Spionaggio e sedie mancanti: che fare

Spionaggio russo in Italia; Turchia ed Europa
Macao, dimostrazione contro la dittatura in Myanmar | © Macau Photo Agency

Due episodi recenti hanno portato all’attenzione lo spinoso tema dei rapporti con gli Stati autoritari, in particolare Russia e Turchia: il caso dell’alto grado della Marina militare italiana scoperto a passare informazioni segrete a funzionari russi e l’episodio della sedia mancante per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante la visita ufficiale dei giorni scorsi in Turchia.


Spionaggio russo in Italia

Per quanto concerne la vicenda dello spionaggio russo in Italia, scoperto in queste settimane, dirò solo due brevi cose. La prima è invitare chi desidera comprendere il contesto di questa vicenda a riguardare la mia audizione alla Camera dei deputati italiana, dinanzi alla Commissione esteri, quando fui chiamato, l’agosto scorso, a riferire sulle influenze russe nei processi elettorali e politici italiani ed europei (il video completo >qui); per chi vuole, di questi fatti parlo anche nel libro «Il progetto della Russia su di noi» (>qui).

Tra le altre cose, feci osservare che la missione svolta da militari russi in Italia per portare «aiuti» medici all’inizio della pandemia conteneva vari elementi dai quali pareva che il suo scopo non fosse prettamente medico, a partire dal nome del suo comandante sino alla presenza di un cameraman già espulso in passato dall’Unione europea per attività di propaganda. Su questo punto, il presidente della Commissione, l’on. Piero Fassino, nel dibattito finale mi strigliò come se avessi commesso un reato di lesa maestà.

Emerge, ora, che un alto grado della Marina militare italiana avrebbe venduto informazioni riservate alle forze armate russe, peraltro in cambio di una somma di denaro assai modesta. Siamo chiari: un certo tasso di spionaggio, nelle relazioni internazionali, è fisiologico, non si cancellerà mai del tutto, neppure fra alleati, immaginarsi fra campi opposti. Qui, però, tocchiamo alti livelli di un’arma militare: non si sa se vi siano altri che hanno passato informazioni ai russi, in quell’arma, in altre parti delle forze armate o nell’amministrazione pubblica. Alla luce di questo evento, sarebbe un utile esercizio tornare a chiedersi cosa siano venuti a fare quei cento soldati russi in Italia la primavera scorsa, che furono lasciati scorrazzare con i loro mezzi per metà Penisola, dal Lazio alla Lombardia.

La seconda considerazione è questa: le persone e correnti politiche italiane (ben oltre le frontiere dei partiti) che da anni si spendono senza alcun pudore a favore di relazioni preferenziali con la Russia hanno dimenticato che i servi fedeli sono i primi a ricevere in faccia gli stivaloni del padrone, quando questo giunge al potere con il loro aiuto. Coloro i quali sostengono la Russia in tutti i modi, nella costruzione della sua egemonia in Europa, sperano ingenuamente che saranno elevati alle prime file del comando, per la fedeltà dimostrata, quando il Cremlino regnerà davvero da Vladivostok a Lisbona. La Storia, però, ci dice che le cose, di solito, vanno diversamente. I servi della prima ora sono i primi a venir ripudiati, appena il nuovo padrone si installa, perché questo non vuole pagare il prezzo che pretendono, quando vanno a battere cassa per farsi retribuire con quote di potere i servigi che gli hanno reso.

Questa brutta vicenda rappresenta esattamente questo: l’Italia si è stesa a tappeto dinanzi alla Russia, ma ora scopre che il Cremlino la tratta come una qualunque terra di conquista in qualche desolato angolo del mondo, pronto a calpestarla come un insetto molesto. Per tragica ironia della sorte, a dover maneggiare questa patata bollente, oggi a Roma, sono un ministro degli esteri proveniente da un partito che forse non esisterebbe neppure, se non fosse per le sue relazioni con la Russia, e un sottosegretario agli esteri che nel 2016 tenne addirittura un discorso, a Mosca, al congresso del partito di Vladimir Putin, Edinaja Rossija, magnificando il ruolo della Russia nel mondo. Qui vi sarebbero da fare molte altre considerazioni, ma, poiché non mi occupo di politica italiana, mi rallegro di essere esonerato dal proseguire e passo all’altro argomento.

