militare, che andrebbe ricercata senza compromessi che permettano al regime di Maduro di continuare la sua opera distruttrice. Già debole, l’Europa non si presenta unita, sul fronte venezuelano: come noto, l’Italia è allineata non a Bruxelles ma a Mosca.

Anche la Chiesa cattolica ha perso, in Venezuela, la sua credibilità di attore negoziale. Mentre gran parte dei capi di Stato del mondo disertava la discussa cerimonia di reinsediamento di Maduro, il mese scorso, il Papa vi inviava un proprio emissario, contrastando persino la posizione dei vescovi cattolici venezuelani. L’inviato papale sedeva a fianco dei pochi governanti autoritari che ancora riconoscono Maduro a capo del Venezuela.

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Le frettolose giustificazioni successive del Vaticano e la lettera con la quale il Papa lamenta il «mancato rispetto» da parte del governo di Caracas degli accordi presi con Maduro, che fu anche ricevuto dal Pontefice, non hanno fatto che indebolire ulteriormente la posizione del papato su quello scenario, mettendone in luce le contraddizioni. Chi si attendeva, da una Chiesa a guida latinoamericana, una visione e una pronuncia chiara sulle situazioni più critiche di quel continente, ha atteso sinora invano.

Le forze armate, autentico ago della bilancia del potere, in Venezuela come in altri Stati della regione, salvo sporadiche defezioni sembrano restare, almeno sino a queste ore, sotto il saldo controllo di Maduro.

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