Trump e Medioriente: che mondo vogliamo?

Il Giorno della Memoria coincide con la presentazione del piano Trump per il Medioriente
Jasenovac, Croazia, Memoriale dell’Olocausto | © Majkl Velner

Il piano di Donald Trump per il Medioriente non è, in realtà, un piano di pace. Gli USA di Trump hanno dato ripetute prove di agire in modo del tutto arbitrario, sul teatro globale, come la Russia di Putin. Resta aperta una questione colossale, che ci riporta al recente Giorno della Memoria: sostenere il piano di Trump per il Medioriente significa dichiarare morta ogni soluzione fondata sul diritto.


Nei giorni scorsi sono accaduti due eventi legati l’un l’altro: il Giorno della Memoria per le vittime dell’Olocausto e la presentazione del piano dell’amministrazione Trump per il Medioriente.

La ricorrenza del Giorno della Memoria richiama l’attenzione sull’antisemitismo e sullo sterminio degli ebrei in Europa: cade il 27 gennaio, giorno della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata rossa. Per questo motivo, è giusto che in tale occasione si ricordi la persecuzione degli ebrei causata dall‘antisemitismo del regime nazista tedesco e, a ruota, di quello fascista italiano e di tutti i governi loro apparentati dagli anni Trenta sino alla fine della Seconda guerra mondiale.

Vi sono però altre forme di antisemitismo, cioè di avversione verso il popolo ebraico, oltre a quella che originò dalle dittature europee del Novecento. Se si vuole collocare il fenomeno in ottica contemporanea, è indispensabile ricordarle, poiché l’antisemitismo non è solo connesso a regimi passati. E’ ben presente nelle nostre società e si lega anche alle vicende attuali del Medioriente.

Vi è un antisemitismo derivante dall’ignoranza e dall’esaltazione. E’ quello di chi si scaglia contro gli ebrei per evidenziarsi come sostenitore di idee contrarie a qualunque verità storica o scientifica accertata. Chi agisce in questo modo si trova sullo stesso piano di coloro che contestano l’efficacia dei vaccini o sostengono tesi strampalate, purché contrarie a ogni evidenza. Negano che sia avvenuto l’Olocausto, oppure ne riducono la tragica portata; si rendono protagonisti di gesti plateali, come scritte ingiuriose e atti vandalici ai danni di cittadini o simboli ebrei.

Se si chiedesse a costoro di dare una spiegazione ragionata dei loro gesti, oppure di citare qualche semplice elemento di storia e cultura ebraica, si può credere che non saprebbero rispondere. Cercano il clamore, e, purtroppo, i media glielo concedono. Se si avesse il buon senso di tacere, sugli atti compiuti da questi individui, forse cesserebbero, poiché verrebbe meno il loro scopo, suscitare risonanza alla boria dei loro autori.

Un’altra forma di antisemitismo è quella portata in Europa dagli immigrati originari dei Paesi arabi. Non tutti, certamente, manifestano quest’orientamento, ma negli ambienti più estremi della migrazione l’antisemitismo è ben presente. Il crescere dell’immigrazione in Europa da Paesi arabi e islamici porta con sé nuovi focolai di antisemitismo, radicato non nella storia dell’Europa del Novecento, ma nella cultura dei Paesi di provenienza dei migranti.

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Il problema è ben noto in Francia e si pone oggi in Germania, dove, tra le difficoltà che incontrano gli operatori che seguono l’integrazione dei migranti giunti in massa negli anni recenti, vi è proprio quella di sconfiggere l’ostilità contro gli ebrei che molti migranti portano in sé come dato culturale. In Italia, il fenomeno non è ancora rilevante, ma si presenterà, continuando l’attuale, incauta gestione dei flussi migratori.

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Vi è un antisemitismo cristiano: in Paesi come Polonia e Ungheria, dove si pratica un cattolicesimo fondamentalista e conservatore, vi sono ecclesiastici che non nascondono le loro argomentazioni antisemite, radicate nella storica diffidenza cristiana verso il popolo ebraico. Per un certo tempo, i religiosi che si abbandonavano a questi eccessi sono finiti all’attenzione dei magistrati. L’imporsi in quei Paesi di regimi conservatori e nazionalisti, sostenuti apertamente dalla Chiesa cattolica, ha trasformato le derive antisemite di vescovi e presuli in peccati veniali, se non in normalità acquisita.

Infine, vi è l’antisemitismo che sorge come conseguenza del conflitto israelo-palestinese. Sotto il profilo storico e terminologico, non si tratta propriamente di antisemitismo, ma di antisionismo, ossia di opposizione alla costituzione di uno Stato ebraico, lo Stato di Israele, in Palestina, terra che il popolo arabo palestinese rivendica per sé. La distinzione fra antisionismo e antisemitismo, però, è sottile: servono capacità analitica e abilità dialettica, per non creare confusione. Chi contesta lo Stato d’Israele a sostegno dei palestinesi, perciò agisce come antisionista, scivola facilmente nell’antisemitismo, cioè nell’avversione agli ebrei tout court. Questa posizione è alla base delle accuse di antisemitismo formulate verso uomini politici europei che abbracciano la causa palestinese, ma finiscono col debordare in posizioni antisemite.

