Ucraina, un comico presidente: i perché

Kyiv, memoriale alle vittime di Majdan Nezaležnosti | © Luca Lovisolo
Kyiv, memoriale alle vittime di Majdan Nezaležnosti | © Luca Lovisolo

Suscita curiosità la vittoria di un comico alle elezioni presidenziali in Ucraina. Se si vogliono collocare le elezioni ucraine su un percorso globale, bisogna partire dalla Brexit. Il ruolo di Internet scuote tutte le democrazie del mondo. Crescenti indizi suggeriscono che il nuovo presidente sia filorusso, ma il suo messaggio è sfuggente. Rispetto ad altri Stati ex sovietici, l’Ucraina sta dando molte lezioni di dignità.


Suscita curiosità, in queste ore, la vittoria alle elezioni presidenziali in Ucraina da parte del comico Volodymyr Zelenskyj. Si moltiplicano le analogie con un caso italiano apparentemente simile e interrogativi sul significato di queste elezioni per l’Europa. Nei prossimi giorni pubblicherò qui la versione italiana di un articolo della giornalista ucraina Irina Cascei, uscito sul giornale di uno dei maggiori centri di studi politici di quel Paese. Nell’articolo rispondo, intervistato insieme ad altri esperti occidentali, a varie domande sul tema. Rimando a quel prossimo articolo, perciò, chi è interessato a questi aspetti. Qui cerco di rispondere ad alcune altre questioni ricorrenti sulle elezioni ucraine.

Se si vogliono collocare le elezioni presidenziali ucraine su un percorso globale, bisogna partire dalla Brexit. Un dato che sorprende, di queste elezioni, è la dimensione della vittoria di Zelenskyj: tre quarti del Paese hanno votato per lui. Com’è possibile che così tanti elettori abbiano dato la loro preferenza a un candidato privo di esperienza e che non è riuscito a delineare, durante l’intera campagna elettorale, un programma definito? Sembra difficile che la causa possa essere solo lo scontento verso il presidente uscente.

Da qualche anno a questa parte, vi è qualcosa che influenza pesantemente le scelte degli elettori. I politologi si affannano a trovarne le cause in tanti fattori sociali di scontento, che senz’altro esistono. C’è un meccanismo, però, che coglie questi elementi di insoddisfazione e li amplifica, convincendo le persone a fare scelte contraddittorie, quanto meno inutili a risolvere tali cause. Questo fenomeno è apparso per la prima volta, nella sua forma più evidente, con il referendum per la Brexit. Ha avuto altre due potenti manifestazioni con il referendum per la riforma costituzionale in Italia (ne parlo >qui) e con l’elezione di Donald Trump (>qui). Mi riferisco all’uso sempre più sofisticato delle reti di socializzazione, in particolare di Facebook, per programmare le scelte degli elettori.

La giornalista inglese Carole Cadwalladr ha parlato recentemente della sua inchiesta sull’influenza di Facebook sui votanti: un’inchiesta che ha avuto per lei conseguenze pesanti, perché ha svelato verità scomode. Merita ascoltare il suo discorso, lo si trova anche tradotto (>qui). Non c’è più bisogno di fare brogli elettorali: si può agire sulla formazione della volontà degli elettori, che andranno alle urne in elezioni formalmente impeccabili, ma voteranno ciò che si dice loro di votare.

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Si può dimostrare, questa falsificazione? No, perché non si saprà mai esattamente cosa i social mostrano a ogni utente, l’algoritmo lo decide secondo le preferenze del singolo. Non esiste un archivio che possa essere studiato da ricercatori o magistrati; forse, continua Carole Cadwalladr, non lo sa neppure Facebook, e se lo sa non lo dice. Le richieste di chiarimenti da parte di governi e parlamenti cadono nel vuoto. Dopo il clamore del caso Cambridge Analytica si era promessa maggiore trasparenza, ma le nuove regole si stanno rivelando facili da eludere o del tutto inutili. I grandi attori di Internet sanno che le leggi dello Stato, contro i loro algoritmi, non funzionano: possono fregarsene, dei governi.

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La grande maggioranza della popolazione è totalmente indifesa, di fronte a milioni di «meme» e notizie false confezionate come vere. I critici del presidente ucraino uscente Petro Porošenko e del suo entourage usavano sempre gli stessi argomenti: ladri, oligarchi, corrotti, incapaci di concludere la guerra con la Russia. In Ucraina esistono corruzione e una diffusa cleptocrazia di Stato, ma non si può affermare che Porošenko non abbia conseguito dei risultati, nel combatterle, anche se non le ha sradicate, lo stesso vale per la guerra con la Russia. E’ difficile credere che su questi punti, in condizioni normali, tre quarti degli elettori gli avrebbero voltato le spalle. Forse avrebbe perso comunque, ma i numeri della sconfitta sono anomali, particolarmente rispetto a un candidato senza preparazione e che non è certo estraneo a ben definiti circoli d’affari.

Qualcosa non funziona e non riguarda solo l’Ucraina, ma il modo in cui nelle democrazie si forma il consenso nell’era dei social media. Intorno a Zelenskyj è stato costruito addirittura un serial televisivo: la TV, però, si vede. L’effetto dei social si colloca su un altro piano, come i messaggi subliminali: problemi esistenti vengono ingigantiti e utilizzati per costruire narrazioni prive di contenuto concreto, che vengono viste solo dai singoli utenti e servono a convincerli a votare per candidati e circoli di potere predeterminati. Nessuno può non solo controllare, ma neppure misurare quella comunicazione, che è comunicazione politica a tutti gli effetti.

