Vaccini falliti, migrazioni: ecco il dopo-pandemia

Il mondo dopo il COVID
Mappamondo | © Kyle Glenn

L’ordine mondiale del dopo-Coronavirus prende forma. Eventi che sembrano slegati, nella visione del mondo post-pandemia mostrano interazioni rivelatrici. I fallimenti dei vaccini propagandati da Russia e Cina. La questione migratoria e gli assalti ai pescherecci italiani. L’Europa perde opportunità di influenza nel Mediterraneo e resta timida nel contrastare i regimi autoritari.


Aggiornamenti sul vaccino russo

Nelle settimane scorse, l’agenzia slovacca del farmaco aveva scoperto che il contenuto delle fiale di vaccino russo anti-COVID Sputnik V ordinate dal governo contenevano in realtà un preparato non conforme. Successivamente, è stato reso pubblico il testo del contratto con il quale il governo, guidato da un presidente filorusso, aveva acquistato quelle dosi: ne è emerso che i russi si erano riservati il diritto di consegnare sotto il marchio Sputnik V prodotti che potevano avere una composizione diversa da quella del preparato originale.

A causa della vicenda Sputnik, il capo del governo slovacco è stato costretto alle dimissioni. Anche altri Paesi e alcune Regioni italiane hanno manifestato forte attivismo, per l’acquisto del vaccino russo: resta da stabilire il perché di tanto entusiasmo verso un medicamento sul quale persistono incertezze per la scarsità dei dati disponibili.

Nella stessa Russia, intanto, le vaccinazioni procedono al passo di lumaca. Secondo l’agenzia Reuters e il centro sondaggi Levada, il sistema sanitario russo somministra appena 250 000 dosi di vaccino al giorno (la meta dell’Italia, per citare un termine di paragone), mentre più del 60% della popolazione russa non intende farsi vaccinare. Le cause prevalenti del rifiuto, riportano le stesse fonti, sono il timore di effetti collaterali e la richiesta di attendere il completamento della sperimentazione del vaccino, prima di assumerlo.

La Russia ha presentato il suo siero molto prima dei produttori occidentali, ma dopo sei mesi la percentuale di popolazione vaccinata resta sotto il 10%, nonostante il governo abbia introdotto incentivi di varia natura per incoraggiare le vaccinazioni, anche sotto forma di buoni acquisto nei supermercati e nei fai-da-te. Nel frattempo, l’agenzia brasiliana del farmaco ha rilevato gravi problemi nella composizione del vaccino di Mosca. Nella vicina Argentina, il capo dello Stato, vaccinato con entrambe le dosi del siero russo, si è ammalato ugualmente di COVID-19.

Il fronte cinese

Sul fronte cinese, è noto che le autorità di Pechino hanno riconosciuto esse stesse la scarsa efficacia protettiva del loro vaccino. Le isole delle Maldive avevano puntato su una vaccinazione rapida e massificata, per tentare di cogliere il flusso di turisti estivi e risollevare l’industria turistica. Nonostante la campagna vaccinale, svolta facendo largo uso del vaccino cinese, giunge notizia che le isole stanno registrando una recrudescenza verticale dei contagi che mette a rischio la riapertura e il recupero economico.

Senza entrare qui in dettagli medici, non di mia competenza, bisogna osservare che gli unici vaccini sui quali si hanno dati certi e che mostrano efficacia reale sono quelli prodotti nell’Occidente libero. Si può lamentare che una stampa poco professionale imbastisca un caso a ogni minimo evento infausto su milioni e milioni di vaccinati, ma ciò testimonia che le informazioni circolano e, da noi, vi è la ragionevole sicurezza di essere al corrente sugli effetti dei vaccini: in Russia e Cina, invece, ogni dettaglio è filtrato dalle autorità; chi contesta, come ho spiegato in precedenti articoli (>qui), finisce in galera o al cimitero.

I tecnici dell’Organizzazione mondiale della sanità, giunti in Cina dopo penose anticamere per chiarire le origini della pandemia, hanno dovuto accontentarsi di lavorare su dati già elaborati dai cinesi, poiché il governo di Pechino non ha concesso loro di accedere a informazioni di prima mano. Intanto, in Rete continuano a rincorrersi ridicole tesi complottiste su virus creati in laboratorio e altre amenità, aventi lo scopo manifesto di mascherare le responsabilità reali. Se davvero la Cina non avesse colpe, perché frapporre tutti questi ostacoli alle ispezioni internazionali?