Turchia, la sedia mancante

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La vicenda della sedia mancante per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante la visita in Turchia dei giorni scorsi, va letta in un insieme di relazioni. Bisogna sgombrare il campo da un equivoco: che si sia trattato di un errore o di una semplice mancanza di rispetto formale. L’atto è stato voluto ed è stato giustificato dalle autorità turche con la tecnica abituale delle dittature, la menzogna. E’ impossibile, come affermano i comunicati turchi, che quel modo di disporre le sedie fosse stato concordato con gli addetti al protocollo europeo. Se anche accettassimo che si sia trattato di una svista, in una frazione di secondo il presidente turco avrebbe potuto far aggiungere una sedia. Non lo ha fatto.

Il libro di Luca Lovisolo: Il progetto della Russia su di noi
Il libro di Luca Lovisolo
sulla strategia russa in Europa

La prima chiave di lettura deve mettere in relazione questo episodio con la penosa visita a Mosca dell’Alto rappresentante europeo per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, Josep Borrell, a febbraio. Trattato a pesci in faccia dal ministro degli esteri russo, apprese durante l’incontro dell’espulsione di alcuni diplomatici europei che avevano espresso contrarietà sul trattamento riservato dal governo russo al dissidente Naval’nyj. Peggio, Josep Borrell non articolò la minima difesa, ponendosi come paggio sorridente del suo omologo russo.

In Turchia, ancora una volta, uno Stato autoritario ha umiliato i rappresentanti europei e questi non hanno saputo reagire a tono. Per comprendere questi gesti bisogna sapere che le potenze autoritarie maggiori – Russia, Cina e Turchia – riconoscono solo formalmente l’Unione europea. E’ loro interesse trattare con i singoli Stati, più piccoli e facili da manipolare. Sinora, però, i rapporti dei regimi di Mosca, Pechino e Ankara con l’Unione europea avevano rispettato almeno le forme. La pandemia ha cambiato i giochi e ora gli autocrati mostrano apertamente che l’Unione europea, per loro, non è un interlocutore reale.

Formalmente, la Turchia resta candidata ad aderire all’Unione europea; nei fatti, ha molto raffreddato le sue intenzioni in questa direzione. Da una parte, l’Unione esige standard di democrazia e apertura della società che non sono compatibili con le visioni autoritarie di Erdoğan; dall’altra, la Turchia ha scoperto che può giocare un ruolo di potenza regionale nel Mediterraneo orientale, nel Caucaso e nell’Asia centrale ex sovietici. Nel Caucaso, in particolare, trova degli Stati giovani ai quali è legata da affinità religiose, linguistiche e culturali. Anche quei Paesi sono governati da regimi autoritari o apertamente dittatoriali.

Con quei Paesi la Turchia può giocare il ruolo di «parente ricco» (relativamente agli altri). Se necessario, condivide il controllo dell’area con l’altro pretendente, la Russia: lo si è visto bene nel recente conflitto armato tra Azerbaijan e Armenia, silenziato proprio dall’intervento congiunto di Mosca e Ankara. Se deve venire a patti con qualcuno, Erdoğan preferisce accordarsi con Putin, piuttosto che con gli europei, e si assicura comunque una quota consistente di potere regionale. Infine, la Turchia sa che dai suoi vicini orientali non riceverà mai richieste imbarazzanti in materia di rispetto dei diritti umani e dei fondamenti dello Stato di diritto. Per tutti questi motivi, l’Europa ai turchi fa sempre comodo, ma la via verso l’adesione può aspettare.