Volodymyr Zelenskyj è filorusso? Crescenti indizi sembrano suggerirlo. Il suo messaggio, in realtà, è molto sfuggente. Oltre ai media ucraini, nella lunga campagna elettorale per le presidenziali ho seguito anche quelli russi. Per settimane e settimane, i talk politici di Mosca hanno sbraitato sulle elezioni ucraine. Sono un tormento per le orecchie, oltre che per lo spirito, ma rappresentano piuttosto bene la posizione russa, perché sono affidati a giornalisti fedelissimi al Cremlino. Ebbene, neppure i russi erano unanimi, sulla posizione di Zelenskyj sulla Russia, mentre lo sono quando si tratta di Maduro, Salvini, Le Pen e altre marionette di Putin nel mondo. Osserva Anna Zafesova per il Centro Einaudi (>qui), che Zelenskyj potrebbe persino diventare un problema, per Mosca. Non resta che attendere i fatti.

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Il predecessore Porošenko ha fatto davvero così male? No, non sembra. E’ stato alla guida di un Paese in guerra che nel 2014 era di fatto senza esercito e che deve difendersi da un vicino prepotente, subdolo e tre volte più grande, dotato di armi nucleari e di una rete capillare di influenze ibride, da Internet in giù. Alcuni rimproverano a Porošenko di non essere stato capace di concludere il conflitto con la Russia. E’ strano attendersi che sia l’aggredito, l’Ucraina, a «concludere» un confitto: è l’aggressore, che deve tornare nelle sue caserme.

Gli accordi di pace di Minsk II, firmati da Porošenko nel 2014, non hanno funzionato? E’ colpa sua? Ero in Ucraina, quando, a distanza di pochi giorni, piovvero missili su Mariupol, saltò in aria un tribunale a Char’kov e un filobus carico di viaggiatori nel centro di Doneck fu crivellato di colpi. In quelle ore, per evitare il peggio, si scrissero e firmarono in frett’e furia gli accordi di Minsk. Senza di essi, forse oggi avremmo i russi a Odessa o magari a Tiraspol. Se fosse andata così, anche noi, in Occidente, come gli ucraini, avremmo cominciato a riprendere dagli scaffali i fucili riposti con ottimismo dopo l’ultima guerra.

Sbagliò, Porošenko, a firmare gli accordi di Minsk? Non si sa se qualcuno avesse proposte migliori, in quelle ore, ma, se le aveva, di sicuro non si fece vivo. La guerra non l’hanno cominciata gli ucraini: cosa devono fare, per concluderla, contrattaccare e tirarsi addosso l’intera armata russa e perderci ancor più delle migliaia di soldati che ci hanno già perso? Di cosa stiamo parlando? La strategia del contenimento, a oggi, sembra l’unica praticabile.

Porošenko è un oligarca? Nei Paesi dell’ex Unione sovietica, qualunque persona della sua generazione che abbia qualche esperienza imprenditoriale o amministrativa è figlia della Perestrojka di Michail Gorbačëv. Idolatrato da noi in Occidente, in casa sua Gorbačëv smembrò il patrimonio sovietico nel peggiore dei modi possibili e creò le condizioni per il sorgere degli oligarchi, ricconi senza scrupoli. C’è una tendenza sociolinguistica, da quelle parti, secondo la quale ogni grosso imprenditore viene definito oligarca. In parte può essere vero, ma piuttosto che pesare con il bilancino se Porošenko sia più o meno oligarca, bisognerebbe chiedersi quali alternative migliori esistano oggi, in quella specifica realtà storica, sociale e demografica. Se si cerca un modello di oligarca, tutto sommato non consiglierei di cercarlo nel curriculum di Porošenko. E’ più facile trovarlo in Igor Kolomojskyj: quello che, con le sue produzioni televisive, ha trasformato proprio Zelenskyj da comico in presidente. Guarda un po’ il caso…

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Il capo dello Stato, in Ucraina, non ha poteri illimitati. Dovrà confrontarsi con il Parlamento e gli altri poteri dello Stato. In tutti i Paesi ex sovietici i meccanismi dello Stato di diritto sono imperfetti, ma in Ucraina hanno dato più di una prova di funzionare meglio che in altri. Anche queste elezioni, svoltesi nella calma e con correttezza, nonostante gli enormi contrasti esistenti, ne sono una prova.

I media russi non perdevano occasione per deridere le elezioni ucraine: per il numero di candidati al primo turno, per le illazioni sul presunto alcolismo e tossicodipendenza di Zelenskyj e Porošenko, persino per la forma e la lunghezza delle schede elettorali. I russi, in realtà, possono invidiare molte cose, di queste elezioni in Ucraina. Poche settimane fa, in Kazakhstan, Paese ex sovietico rimasto fedelissimo a Mosca, il capo dello Stato, in carica da trent’anni, ha dato le dimissioni, tenendo in mano quote consistenti di potere e facendo ribattezzare con il suo nome la capitale del Paese. Ha passato d’ufficio la carica a un suo delfino, un ex funzionario del Ministero degli esteri sovietico. In Bielorussia, altro satellite ex sovietico del Cremlino, il presidente è lo stesso da 24 anni e ad andarsene non ci pensa nemmeno.

L’Ucraina, con tutti i suoi problemi e i militari russi che occupano direttamente o indirettamente alcune delle sue regioni chiave, sta dando a tutti molte lezioni di dignità, nonostante una scelta elettorale che può lasciare perplessi. Restano gli interrogativi sul ruolo di Internet, ma è un’incognita che scuote tutte le democrazie del mondo. E’ questa la storia che attende al varco, a Kyiv, il nuovo Presidente.

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