Produrre ai vertici della tecnologia presuppone un contesto economico e politico libero. Deve essere garantita la libera circolazione delle idee, delle persone, delle merci e dei capitali, altrimenti non è possibile raggiungere le vette più alte di sviluppo. Può accadere, che Paesi autoritari raggiungano un risultato scientifico importante: si ricorda sempre l’esempio del primo uomo lanciato nello spazio, il sovietico Jurij Gagarin. Se si escludono i casi eccezionali, però, i Paesi nei quali mancano i requisiti fondamentali di libertà restano sempre un passo indietro, condannati a copiare ciò che avviene nel resto del mondo. La pandemia e lo sviluppo dei vaccini hanno messo in triste evidenza questo dato elementare.

I fallimenti dei vaccini russo e cinese
Vaccino anti COVID-19 | © Prasesh Shiwakoti Lomash

Nuovi sbarchi di migranti e assalti ai pescherecci italiani

I recenti sbarchi di migranti in Italia e Spagna, come gli assalti ai pescherecci italiani per mano di libici e turchi nel Mediterraneo, avvenuti nelle settimane scorse, vanno letti in un contesto diverso da quello a cui eravamo abituati prima della pandemia. Non sempre i nuovi elementi che legano questi episodi emergono con chiarezza, dalle relazioni dei media.

Nel volgere di poco, come obbedendo a un comando, sulle coste meridionali italiane sono sbarcate migliaia di persone provenienti dalle coste libiche. Più di ottomila migranti in quarantotto ore hanno tentato di penetrare in Spagna, nelle exclavi di Ceuta e Melilla. So di ripetermi, ma è necessario ricordare che questi flussi di migranti non hanno a che vedere con normali naufragi o reali richieste di asilo, se non in quantità residuale. Dire ciò espone al rischio di essere apostrofati con epiteti irripetibili, ma resta fermo che gli africani in fuga da persecuzioni e guerre non sono quelli che sbarcano a Lampedusa o sulle coste spagnole.

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Per ammetterlo, però, politici e media dovrebbero rinunciare a una narrazione che porta troppi consensi, per essere abbandonata. A nessuno di questi, di «destra,» di «sinistra» o nonsoché, sia favorevoli sia contrari alla gestione dei migranti, sembra interessare davvero il destino degli africani. Se così fosse, promuoverebbero provvedimenti legislativi adeguati o starebbero con gli stivaloni affondati nel fango di qualche foresta africana a costruire tendopoli per i veri profughi di quello sfortunato continente, i quali, nella quasi totalità, non hanno né intenzioni né possibilità di arrivare in Europa, ma cercano rifugio in zone più sicure dei loro stessi Paesi o negli Stati confinanti: la lettura dei rapporti dell’Agenzia ONU per i rifugiati parla chiaro.

Per settimane, in Italia e in Europa, si è parlato dell’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, ucciso in una delle zone d’Africa che producono quantità spaventose di fuggiaschi realmente bisognosi di protezione. Sembra, però, che il suo sacrificio non sia servito né a far crescere la consapevolezza sui conflitti africani né a sottrarre la questione delle migrazioni a una retorica stucchevole e immutabile.

Gli arrivi dalla Libia

Le modifiche agli assetti globali intervenute durante la pandemia hanno mutato i parametri secondo cui giudicare gli arrivi di migranti dalla Libia. Oggi, in territorio libico agiscono i turchi e, più defilati, i russi. I trafficanti di uomini che inviano migranti verso l’Europa non operano solo per proprio tornaconto. I flussi di «naufraghi» nel Mediterraneo, oggi, sono strumenti nelle mani dei nuovi soggetti dominanti la Libia per esercitare pressioni sull’Europa.

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A ciò si aggiunge l’instabilità intervenuta in alcuni Stati dell’Africa centro-occidentale, in particolare nel Ciad, al confine meridionale della Libia, dove il capo dello Stato è rimasto ucciso per mano di guerriglieri. Il regime ciadiano non era idilliaco, ma, con l’aiuto dei francesi, garantiva una certa stabilità in una regione chiave per i flussi migratori. E’ attraverso quelle frontiere, infatti, che i migranti entrano in Libia arrivando da Paesi di relativa prosperità, africani e non, in cui le famiglie riescono a reperire i soldi per pagare i transiti ai passatori, come conferma uno studio del 2019 (>qui, in lingua tedesca) dell’Istituto berlinese di studi sulla popolazione e lo sviluppo (Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung).

Sempre in quella regione, il governo legittimo del Mali è stato destituito e il Paese attraversa una delicata fase di transizione; nel vicino Burkina Faso aumentano gli attentati di matrice jihadista. L’impegno della Francia per mantenere la stabilità nel Sahel è ingente, ma Parigi fatica sempre più a far accettare alla popolazione un impegno militare nel quale i soldati francesi cadono con crescente frequenza e le cui possibilità di successo sembrano sempre più esigue.