Non è solo opera di Erdoğan

La seconda chiave di lettura riguarda il posizionamento internazionale della Turchia. Che il Paese abbia raggiunto tale influenza e potere ricattatorio non si deve solo al pugno di ferro di Erdoğan. Lo strapotere turco ha molte fonti esterne. Se ne devono citare almeno due, perché le abbiamo costruite noi occidentali: la situazione in Siria e i flussi migratori verso l’Europa da sud-est.

Tra pochi mesi terminerà il quarto e ultimo mandato di Angela Merkel come cancelliera della Repubblica federale tedesca. Oltre ai suoi indiscutibili meriti, la Storia dovrà, prima o poi, occuparsi anche dei limiti della sua lunga azione. Tra questi emergerà forse la sua politica migratoria e, in particolare, l’improvvido accordo sulla gestione dei flussi di migranti da lei siglato con la Turchia a inizio 2016. Pochi mesi prima, senza alcuna concertazione con gli altri Stati europei, la signora Merkel aveva fatto accedere al suolo tedesco un milione circa di fuggiaschi siriani.

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Non è questo il luogo per giudicare gli effetti di quella decisione all’interno della Germania, ma sul piano internazionale essa si convertì in un miraggio per chiunque volesse mettere piede in Europa, non importa se ne avesse titolo oppure no. Presa alla gola da politica e opinione pubblica, Angela Merkel scavalcò i negoziatori europei, rese una discussa visita a Erdoğan e stipulò l’accordo in base al quale la Turchia avrebbe controllato i flussi migratori verso l’Europa attraverso corridoio balcanico, in cambio di una cospicua contropartita economica e altri benefici.

L’intesa evitò agli europei di trovare soluzioni concrete per il problema migratorio, che rimane tuttora sospeso, ma delegò nei fatti il controllo dei flussi da sud-est al governo turco. Oggi, qualunque mossa europea verso la Turchia avviene sotto il ricatto che Ankara riapra le frontiere verso l’Europa. Cosa ciò comporterebbe lo si è visto l’anno scorso, quando Erdoğan, indispettito dall’atteggiamento europeo, aprì per qualche giorno il rubinetto: migliaia di migranti si riversarono al confine greco-turco, pretendendo di entrare in Europa in dispregio di ogni legalità.

Chi vuole arrivare in Europa, generalmente in modo illegale, sa che nella confusione delle politiche migratorie europee, tra i fanatici dell’ideologia internazionalista e i trafficanti di esseri umani, un modo per entrare si trova. Attratti da questa prospettiva, molti partono all’avventura e la Turchia, oggi, è la principale, forse l’unica valvola per controllare gli ingressi da sud-est, poiché l’Europa non ha sviluppato alcuno strumento per gestirli con serietà in proprio.

Aleppo, Siria | © Aladdin Hammami
Aleppo, Siria | © Aladdin Hammami

L’abbandono della Siria

Se si arretra di pochi anni, poi, si trova l’altra causa dell’egemonia turca: l’abbandono della Siria al suo destino da parte dell’Occidente. Nel 2012 l’allora presidente USA, Barack Obama, annunciò che gli Stati uniti sarebbero intervenuti militarmente, in una Siria dilaniata da più di un anno dalle rivolte contro il regime di al-Asad, se quest’ultimo avesse fatto uso di armi chimiche. Le armi chimiche furono usate, ma gli USA non intervennero, per ragioni politiche di opportunità (anzi di opportunismo).

Quella parola rimangiata è considerata tutt’ora uno dei peggiori errori di politica estera dell’amministrazione Obama. Lasciò la Siria nelle mani di Russia e Turchia: la prima, entrò in Siria per garantirsi un piedatterra sulle coste del Mediterraneo; la seconda, per tenere a bada le pretese dei curdi e gestire altre problematiche sulla fascia di confine tra i due Paesi. La Siria, allo stremo e governata da un al-Asad ormai inamovibile, resta una delle fonti più costanti di flussi migratori verso l’Europa ed è diventata la piattaforma che rinforza l’influenza di Russia e Turchia, non solo in quel quadrante. La debolezza europea e, in particolare, italiana, ha fatto sì che lo stesso scenario si stia riproducendo, da circa un anno, in Libia. Gli europei sembra che lo abbiano capito, in questi giorni sul fronte libico qualcosa si sta muovendo e l’influenza russo-turca pare imporsi con più fatica, ma è presto per dire cosa ne sarà.