Nei giorni scorsi è avvenuta la presentazione del cosiddetto «Piano di pace» per il Medioriente elaborato dall’amministrazione degli Stati uniti di Donald Trump. Il documento non è, in realtà, un piano di pace: assomiglia piuttosto a un’insolita transazione unilaterale, nella quale la parte più forte impone a quella più debole le proprie condizioni, sostanzialmente inique, vantandosi di aver tacitato la controversia. Nella realtà, la diatriba non è risolta: si è solo zittita la parte più debole, senza coinvolgerla in un processo di composizione bonaria, come vorrebbe una vera e durevole pacificazione.

L’argomento principale portato da coloro che sostengono il piano Trump è che esso accetta la soluzione dei due Stati, ossia la costituzione di uno Stato arabo palestinese. Sulla carta, è così. Se si guarda la conformazione dell’ipotetico Stato palestinese che sortirebbe dal progetto di Trump, però, si osserva che esso non solo non corrisponde al territorio attribuito agli arabi palestinesi dalle risoluzioni delle Nazioni unite, perciò dal diritto internazionale, ma che è molto carente di continuità territoriale. Più che al territorio di uno Stato, assomiglia a un arcipelago di enclavi palestinesi in territorio israeliano.

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E’ molto difficile che uno Stato palestinese possa definirsi tale, a queste condizioni: un territorio così conformato non è governabile e difendibile senza il placet di Israele. Vengono a mancare i requisiti d’indipendenza e territorialità che fondano una sovranità statuale originaria, interna ed esterna. Inoltre, la soluzione proposta dagli Stati uniti scavalca il diritto internazionale, ignorando le Nazioni unite. L’amministrazione Trump non fa mistero di agire in modo del tutto arbitrario, sul teatro globale. Ne ha date ripetute prove, nei tempi recenti, come la Russia di Putin. Beffandosi delle regole, i più forti scompigliano il gioco.

E’ possibile che il piano Trump abbia qualche successo. Lo scenario mediorientale è cambiato, negli ultimi vent’anni. Come ricorda il ricercatore italiano Eugenio Dacrema, specializzato in quell’area, l’idealismo che animava la questione palestinese s’è raffreddato di molto. Il sostegno degli Stati arabi alla causa dei palestinesi non è più corale come un tempo: lo dimostrano anche le tiepide opposizioni arabe all’annuncio di Trump. La situazione economica dei territori palestinesi è degenerata. La copiosa iniezione di denaro promessa dagli statunitensi potrebbe convincere molti, in Palestina e dintorni, a turarsi il naso e ad accettare il progetto del presidente USA, guardando oltre le sue visibili iniquità.

Qualunque cosa accadrà, resta aperta una questione colossale, che ci riporta al Giorno della Memoria: in quale mondo vogliamo vivere? Sostenere senza fiatare il piano Trump significa dichiarare morta ogni soluzione fondata sul diritto internazionale. Il complesso di norme e istituzioni globali creato alla fine della Seconda guerra mondiale è riuscito a dare ai rapporti planetari un ordinamento che ha registrato molti successi, a fianco di visibili sconfitte. Tra queste ultime, vi è l’incapacità di risolvere proprio il conflitto israelo-palestinese, tra debolezze e inaccettabili derive ideologiche in seno a quelle istituzioni. Il maggior successo del diritto e delle istituzioni internazionali, però, è stato adempiere, almeno sinora, la funzione per la quale erano stati codificati e istituiti: evitare il ripetersi di un nuovo conflitto mondiale, come quello che ricordiamo quando facciamo memoria dell’Olocausto.

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Accettare il piano unilaterale di Trump per il Medioriente, l’uccisione di Soleimani in Iraq per mano degli USA, l’annessione della Crimea e il controllo parziale su Ucraina e Georgia da parte di Putin; piegarsi alle rodomontate di Erdoğan, riconoscere in Libia un generale ribelle come interlocutore legittimo, lasciando al suo destino un governo ratificato dalle Nazioni unite: tutto ciò significa condannare a morte lenta ma sicura l’insieme di regole e istituzioni che ci ha permesso, fra mille incertezze, di vivere per tre generazioni senza nuovi conflitti globali e di ridurre per quanto possibile quelli regionali. Significa tornare a un mondo fondato su una logica di equilibrio di potenza, abbandonando il principio del multilateralismo, cioè di un concerto mondiale fondato sul diritto, non sui rapporti di forza. Non che siamo del tutto usciti, da quella logica di prevaricazioni, ma i progressi ci sono stati.

L’equilibrio di potenza, contrariamente a quanto si crede, non è una condizione stabile: resta in equilibrio per un po’, ma si rigenera periodicamente attraverso conflitti tra coloro che lo dominano, e intendono conservare la loro prevalenza, e coloro che ne sono schiacciati, e vogliono svincolarsene. E’ il meccanismo che ha mosso secoli di storia europea, passata proprio per questo, con la regolarità di un orologio, da una guerra all’altra. Se si vuole evitare la ricaduta in una logica foriera di scontri infiniti, non vi è alternativa alla prevalenza del diritto sulla legge del più forte.

Tenere viva la memoria dell’Olocausto e degli orrori dell’ultima guerra mondiale, terminata 75 anni fa, è necessario. Oggi, però, sotto le sciabole di governi accomunati da una volontà di potenza che tutto calpesta, che si trovino a Washington, ad Ankara o a Mosca, gli eventi globali prendono una direzione che ci obbliga a interrogarci sul domani.

Dobbiamo decidere se acconsentire tacitamente al ritorno delle condizioni che causarono le peggiori tragedie della nostra Storia, oppure se assumerci l’onere di lavorare per il mantenimento del complesso di norme e tutele istituito dopo due guerre mondiali, affinché fossero le ultime.


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