In questo impegno la Francia è affiancata da alcuni Paesi europei (non dall’Italia), ma il Sahel rischia di diventare un altro Afghanistan: l’Occidente potrebbe ritirarsene, riconoscendosi incapace di sottrarlo alla guerriglia. Come già accaduto in Siria e in Libia, entreranno allora in campo le potenze autoritarie, che si contendono il terreno senza troppi scrupoli con le milizie locali e i radicalisti religiosi. Quelle regioni diventeranno piattaforme per ricattare l’Occidente, controllando flussi migratori e non solo. Già da tempo, per citare un esempio, la presenza di Mosca nella Repubblica centrafricana fa parlare di sé. Ultimamente, perché miliziani russi sono stati accusati di pesanti violenze ai danni della popolazione.

Le migrazioni verso la Spagna

Il mondo dopo la pandemia
Madrid | © Javier Martinez

Non è casuale, che in poche ore migliaia di migranti si siano riversati sul territorio spagnolo. La polizia marocchina aveva sinora attuato gli accordi presi con le autorità spagnole e contribuito a controllare gli arrivi. Improvvisamente ha cessato di agire, per una ragione precisa. Da qualche tempo, in Spagna si trova ricoverato per COVID il capo del movimento indipendentista Polisario, che si oppone alla sovranità del Marocco sul territorio del Sahara occidentale.

Interrompendo la cooperazione sul controllo dei flussi migratori e lasciando passare migliaia di persone incontrollate verso i territori spagnoli, il Marocco fa pressione sulla Spagna, poiché ritiene che Madrid, offrendo cure al capo del Polisario, abbia compiuto un atto ostile, nel contesto della crisi che divide da sempre i due Paesi su quella porzione desertica ma strategica di territorio africano. I migranti che in queste ore si accalcano alle frontiere spagnole hanno provenienze e profili demografici analoghi a quelli che arrivano in Italia dalle coste libiche, con la consueta aggiunta di minori e donne incinte che i passatori non mancano mai di aggregare ai loro carichi, sapendo che generano emotività nell’opinione pubblica europea.

Come aveva già fatto il turco Erdoğan nel 2020, quando aveva fatto passare migliaia di migranti in pochi giorni verso la frontiera greca, governi di pochi scrupoli, per esercitare pressioni sull’Europa, si rendono complici di fatto dei trafficanti di esseri umani, cavalcando il loro business come strumento di politica internazionale; i passatori, da parte loro, non vanno a cercare clienti tra le popolazioni che fuggono dalle peggiori zone africane di conflitto e povertà. Sanno che là non troverebbero famiglie in grado di pagare i viaggi.

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Tra coloro che approdano a Lampedusa, sulle coste spagnole o in Grecia possono esserci singole persone titolate a ricevere protezione, ma i flussi più consistenti sono determinati da individui che giungono da Paesi più prosperi e meno problematici, generalmente dall’Africa centro-occidentale e subsahariana, ma anche da Pakistan e altri Stati dove le condizioni sociali possono essere difficili, ma vi è un grado di sviluppo che rende possibile pagare i viaggi e offre ai trafficanti buon gioco di illudere sulla possibilità di fare fortuna in Europa. Si tratta, perciò, di migranti economici, in cerca di lavoro, e, come si è visto in più occasioni, persino poco interessati a essere regolarizzati.

Stiamo davvero aiutando l’Africa?

L’istituto tedesco che ho citato poco sopra ha potuto determinare la fascia di PIL in cui si collocano gli Stati dai quali provengono in prevalenza i migranti che sbarcano in Europa: non sono i più poveri e nemmeno quelli attraversati dalle peggiori persecuzioni. Non è la povertà estrema dei Paesi di provenienza, a generare questa migrazione, ma il loro sviluppo: le famiglie cominciano a disporre delle somme necessarie e pagano i trafficanti per trasportare un familiare in età di lavoro verso l’Europa, nell’illusione che ciò porti più ricchezza.

Non basta, perciò, sostenere lo sviluppo dei Paesi africani, poiché la loro crescita economica non frena le migrazioni che vediamo giungere alle coste europee, anzi le incrementa, in una prima fase. Oltre al sostegno alla crescita, è necessario convincere i giovani africani a non credere alle false promesse dei passatori e agire sui governi africani affinché tronchino l’attività dei trafficanti di esseri umani. Se si lasciano gli Stati africani in balia delle potenze autoritarie, in particolare Russia, Cina e Turchia, queste non faranno nulla per far cessare l’attività dei trafficanti, anzi la incoraggeranno, perché i flussi di migranti che questi gestiscono sono uno strumento potentissimo di pressione politica sull’Europa, come dimostrano una volta di più gli eventi di queste settimane alle coste italiane e spagnole.