Bene ha fatto il capo del governo italiano, Mario Draghi, a definire Erdoğan per ciò che è, un dittatore. E’ vero che la Turchia è più simile a uno Stato autoritario che a una dittatura, tecnicamente c’è differenza, anche se nel linguaggio comune i due termini si usano spesso come sinonimi (lo spiego >qui). L’intenzione di Draghi, però, era chiara: si riferiva al contrasto fra democrazie e Stati non democratici. L’uso di una parola forte ha smosso le acque, in un contesto di generale asservimento, com’è accaduto qualche settimana fa con Joe Biden, che ha risposto «sì» quando un intervistatore gli ha chiesto se ritiene che Vladimir Putin sia un assassino. Gli autocrati prendano atto che qualcuno comincia a chiamarli con il loro nome. Protestino pure, minaccino di recedere dagli accordi commerciali. Il digrignare dei loro denti non deve spaventare più del necessario.

Perché abbiamo bisogno dei dittatori

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Mario Draghi ha affermato poi che verso i dittatori serve franchezza, ma è necessario cooperare con essi, perché ne abbiamo bisogno. Si può aggiungere che ne abbiamo bisogno largamente per colpa nostra. Le conseguenze delle scelte geopolitiche errate non si vedono subito, arrivano dopo anni. Non avremmo bisogno della Turchia, o ne avremmo molto meno, se cinque anni fa non le avessimo consegnato le chiavi delle nostre frontiere sudorientali; se migliaia di imprenditori europei dalle corte vedute non avessero esternalizzato per decenni in quel Paese produzioni che lo hanno trasformato in un partner strategico.

Lo stesso può dirsi della Cina, che può infettare il mondo con un virus malefico ma poi ci strozza come vuole, perché ha in mano la produzione mondiale delle mascherine respiratorie. Il numero di produzioni delocalizzate in Cina è tale che una parola del governo cinese può mettere in seria difficoltà intere filiere produttive in Occidente: cosa significhi questa dipendenza lo vediamo in questi mesi, con la crisi dei semiconduttori, che sta paralizzando un numero crescente produzioni in casa nostra. Per quanto riguarda la Russia, il Cremlino alzerebbe assai meno la voce, se non ci fossero schiere di politici, giornalisti e intellettuali europei infatuati dal suo mito, anche se in Russia forse non ci sono mai stati e, se ci andassero, faticherebbero a prenotare una camera d’albergo in russo.

La costruzione di rapporti economici con gli Stati autoritari viene abitualmente giustificata con espressioni come «teniamo separati gli interessi commerciali dalla politica» oppure «non spetta a noi giudicare i regimi degli altri Stati» (e a chi spetterebbe, allora?…). Queste argomentazioni sono sempre meno adeguate e odorano di falso pragmatismo. Alla caduta del Muro di Berlino, ormai trent’anni or sono, avevamo creduto che benessere e crescita economica avrebbero rafforzato ovunque il desiderio di libertà e democrazia. Non è stato così: Cina, Russia, Turchia non sono diventate Paesi liberi e ora sfruttano i legami economici con l’Occidente per imporre le loro condizioni. Non è possibile continuare così.

Conciliare la presa di distanza dai regimi autoritari che ci circondano con il mantenimento di relazioni commerciali, purtroppo ormai ineludibili, è un gioco d’equilibrio che richiede intelligenza e preparazione. L’episodio della sedia mancante per la signora von der Leyen mette in luce un’altra triste evidenza: gli europei devono smettere di mandare al governo dell’Unione europea politici che restano sempre un gradino sotto le sfide del nostro tempo. Governi nazionali e cittadini europei devono rendersi conto che le decisioni essenziali per la nostra vita si prendono a Bruxelles e Strasburgo, non nelle singole capitali europee: la pandemia, se ve ne era bisogno, ne è un’altra dimostrazione.