In questi giorni, a Parigi, si è svolto un interessante vertice fra capi di Stato e di governo europei e africani, dedicato all’economia d’Africa. Non è possibile riassumerne i dettagli (>qui, in francese, un’utile sintesi), ma le relazioni hanno offerto, di quel continente, un quadro indubbiamente difficile, ma molto diverso da quello sul quale si fonda la narrazione delle migrazioni in Europa. L’emorragia di giovani africani e le loro rimesse economiche, definite «economia della Western Union,» dal nome della società che i migranti usano per spedire i soldi ai loro parenti in Africa, non contribuiscono a una crescita ordinata del continente africano. Permettono l’acquisto di qualche bene di consumo o risolvono qualche problema finanziario di famiglia, ma l’Africa ha bisogno di investimenti strutturali e molti Stati di quel continente cominciano ad avere gli strumenti per amministrarli bene, se aiutati e seguiti.

Chi continua a confondere i flussi migratori alle coste meridionali europee con la protezione umanitaria e con una possibilità di sviluppo, non aiuta la crescita delle società africane. La pandemia ha acutizzato queste discrasie: in Africa, ha colpito meno dal punto di vista sanitario, ma più da quello economico. In Europa, però, e particolarmente in Italia, persone e forze politiche, giornalisti e leader d’opinione non riescono ad abbandonare una visione delle migrazioni costruita in totale falsa coscienza, sia tra i pro sia tra i contro. Intanto, decine di milioni – sì, decine di milioni – di veri fuggiaschi, che nessun telegiornale cita mai, si accumulano nei campi profughi tra le foreste e nei deserti d’Africa. Sono tutt’altra cosa, da quelli che approdano in Europa, per provenienza, struttura demografica, obiettivi. Andare ad aiutare quegli africani, però, espone al rischio di fare la fine dell’ambasciatore Attanasio. E’ più sicuro stare davanti a una telecamera e ripetere i mantra contrapposti dell’«accoglienza» da una parte e dei «porti chiusi» dall’altra.

Gli assalti ai pescherecci e l’influenza sul Mediterraneo

Non è estraneo a tutto ciò che due pescherecci italiani siano stati aggrediti, prima dalla Libia poi dalla Turchia: non si tratta, qui, di stabilire se le imbarcazioni si trovassero in acque internazionali o di chi. Se anche una nave sconfina, non la si allontana a sassate. I due episodi sono avvenuti in acque diverse e per mano di autori differenti, ma lo scenario è lo stesso: il controllo turco-russo, sempre più solido, sulla regione del Mediterraneo orientale, in un arco che parte da Istanbul e si chiude a Tripoli. Se si traccia sulla cartina una retta tra queste due città, si ha un’idea abbastanza precisa dello specchio di mare a cui punta il dominio di fatto di Ankara e, subito dietro, di Mosca.

Ciò che sta accadendo, dai flussi di migranti che arrivano a comando a Lampedusa e in Spagna sino alle aggressioni ai pescherecci italiani, è la prima avvisaglia della perdita d’influenza dell’Europa e dell’Italia sul Mediterraneo e sul Nord Africa, ambedue essenziali per la sicurezza e l’approvvigionamento energetico di tutti noi. Intanto, nonostante la débâcle sui vaccini e il disastro della pandemia, verso i regimi autoritari di Russia e Cina permane una larga condiscendenza, in Europa e più che altrove in Italia: né un virus né il rischio di prendersi sulle orecchie la reliquia vagante di un missile cinese riescono a risvegliare dalla loro infatuazione i sostenitori di quei regimi, felici di farsi blandire dai sorrisetti di Putin, Xi Jingping e loro pari.

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La Francia ha riconosciuto che abbattere il regime libico di Gheddafi nel 2011, senza che vi fossero alternative concrete, in combutta con l’Inghilterra, fu un errore clamoroso. Il dossier libico, da allora in poi, si è convertito in un indecoroso balletto tra Italia, Francia e Inghilterra sul destino della Libia e sui giacimenti di gas e petrolio che i tre Paesi vi controllano.

Quanto all’Italia, oggi chiede aiuto all’Europa per la gestione dei nuovi arrivi di migranti: gli altri Paesi rifiutano. E’ sgradevole, ma comprensibile. Ancora una volta, l’Italia si comporta come se l’Europa fosse qualcun altro. Se vi è un soggetto europeo che avrebbe potuto prendere l’iniziativa in Libia, negli ultimi dieci anni, quello è proprio la Repubblica italiana. Per vicinanza geografica, per il passato coloniale e per gli stretti rapporti esistiti tra Roma e Tripoli quando l’Italia esercitava ancora un ruolo concreto, nel Mediterraneo. Eppure, Roma non ha fatto nulla, se non atti formali e polemiche con Londra e Parigi.

Particolarmente nell’ultimo paio d’anni, l’Italia ha perso treni cruciali, sul suolo libico. Il più importante, quando, a inizio 2020, il governo legittimo di Tripoli ha accettato l’aiuto dei turchi per far arretrare le armate del generale Haftar, che puntavano alla capitale, sostenute, tra altri, da Mosca. Come in Siria, turchi e russi hanno battibeccato un po’ fra loro, ma poi si sono messi d’accordo. Il generale Haftar è stato silenziato e ora la Libia vive un periodo di relativa calma, sotto l’ala russo-turca, con l’Italia e gli europei che stanno a guardare. Il tentativo del governo Draghi di recuperare posizioni, recandosi in visita a Tripoli per l’insediamento della nuova amministrazione, alcune settimane fa, è stato oscurato dall’incontro tra libici e turchi, pochi giorni dopo: in questo caso, però, è stato il governo libico a recarsi in visita a Erdoğan, non viceversa, indicando così con chiarezza quale sia l’interlocutore privilegiato della Libia.

La politica italiana

Non è compito mio fare considerazioni di politica interna italiana, ma alcune qui s’impongono, perché sono reciprocamente dipendenti dagli sviluppi internazionali. Di fronte ai nuovi arrivi di migranti, è straniante sentire la responsabile di uno dei principali ministeri del governo di Roma affermare che serve più coordinamento governativo, come se le migrazioni fossero cominciate ieri; oppure dichiarare che per controllare i flussi migratori serve un accordo con la Libia, mentre l’Italia sembra aver fatto di tutto per scrollarsi di dosso la residua influenza che poteva esercitare su quel Paese.

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«L’Italia vista da fuori» – Il libro
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Il Ministero degli esteri italiano, da parte sua, è apparso privo di guida, in mesi cruciali per gli sviluppi internazionali, in particolare nel quadrante mediterraneo orientale. Se poi si assiste ai lavori delle Commissioni esteri italiane, si resta a bocca aperta: ne ho avuto un assaggio io stesso, a Roma, pochi mesi fa, invitato a parlare sulle influenze russe alla Commissione esteri della Camera dei deputati (>qui). Fatte poche eccezioni di singole persone preparate, che esistono ma restano poco influenti, si stenta a credere che tra le mura parlamentari si argomenti in modo così superficiale e poco informato, su temi tanto cruciali. Sulla Libia e sul Mediterraneo sarebbero servite visioni chiare, parole forti e atti coerenti: l’Italia avrebbe potuto essere il perno dell’Europa sulla questione libica, altro che chiedere aiuto a Paesi che per arrivare nel Mediterraneo devono passare le Colonne d’Ercole.

Parimenti, sembra essere mancata un’iniziativa per definire accordi precisi su confini marittimi e diritti di pesca, in una materia che si presta a interpretazioni ed è facile pretesto per azioni dimostrative. Servono argomenti chiari e coraggiosi anche verso le potenze autoritarie che appestano il mondo con la propaganda sui loro vaccini, mentre esse stesse non riescono a somministrarli ai propri cittadini o devono ammettere che non funzionano. Per il ruolo avuto dalla Cina nella pandemia, alcuni Stati hanno revocato gli impegni firmati con Pechino sul progetto per la Nuova via della seta. Che intenzioni ha l’Italia? (dettagli sul progetto >qui).

Si può liquidare la questione dandone colpa alle alchimie di potere nei palazzi romani, ma questa è solo una parte del problema. Se un popolo, nell’urna, conferisce la maggioranza in Parlamento a tali persone, quelle reclameranno le poltrone chiave, e come fare a non dargliele? La sovranità è del popolo, ma vai a spiegargli che per governare uno Stato bisogna pur capirne qualcosa.

6 commenti

  1. Dario Durando

    Congratulazioni vivissime per la sua lucidità, dott. Lovisolo!

  2. Gentile Luca,
    i contenuti di questo articolo sono molto interessanti e il modo in cui sono espressi altrettanto gradevole. Presenta osservazioni estremamente lucide e coerenti sia tra di esse che con la realtà quotidiana.
    Grazie

  3. Ottima analisi, ricca di spunti per approfondimenti. Grazie!

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