Se le istituzioni europee saranno guidate da Uomini di carattere, capaci di visione, vi è la possibilità che l’Europa, unita, riesca a imporsi sulle potenze autoritarie e a salvaguardare benessere e stile di vita dei suoi cittadini. Se questa difesa resta affidata a personalità deboli o, peggio, ai singoli Stati, ormai irrilevanti nel concerto globale, la battaglia è persa in partenza.

6 commenti

  1. Lidia Capone

    Condivido quasi del tutto l’articolo, dott. Lovisolo, e mi permetto di fare due osservazioni, una linguistica, l’altra politica: parlare di ‘uomini di carattere’ ha una valenza un po’ discriminatoria e vecchio stampo e sembra quasi voler accentuare la critica alla Merkel, persona (termine che avrei visto meglio perché non legato al ‘genere’) che ha dimostrato invece di avere carattere da vendere nel corso della sua azione politica anche, a volte, a scapito del resto dell’Europa. Proprio il lavorare talvolta a ‘scapito dell’Europa’ della Merkel e ‘pro domo sua’ è il grande limite dell’Europa (e la mia seconda osservazione): non bastano ‘uomini’ (o meglio, persone) forti, serve una visione diversa dell’Europa, coesa e tesa all’obiettivo per cui è nata, la contrapposizione ai due ‘blocchi’ di potere mondiale almeno dal punto di vista economico. Questa visione manca per volontà ed egoismo di ciascuno degli Stati Membri e, finché gli egoismi prevarranno sull’opportunità, non basteranno ‘uomini forti’ per rendere forte l’Europa. Speriamo in un cambio di rotta.

    • Grazie per il Suo commento. Considero del tutto superato il pregiudizio verso persone di sesso femminile a capo di Stati e governi, perciò uso (e lascio dov’è) la parola «uomini di carattere,» perché è ben chiaro che non discrimina nessuno e si riferisce a entrambi i sessi. La critica, d’altra parte, non è rivolta alla signora Merkel, che viene citata solo in retrospettiva e per un caso specifico, ma all’attuale dirigenza europea: in Turchia sono andate una persona di sesso maschile e una di sesso femminile, perciò ce n’è per tutti. Tornando ad Angela Merkel, si sa che il suo successore sarà un uomo, ma, visti i candidati in campo, si può già dire con ragionevole certezza che non sarà all’altezza della cancelliera attuale: la questione di genere, perciò, è del tutto irrilevante. La difesa delle pari opportunità dovrebbe evitare sconfinamenti, altrimenti diventa la caricatura di se stessa. A differenza di come erroneamente cita Lei, io non ho usato il termine «uomini forti,» perché carico di un sottinteso abominevole e usato abitualmente nel linguaggio politico per definire autocrati e dittatori. Io ho scritto «uomini di carattere,» aggiungendovi «capaci di visione,» che è altra cosa. Quanto al fatto che «uomini di carattere e capaci di visione» non bastino: qui non si sta parlando di architetture istituzionali europee – e che queste siano bisognose di essere emendate è fuor di dubbio – ma di persone che non si mostrano all’altezza dei tempi, siano uomini o donne non importa. Sinché questi saranno i suoi dirigenti, uomini o donne che siano, l’Europa potrà avere le strutture e gli obiettivi migliori, ma i suoi rappresentanti, in un mondo di Putin e di Erdoğan, continueranno a farsi mangiare in insalata, mentre noi discettiamo sul linguaggio inclusivo persino dove non ce n’è bisogno. Anche questo è un segno dei tempi, purtroppo. Dum Romae consulitur… etc. etc.

  2. Filippo Brasesco

    Buongiorno Dott. Lovisolo. Leggo sempre i suoi articoli (e libri) con interesse perchè informativi, articolati e ricchi di spunti di riflessione, e so che lei che è sempre molto attento all’uso delle parole e al loro significato. Oggi, concordo con il commento precedente sul fatto che “uomini di carattere” sarebbe facilmente sostituibile con “persone di carattere” o “politici di carattere”, eliminando così ogni possibile connotazione discriminatoria della frase. La saluto cordialmente, in attesa del suo prossimo articolo.

    • Grazie per il Suo apprezzamento. E’ noto che il termine «uomo» può indicare sia il genere maschile sia il genere umano nel suo complesso, perciò ambedue i sessi. I lettori sono in grado di comprendere quando leggerlo in un’accezione o nell’altra ed è ingiusto trattarli come se non lo fossero. Vero, però, che ho commesso un errore di ortografia: in questa accezione, la parola Uomo va scritta con l’iniziale maiuscola. Anche se è ben chiaro dal contesto ciò che si intende, per coerenza ortografica con altri luoghi di questo blog in cui ho fatto uso di questo termine, rettifico senz’altro la svista. A margine, un’osservazione: una delle poche cose, forse l’unica, sulla quale sono d’accordo con Vladimir Putin e i bislacchi filosofi che fondano la sua politica, è che l’Occidente è ormai così decaduto che si sta interrando intellettualmente con le proprie mani. Putin parte da questo giudizio per tramare i suoi stucchevoli giochi di potere; noi, ferma restando la tutela delle pari opportunità ovunque, che è una cosa seria, dovremmo cogliere quella drastica ma giusta considerazione per cominciare a riprenderci almeno l’uso del buonsenso. Cordiali saluti.

  3. Rossella Zugan

    Buonasera dr. Lovisolo,
    ho letto con interesse soprattutto la parte legata alla Russia anche perché avevo guardato il video della Sua audizione alla Commissione Esteri. Sono d’accordo con Lei con il fatto che, nonostante tutto, la Russia sia molto sottovalutata e spero che prima o poi il presidente Draghi dica qualcosa anche su questo Paese. Aggiungo solo un altro punto relativo allo Sputnik V e la collaborazione con lo Spallanzani: ho visto delle notizie un po’ inquietanti a questo proposito e, a mio avviso, sono facilmente inquadrabili nella prospettiva che Lei ha delineato, mi chiedo se Lei ha maggiori informazioni in merito. Grazie.

    • Grazie per il Suo commento. Non entro nel dettaglio di vicende italiane più del necessario, ma sono rimasto colpito anch’io dall’attivismo di quell’ospedale, che in quanto centro di ricerca dovrebbe essere estraneo a prese di parte politiche. E’ noto che il sistema sanitario italiano è fortemente legato alla politica. Voci insistenti a favore di Sputnik si sono sentite proprio da politici di quella regione. Conta poco il partito di appartenenza, i politici filorussi si ritrovano, con sfumature diverse, su tutto l’arco parlamentare. Mi sovviene un parallelo con l’obiezione di coscienza contro l’aborto. In alcune regioni, i medici obiettori sono così numerosi che la legge sull’interruzione di gravidanza è di fatto inapplicabile. Non è possibile che un tale numero di medici sia fervente cattolico e papista: in quelle realtà, probabilmente, l’essere antiabortisti è atteggiamento dovuto per fedeltà politica e per non precludersi possibilità di carriera. Mi faccio l’idea che intorno al vaccino Sputnik e alla Russia si sia sviluppato in alcuni luoghi un contesto simile, per cui è necessario mostrare fedeltà al politico o dirigente filorusso per non crearsi problemi di lavoro. Si tratta però di una mia valutazione, sinceramente non sento il bisogno di approfondire nel dettaglio. La questione Sputnik ha risvolti internazionali più rilevanti, a partire dalle centinaia di migliaia di fiale arrivate in Slovacchia nelle quali è stato trovato un prodotto diverso da quello richiesto, e potrebbe non essere un caso unico. Intorno a quel vaccino continuano a mancare dati certi e le situazioni sono sempre più nebulose. Cordiali saluti. LL

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